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LA_FENICE_68
   
 
Creato da LA_FENICE_68 il 03/03/2011

FLOORCASTLES COLLEGE

Victorian Atmosphere...Contemporary Paintings by Giuliano Piancastelli

 

DRAGON MYTHOLOGY...

Post n°134 pubblicato il 22 Maggio 2012 da LA_FENICE_68
 

 

 DRAGON MYTHOLOGY

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 Le origini delle leggende sui draghi si perdono nelle nebbie del passato.

I draghi erano malvagi e distruttivi, con incredibili poteri sovrannaturali.
Considerati l’incarnazione del male, il loro apparire era presagio di sventura, distruzione e morte.
Il corpo era coperto di squame protettive, la maggior parte capaci di sputare fuoco e di volteggiare nel cielo grazie alle loro potenti ali.
Si narra che le loro ossa, così come il sangue, elevano proprietà curative.
Potevano passare molti secoli, prima che raggiungessero la piena maturità, infatti, la leggenda racconta che un uovo di drago impiegasse almeno un secolo prima di schiudersi e altre centinaia di anni per raggiungere il massimo sviluppo con la crescita sulla testa di lunghe corna. Grazie alla loro longevità queste creature  acquisivano una conoscenza e una saggezza che non aveva eguali, un’intelligenza superiore a quella dell’uomo. I draghi neri erano la reincarnazione del male astuto, serpeggiante, in contrapposizione con i draghi rossi che rappresentavano il male dirompente, la forza. Come nacque l’idea che i draghi fossero creature distruttive e simbolo del caos? Le prime leggende mesopotamiche raccontano di grandi mostri alati di color nero o blu profondo, i draghi della notte e degli abissi. Il primo drago nero di cui si ha notizia è Tamiat, un drago babilonese di sesso femminile che secondo la leggenda generò un esercito di suoi simili che popolarono il pianeta. Una volta cresciuti, in preda alla fame, divorarono tutto quanto trovarono sul loro cammino, sia animali sia esseri umani.
Eroi giungevano da molto lontano per liberare le terre da questo flagello, esempio ne è un villaggio a sud dell’attuale Danimarca che fu salvato da un eroe vichingo.

L’Europa fu popolata in maggioranza da draghi rossi, e da qui nacquero quasi tutte le leggende degli scontri titanici, molte città presero il nome dal drago che le aveva flagellate, infatti, la parola worm, verme-serpente, od orme, si trova in Worms Head, Great Ormes Head, Ormesleigh, Ormeskirk, Wormelow, Wormeslea. I draghi neri non amavano affrontare il nemico in duelli, volteggiando sui villaggi scatenavano incendi o carestie, per questo motivo scomparvero e cessarono di popolare le leggende, se non per il ricordo di grandi massacri, per la malvagità delle stragi e per la loro viltà nel rifuggire ogni scontro diretto. La maggior parte dei riferimenti storici e delle leggende sui draghi in Europa risalgono al periodo medioevale; simbolo di lotta, violenza e guerra la loro immagine era spesso l’effige che veniva usata come araldo nelle battaglie.   Nel Cristianesimo il drago rappresenta il Diavolo, molte le fonti storiche e i manoscritti che testimoniano la presenza de “la bestia per eccellenza”. Ad esempio nei Bestiari, troviamo descrizioni dettagliate sia sull’aspetto sia sulle abitudini dei draghi che solitamente usavano come tane delle grotte in cima a montagne o in territori difficilmente raggiungibili, da dove uscivano raramente e bastava un solo ruggito per far sì che tutti gli animali scappassero, nascondendosi nelle loro tante. L’estinzione dei draghi, secondo la tradizione occidentale risale proprio al Medioevo, dove cavalieri erranti, avventurieri in cerca di fama e gloria, cacciatori di draghi dedicavano la propria esistenza alla lotta contro questi animali.

 

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Celebre il racconto di San Giorgio, uccisore di draghi, di San Marcello vescovo di Parigi o di San Silvestro che libera Roma dal drago dall’alito velenoso o della leggenda di Santa Marta che sconfisse il drago Tarsasca. Si narra che nei tempi in cui Santa Marta evangelizzava la Provenza, un terribile drago, devastasse le fertili pianure della valle del Rodano, impedendo agli uomini di vivere tranquilli. Venuta a conoscenza del fatto, la Santa inseguì il drago nelle zone più remote dei boschi e lo domò cospargendolo di acqua benedetta segnandolo con il segno della croce. Il drago ormai mansueto lasciò che la sua coda fosse legata alla cintura della donna, che lo portò così nell’odierna città di Tarascona, che prese il nome proprio dal drago. La popolazione si vendicò del drago lapidandolo e da allora ogni anno, il 29 giugno, la Chiesa ricorda Santa Marta, mentre a Tarascona si tiene una solenne processione aperta da un fantoccio con le sembianze di un drago con le fauci spalancate, una ragazza vestita di bianco lo benedice, quindi il drago viene legato e sopraffatto.
Santo protettore dell’Inghilterra, ovviamente il più famoso uccisore di draghi fu San Giorgio.
Intorno al XII secolo, iniziò a circolare la leggenda secondo la quale San Giorgio, a Silene (in Libia), uccise un drago in procinto di divorare una principessa legata ad uno scoglio.
Il “Liber Notitiae Sanctorum Mediolanii” narra di un drago che imperversava da Erba fino in Valassina (Brianza.). Divorate tutte le pecore di Crevenna, i paesani iniziarono ad offrirgli come cibo, giovani del villaggio che erano estratti a sorte. Il caso volle che tra queste vittime sacrificali vi fosse anche la principessa Cleolinda di Morchiuso, che fu legata ad una pianta di sambuco come offerta per il Drago.
In suo soccorso giunse san Giorgio che per ammansire il drago, gettò tra le sue fauci, alcuni dolci ricoperti con i petali dei fiori del sambuco.
Il drago docilmente seguì San Giorgio. Giunti innanzi al castello il Santo lo decapitò con un sol colpo di spada e la testa dell’animale rotolò fino al Lago di Pusaino
Ancora oggi, il 24 aprile, festa di San Giorgio, è usanza preparare i “Pan meitt de San Giorg”, dei dolci con fiori essiccati di sambuco.

