|
Tratto dal WEB: Definizione di IPOCRISIA: Simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole; nascondere qualcosa sotto la maschera.
Molto spesso l'ipocrita è talmente convinto di sé da non accorgersi dell'incongruenza del suo agire: prega in chiesa con devozione, va in pellegrinaggio, ma non si cura della morte o sofferenze di un fratello, amico o prossimo.. Questa è tra tutte la peggiore delle forme ipocrite. Chiedere al ricco se ha bisogno e non vedere il povero. |
|
Artista: Arianna Amaducci - Titolo: Due donne si amano (2010) Mentre le persone con un Disturbo da panico se la raccontano, sintomo dopo sintomo, in modo tale da dare un senso alla loro angoscia di vivere, vorrei soffermarmi su un argomento che non si avvicina molto al dap, ma che forse potrebbe in parte risolvere i loro problemi. Oggi voglio parlare dello Specchio Onirico, un fenomeno psichico interessante ma trascurato. La mia vuole essere, come al solito, una visione pragmatica. Stephen LaBerge, scienziato all'università di Stanford, sui sogni lucidi dice essere come “sognare sapendo di stare sognando". Lo specchio onirico non è solo un sogno lucido, non si basa sulla capacità del sognatore di rendersi conto che sta sognando; questo aspetto non è primario quanto invece lo è la consapevolezza che le immagini viste sono in grado di anticipare il futuro, suo e di persone significative, una consapevolezza presente anche nel sogno. Significa che quello che conta nell’esperienza dello specchio onirico è il coraggio di guardare l’orrido, di memorizzare le immagini e portarle poi da sveglio ad un attenta analisi personale. Quello che intende LaBerge è altro, è la capacità di muoversi nel sogno sapendo di esserci ed esplorarlo, quello che intendo io è la capacità di osservare se stessi dentro al sogno, sapendo che è un sogno e che quanto si osserva anticipa gli accadimenti della tua vita. Un conto è sentirsi dentro un sogno e svolazzare come una farfallina, altra cosa è trovarsi di fronte a se stessi. Un'altra differenza tra specchio onirico e sogno lucido è che nel primo caso le immagini non sono mai sono eccitanti, ma accentuate in taluni aspetti, non c’è la meta-sensazione di sognare, ma di avere lo sguardo sul futuro, uno sguardo sull’orrido che potrebbe rimandare immagini gradevoli o terribili, ma mai eccitanti.. Un altro aspetto interessante dello specchio onirico è che non c’è lo specchio, ma una scena dove osservatore ed osservato sono uno di fronte all’altro. In questo contesto si va oltre alla realtà vissuta dal sognatore, non ha nulla a che vedere con le reali situazioni di vita, ma anticipano cose che devono ancora accadere. Scrive Carl Gustav Jung: chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine. Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stesso. Lo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente." Tratto da Wiki. Carl Gustav Jung insegna che se non si supera la prima prova non si potrà mai accedere a dimensioni di conoscenza superiori. Sagge parole, che mi portano ad affermare che per poter accedere all’esperienza dello specchio onirico, una persona deve aver già visto e riconosciuto se stesso con e senza le sue maschere, solo così avrà il privilegio di accedere a dimensioni di conoscenza precluse a molti.
