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Creato da fernanda.zanier il 23/01/2008

BORDERLINE

IL DOLORE INCOMPRESO

 

 

Dissociazione e manipolazione

Post n°309 pubblicato il 04 Marzo 2014 da fernanda.zanier
 

Ci sono persone che a causa di traumi relazionali non risolti tendono, o meglio, sono costrette a dover dissociare le caratteristiche  intenzionali di altre, allo scopo di difendersi. Succede quando sentono che l’altro ri-attiva in loro un senso di non valere, attraverso dei comportamenti che vengono erroneamente  mal-interpretati come: “Io non sono visto come gli altri e quindi non valgo nulla”, oppure:“ Lui ha qualche cosa che io non ho e questo mi rende poco amabile” ,  allora si ricordano di loro stessi e di come qualcuno li ha fatti sentire  persone prive di valore.

Il meccanismo di difesa che si riattiva è di attacco o di fuga, e se alcuni abbandonano la relazione, qualunque essa sia, altri la attaccano con svalutazioni mirate, sino ad arrivare alla trasformazione della realtà, senza tener conto dei dati di realtà. Un aspetto comune è la continua ricerca nei comportamenti dell’altro d’indicatori svalutanti. Inutile dire che di solito vengono trovati.

Quando la persona si trova in questo stato mentale e non può attaccare direttamente l’altro (soggetto primario), ne può andarsene, incanala la sua aggressività cercando un compagno che esprima al suo posto le svalutazioni che sente nei confronti del soggetto primario.  

Cioè va a fomentare eventuali frustrazioni e  insoddisfazioni relazionali dell’altro o in merito al soggetto primario o rispetto ad altre persone (soggetto secondario), che sono (guarda caso) in buona relazione con il soggetto primario. Un modo apparentemente contorto di risolvere il conflitto, ma che gli permette di avere dei vantaggi secondari non da poco: come prima cosa fa convergere le attenzioni negative del soggetto secondario o del soggetto primario sul suo capro espiatorio, assumendo poi, di fronte ai conflitti che inevitabilmente riesce ad innescare, un aria innocente, sia nei confronti del soggetto secondario che del soggetto primario.

La fase successiva vede la persona impegnata a relazionarsi con il soggetto primario, con il quale cerca un confronto, non esente da provocazioni, ma privo di contenuti aggressivi visibili e quindi facilmente attaccabili.

Che fine fa il capro? Solitamente non si sente bene, prova una sensazione di malessere e di contaminazione, ma capisce di essere stato manipolato solo quando vede l’altro intento a fingere benevolenza e disponibilità con il soggetto primario. In genere il comportamento tende a ripetersi, cercando in soggetti isolati dal gruppo il nuovo capro espiatorio, al quale offrire la sua “solidarietà e vicinanza emotiva”.  Ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale. :-)

 

 

 
 
 

Se non ci fosse il Web che mondo sarebbe?

Post n°308 pubblicato il 08 Febbraio 2014 da fernanda.zanier
 

 

L’immagine come rappresentazione irreale della realtà! Questo potrebbe essere il titolo della News riportata dall’Ansa il 7 febbraio 2014, nella quale si vede l’immagine di Putin commosso, per l’apertura dei giochi olimpici invernali di Sochi.

Peccato sia solo un’immagine e che l’attribuzione della presunta commozione sia libera interpretazione, che forse lo stesso Putin usa abilmente  per rafforzare la sua posizione politica.

Un efficace e rassicurante messaggio nazionalistico, in grado di dimostrare che un leader politico, considerato freddo e spietato con i suoi nemici,  può avere dei tratti di celata umanità, capace cioè di mostrare talvolta emozioni e di commuoversi anche di fronte ad eventi sportivi, che per loro natura non hanno matrice politica, ne sono indicatori di preferenze sessuali. I giochi olimpici trascendendo da questo, permettono a Putin di rinfrescare la sua immagine,  accontentando tutti.

Questo per sottolineare come oggi la politica sia agita non con confronti diretti, ma attraverso messaggi inviati via Web o tramite i media.

Le news online riescono ad innescare forti emozioni, con discussioni e polemiche accese che vengono espresse tramite i social. La rete impedisce alle emozioni di valicarne i confini virtuali e di trasformarle in un atto politico ma le  massifica rendendole in questo modo meno importanti.

È come la ripetizione dei fagioli campbell di Andy Warhol.  

Il meccanismo di canalizzazione del dissenso è sempre lo stesso: proporre messaggi emozionali in grado di far emergere rabbia, canalizzarla attraverso la sua libera espressione nei social ed annullarla, permettendone l’espressione, per poi proporre dei distrattori o dei capri espiatori.

Il web è divenuto il principale contenitore del malcontento popolare, ma impedisce un confronto diretto con la realtà. Attraverso i social le persone sono sottoposte a un doppio controllo: da una parte si propongono news, abilmente manipolate a monte, in grado di sollecitare forti reazioni emozionali, dall’altra le emozioni si riversano e vengono sfogate solo attraverso i social stessi, favorendo una scissione tra la possibile azione reale e l’agito virtuale. Una dissociazione pericolosa, nella quale la persona si crede spettatore attivo, mentre in realtà, essendo spettatore, rimane passivo e manipolato.