 

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Un’altra leggenda importante riguarda i paesi nordici.
Secoli fa, quando le terre del Nord erano dominate dagli eroi, una figura vestita di stracci avanzando lungo una spiaggia rocciosa della Scandinavia, cercava una via per poter risalire la scogliera sovrastante. Era uno schiavo fuggito dal suo padrone, un signore del regno dei Geat. Barcollando, ormai allo stremo delle forze, s’imbatté in un enorme tumulo di pietre probabilmente l’antica tomba di un re. Trovata l’entrata, penetrò nella tomba e innanzi ai suoi occhi apparve una camera ricolma d'ori, erano le ricchezze di una tribù del passato. Lo schiavo non credeva ai suoi occhi: braccialetti a forma di serpente, spille in filigrana d’argento, coppe in ceramica di Samo, amuleti del dio Thor, monete d’oro che riempivano l’intera caverna. Lo schiavo si gettò sul tesoro, ma un rumore gli gelò il sangue bloccando ogni suo movimento. Si volse e vide un drago, acquattato sulle zampe dai lunghi artigli, i fianchi poderosi luccicavano, le ali erano ripiegate su se stesse, l’enorme capo riposava sul pavimento della caverna. Lo schiavo, terrorizzato, prese una coppa d’oro e scappò dal tumulo. Il suo unico pensiero era di tornare dal suo padrone e farsi perdonare. Purtroppo lo schiavo aveva disturbato il sonno del guardiano del tesoro, decretando così la fine del suo popolo. Il drago, che tutto poteva vedere e sapere, al suo risveglio si accorse subito del furto.
Lentamente avanzò lungo lo stretto passaggio che conduceva fuori della sua tana, alla fioca luce della sera, osservò l’infinito alla ricerca delle tracce lasciate dall’uomo.
Appena lo vide con un grido ed un getto di fuoco, s’innalzò in volo verso il regno dei Geat. Le sue urla agghiaccianti fecero uscire gli abitanti fuori delle loro case, i volti terrorizzati levati al cielo, mentre il drago iniziava la sua danza di morte.
Volteggiando iniziò la sua discesa, sputando lingue di fuoco, incendio tutti i tetti delle case per poi scomparire. Quella notte, nel regno di Geat, i villaggi bruciarono come pire funerarie.
Nulla sfuggì alla forza distruttrice del drago.  Beowulf, re dei Geat, accompagnato dagli uomini migliori, brandì le sue armi e si recò al tumulo, deciso ad affrontare il drago. Soltanto un uomo parteciperà allo scontro, il nobile Wiglaf, il re e il drago si uccisero a vicenda. Nella mitologia norrena un'altra caratterista del drago è la sua capacità linguista che gli permette di parlare tutte le lingue. Caratteristica di cui si serve per mentire ed ingannare. Altra leggenda la troviamo nella saga dei Volsunghi dove Sigfrido uccide il drago Fafnir.
La concezione orientale del drago era molto diversa da quella occidentale. Erano considerate creature pacifiche e amiche dell’uomo.
Il Cina, il Drago, la Tartaruga, l’Unicorno e la Fenice rappresentavano i quattro spiriti benevoli. Secondo la tradizione cinese, quella dei draghi fu la più grande e gloriosa razza che popolò il mondo per millenni, diede origine alla vita e governò le forze della natura, nell'attesa che l’uomo fu pronto per questo compito. Vi sono inoltre molte leggende che narrano di valorosi eroi divenuti dragoni.
I draghi si dividevano in diverse categorie I Draghi celesti: erano a guardia del cielo ed erano gli unici ad avere 5 artigli per zampa;

 

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I Draghi spirituali: i più venerati in quanto guardiani del vento, delle nuvole e dell’acqua, e quindi da loro dipendeva il raccolto dei contadini; I Draghi terrestri: guardiani dei corsi d’acqua, ne regolavano il flusso vivendo nelle profondità dei fiumi; Draghi sotterranei: custodi di grandi ed immensi tesori e dispensatori di felicità eterna;  Draghi rossi e Draghi neri: creature violente e bellicose, che si scontravano continuamente nell’aria causando con la loro energia violente tempeste. Questi mostri alati sono esistiti davvero? Come si spiega la loro apparizione in tante leggende di diversi popoli, molto distanti tra loro ? Erano poi così crudeli o c'era un bisogno dell’uomo di credere in eroi buoni che sconfiggevano il male, qualsiasi sembianza potesse prendere? Molte fonti storiche parlano dei draghi, molto di più di altri avvenimenti ormai dati per veri.
Che siano antichi animali, esistiti per davvero e non solo nella paura umana?

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Il drago era il simbolo del male, perciò quale migliore arma contro di loro se non la Santità?