|
|
Post n°293 pubblicato il 29 Marzo 2013 da fernanda.zanier
|
|
Riprendo alcune riflessioni sull’accudimento materno, soffermandomi stavolta sulle madri che nutrono invidia per le figlie. Questo è un argomento difficile da affrontare, perché pare impossibile che una madre possa allevare una figlia minandone continuamente la felicità e l’autostima, allo scopo di avere una rivalsa sulla propria madre. L’aggressività materna viene indirizzata verso la figlia, allo scopo (inconscio) di rafforzare il suo ruolo di comando all’interno della famiglia e ottenere un riscatto affettivo da calcolate trascuratezze materne passate. In pratica la madre calpesta la figlia per sentirsi riscattata. Si tratta di una madre scissa tra la sua ricerca di riconoscimento e il suo senso di colpa verso la figlia che vorrebbe distruggere. Donne che non hanno risolto il loro rapporto con le madri, dalle quali sono state freddamente strumentalizzate; una freddezza affettiva che poi le connota. Il substrato sociale è quello tipico delle famiglie matriarcali; spesso sono donne di bassa cultura, relegate a ruoli rigidi imposti dalle tradizioni culturali di provenienza, con un compagno passivo che talvolta presenta tratti d’irascibilità infantile, reattiva alla potenza materna. Su questo punto vorrei fare un inciso: spesso le madri “potenti” allevano figli con tratti passivi. Pertanto non è raro che il cerchio maschile si chiuda con la scelta di una moglie fredda e potente, così come lo era la madre. Le tradizioni contadine hanno da sempre fatto le veci di una carente apertura mentale. La regola si tramanda attraverso le generazioni e non si pone mai in discussione perché verificata empiricamente. La cultura contadina è fatta di riti che si ripetono, e come tale tratto questo argomento - un rito distruttivo che si ripete a livello trans-generazionale. L’attaccamento che si crea tra madre e figlia è di tipo ambivalente. A tal proposito invito gli interessati a leggersi le conseguenze che questo stile di attaccamento avrà sulla futura personalità del bimbo. Ma cosa succede alla figlia, quali sono le possibili reazioni e conseguenze? La figlia:
La figlia che riesce ad uscire da questo gioco perverso, riscattando se stessa, dovrà sopportare la consapevolezza di essere stata un'orfana di madre e spesso anche di padre.
|
|
Post n°291 pubblicato il 14 Febbraio 2013 da fernanda.zanier
|
|
Post n°290 pubblicato il 02 Febbraio 2013 da fernanda.zanier
|
|
Molti anni fa conobbi una giovane donna (la chiamerò Laura) che soffriva di attacchi di panico ed era da tempo in terapia presso uno psichiatra. Allora non sapevo molto di questo stare male ed ero curiosa di capire e di farmi raccontare come e perchè succedesse. Sul come fu esplicativa, sul perchè ovviamente no. Ricordo che mi incuriosi il suo strano modo di muoversi, di toccare le cose senza guardarle, quasi a casaccio e di come il tutto si svolgeva in una condizione di ansia perenne. Un giorno mi invitò a casa sua e mi presentò la sua famiglia. Aveva un fratello più grande che pare non soffrisse di alcun disagio, a parte una sorta di fissazione per l'aspetto delle persone, che dovevano essere attraenti per piacergli, in modo particolare le donne, del padre non ricordo molto, mentre la madre era cieca. Ora, non voglio azzardare che ci fosse una correlazione tra le due cose, ma ipotizzo la cecità della madre potessere essere sentita in età precoce come una inefficiente capacità di protezione. Gli eventi del mondo circostante erano inesplicabili ed assumevano forma ed identità solo quando accadevano. Avere la percezione di non poter controllare la realtà circostante è un primo fattore di rischio in grado di mantenere il sistema neurovegetativo in uno stato di allerta perenne, con una bassa soglia di attivazione. Basta un evento percepito come caotico per far si che il SNA si attivi, determinando i sintomi di paura, panico e senso di morte imminente, che poi è la dimensione cognitiva del non avere il controllo su nulla. La morte è un evento incontrollabile, inevitabile. Il segnale di pericolo attivato dal sistema nervoso autonomo è similare a quello provato quando ci troviamo di fronte ad un terremoto: è panico. Le reazioni che abbiamo appreso filogeneticamente per salvarci la vita sono due: fuga oppure attacco. Nel caso degli attacchi di panico pare non si attivi nessuno dei due, a parte il successivo evitamento della situazione scatenate che potrebbe essere letta come una risoluzione tardiva alla fuga. Del resto non si può attaccare cio che non si vede, ma che è dentro di noi ed assume aspetti somatici incontrollabili, ne si può scappare perchè il pericolo non visto ma percepito è tale che potrebbe essere ovunque. Allora non resta che rendere oggettivi i sintomi per controllare almeno quelli, con i farmaci.