La rete diviene la realtà di riferimento quando una persona è priva di conoscenze tali da renderlo capace di evidenziare criticamente le contraddizioni del sistema sociale ed economico reale, nel quale invece si muovono a loro agio e indisturbati poteri politico- finanziari, capaci di decidere le sorti delle masse, cioè la loro ricchezza e la nostra povertà, dove quest’ultima diventa strumento privilegiato per il controllo della popolazione mondiale.

 

 
 
 

Polarizzazioni e sincronia

Post n°307 pubblicato il 31 Dicembre 2013 da fernanda.zanier
 
Foto di fernanda.zanier

Per iniziare bene il 2014 vorrei fare due riflessioni, la prima riguarda il clamore che i media stanno dando all'incidente capitato ad un pilota di fama mondiale; l'altra riguarda il mio ricordo della morte dei migranti presso l'isola del Coniglio a Lampedusa, circa 130 persone..annegate.E su quel circa inizio a riflettere. Se guardiamo bene, cosa ha fatto il campione? Ha dato spettacolo rischiando continuamente la vita. C'è qualche cosa che mi disturba.. non so cosa, diceva il protagonista di "This must be the place". 


Sarà la perfetta specularità degli eventi, un uomo che ha tutto dalla vita e sfida la morte continuamente, 130 che sperano in una vita migliore e la trovano. In mezzo ai due eventi un disequilibrio umano e sociale. Al di la di chi vive e muore, gli eventi importanti che accadono e ci accadono sembrerebbero non essere casuali, ma finalizzati a darci una morale, a farci capire che quando non c'è un equilibrio, gli eventi si polarizzano necessariamente per insegnarci la via mediana.

Non potrebbe esser altrimenti. Gli eventi che ci accadono e che accadono a chi ci sta intorno sembrano parte di un disegno grande e individuale, il cui scopo è portarci a livelli di consapevolezza e umanità più elevati.

Provate a riflettere sulle cose che vi sono accadute senza la vostra volontà, osservate la sincronicità degli eventi, come si collegano ad altre situazioni e persone della vostra vita, le ripetizioni sotto altre forme..ci sono anche delle parole chiave che li accomunano e vi faranno capire che sarebbe bene riflettere su quello che vi accade.

Bene, per iniziare il nuovo anno consiglio la visione del film" Terraferma" di Crialese, in particolare ad alcuni amici che stanno vociando contro tutti, ma proprio tutti i migranti. Anche questa è una pericolosa polarizzazione che inevitabilmente porterà ad altro. Buon 2014.

 
 
 

Traumi non elaborati

Post n°306 pubblicato il 22 Dicembre 2013 da fernanda.zanier
 

È di ieri la notizia del suicidio di Paola Rota, la donna che 12 anni fa perse entrambi i genitori ed il fratello nell’incidente aereo di Linate, incidente che fece 118 morti. Un suicidio a distanza di tanti anni colpisce e non può non far pensare a come sia possibile che il ricordo di un trauma, anche a distanza di decenni, possa accedere nelle nostre vite quotidiane con  tutto il suo carico di dolore e riuscire a stravolgerle, senza che la persona possa far nulla per controllare quegli attimi di  devastazione emotiva.

È Infatti una caratteristica dei traumi non elaborati, l' essere caratterizzati da ricordi che non perdono nel tempo la loro carica emotiva di dolore, ne il loro impatto emozionale, assieme all’attribuzione cognitiva che noi facciamo di noi stessi in relazione all’evento, come il sentirci responsabili, incapaci, inermi, inadeguati ecc.  

Sono proprio le attribuzioni negative di noi stessi che, legandosi al ricordo del trauma, lo rendono capace di modificare in seguito il nostro modo di significare la vita, sia a livello cognitivo che emotivo, un processo del quale non siamo consapevoli.

Il processo cognitivo, cioè il modo con il quel significo gli eventi si accompagna sempre ad uno stato emotivo a cui fa capo un attribuzione di sé.

Nel momento in cui subiamo un trauma, il ricordo, le emozioni e l’attribuzione cognitiva negativa che noi facciamo di noi stessi si fissano nella MLT in un nodo mnestico, comportandosi come un piccolo buco nero, in grado cioè di modificare i contenuti dei messaggi neurali nel loro assetto cognitivo ed ampliandone quello emotivo su ricalco del ricordo traumatico. La conseguenza è che noi  significhiamo la nostra vita in base al ricordo del trauma, adottando comportamenti evitanti in grado di metterci sempre in una condizione di sicurezza emozionale.

Il cervello di una persona che ha subito un  trauma non è più in grado quindi di elaborare i molteplici significati che la realtà potrebbe assumere, perde cioè la sua flessibilità cognitiva,perché il processo cognitivo viene continuamente distorto e modificato dal nodo neurale traumatico, facendo si che l’elaborazione di una informazione perda i suoi connotati logici, mentre vengono esaperati i significati emozionali, come la disperazione e la colpa ed il senso di sé legato all’evento. Tutto questo potrebbe spiegare perché una donna, con una vita apparentemente normale, con due bambini, uno dei quali di soli tre mesi, a fronte di un momento di vulnerabilità, forse dato anche dal recente parto, possa essere travolta dai ricordi di un tragico evento, anche a distanza di anni.

 

 
 
 

Perché le persone mentono?