 
 
 

ANCIENT EGYPT...il cibo e la magia

Post n°132 pubblicato il 12 Maggio 2012 da LA_FENICE_68
 

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        STORIA

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Sir Robert Gray

STORIA

A TAVOLA, E LA MAGIA

NELL'ANTICO EGITTO

 

 

Gli antichi egiziani ritenevano che la vita continuasse dopo la morte e che l’anima avesse ancora bisogno di mangiare, di bere e di tutte le cose di cui godeva in vita; è grazie a questo importante concetto che noi siamo in grado di conoscere in modo abbastanza approfondito gli usi alimentari e le caratteristiche delle mense di questo antico popolo. Nei corredi funerari delle tombe egizie infatti non venivano deposti solo i beni personali del defunto, ma anche abbondanti cibi e bevande conservati in vari tipi di contenitori, che dovevano garantire al morto di che sopravvivere nell’aldilà; spesso questi cibi e contenitori sono arrivati intatti fino ai giorni nostri.

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Nelle tombe egizie troviamo inoltre alcune serie di oggetti con una funzione essenzialmente magica, che dovevano fornire da mangiare e da bere per l’eternità all’anima del defunto, poiché i cibi nel corredo funerario potevano esaurirsi o deperire: si tratta delle stele funerarie, con la formula magica dell’offerta e la raffigurazione del pasto funerario da parte del defunto e dei parenti; delle statuette di servitori in atto di produrre alimenti di vario tipo; delle tavole d’offerta con le raffigurazioni dei vari cibi. Notizie sulla produzione alimentare dell’antico Egitto ci vengono infine dalle numerose scene di vita quotidiana scolpite o dipinte sulle pareti delle tombe, che con grande ricchezza di particolari avevano lo scopo di ricreare magicamente la vita terrena del defunto e soprattutto la produzione di cibi e bevande per la sua sopravvivenza.

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Tramite dunque i reperti conservati nei corredi funerari e le scene presenti nelle tombe, si è potuto arrivare a conoscere sia i prodotti alimentari finiti, sia le caratteristiche della loro produzione e i procedimenti della loro conservazione e cottura.
Naturalmente i reperti dei corredi e le immagini delle tombe ci hanno tramandato le usanze alimentari di personaggi con buone possibilità economiche: l’abbondanza di disponibilità di cibo, che non tutti potevano permettersi, era ovviamente indice di ricchezza; anche nella statuaria egizia si può notare che l’adipe presente sul corpo di alcuni personaggi indica un alto livello sociale e grandi possibilità economiche. Ma l’antica saggezza egiziana non esitava ad ammonire contro gli stravizi e le esagerazioni della tavola! In alcuni papiri con “insegnamenti morali” si leggono infatti delle massime molto significative e anche molto attuali, come “Non ti abbuffare di cibo: chi lo fa avrà la vita abbreviata”, oppure “E’ gran lode dell’uomo saggio contenersi nel mangiare”, o infine “E’ meglio stentare dalla fame che morire d’indigestione”.

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Nell'antico Egitto la base dell'alimentazione erano pane e birra  e grandi rilevanza avevano vino e olio. Si praticavano caccia e pesca, ma erano gli orti anche di piccole dimensioni, diffusi sia presso le case dei contadini che nelle grandi ville dei ricchi dignitari, ad assicurare l'apporto proteico. Nei frutteti venivano coltivati cocomeri, meloni, fichi, palme da dattero, e fra il XVI e il X sec. a.C., a seguito dei contatti commerciali con il Mediterraneo orientale, arrivarono sulle tavale agiziane meli, melograni e olio. Si raccoglieva e apprezzava anche la frutta selvatica, come le giuggiole (simili alle ciliegie) e le noci di palma dum.
Negli orti abbondavano numerose varietà di verdure, tra cui cipolle, porri, aglio, sedano, cetrioli e soprattutto ceci, fave e lenticchie. Particolarmente coltivata era la lattuga, i cui cespi raggiungevano grandi dimensioni: forse per questo motivo la lattuga era sacra al dio Min, protettore della fecondità. Lessi o arrostiti erano gustati anche alcuni tipi di tuberi e rizomi.

 
 
 

LUCREZIA BORGIA...LA DAMA DEI VELENI

Post n°131 pubblicato il 25 Aprile 2012 da LA_FENICE_68
 

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          BIOGRAFIE

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Sir Alfred Rufford

BIOGRAFIE PERSONAGGI STORICI

 

 

LA DAMA DEI VELENI

Lucrezia Borgia

 

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Fu davvero così bella Lucrezia Borgia, come asseriva Pietro Bembo tanto da conservare un suo ricciolo d'oro tra le proprie carte?
Non si hanno dati precisi sulla sua nascita, il più attendibile la farebbe risalire al 18 aprile 1480 a Subiaco (in provincia di Roma), terzogenita di Rodrigo Borgia e Vannozza Cattanei, ebbe tre fratelli: Juan, Cesare e Jofrè.

Lucrezia viene educata nel convento di San Sisto e in seguito affidata alla cure della cugina del Papa, Adriana Mila.
A dodici anni viene fatta fidanzare, per procura, con Don Gaspare da Procida, un nobile spagnolo. Vincolo che sarà poi sciolto dal padre che la diede in moglie a Giovanni Sforza.

Il matrimonio, avvenuto nel 1493, non nasce sotto i migliori auspici. Nella primavera del 1494 la coppia, che vive a Roma, si trasferisce a Pesaro, non si sa se a causa di un'epidemia di peste o per paura dei francesi. Il Papa impone che la sua amante Giulia con la suocera si unisca alla coppia.

Tuttavia Giulia contravvenendo agli ordini papali raggiunge il marito Orsino e nonostante Alessandro VI la rimproveri aspramente, non fa convincere a tornare da lui.
Successivamente, dopo la pace tra i due amanti, saranno proprio i francesi a catturare le donne mentre rientrano a Roma e solo grazie alla mediazione degli Sforza e ad un cospicuo riscatto, Alessandro VI potrà riavere le sue donne.