|
|
Cari amici, considero concluso il lungo capitolo dedicato al comportamento borderline, sebbene ci sarebbero ancora aspetti da affrontare, tra i quali la scelta di iniziare un nuovo stile di vita per interrompere la ripetizione dei comportamenti border; questa modalità si può interrompere se non si forza le relazioni in modo tale da trovarsi a dover ripetere i copioni ben descritti nei precedenti e numerosi articoli del blog. Vorrei ora provare ad affrontare un nuovo argomento, che mi interessa molto, gli attacchi di panico. Ovviamente rimane sempre aperta la possibilità per discutere qualsiasi altro argomento. |
|
Riporto alcuni spunti su cui riflettere, se si vuole... alcuni pensieri nebulosi relativi ad un confronto esistenziale con un caro amico: ....sulla vita sicura, non è la mia questione, non mi fa paura l'incertezza, la vivo da sempre, mi fa paura il confronto tra la vita e la forza della morte. Credo tu abbia saggezza nel dire di significare in modo diverso, se da una parte la risposta è la liberazione da vincoli mentali pre-imposti, dall'altra il confronto con un tessuto relazionale che risponde in modo depressivo alla questione esistenziale, tramite stili di vita statici, ordinari e banali, per loro rassicuranti, la percezione di questa staticità mortifera mi deprime e mi aliena. In pratica respiro il paradosso, che mi pare pervasivo, in atto e mi tormento: la forza della morte è maggiore delle scelte statiche imposte dal nostro mondo. Il confronto non regge più e necessita di altre risposte e azioni. Anche la cultura in generale, o la filosofia, sono scelte statiche, ma l'arte come la psicologia le riscatta ponendo il dubbio della soggettività e quindi di una realtà multi sfaccettata. L'incertezza esistenziale quindi non è un male ma una risposta forte alla forza della morte; è di fatto un contro paradosso. Spero di essere stata abbastanza limpida e di averti dato qualche spunto di riflessione. |
|
“Ieri ho cancellato i suoi riferimenti per paura di cedere nell'errore di chiamarlo e non credo proprio che lui si farà vivo”. Mi sembra una frase così importante, questa scritta da Katia! Ci indica quanto grande sia il suo bisogno di affetto e relazione e allo stesso tempo quanto grande sia la sua paura. Ed è sulla paura che vorrei soffermarmi: se dovessi valutare l’atteggiamento di Katia in questo contesto di incertezza relazionale, quello che mi colpisce è il suo atteggiamento conflittuale, non tanto con l‘altro, quanto con il suo senso di valere e meritare amore, un conflitto risolvibile solo con la cancellazione dei riferimenti, per non incorrere nel rischio di essere riconfermata nella sua indegnità, perché l’altro non possa dirle di nuovo, tacitamente, “tu non vali”. Infatti, di fronte al mancato appuntamento, lei non riesce a decifrare le incertezze dell’altro e svaluta le sue debolezze, perché il messaggio che coglie è il non essere sessualmente attraente. Così quando lei dice - sono destinata a stare con chi non mi piace (sessualmente), perché quelli che mi piacciono mi deluderanno o faranno soffrire sempre - vediamo che le scelte amorose di Katia sono sempre rivolte a persone con un potere confermate molto alto, perché lui potrebbe scegliere tra molte altre. Pertanto la conferma primaria in questo caso non è nei contenuti di valore personale, morale o intellettuale, che Katia non riconosce a sé stessa ne all’altro, ma sull’essere scelta o no sessualmente, a fronte di altre fisicamente più attraenti. Se la bulimia è un comportamento compensatorio e autolesivo che si struttura nella prima infanzia, la delusione affettiva riattiva il conflitto paradossale (molto diverso dal tagliarsi), in quanto la giusta punizione per il suo sovrappeso. E tutto ricomincia da capo. La bulimia è un atto punitivo a priori, dovuto alla errata credenza di non valere, che come nelle fiabe, cesserà al bacio del bel principe. Ed è questo che Katia cerca.