Post n°305 pubblicato il 17 Dicembre 2013 da fernanda.zanier
 

 

 

Leggendo il libro di Paul Ekman - I volti della menzogna - non ho trovato grandi risposte a questa domanda, ma la constatazione che riuscire a smascherare un abile bugiardo è complicato, a causa di predittori non verbali velocissimi e spesso non rilevabili.

Questo testo, dal quale si dipanano diversi filoni di ricerca, nasce dall’interesse per il comportamento non verbale delle persone, intendendolo appunto come un efficace indicatore delle bugie dette dai nostri interlocutori.

La menzogna costa fatica, anche al mentitore più incallito.

C’è una sola tipologia di menzogna che a mio avviso la fa franca: quella che non ha un reale impatto ne sulla vita del mentitore ne  sulla vita dell’altro ed è caratterizzata da informazioni facilmente confutabili. È paradossale, ma a volte per distrazione consideriamo vere informazioni chiaramente ed evidentemente false, perché sono informazioni che non ostacolano la nostra vita. Se non fosse per quel lieve senso di disagio che sentiamo nel ricordarla, una dissonanza fastidiosa che innesca il dubbio di essere stati presi in  giro. Ma di più della menzogna è interessante scoprire la personalità di chi mente spudoratamente. Sebbene queste persone a volte mostrino degli strani di colpa, che coprono con un interessamento velato di ambiguità, giustappunto, la menzogna, intesa anche come voluta omissione d’ informazioni atte a porre l’interlocutore in un evidente svantaggio intellettuale e concettuale, sempre trapela, si dichiara da sé.

Come se queste persone per scaricare uno stato tensivo di tipo sociale debbano mentire. Il vantaggio è il controllo della situazione, e con il controllo, un’affermazione di potere. Quindi potremmo dedurre che questa tipologia di persone mentano principalmente per il piacere di avere il controllo. Fare fesso l’altro affermando una menzogna palese è una forma di svalutazione che permette un immediata affermazione di sé, ma anche un riscatto da delusioni relazionali non superate. Niente a che vedere con il bugiardo patologico, che mente a causa di un disturbo ossessivo compulsivo, per il quale la tematica del controllo è vitale. Chi mente lo fa principalmente per controllare gli altri, per frenare ed ostacolare, per danneggiare.

Ekman parla di regole di esibizione, intese come regole culturalmente determinate che modulano le risposte neurali responsabili del comportamento osservabile e tra queste “regole” troviamo anche la dissimulazione e il mascheramento. Ma se c’è un mentitore c’è anche una vittima: secondo Ekman  la vittima sorvola sugli errori palesi del mentitore per tre motivi: evitare le conseguenze spiacevoli  della scoperta, perché non ha nulla da perdere, perché in parte ci potrebbe perdere ma in parte ci guadagna a tacere.

Continua..

 

 
 
 

LA VITA COME RECITAZIONE

Post n°304 pubblicato il 28 Novembre 2013 da fernanda.zanier

Prendendo spunto da un evento “Brain cocktail psicologico che” si terrà questa sera a Pordenone”, a cura dello psicologo Daniele Baron Toaldo (Prenotazioni 328 7042755 o 0434 551781), la domanda alla quale si cercherà di rispondere se la vita sia effettivamente vissuta o invece sia recitazione, mi ha indotto a fare alcune riflessioni.

Il mio pensiero è che la vita sia sempre recitazione quando la persona scende a compromessi sociali tali, da ridurre ad un’ ombra  la sua personalità, i suoi desideri e bisogni reali.

La vita diviene recitazione quando i bisogni primari sono il primo bisogno da soddisfare (mangiare, curarsi, avere una casa, avere un lavoro) e se si pensa di non avere risorse personali utili, quando si crede che siano sempre gli altri a poter sopperire a questi bisogni. Si tratta di un atteggiamento immaturo radicato in una disistima profonda connotata da svalutazioni e squalifiche  ripetutamente subite in ambito familiare, che hanno portato la persona a credere che l’altro sia sempre un contenitore di risorse adeguate, al quale bisogna rispondere aderendo alla sue aspettative, ai suoi bisogni,  cercando di essere quello che l’altro si aspetta, in modo particolare poco ambizioso o brillante, altrimenti le risorse dell’altro non saranno messe a disposizione.

È una sorta di prostituzione di se stessi, della propria dignità di esseri umani, che possiamo vedere con chiarezza in ogni contesto sociale.

Il risvolto negativo del recitare una parte che non rappresenta noi stessi  è alto, in primis la mancata realizzazione dei propri talenti, che tutti noi possediamo, ma che non vengono coltivati ne espressi, con una grande perdita di risorse che la collettività potrebbe utilizzare.

Un altro aspetto è la somatizzazione del disagio, che viene espresso attraverso il corpo, portando ad un graduale  indebolimento del sistema immunitario e che da il via a disturbi autoimmuni.

Essere se stessi richiede un attenta osservazione di sé, per capire le proprie attitudini, sin da giovani, ma  richiede anche una famiglia supportiva, che colga le capacità del figlio e ne permetta espressione, sostenendo il ragazzo attraverso un indirizzo scolastico e formativo adeguato; in modo particolare nei ragazzi che hanno un adolescenza “confusa” sono necessari degli strumenti di ri-orientamento adeguati, cioè mirati a rafforzare la famiglia, in modo tale che possa essere un supporto adeguato.