Al Papa le nozze della figlia non sono più tanto convenienti, questo lo intuisce anche Giovanni che torna a Roma per reclamare la moglie. Tutto inutile. E capisce che non gli conviene mettersi contro i Borgia che potrebbero toglierlo di mezzo molto in fretta.
Cerca allora appoggio dallo zio Ludovico il Moro, a Milano, ma è tutto inutile ed iniziano gli scontri e le ingiurie. I Borgia accusano Giovanni di essere un marito solo di nome, quest'ultimo accusa Lucrezia di essere l'amante del padre e del fratello.

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I Borgia vogliono annullare il matrimonio, perché non consumato, Giovanni non cede. A Roma, intanto, si decide di far visitare Lucrezia che viene dichiarata virgo intacta. Il matrimonio viene annullato il 20 dicembre 1497, Lucrezia aveva 17 anni. Che motivo aveva il Papa per annullare il matrimonio, suscitando tanto clamore ed esponendo la figlia ai pettegolezzi ed al lubridio della folla? Comunque Lucrezia per riprendersi, si rifugia in convento, ma voci insistenti dicono che è un'altra la ragione.
Lucrezia deve partorire. Ma se il matrimonio non è stato consumato, se lei è stata dichiarata "virgo intacta" com'è possibile tutto ciò?
Si vocifera che il bambino sia di suo padre o di suo fratello Cesare Borgia, altri fanno svariati nomi. Non si ha nemmeno la prova che Lucrezia sia la vera madre, ma che il bambino sia figlio del Papa e della sua amante Giulia Farnese.
Il piccolo, battezzato Giovanni, passerà alla storia come "l'infante romano".

Il 15 giugno 1497 il duca di Gandia, Juan, fratello di Lucrezia, viene ripescato cadavere nel Tevere; subito i sospetti si addensano su Cesare Borgia che ha sempre ambito al posto di capitano delle truppe pontificie occupato da Juan. Alcuni invece affermano che Cesare abbia ucciso Juan, perché quest'ultimo era l'amante di Lucrezia e padre dell'infante romano.

Il 21 luglio 1498 Lucrezia si sposa nuovamente. Anche le nozze celebrate in Vaticano con Alfonso d'Aragona, duca di Risceglie, finiscono tragicamente.

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 Cesare Borgia, che era stato rifiutato da Carlotta d'Aragona, sposa Carlotta d'Albert di Navarra, re Luigi lo nomina duca di Valentinois in cambio dell'aiuto di Cesare a riconquistare il regno di Napoli.
Alfonso allarmato si rifugia dai suoi parenti, abbandonando Lucrezia che aspetta un bambino.
Sconvolgendo gli alti prelati, il Papa per risollevare il morale di Lucrezia, la nomina governatrice di Spoleto, dove svolgerà diligentemente il suo incarico.

Il 19 settembre 1489 Alfonso, dietro pressione del padre, raggiunge Lucrezia ed insieme tornano a Roma, dove nel mese di Novembre Lucrezia dà alla luce un maschietto che viene chiamato Rodrigo.
Il 15 luglio 1500 Alfonso viene ferito gravemente. Il colpevole è Cesare, motivo la gelosia nei confronti della sorella.

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Assistito dai migliori medici del Papa, nonostante le gravi ferite, con grande gioia di Lucrezia, Alfonso riuscirà a guarire.
Durante la degenza Lucrezia non ha mai abbandonato il suo sposo, tuttavia il 18 agosto dopo averla fatta allontanare con un pretesto, Michelotto da Corella, sicario di Cesare Borgia, uccide Alfonso proprio nelle stanze di Lucrezia. Interviene nuovamente il Papa a consolare la vedova nominandola governatrice di Nepi.

Intanto, mentre Lucrezia è lontana, il Papa pensa ad un nuovo matrimonio per lei in cerca di nuove alleanze e incarica Cesare di raggiungerla a Nepi per comunicarglielo. Il candidato è Alfonso d'Este di Ferrara. Forse per Lucrezia, a 21 anni, si può aprire una nuova vita lontana dalla sua famiglia.
Tuttavia gli Este non la pensano così: troppe sono le maldicenze su Lucrezia. Ma nonostante tutte le contrarietà il 30 dicembre 1501 la nozze vengono celebrate: Lucrezia riuscirà, se non proprio a farsi amare dal marito, almeno a farsi rispettare, anche se verrà tradita ripetutamente.

 

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Gli darà sette figli, tre dei quali moriranno subito dopo la nascita.
A Ferrara Lucrezia è finalmente serena, per quanto le sarà possibile continuerà a proteggere il fratello Cesare.
Lucrezia Borgia muore di setticemia a Ferrara, in seguito ad un parto, il 24 giugno 1519 a soli 29 anni.

 

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AMO LA NOTTE....

Post n°130 pubblicato il 22 Aprile 2012 da LA_FENICE_68
 
Tag: ARISA

Toronto sunset

 

 

 
 
 

MAGICHE ATMOSFERE....ADELE... MARGAUX....IL CASTELLO

Post n°129 pubblicato il 12 Aprile 2012 da LA_FENICE_68
 

 MAGICHE ATMOSFERE...

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 Set Fire To The Rain

animated rain

 

 

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PEACOCK......I PAVONI

Post n°128 pubblicato il 12 Aprile 2012 da LA_FENICE_68
 

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LA VANITA' DEL  PAVONE

I Pavoni (Pavo L.) appartengono ai Fasianidi e, tra i gallinacei, sono quelli di più grande valore.
Sono originari dall'India, dall'Indocina, dalle isole della Sonda, dal Ceylon, ecc., nelle cui foreste abitano tuttora allo stato selvatico.
Questi uccelli si caratterizzano per la grande lunghezza delle copritrici caudali, che: nelle femmine sono lunghe quanto le timoniere, mentre nei maschi le superano di oltre due terzi e sono ornate, terminalmente, da macchie ocellari. La coda è lunga e depressa ed è composta da venti penne.