|
|
Mai come in questo periodo la parola Stalking è diventata d’uso comune, ma forse pochi conoscono le gravi conseguenze che questo tipo di atteggiamento ha sulle vittime prescelte, quando non si arriva al delitto. Lo stalking è principalmente un comportamento intrusivo, controllante e reiterato nel tempo, rivolto ad una o più persone ritenute desiderabili ed inavvicinabili; lo scopo è limitarne la libertà ed al contempo soddisfare il desiderio di vicinanza e possesso; questo comportamento persecutorio viene spesso incluso nei sintomi tipici del disagio borderline, ne rappresenta il versante psicotico ed in quanto tale, non è facilmente dialogabile. Lo si può ascoltare, ma come il canto delle sirene tenderà ad innescare un forte coinvolgimento emotivo caratterizzato da rabbia, collera e senso di impotenza. Io non sono amabile - pensa lo stalker – ma se lo/la controllo, limitando le sue possibilità di scelta, forse allora la sua scelta potrei essere io. La durata del delirio e la reiteratezza dei comportamenti persecutori sono un indice della gravità del disagio. Lo stalker alterna comportamenti seduttivi e persecutori. Il rifiuto è il tema di vita di questa persona. Ha imparato da piccolo che per avere attenzioni dalla madre deve soddisfare i suoi desideri e per questo ne controlla con angoscia i comportamenti; da adulto, il copione del controllo con richiesta d’amore coercitiva, sarà innescato dal rifiuto da parte di una persona significativa. Sovente la scelta del partner ricade su persone con caratteristiche di personalità simili a quelle della madre. Lo stalker attua il controllo come strumento coercitivo per ottenere amore; allo scopo utilizza strategie manipolatorie quali la menzogna, la calunnia, la dissimulazione. Quando la vittima lo allontana, il copione infantile si rafforza, subentrando uno stato delirante (l’altro diviene i suo pensiero fisso) che lo renderà ancora più insistente e lamentoso, sino ad arrivare in taluni casi all’omicidio, per riscattarsi. Annientando l’altro uccide la madre odiata. Cosa fare: evitare da subito ogni contatto con la o le persone moleste, non aspettare cioè che i comportamenti persecutori divengano pressanti; rivolgersi da subito alle associazioni ed alle forze dell’ordine; creare una rete di protezione tra familiari, amici e conoscenti. Non isolarsi.
|
|
Quando capitano delle cose spiacevoli si parla di sfortuna, quando capitano disgrazie si parla di destino. Vorrei dimostrare che in entrambi i casi la matrice è la stessa e non si tratta di sfortuna ma di una concatenazione di eventi casuali e causali, che si esplicano nel breve termine portando all’evento. Ma cosa c’entra la preveggenza? La preveggenza è in grado di dimostrare che gli eventi che possono accadere sono legati ad azioni compiute in un arco temporale breve e archiviati in un sistema di memoria del futuro prossimo, al quale la qualità psichica della preveggenza riesce ad accedere per segnalare, tramite sogni e percezioni, l’ evento futuro. Dalle mie esperienze in merito, ritengo non sia possibile in alcun modo evitare l'accadimento degli eventi che ci coinvolgeranno nel bene o nel male e che non c’entri nulla la profezia che si auto avvera, per la quale l’evento temuto o desiderato, possa, attraverso le azioni, accadere. Negli episodi di preveggenza l'evento futuro può essere percepito a livello sensoriale tramite sogni ad occhi aperti, da sogni simbolici con persone, da brevi frasi che il sognatore dice, difficilmente comprensibili e solo dopo collocabili al contesto, tutti elementi in grado di segnalare l’avvicinarsi di una situazione dalla quale pare non ci sia alcuna possibilità di svincolo. Alcune cose accadranno che tu lo voglia o no. Quanto le nostre azioni determinano il nostro destino e quanto invece gli altri riescano con le loro ad intrecciarsi alle nostre? Non credo si possa fare una distinzione netta; le nostre vite sin dalla nascita sono strettamente intrecciate alle scelte degli altri e nostre. Per questo non è possibile controllare quello che poi chiameremo Destino. Il Destino sono le nostre scelte che si intrecciano con quelle di altri, determinando eventi incontrollabili, fortunati, routinari o disgraziati. Dal momento in cui nasco il mio destino dipenderebbe solo da me se mi isolassi totalmente da ogni interazione sociale e ambientale; cosa impossibile; se fossi in un isola deserta, ci potrebbe essere una formica a farmi inciampare. Quindi il nostro destino è in larga misura determinato dagli altri, dall’ambiente e dalla nostra volontà, in percentuale variabile. Potremmo forse controllare gli eventi selezionando le persone che frequentiamo, cioè circondandoci di persone positive ma non credo possa essere la soluzione, perchè andando a far visita all'amico caro, potrebbe accadere un incidente mortale con la moto regalata dai genitori per il compleanno, a causa della gioia di vivere, a causa di miliardi di variabili. Quando siamo su una strada, siamo in balia di tutti e e tre i fattori, di quello che poi chiamiamo destino, con il suo carico di distruttività, neutralità o positività. La preveggenza è una qualità intrinseca della psiche umana, che si esprime tramite la capacità di avere una breve memoria del futuro, tramite simboli ontogenetici e filogenetici. La preveggenza è una grande qualità umana, fenomeno ancora da comprendere e sviluppare, una risorsa in grado di permetterci forse un parziale controllo sul nostro destino.