I talenti vanno scoperti e valorizzati sin dalle fasi precoci dello sviluppo del bambino, per questo sarebbe importante che i terapeuti si orientassero su strumenti di valutazione culturalmente aperti e flessibili.

Un’ultima considerazione su queste brevi riflessioni pre-natalizie: il sistema scolastico dovrebbe essere sensibilizzato alla valorizzazione delle diversità e non solo alla segnalazione in senso patologico delle stesse, evitando l’appiattimento di possibili talenti,  a favore  di un protocollo ministeriale d’insegnamento che decide il livello di cultura basale di una nazione.

Forse non tutti hanno capito che il sistema socio-culturale tende a patologizzare quelle che considera diversità e non ha nessun interesse a valorizzare talenti, se non quando li premia per mettersi in mostra sui palchi, e parlo delle politiche. Questo sistema ha bisogno di persone malleabili, deboli, servizievoli,  ricattabili, che accettino di recitare il ruolo assegnato loro e che recitino bene.  Sei davvero disposto a fare questo per avere l'illusione di sentirti protetto?

 
 
 

Dipendenza affettiva: Blue

Post n°303 pubblicato il 25 Ottobre 2013 da fernanda.zanier
 

Commento scritto da Blue, che a me pare giusto mettere in evidenza per le tante cose importanti che ci dice.

Blue, se ti dovesse infastidire lo cancello dai post pubblicati.

Davvero Gianna non avevi mai sentito parlare del disagio-dipendenza affettiva? Forse Fernanda non l’aveva mai definito ma nei suoi articoli si estrapolava sempre o quasi sempre questo aspetto o almeno a me sembrava di coglierlo e di coglierlo moltissimo…anche in te…attraverso il tuo modo di rapportarti e tutte le cose che ci raccontavi.

Ho cominciato a coglierlo seriamente in me quando il mio “ex” di Firenze mi aveva accusato di avere un morboso bisogno di affetto che lui non avrebbe colmato. Certo, poi io sono la prima ad etichettarsi e a ricercare i sintomi di una patologia nei propri pensieri e comportamenti…ovvero: ho una diagnosi di DPB quindi SONO così e mi comporterò COSA’. E via dicendo.

Sono contenta di questo tuo articolo perché mi permette di parlare di questo disagio-problema che sto vivendo ai massimi termini negli ultimi mesi e sarà uno dei primi argomenti che affronterò indirettamente domani da un omeopata che mi hanno consigliato. Ci vado fondamentalmente per l’ansia, ormai ingestibile e che si sta esprimendo ora anche con forti attacchi di tachicardia soprattutto serali.

Ma io so a cosa è dovuta la mia ansia e so che nessun farmaco o parafarmaco o quant’altro risolveranno la causa. L’idea è di attutire i sintomi per consentirmi di gestire i problemi affrontandoli piuttosto che ricorrere alle abbuffate (che mi ingrassano, mi gonfiano, mi deprimono e aumentano la stitichezza e le palpitazioni da digestione difficile) a cui segue l’abuso di lassativi (che mi disidrata, secca la pelle, mi gonfia, aumenta gli eczemi, mi provoca nervosismo e palpitazioni). Abbuffate e lassativi ed effetti collaterali poi mi spingono a chiudermi in casa e a replicare il circolo vizioso.

Credo poi che l’ansia accentui la tensione e favorisca i miei attacchi di mal di schiena che, stranamente, non ho quando sono più serena e rilassata. Già…ma QUANDO sono serena e rilassata?

Lo sono quando sono in mezzo alle persone, agli amici, che mi danno attenzione, mi dimostrano affetto e mi fanno stare bene. Ma non conosco mezze misure e quando non riesco a mantenere la giusta distanza elimino la fonte del mio malessere.

Mi sono allontanata da diverse persone, ultimamente, solo perché quello che mi sentivo chiedere (quello che loro chiedevano e che interpretavo) era più di quel che sentivo di volergli dare. Non brutte persone ma persone non abbastanza importanti per me.

Non riesco più a stare in casa da sola ma odio la mia casa e non invito mai nessuno.

E sono serena e rilassata quando ho l’attenzione di qualche persona di sesso maschile su cui investo inconsciamente e invariabilmente moltissimo del mio benessere psicofisico.

A nulla. e dico nulla, serve discutere i pensieri, rivalutare, reinterpretare, mettere in discussione quello che sento. L’ansia raggiunge livelli inaccettabili che mi portano a farmi male fisicamente attraverso le abbuffate e psicologicamente forzando più o meno indirettamente l’uomo di turno a darmi un riscontro…anche un solo cenno di presenza.

Basta un cenno, appunto, e io mi acquieto…almeno per qualche ora, per poi ricominciare la trafila. E se da un lato sono diventata estremamente diffidente e negativa tanto da cercare le conferme ai miei sospetti e al mio disfattismo, dall’altro carico ogni conoscenza di speranze e aspettative eccessive, quasi che ogni volta dovesse essere la volta buona, solo perché non si può collezionare insuccessi all’infinito.

Mi accorgo poi che mentre in mezzo alla gente io sono/appaio come una persona difficile ma tutto sommato nella norma, nella solitudine della mia casa la mia mente parte letteralmente per la tangente e sembro diventare una pazza paranoica e disperata.