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Sulla sommità del capo vi è una aigrette, cioè un ciuffo di poche penne rigide, erette e piuttosto lunghe.
Le femmine assumono l'abito dell'adulto nei primi mesi di vita. I maschi si differenziano dalle femmine già dopo la prima muta ed acquistano i tipici colori del piumaggio nel secondo anno di vita, mentre lo strascico caudale si sviluppa solo nel terzo anno.
Il Pavone fa la così detta "ruota", erigendo verticalmente il corpo, mentre particolari muscoli cutanei, inseriti alla base delle penne caudali, le allontanano l'un l'altra, per cui si aprono a ventaglio (Ghigi). Il ventaglio stesso, portandosi in avanti, vibra, producendo un rumore simile allo stormire delle fronde per forte vento.
Il Pavone fu importato in Italia dai Romani, che ne curarono assai l'allevamento per la sua bellezza estetica e per la pregevolezza delle sue carni. Solo successivamente, con l'importazione del tacchino ed il diffondersi dell'allevamento di quest'ultimo, il Pavone è stato mantenuto sopratutto a scopo ornamentale.

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IL Pavone comune detto anche Blu comune (Pavo cristatus L.) - È il più comunemente allevato per la bellezza e per la brillantezza del piumaggio del maschio. È la razza che più assomiglia a quella selvatica che abita tutta l'India, l'Assam e l'Isola di Ceylon.
Lo sviluppo dello strascico e la massima brillantezza del piumaggio, corrisponde alla stagione degli amori, dopo di che il maschio entra in muta, diventa un animale tranquillo, che cerca di ritirarsi in luoghi tranquilli, mentre le nuove penne vanno ricrescendo, sebbene con notevole lentezza.

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La cornacchia superba e il pavone
 
Esopo ci lasciò cotesto esempio
contro la compiacenza
di grandeggiare con i beni altrui
piuttosto di condurre l'esistenza
nella propria figura.
 
Una cornacchia tumida
di boria inconsistente
colse le penne cadute a un pavone
e se le pose in propria guarnitura;
poi, disprezzando le compagne, andava
in mezzo al gruppo dei pavoni belli.
Ma quelli, con beccate che spennacchiano,
discacciano la volatile impudente.
Come, da scorbacchiata,
piangendo, ritornava alle congeneri
fu ripudiata con severo biasimo.
E una di questa già da lei spregiate:
«Se fra nostre nidiate fossi stata
contenta - così disse -
se comportato avessi tua natura,
non saresti svergognata
né da noi ripudiata in tua sciagura».

 
 
 

THE DUCHESS

Post n°127 pubblicato il 25 Marzo 2012 da LA_FENICE_68
 

THE DUCHESS...

Più che una vita, quasi un romanzo.

La vita, gli amori e i compromessi

dell'antenata di Lady Diana Spencer.

La Duchessa Spencer che era chiamata “l’imperatrice della moda” grazie al suo buon gusto e alla creatività dei suoi vestiti e dei suoi cappelli modaioli, diventò famosa anche per la passione per il gioco e per il suo coinvolgimento politico.  La sua vita fu dominata dalla solitudine  e dalla sua abilità ad inserirsi in un mondo solo maschile, cioè quello della politica, arrivando persino a farsi amare dal popolo. Purtroppo, però, all’epoca non esisteva il divorzio e così Georgiana fu costretta a scegliere tra l’amore per i figli e quello per il conte Grey. 

 

Georgiana fu nota non solo per l'assetto del suo matrimonio, la sua bellezza e il suo stile, le sue campagne politiche, ma anche per il suo amore per il gioco. Quando morì era piena di debiti, benché la sua famiglia natale, gli Spencer, e la famiglia del marito, i Cavendish, fossero molto facoltose.

 

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Durante gli anni in cui fu immersa nella notorietà pubblica, Georgiana fu ritratta da Thomas Gainsborough e Joshua Reynolds. Il famoso dipinto di Gainsborough, che la ritrae con un largo cappello francese fu perduto per molti anni. Fu acquistato una decina di anni fa da Andrew Cavendish, XI Duca del Devonshire, e inserito nella collezione di Chatsworth House.

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Nella sua vita Georgiana viaggiò molto ed ebbe modo di diventare molto amica della regina Maria Antonietta di Francia e della sua dama di compagnia, la duchessa de Polignac. Quando la sovrana fu arrestata e in seguito decapitata, la Duchessa ne rimase profondamente colpita.

Un'altra donna famosa della stessa famiglia di Georgiana è stata Diana, Principessa del Galles (nata Lady Diana Spencer), discendente del fratello di Georgiana, il II conte Spencer.

 
 
 

ITALIAN CASTLES...CASTEL DEL MONTE

Post n°125 pubblicato il 15 Marzo 2012 da LA_FENICE_68
 

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     STORIA DELL'ARTE

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RETTORE

Lord Julian Floorcastles

STORIA DELL'ARTE

 

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CASTEL DEL MONTE

Un gioiello italiano

 

Questo maniero medievale costruito direttamente su un banco roccioso, sorge su un colle della Murgia Pugliese a 540m sul mare e a 18km dalla città di Andria, situato presso l’Abbazia Benedettina (oggi scomparsa) di Sancta Maria de Monte. Il castello fu fatto realizzare interamente da Federico II di Svevia tra il 1229 e il 1249 per farne un poggio di riposo e di caccia, in seguito divenne proprietà degli Angioini (1266-1443) che lo trasformarono in prigione per i discendenti di Federico II e in seguito degli Aragonesi (1443-1503) che si succedettero sul trono di Napoli.