|
|
Quando mi sveglio al mattino, lei è lì. La guardo e sorrido, affascinata dalla sua elegante completezza, dal suo incedere leggero. Mentre mi preparo, mi porge come di consueto il rimmel, il rossetto e vari inutili attrezzi; io la guardo e sbuffo. Potesse per una volta starsene seduta in soggiorno! Magari. Mentre fingo che tutto possa continuare. Quando ci incontrammo, tempo addietro, provai il terrore. Non la capivo. Lei mi raccontava con grande dolcezza che tutto finiva, mostrandomi una clessidra con granellini color fucsia. Affascinata dal colore, non vedevo lo scorrere della sabbia. Escogitai ogni sorta di stratagemma per dimenticarla, chiedendo alla giovinezza e bellezza di aiutarmi. Ma lei era entrata nei miei piccoli occhi e vi si nascose. Astuta. Poi, con pazienza, uscendo lentamente, mi mostrò l’inutilità delle vanità, delle paure, insegnando a vivere con passione mentre vedevo il nulla del tutto. |
|
Digitando questa domanda con Google, si ottiene una quantificazione del valore di un uomo sulla base dei soldi guadagnati. Buffo, ho pensato, sembrerebbe una domanda alla quale non sia possibile dare una risposta univoca, se non quantificandola in quantità di denaro posseduto. Quanto vale la vita di un uomo? Provate a pensare questo nel preciso momento in cui un extracomunitario annega in mare, mentre l’acqua gli entra nei polmoni e lui diviene consapevole che quasi certamente morirà. Mi chiedo perché i morti annegati della Costa Concordia hanno un diverso peso. Come se avessero più valore. Pensiamo allora ai tanti operai che si ammalano a causa del lavoro nelle fabbriche: cosa penseranno mentre sono all’ospedale con l’ago in vena e la chemio che goccia dopo goccia entra in corpo, se non che se la sono presa nel didietro da imprenditori per i quali il profitto valeva più della loro vita? Cosa avranno pensato gli operai della ThyssenKrupp mentre si sentivano bruciare vivi? La ricchezza economica pesa il valore di ogni singolo uomo e lo destina. Possiamo allora parlare di valore economico come misura del valore umano, considerandolo come principale parametro di valutazione del merito, a cui segue l’essere parte di una casta privilegiata, mentre in fondissimo metterei la fama per meriti intellettuali, con pochi eccelsi casi, dei quali il mondo si ricorda talvolta alla loro morte. Per poi dimenticarli di nuovo; a meno che le loro opere non siano continuamente ristampate o battute all’asta da Sotheby's per milioni di euri. E ci risiamo. Sì, parrebbe proprio che il valore di un uomo si pesi solo con il denaro posseduto o fatto guadagnare (non per nulla davanti davanti ai tribunali si è dovuto precisare che la legge è uguale per tutti). Se il denaro posseduto non fosse Il VALORE, la vera povertà o ricchezza di un uomo si misurerebbe dalla sua avidità (alla quale segue di conseguenza lo stato di indigenza e povertà di tanti). La povertà di mezzi nulla toglie alla dignità e valore intrinseco di ogni essere umano. Scommetto che tutti sono d’accordo su quest’ultimo punto. La domanda successiva è: quanti di noi tendono a trattare in modo diverso una persona risaputa povera di mezzi, rispetto a una ricca o potente? Questa differenza è la vera misura del nostro valore umano.