Nell’ultimo anno ho cercato con costanza e metodo un compagno e ho raccolto di tutto: l’uomo narcisista che mi ha ingannato usato gettato e cancellato, il single alternativo autonomo ma affettivamente immaturo con cui non è scoccata la scintilla, il principe azzurro che voleva disperatamente un figlio e mi ha lasciato e cancellato, il ragazzone separato in cerca di una donna forte autonoma e positiva col quale ho mantenuto un rapporto amichevole, il single intelligentissimo coerente affidabile che non mi ha dato la possibilità di farmi conoscere meglio perché 60 km di distanza sono troppi, l’avvocato bambino che voleva essere guidato, l’inguaribile ottimista pronto a farsi carico di me e dei miei problemi ma che mi ha suscitato una repulsione fisica impossibile da scavalcare, il dentista di talento gentile e accattivante con la capacità relazionale di un bambino di tredici anni che è sparito terrorizzato all’idea di una relazione con una potenziale donna mantide, il ragazzone dell’oratorio simpatico educato sparito dopo il secondo appuntamento platonico ma piacevole a cui sembrava dovessero seguirne altri, e ora il divorziato simpatico e affascinante che dopo tre giorni di suoi entusiastici messaggi via mail e whatsapp è sparito per 24 ore per poi ricomparire raffreddato e sfuggente.

Quest’ultimo è arrivato quando avevo deciso di prendermi una pausa, consapevole di essere arrivata ad un punto di tensione tale da dover cercare un aiuto esterno.

L’ho accolto con sospetto ma mi sono fatta coinvolgere dal suo interesse sperando che la mia fosse la solita diffidenza da insuccesso e delusione, consapevole che le cose si stanno facendo sempre più difficili, che la mia mente è sempre più confusa, impaurita e incline a far danni, e alla fine si sta rivelando quello che temevo fosse. E sono così stanca, così triste, così…sola con l’unica persona su cui posso e devo contare: me stessa.

 
 
 

Immagine scelta da G

Post n°302 pubblicato il 23 Ottobre 2013 da fernanda.zanier
Foto di fernanda.zanier

 
 
 

La Dipendenza affettiva

Post n°301 pubblicato il 23 Ottobre 2013 da fernanda.zanier
 

 

Articolo scritto da G sulla Dipendenza affettiva

Mi sono imbattuta in questa definizione molto tardi. Nn sapevo esistesse un disagio chiamato "dipendenza affettiva", anche se ne ero stata affetta da sempre senza rendermene conto.  Senza capire che questo fosse solo una ossessione derivata dal mio bisogno di riempire un vuoto affettivo che comunque nn veniva mai riparato da ciò che l'altro poteva fare. La presenza fisica nn era mai sufficiente e quando l'altro nn era presente pensavo a come poterlo sostituire, nei pensieri, perché potessi trovare un momento di pace….ed erano pochi i momenti in cui nn facevo..perché dovevo fare per nn pensare alla mancanza, quando nn c'era…e quando c'era avrei voluto comunque di più..una specie di fusione in un'unica entità che me lo facesse comunque sentire sempre presente…sentire ciò che sentiva…essere ciò che era…un abbracciare dall'interno, in una sorta di fusione..far parte del medesimo corpo….e mi viene in mente che questa condizione è propria della gestazione, quando madre e figlio sono ancora uno..e due, allo stesso tempo.
Come fosse una regressione, questo mio bisogno che aveva più dei miei anni..e che forse nasceva dal desiderio di questa perfezione fisica e sensoriale, se nn affettiva, visto che gli affetti nascono da un cervello che si rapporta col mondo esterno. Forse ho avuto una madre che mi ha rifiutata già al momento del concepimento…
 mi ci sono scontrata a primavera di quest'anno, con consapevolezza di una dipendenza affettiva, dopo una drammatica, inevitabile separazione… ed ho capito che dovevo lavoraci per riuscire a vivere. Per un periodo ho frequentato un gruppo di auto aiuto per dipendenze affettive…ho trovato persone meravigliose e accoglienti, anche se al principio mi sembrava tutto stranissimo e avevo la sensazione di vivere fuori dalla realtà e di fare e dire cose assurde.  La sofferenza era totale. Successivamente ho trovato una terapeuta da cui sono andata proprio per affrontare questo problema, la separazione e i motivi, scavando ne profondo..abbiamo lavorato moltissimo e so di avercela fatta. Non credo mi succederà mai più di dipendere totalmente da qualcuno…senza che questo voglia dire nn voler più bene. Solo che avrò dei limiti..metterò dei limiti a ciò che è possibile aspettarsi dall'altro…e a ciò che darò all'altro, di me. Ora credo di essere abbastanza serena e di avere accettato il fatto che si è sempre individui a se stanti, anche negli affetti.
..ogni tanto…come un ricordo lontano…una sensazione di piccolo fastidio misto alla voglia di scoprire di più..un affacciarsi a quello che un tempo era il pozzo dei desideri e del dolore, mescolati insieme in una magica pozione affascinante…..ma il piccolo fastidio mi avverte che affacciandosi si può perdere l'equilibrio e precipitare..e allora, come un cagnolino di Pavlov che ubbidisca saggiamente al condizionamento….mi ritiro dal pozzo…e la vertigine svanisce.