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Castel del Monte è il gioiello più splendido tra i castelli federiciani tanto che lo stesso Federico II lo battezzò “Diadema Apuliae”, infatti fa pensare ad una corona turrita. Incerta è l’attribuzione di quest’opera a un preciso architetto, alcuni storici riconducono l’opera a Riccardo da Lentini, altri sostengono che fu lo stesso Federico II a ideare la costruzione. Pare, anche, che il castello fu costruito sulle rovine di una fortezza prima longobarda e poi normanna.

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Federico II nacque il 26 dicembre 1194 a Jesi, figlio di Enrico Hohenstaufen e di Costanza d’Altavilla ultima discendente della dinastia normanna. A quattro anni rimase orfano di entrambi i genitori ed ereditò sia l’impero sia il regno di Sicilia. La personalità di Federico fu fortemente condizionata nell’infanzia e nell’adolescenza dall’educazione ricevuta a Palermo, capitale del regno normanno, dove razze, religioni e culture diverse si erano intrecciate e avevano convissuto.

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Federico fu uomo di pace, di vasta cultura e intelligenza, amante della giustizia e della tolleranza tra i popoli. Molti studiosi hanno fantasticato sulla destinazione d’uso di questo castello pensando che fosse una struttura esoterica o astrologica, ma la presenza di bagni, di camini, il lusso delle rifiniture, la raffinatezza delle sculture, fa pensare a un uso residenziale del maniero, con funzioni polivalenti che servì, per la particolare ubicazione, da nodo fondamentale di comunicazione nella rete castellare federiciana. Per molti critici questo castello non ebbe funzione militare perché privo degli elementi tipici dell’architettura militare (fossato, caditoie e ponte levatoio).

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La pianta del castello è ottagonale, ai suoi otto spigoli si innestano torri della stessa forma.
Ogni lato esterno del castello misura 10,30 m (intervallo tra due torri) mentre quello delle torri misura 2,70 m. Il diametro di ogni torre è di 7,90 m. Il portale d’ingresso principale si apre sulla parete della struttura ottagonale orientata verso est, di fronte al punto in cui sorge il sole negli equinozi di primavera. L’ottagono che corrisponde al cortile interno ha lati che misurano tra 6,89-7,83 m. Il diametro del cortile interno è di 17,85 m. Il diametro dell’intero castello è di 56 m. Le torri sono alte 24 m e superano di poco l’altezza delle pareti del cortile interno di 20,50 m.

 

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Ogni parete del castello compresa tra due torri presenta 2 finestre non sempre in asse tra loro: una Monofora a tutto sesto in corrispondenza del piano inferiore (tranne che nei 2 lati opposti est ed ovest occupati dal portale principale e dall’ingresso di servizio) ed una Bifora al piano superiore (tranne nel lato nord dove c’è una Trifora) goticheggianti.

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Le torri del castello presentano numerose feritoie che danno luce alle scale a chiocciola interne ed ai sui vani. Alcune torri, inoltre, presentano cisterne per la raccolta di acque piovane in parte convogliate verso la cisterna al di sotto del cortile centrale, altre torri presentano bagni con spogliatoi. Sul lato ovest opposto all’ingresso principale si apre l’ingresso secondario del castello. Sul fronte principale del castello due rampe di scale salgono verso il portale principale nel quale esili pilastri con capitelli corinzi sorreggono un finto architrave. Un’intercapedine tra la parte esterna e interna del portale permetteva lo scorrimento di una saracinesca manovrata dalla soprastante “Sala del Trono”.

 

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L’insieme delle strutture architettoniche (paramenti murari) sono realizzate con pietra calcarea locale che cambia di colore, dal bianco al rosato, a seconda delle situazioni meteorologiche. Le finestre del piano superiore, le decorazioni delle sale ed alcuni arredi del castello sono realizzate in marmo bianco o leggermente venato. Le decorazioni delle sale al piano terra, le rifiniture di finestre e porte, il portale principale sono realizzati in Breccia Corallina (estratta dalle cave del Gargano) un conglomerato di calcare, terra rossa e argilla che aveva un effetto cromatico notevole. Tessere musive, piastrelle maiolicate, paste vitree decoravano le stanze e forse alcuni dipinti impreziosivano le pareti delle stanze al primo piano. 

 

Castel del Monte è un gioiello unico al mondo. Una magnifica corona per la nostra splendida italia.

 

 

 
 
 

LA LUNA....

Post n°124 pubblicato il 05 Marzo 2012 da LA_FENICE_68
 

 

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LA VERITA'!....

Post n°123 pubblicato il 02 Marzo 2012 da LA_FENICE_68
 

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PARENTI SERPENTI

Quanti sputi di veleno
ho ricevuto dai parenti,
sangue dello stesso sangue,
ma viscidi come serpenti.
E chi vi vuole?
E chi vi pensa?
E chi vi ascolta?
A me già basta la presenza
di chi davvero mi vuol bene.
Di
A. R. BAUDELAIRE
(Presa dal web)
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Quando ho letto casualmente questa poesia, mi sono
reso conto che il poeta affermava le stesse cose
che pensavo io. Così ho deciso di pubblicarla!
Penso che gli unici parenti che vale la pena frequentare
siano i genitori!...gli altri meno li si frequenta  e meglio è!
Dopo i genitori, per me le persone di cui mi posso fidare
veramente sono gli amici...ed io ho 2 veri amici che sono
sempre pronti ad aiutarmi, senza mai farmelo pesare.
Sempre disponibili nel cercare di alleviarmi le eventuali
difficoltà.
Non sono fortunato?....
Ovviamente, non meno importanti sono gli amici virtuali
che ho trovato sul web!
(^________________^)
....ma l'amore più sicero lo si riceve dagli animali....
d


 

 
 
 

THE VICTORIAN KITCHEN....