|
|
Ricevo e pubblico. Non lo sapevo di essere una Asperger, l’ho sempre sospettato. La consapevolezza e certezza è arrivata tardi. Vi voglio raccontare brevemente la mia vita: da piccola non parlavo molto, non reagivo agli stimoli ambientali, neanche su sollecitazione di mia madre che mi dava pizzicotti per vedere se piangevo. Lei non ha mai capito. Non piangevo mai, ma percepivo molto bene l’ambiente dove ero nata. Mi sentivo profondamente superiore nella capacità di cogliere e capire, rispetto agli adulti che mi circondavano. A volte mi isolavo completamente per mesi, dietro una presunta sordità. Mi dava fastidio il vento forte, i vestiti sulla pelle, in seguito anche la luce, quella tuttora, così come mi dà molto fastidio essere toccata, che qualcuno mi cammini dietro ed i rumori improvvisi. Sono sempre vissuta sola, anche se ero o sono in mezzo alla gente; posso passare intere giornate da sola e non accorgermi, non sento la mancanza delle persone, a volte vivo in un mondo interessante e pieno di stimoli, ma a volte sono triste e mi sento isolata. Ho difficoltà a seguire a lungo con attenzione le persone quando mi parlano, perché il mio pensiero va e comincia a pensare su un particolare che mi ha colpito nel loro discorso. Amo vestirmi preferibilmente solo con due colori, mescolati tra loro, a volte mi fisso con un cibo, anche se meno adesso; ho fatto periodi monocibo. Mi piaceva. Quando mi piace una persona mi fisso come se fosse un puzzle, mi fisso anche con la musica, se mi emoziona posso ascoltare lo stesso pezzo a lungo. Ho difficoltà a relazionarmi a lungo con i normali, mi annoio ma se mi emozionano poi ho bisogno di raccogliermi in spazi privati per pensare. Le emozioni mi scombussolano ma mi permettono nuovi pensieri. Marinella
|
|
In Italia, come in molte nazioni europee, il numero delle separazioni continua ad aumentare; sino ad un decennio fa le coppie entravano in crisi dopo molti anni di matrimonio, attualmente anche le giovani coppie richiedono la separazione, spesso dopo molti conflitti nei quali i capri espiatori sono sempre i figli. Non sono rari i casi di separazione di coppie sposate da meno di un anno. Se si indaga a fondo si individuano diverse variabili causali, tra le prime l’immaturità affettiva e relazionale di uno o entrambi i partner; un altro fattore incidente è spesso la problematicità di un figlio o la precarietà economica, oltre alla sempre presente difficoltà comunicativa. Il parametro che determina una scelta affettiva rispetto ad un'altra non è l’attrattiva sessuale; sebbene sia importante questa non gioca un ruolo fondamentale, molto più importante è la capacità del compagno/a di permettere un attaccamento sicuro, cioè basato sulla affidabilità e consapevolezza che a fronte di difficoltà l’altro sarà presente e sufficientemente supportivo. Prima di arrivare a questo, ci sono delle fasi che ogni coppia sperimenterà: dalla conoscenza iniziale caratterizzata da incertezza che l’altro/a possa o non essere tale, si arriva all’innamoramento nel quale prevale la ricerca e frequentazione continuativa dell’altro, sino ad arrivare ad uno stato di saturazione, nel quale la persona, ora consapevole di poter contare sull’altro, inizia ad esplorare con fiducia il mondo, sperimentandosi in nuove sfide e progetti. È questa la fase dell’amore, alla cui base sta la fiducia e la gratitudine verso l’altro. Cosa accade quando il rapporto non decolla e sfocia in una delusione? Riprendiamo il discorso sull’attaccamento: se una persona ha sperimentato nella sua vita solo rifiuti a fronte di richieste di supporto, partendo già dal rapporto materno o paterno, ogni nuovo rapporto sarà fonte di grande incertezza, dolore, frustrazione e stress, ai quali seguirà rabbia ed aggressività rivolta contro il/la partner; la persona non riuscirà cioè a passare attraverso la prima fase, quella dell’incertezza perchè tenderà ad anticipare l’altro come ennesima delusione, facendo in modo che l’altro/a si comporti in modo tale confermare i dubbi, attaccandolo/a, o svalutandolo/a a priori. Una persona che non ha mai sperimentato un attaccamento affettivo sicuro, avrà maggiori difficoltà relazionali in generale, con sviluppo reattivo di forme depressive, apatia, mancanza di iniziative, abbattimento morale e pensieri suicidari; tutti fattori in grado di incidere sullo sviluppo di future malattie tumorali e cardiache. Se dovessimo fare una statistica sulle cause di morte di persone con età inferiore ai 60 anni, troveremmo notevoli riscontri a quando scritto sopra: una persona priva di legami affettivi supportivi, avrà maggiori probabilità di sviluppare gravi malattie. Di fatto lo stile di attaccamento che si sviluppa nella prima infanzia è già un buon indicatore sia della probabilità che quella persona possa trovare facilmente un/una compagno adeguato che sulla durata della vita stessa.