 

 
 
 

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Post n°300 pubblicato il 12 Ottobre 2013 da fernanda.zanier

Il pentacolo o pentagramma e' il simbolo che riunisce in se tutti i 4 elementi Aria Acqua Terra e Fuoco, con in piu' il Quinto elemento o Spirito. Ha un forte potere magico di protezione. La forma della stella e' uno degli oggetti con il maggiore significato simbolico. L'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci e' racchiuso perfettamente nel pentacolo. Geometricamente e' una stella a cinque punte, con una di esse rivolta verso l'alto ed e' circoscritto da un cerchio e un quadrato. Rappresenta il microcosmo e il macrocosmo.

 
 
 

Per chi volesse scrivere sul blog

Post n°299 pubblicato il 07 Ottobre 2013 da fernanda.zanier

è sufficiente che mandi l'articolo via mail in formato .doc a fernanda.zanier@libero.it, il suo nome o pseudonimo con il quale si firma ed il link per l'immagine che vuole incollare all'articolo se vuole allegare un immagine. 

 

 
 
 

Famiglie fragili vs Poteri forti

Post n°298 pubblicato il 28 Settembre 2013 da fernanda.zanier
 

 

Alcune considerazioni sulla famiglia, partendo da queste premesse: “In generale la gamma di comportamenti permessi a un individuo sono regolati  dall’organizzazione familiare, mentre l’ampiezza dei comportamenti permessi dipende dalla capacità che ha la famiglia di assorbire e incorporare informazioni dall’esterno”.

Se noi indeboliamo l’organizzazione familiare e aumentiamo attraverso i media la capacità delle famiglie di assimilare false informazioni, avremo dei giovani facilmente manipolabili, perché la verità si trova fuori dalla famiglia, inducendo una conoscenza del mondo e di quanto vi succede passiva ed acritica. Guardiamo cioè con lo stesso sguardo una partita di calcio e un uomo morto sulla strada.

Forse da queste semplici considerazioni potremmo riuscire a capire perché le ragazze devono indossare pantaloni inguainati sino al tallone o perché tutti devono avere l’iPod.

Cosa ci stanno dicendo questi ragazzi?

Che essere giovani significa conformarsi e che questo è un fattore identitario per ognuno di loro. Pare difficile capire come mai il conformismo possa essere veicolo d’identità e differenziazione. Fare gruppo, aderendo a modelli imposti da poteri economici scaltri, non permette di certo una conoscenza approfondita di Sé,  ma la controlla e comprime a favore di una sicurezza gruppale.

Le pecore in gruppo si sentono forse più protette e inoltre essendo tutte uguali, non fa sorgere interrogativi sulle diseguaglianze, anzi, queste ultime devono essere immediatamente eliminate emarginando il diverso, perché indeboliscono il gruppo.

Questa tipologia sociale ampiamente diffusa converge sull’uguaglianza a ogni costo, ma talvolta ha bisogno di un diverso per rafforzare la sua identità: il diverso è debole, noi siamo forti.

In fondo è lo stesso principio sul quale venne impostato in nazionalsocialismo. Pare la nostra una dittatura su scala mondiale, che non tollera le diversità e che si autoalimenta dell’avidità del singolo.

La mia tesi è che l’organizzazione familiare sia stata abilmente messa in crisi e sostituita da un paradigma educativo più forte, quello consumistico, per il quale essere giovani significa avere il diritto di possedere qualsiasi cosa si desideri, indossando però quello che la maggioranza dei giovani indossa, con alcune piccole ed insignificanti varianti.

E su questo paradosso c’è da riflettere.

La metafora della moda è solo una metafora, ci sono ben altri problemi che il sistema di manipolazione delle masse nasconde, come la crescente incapacità umana di sopportare la frustrazione, scatenando collere e comportamenti sociali imprevedibili.

Il sistema dice questo: la famiglia non può darti le risposte che cerchi perché è confusa (..e lo è), ma noi sappiamo di cosa tu necessiti per sentirti protetto e felice, basta che ti conformi al gruppo e ne difendi i tratti distintivi, ma i tratti li decidiamo noi.

Indebolire la famiglia su tematiche etiche, educative e civiche, per poi sostituirsi come modello forte di riferimento, in modo tale da impedire che la famiglia possa educare i figli al pensiero critico e alla riflessione ponderata e personalizzata, rispetto alle  proprie scelte personali,  mi pare una strategia diabolica.

Sto dicendo che il controllo da parte di poteri forti (e occulti) sta agendo sia attraverso l’impoverimento di un’ampia fetta di popolazione, vedi l’attuale recessione economica di alcune aree del mondo, che attraverso l’accentuazione di consumi non necessari alla vita nei paesi “emergenti.”

La moneta è la stessa. Dipende da quale lato si guarda, e comunque sia, è falsa.

 

 
 
 

Mutismo selettivo: una storia vera

Post n°297 pubblicato il 14 Settembre 2013 da fernanda.zanier
 

 

Vi propongo questo film che tratta a grandi linee il problema del mutismo selettivo nei bambini; dura circa 30 minuti. Ovviamente il film è una generalizzazione del problema, perchè alla base del mutismo non c'è sempre un trauma, quanto invece un grande sensibilità del bambino e una sua personale difficoltà nella gestione di un alto livello d'ansia. I motivi possono essere quindi molteplici.