Post n°122 pubblicato il 25 Febbraio 2012 da LA_FENICE_68
 

 

LA CUCINA VITTORIANA

 

 

F

 

Zona fondamentale della casa, era spesso costruita sul retro ed era gigantesca, una stanza enorme dove stufe, camini e strumenti la facevano da padroni mentre il personale si affacendava su immensi tavoloni in legno.
La cucina era il regno delle donne e comprendeva alcune tra le particolarità della casa, ad esempio la ghiacciaia. Nei secoli passati, si sa, la conservazione degli alimenti era un problema non secondario e le soluzioni che i nostri avi inventarono o scoprirono furono sicuramente ingegnosissime, a cominciare dalla salatura, dall'avvolgimento in spezie, dal sotterrare il cibo, in particolare i vini (nelle cantine). Insomma, c'erano un'infinità di modi e ciascuno conferiva al cibo un gusto particolarissimo.
Già nel Settecento si era capito che le basse temperature congelavano il processo di decomposizione e si iniziarono a sfruttare le tecnologie per ottenere vantaggi da ciò anche a quote inferiori a quelle del Monte Bianco; così dalle montagne venivano trasportati a valle enormi cubi di ghiaccio e poi conservati al fresco in un luogo buio e riparato e insieme a loro venivano sistemati gli alimenti da conservare. La struttura di queste ghiacciaie non era molto diversa da quella di una libreria: tanti ripiani dove si intervallavano cubi di ghiaccio molto grossi (più lo sono e più lentamente si sciolgono) ad otri di carne, pesce, ecc.

J



La cucina stessa poi era un capolavoro di tecnica e di tecnologia. Nel Settecento la maggior parte delle pietanze delle grandi case era cucinata ancora sul camino nei grossi paioli e calderoni molto medievali ma nell'Ottocento, invece, le cose cambiano: le stufe, un'invenzione dell'Europa centro-occidentale (Germania, Olanda e Belgio) conquista sempre più campo nelle piccole abitazioni dove si rivela più comoda del camino, lì sopra si sistemano le pentole, si porta ad ebollizione l'acqua, si cucinano le minestre, si usano anche per scandare i mattoni del letto e come caloriferi, ruolo per cui erano molto efficaci, specialmente per la loro posizione centrale nella stanza, a differenza del caminetto che, invece, era sempre dislocato su una delle pareti e, quindi, parte del calore si disperdeva oltre il muro in un'altra camera o all'esterno (che spreco!).

 

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Sulla metà dell'Ottocento le cucine a stufa avevano soppiantato quasi del tutto i camini per cucinare, mentre alla fine del secolo fecero la loro comparsa le prime stufe a gas.

Altro indispensabile strumento era il lavandino: verso la fine del XIX secolo ce n'era uno in ogni cucina e dotato di acqua corrente, ma non era così prima, quando l'acqua arrivava dal pozzo e veniva fatta sgorgare tramite una pompa manuale.
L'avvento dell'acqua corrente fece sì che molti installassero lavandini, ma le tubature non arrivavano ovunque e la spesa era onerosa, quindi ci volle circa un secolo prima che la situazione cambiasse da come era stata fin dai tempi antichi, con ragazzi robusti che portavano l'acqua e ragazze che prelevavano dal pozzo.

f




La cucina generalmente era grande nelle magioni fuori Londra, le estates, come erano chiamate, autentiche piazze d'armi con un grosso tavolo al centro dove si preparavano le pietanze, tutt'attorno le pareti erano decorate dagli utensili appesi: teglie, pentole, scolapasta, casseruole, mattarelli, principalmente in rame o ottone. Eppoi la moltitudine di vasi e rami di erbe aromatiche lasciate ad essiccare conferivano quel tocco di rustico.
La cucina, a differenza di quelle moderne, era un luogo abbastanza sporco, il camino e la stufa sempre in funzione macchiavano irrimediabilmente di carbone le pareti chiare e conferivano all'ambiente quell'aria scura e opprimente, inoltre il cibo, l'odore di carne e di spezie erano forti e l'aria viziata dai sapori così violenti. Lavorare in cucina, si diceva, era come lavorare all'inferno, il che dovrebbe farci capire come fosse piacevole.

 

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Wonderful images of the world around us.

Post n°121 pubblicato il 19 Febbraio 2012 da LA_FENICE_68

 NATURA...

 
 
 

GIOVANNI PASCOLI...Il Naufrago

Post n°120 pubblicato il 18 Febbraio 2012 da LA_FENICE_68
 

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  LETTERATURA E POESIA

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SDDSD

Lady Sarah Stutfield

LETTERATURA - POESIA

 

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GIOVANNI PASCOLI

Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855.

Non era che un giovinetto quando il 10 agosto 1867 suo padre, amministratore di una tenuta agricola, fu ucciso con un colpo di fucile mentre tornava, sul calesse, a casa da una fiera.

Questo terribile evento lasciò un’ombra indelebile nel cuore del futuro poeta, che eternò la tragedia familiare in famose poesie come "Il 10 agosto" e "La cavalla storna".

Giovanni si ritrovò a dover pensare lui al mantenimento della famiglia.

Egli passò gan parte della sua infanzia nel collegio dei Cappuccini ad Urbino, luogo spesso presente, per le immagini, nelle sue poesie.

Il poeta continuò i suoi studi per poi iscriversi, nel 1873 alla facoltà di lettere all’Università di Bologna.