|
|
Per capire le basi psicologiche di questo disturbo, bisogna accennare al funzionamento adattivo del nostro cervello, a fronte di stimoli dolorosi. Numerosi esperimenti condotti su topi, ai quali veniva somministrato ripetutamente uno shock elettrico che non potevano evitare, mise in evidenza negli animali la tendenza ad immobilizzarsi, associata ad una drastica riduzione fisiologica della loro sensibilità al dolore, quale unico modo per controllare l’evento. Si scoprì poi che l’analgesia era determinata dal rilascio fisiologico di beta-endorfine. In generale le endorfine sono sostanze chimiche prodotte dalla ghiandola pituitaria e dall'ipotalamo, dotate di poteri analgesici con proprietà biologiche simili a quelle della morfina e oppiacei, in grado di procurare euforia o sonnolenza sulla base della quantità rilasciata. Analogamente, s’ipotizza che l’assenza di emozioni esperite da bimbi, a seguito di maltrattamenti e violenze ripetute da parte della figura primaria di attaccamento, possa essere causata da un rilascio di endorfine, quale reazione fisiologica adattiva alla paura. Allo stesso modo questo potrebbe spiegare perchè alcune persone con un disturbo di tipo borderline o altro, possano attivare comportamenti autolesivi, come tagliarsi ripetutamente, allo scopo di ridurre lo stress. Un comportamento paragonabile alla strategia difensiva messa in atto dai topi, perché tramite il rilascio di beta endorfine si provoca una diminuzione della sensibilità al dolore. Nel caso del Repetitive Self-Harm, il rilascio di endorfine viene volutamente provocato tramite il taglio ogni volta che si crea uno stato tensivo insopportabile. Il dolore attiva la produzione di endorfine, le quali oltre a ridurre la soglia del dolore stesso, provocano rilassamento e ottundimento dello stato emotivo doloroso, tramite analgesia emotiva.