Purtroppo youtube non mi fornisce il codice Html pertanto vi copio il link che riporta direttamente al film

http://www.youtube.com/watch?v=9_veJYpP8oQ

Se invece volte saperne di più questo video è molto interessante ed esplicativo: 

http://www.aimuse.it/index.php?option=com_zoo&task=item&item_id=254&Itemid=53

 

 
 
 

La funzione del sintomo

Post n°296 pubblicato il 02 Luglio 2013 da fernanda.zanier
 

 

Nello specifico, tratto la funzione dell’attacco di panico per il mantenimento di un’apparente equilibrio interiore (Omeostasi sistemica). 

Il racconto di persone che soffrono di attacchi di panico, per chi non è del mestiere o per chi non ne ha mai fatto un’esperienza diretta, suscita spesso perplessità, interrogativi e a volte qualche sorriso; ci si chiede se possa essere un disturbo legato alla struttura di personalità oppure si tratti di un sintomo che sottende un disagio esistenziale o entrambi; se sia endogeno e quindi legato a fattori esterni o invece esogeno, derivante da un disagio profondo, che toccando il senso di Sé e non trovando adeguate risposte narrative, si converte in un insieme di sintomi che attivano l’attacco di panico.

L’attacco di panico come tutti i sintomi cela in sé un paradosso sistemico.

Consideriamo l’attacco di panico nella sua funzione omeostatica: una ragazza sposata da circa 2 anni inizia a soffrire di attacchi di panico che le impediscono di fare un qualsiasi viaggio in autonomia o una vacanza assieme al marito. Sembrerebbe che il sintomo si possa riattivare se supera il confine della quotidianità.

Vi viene in mente qualche cosa?

Il disturbo potrebbe essere funzionale al mantenimento dell’omeostasi relazionale, ci riesce impedendo alla donna di divenire consapevole di aver sbagliato partner, con il conseguente rischio di dover fare delle scelte diverse e perdere la sicurezza derivante dalla condizione matrimoniale.

Il sintomo (l’attacco di panico) rimuove il conflitto e lo sostituisce, tacitando il senso di colpa tramite le sofferenze.

Sembrerebbe un buon compromesso alla fine: evitare situazioni nuove con il partner che potrebbero rendere evidente il suo disagio nella coppia  e fare in modo che le attenzioni del compagno si focalizzino su quello che serve a lei, cioè protezione e sicurezza.. il conflitto quindi si risolve tramite un sintomo che permette una non scelta rassicurante, salvando capra e cavoli. 

Una seconda ipotesi potrebbe essere che la ragazza si senta talmente insicura del compagno da aver bisogno di un rapporto di coppia molto invischiato, dove lui è totalmente asservito ai sintomi di lei, garantendogli vicinanza assoluta. Ovvio che un rapporto di questo genere non potrà che logorare il partner e generare stanchezza, confermandole che lui è inaffidabile. In questa seconda ipotesi ritrovo le tipiche modalità relazionali borderline.

 

 

 

 
 
 

Ipocrisia

Post n°295 pubblicato il 13 Maggio 2013 da fernanda.zanier
 

 

Tratto dal WEB: Definizione di IPOCRISIA: Simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole; nascondere qualcosa sotto la maschera. 

 

Molto spesso l'ipocrita è talmente convinto di sé da non accorgersi dell'incongruenza del suo agire: prega in chiesa con devozione, va in pellegrinaggio, ma non si cura della morte o sofferenze di un fratello, amico o prossimo.. Questa è tra tutte la peggiore delle forme ipocrite. Chiedere al ricco se ha bisogno e non vedere il povero. 

 
 
 

Lo specchio Onirico

Post n°294 pubblicato il 24 Aprile 2013 da fernanda.zanier
 

Artista: Arianna Amaducci

Artista: Arianna Amaducci - Titolo: Due donne si amano (2010)

Mentre le persone con un Disturbo da panico se la raccontano, sintomo dopo sintomo, in modo tale da dare un senso alla loro angoscia di vivere, vorrei soffermarmi su un argomento che non si avvicina molto al dap, ma che forse potrebbe in parte risolvere i loro problemi.

Oggi voglio parlare dello Specchio Onirico, un fenomeno psichico interessante ma trascurato. La mia vuole essere, come al solito, una visione pragmatica.

Stephen LaBerge, scienziato all'università di Stanford, sui sogni lucidi dice essere come “sognare sapendo di stare sognando". Lo specchio onirico non è solo un sogno lucido, non si basa sulla capacità del sognatore di rendersi conto che sta sognando; questo aspetto non è primario quanto invece lo è la consapevolezza che le immagini viste sono in grado di anticipare il futuro, suo e di persone significative, una consapevolezza presente anche nel sogno.

Significa che quello che conta nell’esperienza dello specchio onirico è il coraggio di guardare l’orrido, di memorizzare le immagini e portarle poi da sveglio ad un attenta analisi personale. 

Quello che intende LaBerge è altro, è la capacità di muoversi nel sogno sapendo di esserci ed esplorarlo, quello che intendo io è la capacità di osservare se stessi dentro al sogno, sapendo che è un sogno e che quanto si osserva anticipa gli accadimenti della tua vita.