|
|
Come ricevuta, pubblico, con il consenso dell'autore/ice. Questi ultimi giorni non sono i migliori purtroppo. ..e mi accorgo che il mio stato d'animo va ancora di pari passo con quello che succede e con le relazioni in genere. Evitandole,la maggior parte delle ansie e tensioni o depressioni non ci sarebbero, ma non sarebbe la soluzione giusta..anche se ora apprezzo di più anche lo stare con me stessa..che non è affatto stare sola.. riesco a gestire il mio tempo e il mio lavoro in modo più proficuo e meno dispersivo..riesco a fare un progetto e portarlo avanti fino alla fine senza abbandonarlo per aver smesso di crederci o perché è mancata la fiducia nella mia possibilità di portare a termine delle cose…tengo agli affetti. tengo alle persone a cui voglio bene….e se, come ultimamente, mi trovo di fronte a delle scelte delicate per opinioni malevole che potrebbero mettere in serio pericolo relazioni e affetti importanti, cerco di capire..valutare..richiamare le tappe significative, gli aspetti indiscutibili e i punti fermi da cui non si può prescindere per l'affetto che lega le relazioni importanti, per dar credito a chi invece le vorrebbe screditate. impossibile, ora, cancellare con un click o con un arrivederci,,o senza neppure concedere un saluto..perché dall'altra parte ci sono persone e sono i miei affetti..persone e per di più, persone a cui voglio bene e che me ne vogliono. ecco io direi che la cosa che più di altre ha fatto la differenza, in questi anni, è il sentire l'altro come VERO, ESISTENTE , come me. prima era facile "cancellare" le persone e l'ho fatto tante volte senza che mi rimanesse nemmeno il ricordo o il minimo rimorso..sentendomi solo più leggera, come togliersi un cappotto pesante quando fa caldo…ora lo so che non è cattiveria e voler fare del male....è perchè non si sente niente e pensare che per l'altro non è nè bene nè male, quello che stai facendo
quello che vorrei che ancora cambiasse, è il riuscire a non farmi coinvolgere troppo dagli eventi o situazioni..invece ne vengo spesso inghiottita e devo fare molta fatica a riacquistare serenità
|
|
Non passa giorno senza che i media ci segnalino nuove chiusure aziendali per crisi, alle quali si accompagnano altri suicidi tra operai, imprenditori, commercianti. Lo scorso fine settimana guardavo assorta un documentario sulla 1a guerra mondiale, le immagini in bianco e nero mi passavano davanti veloci ed emotivamente lontane, mentre mostravano uomini che con aria quasi assente spostavano cannoni, marciavano compatti e sembravano morire senza battere ciglio. In nome della Patria. Mi venivano in mente le recenti manifestazioni dei tanti disoccupati che urlavano la loro paura chiedendo futuro, trovandole in alcuni aspetti simili. In entrambe enormi masse di persone erano in balia di eventi più grandi di loro, in una guerra politica/economica decisa a tavolino da pochi. Allo stesso modo, nella attuale guerra finanziaria contro l’euro, milioni di persone stanno perdendo il lavoro, che è fonte di vita, innescando un profondo senso di paura, alla quale non viene data alcuna risposta, se non proclami rassicuranti sulla solidità dell’euro. Governi che non sanno ancora contro chi o cosa stanno lottando, (ma se lo sapessero si guarderebbero bene dal dircelo) e non hanno ancora capito che noi consumatori siamo solo il mezzo attraverso il quale il denaro circola. Se si applicano tasse su tasse, per piallare i debiti delle euro nazioni, quale requisito fondante per la futura solidità di una moneta comune, beh siamo di fronte ad un paradosso: accentuando la mancata circolazione del denaro si innesca una spirale recessiva inarrestabile. Se si blocca il veicolo il sistema si ferma e poi crolla. Diversamente dei soldati che spostavano cannoni e marciavano incontro alla morte in nome di un ideale di patria, ora le persone si uccidono perché alla loro disperazione non sono state data risposte oggettive sulle cause. La soluzione sta nel giusto mezzo, come insegna Aristotele. Per uscire da questa follia bisogna cambiare la prospettiva, pensando ad un euro con due facce e non una sola ed assoluta, cioè riconoscendo anche la valenza monetaria di ogni euro nazione.
|
TAG
ALL RIGHTS RESERVED

This opera by fernanda zanier is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Based on a work at www.libero.it.
AREA PERSONALE
MENU
I MIEI LINK PREFERITI
ULTIMI COMMENTI
I MIEI BLOG AMICI
CERCA IN QUESTO BLOG
Mater omnium matris
Questo sito tratta argomenti legati alla psicologia e alla psicoterapia e in nessun modo costituisce o sostituisce una qualsiasi forma di terapia.
Tutto quanto inserito è a puro titolo informativo ed esemplificativo.






















Inviato da: fernanda
il 17/06/2013 alle 21:22
Inviato da: rew
il 17/06/2013 alle 12:57
Inviato da: fernanda
il 11/06/2013 alle 21:44
Inviato da: Luca
il 11/06/2013 alle 16:51
Inviato da: Gianna
il 10/06/2013 alle 22:26