Un conto è sentirsi dentro un sogno e svolazzare come una farfallina, altra cosa è trovarsi di fronte a se stessi.  Un'altra differenza tra specchio onirico e sogno lucido è che nel primo caso le immagini non sono mai sono eccitanti, ma accentuate in taluni aspetti, non c’è la meta-sensazione di sognare,  ma di avere lo sguardo sul futuro, uno sguardo sull’orrido che potrebbe rimandare immagini gradevoli o terribili, ma mai eccitanti..

Un altro aspetto interessante dello specchio onirico è che non c’è lo specchio, ma una scena dove osservatore ed osservato sono uno di fronte all’altro. In questo contesto si va oltre alla realtà vissuta dal sognatore, non ha nulla a che vedere con le reali situazioni di vita, ma anticipano cose che devono ancora accadere.

Scrive Carl Gustav Jung: chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine.
Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stesso.

Lo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore.
Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore.
 Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente." Tratto da Wiki.

Carl Gustav Jung insegna che se non si supera la prima prova non si potrà mai accedere a dimensioni di conoscenza superiori.

Sagge parole, che mi portano ad affermare che per poter accedere all’esperienza dello specchio onirico, una persona deve aver già visto e riconosciuto se stesso con e senza le sue maschere, solo così avrà il privilegio di accedere a dimensioni di conoscenza precluse a molti.

 

 
 
 

Oggetto consolatorio con sorpresa

Post n°293 pubblicato il 29 Marzo 2013 da fernanda.zanier

 
 
 

Psicopatologia della madre invidiosa

Post n°292 pubblicato il 02 Marzo 2013 da fernanda.zanier
 

Riprendo alcune riflessioni sull’accudimento materno, soffermandomi stavolta sulle madri che nutrono invidia per le figlie.

Questo  è un argomento difficile da affrontare, perché pare impossibile che una madre possa allevare una figlia minandone continuamente la felicità e l’autostima, allo scopo di avere una rivalsa sulla propria madre.

L’aggressività materna viene indirizzata verso la figlia, allo scopo (inconscio) di rafforzare il suo ruolo di comando all’interno della famiglia e ottenere un riscatto affettivo da calcolate trascuratezze materne passate. In pratica la madre calpesta la figlia per sentirsi riscattata.

Si tratta di una madre scissa tra la sua ricerca di riconoscimento e il suo senso di colpa verso la figlia che vorrebbe distruggere. Donne che non hanno risolto il loro rapporto con le madri, dalle quali sono state freddamente strumentalizzate; una freddezza affettiva che poi le connota.

Il substrato sociale è quello tipico delle famiglie matriarcali; spesso sono donne di bassa cultura, relegate a ruoli rigidi imposti dalle tradizioni culturali di provenienza, con un compagno passivo che talvolta presenta tratti d’irascibilità infantile, reattiva alla potenza materna.

Su questo punto vorrei fare un inciso: spesso le madri “potenti” allevano figli con tratti passivi. Pertanto non è raro che il cerchio maschile si chiuda con la scelta di una moglie fredda e potente, così come lo era la madre.

Le tradizioni contadine hanno da sempre fatto le veci di una carente apertura mentale. La regola si tramanda attraverso le generazioni e non si pone mai in discussione perché verificata empiricamente. La cultura contadina è fatta di riti che si ripetono, e come tale tratto questo argomento - un rito distruttivo che si ripete a livello trans-generazionale.

L’attaccamento che si crea tra madre e figlia è di tipo ambivalente. A tal proposito invito gli interessati a leggersi le conseguenze che questo stile di attaccamento avrà sulla futura personalità  del bimbo.

Ma cosa succede alla figlia, quali sono le possibili reazioni e conseguenze?

La figlia:

  • accetta di essere sottoposta e usata dalla madre, trasformandosi da adulta in una donna “potente” e tacitamente invidiosa delle altre donne; allo stesso modo della madre, ripeterà il rito con l’eventuale figlia designata (la figlia designata presenta nella prima infanzia tratti caratteriali passivi);
  • si ribella alla madre e al contesto familiare, ma senza riuscire a svincolarsi dalla vischiosità del legame materno per arrivare all’ autonomia. Ricercherà da adulta approvazione e consenso sociale, divenendone dipendente e strutturando una personalità falsamente propositiva;
  • diviene consapevole della patologia della madre e pur staccandosi dal contesto familiare, ricercherà in altri rapporti femminili complicità, consenso e accettazione, in modo infantile e passivo, venendo sistematicamente rifiutata e cenerentolata. 

La figlia che riesce ad uscire da questo gioco perverso, riscattando se stessa, dovrà sopportare la consapevolezza di essere stata un'orfana di madre e spesso anche di padre.

 

 

 
 
 

14 febbraio

Post n°291 pubblicato il 14 Febbraio 2013 da fernanda.zanier

Non somigli più a nessuna da quando ti amo 

Neruda

 
 
 

Riza test:

Post n°290 pubblicato il 02 Febbraio 2013 da fernanda.zanier

 

Molto carino, vi invito a farlo come se fosse un gioco:

 

http://www.riza.it/test/4988855/cosa-fai-quando-la-vita-non-va-come-vuoi.html

 

 
 
 
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