Lì ebbe maestri Giosuè Carducci, Francesco Acri e Giovanni Battista Gandino, i quali, con il loro alto magistero, contribuirono in maniera determinante alla formazione del poeta.

Superato un periodo difficile durante il quale fu sfiorato dall’idea di uccidersi, Pascoli si laureò nel 1882 e ottenne la cattedra di lettere classiche nel liceo di Matera dove fu trasferito in seguito, a Massa e a Livorno.

Nel 1891, il poeta pubblicò la sua prima raccolta di versi : Myricae.

 

 

Nel 1895 fu nominato professore di grammatica latina e greca all’università di Bologna.Nel 1897 si trasferì a Messina dove con i primi risparmi comprò una casa a Castelvecchio vicino Braga, nella quale passava i suoi periodi di vacanza con l’amata sorella Maria.

In seguito chiese il trasferimento all’università di Pisa.

Nel 1905 fu chiamato a sostituire Carducci alla cattedra di Bologna dove insegnò sette anni per poi spegnersi immaturamente.

Nel 1912 fu sepolto a Castelvecchio, ormai divenuto un sacrario.

Il poeta fissaintensamente tutto ciò che lo circonda, oggetti, fatti e tutto quello che sorge dal fondo del suo essere.

Ecco perché il soggetto di molte delle sue poesiesono paesaggi.

Il Pascoli per ricreare queste immagini con la sua fantasia, le ha come modernizzate, assimilandole a se e facendone originali creazioni poetiche.

Per visitare la sua casa e conoscere la sua arte e la sua vita, clicca sul link.....    http://www.fondazionepascoli.it/

 

 
 
 

UOMO DISPERATO...COURBET

Post n°119 pubblicato il 15 Febbraio 2012 da LA_FENICE_68
 
Tag: COURBET

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      STORIA DELL'ARTE

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DFFDF

RETTORE

Lord Julian Floorcastles

STORIA DELL'ARTE

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UOMO DISPERATO...

DI

COURBET ( Autoritratto )

 

.

Ornans, Francia, 1819 - La Tour-de-Peilz, Svizzera, 1877)

Figlio di ricchi contadini, Gustave Courbet nacque il 10 giugno 1819 a Ornans, una cittadina nella regione del Giura, nella Francia orientale. Ebbe i primi insegnamenti artistici nel Petit Séminaire di Ornana dove suo maestro di disegno fu Père Baud, un seguace del pittore neoclassico Antoine Jean Gros.

Nel 1937 Courbet partì per la vicina città universitaria di Besançon: i genitori desideravano che Gustave studiasse legge, ma egli si iscrisse subito all’Accademia, frequentando il corso di M. Flajoulot, un altro esponente del Classicismo.

Due anni dopo Courbet lasciò Besançon per Parigi che intorno alla metà del XIX secolo era diventata, oltre che la capitale europea dell’arte, il luogo di raccolta degli attivisti politici di tutte le tendenze.
Il suo soggiorno parigino ebbe un avvio tranquillo: Courbet frequentava l’atelier di M.Steuben, copiava i dipinti esposti al Louvre e consumava le sue energie nella ricerca del successo al Salon.

I primi tentativi di farsi accettare non furono molto fortunati. Tra il 1841 e il 1847 solo tre dei venticinque lavori da lui presentati passarono il vaglio della commissione esaminatrice.


Biografia di Gustave Courbet
Durante i primi dieci anni trascorsi nella capitale, non vendette quasi nulla, tanto da dover dipendere pressoché totalmente dalla famiglia. Nello stesso periodo Courbet conobbe Virginie Binet, della quale si sa ben poco, tranne che divenne la sua compagna e gli diede un figlio nel 1847. Nello stesso anno, finalmente, uno dei dipinti esposti al Salon attirò l’attenzione di un mercante olandese che invitò Courbet in Olanda e gli commissionò un ritratto.

Nel frattempo, a Parigi, Courbet cominciò a frequentare il poeta Charles Baudelaire, Pierre-Joseph Proudhon, Jules Champfleury e Max Buchon, cugino e amico d’infanzia di Courbet.
Il gruppo si riuniva alla Brasserie Andler nella quale venne coniato il termine Realismo per indicare non solo una poetica artistica e letteraria animata dall’intento di descrivere la vita quale effettivamente è, ma anche una filosofia legata alle istanze sociali del momento.

Nel febbraio del 1848 quella società fu scossa violentemente dallo scoppio dei tumulti per la strade di Parigi. Il re, Luigi Filippo, abdicò e un governo repubblicano provvisorio prese il potere. Courbet si schierò con l’insurrezione popolare, anche se prese poca parte alla lotta.

Biografia di Gustave Courbet
Nella difficile atmosfera politica del momento, il Salon rimase aperto, ma questa volta senza una commissione di ammissione e Courbet ebbe finalmente la soddisfazione di vedere dieci sue opere esposte.

Il nome di Courbet era ormai affermato e nel 1849 il suo grande dipinto "Dopo pranzo a Ornans" vinse una medaglia d’oro e venne acquistato dal governo. Quel premio ebbe una particolare importanza perché esonerò Courbet dalla procedura di ammissione ai successivi Salon. Gustave Coubet  godette per poco di questo privilegio, perché stava per esplodere la protesta contro il Movimento Realista.

Nel 1855 Courbet allestì una mostra personale proprio nei pressi di quella pubblica intitolata "Il padiglione del Realismo" che conteneva una grande scelta dei suoi lavori a partire dal 1840.

Questa personale sottolineava il distacco del pittore dalle influenze precedenti, sia nella vita artistica che personale: Virginie Binet lo aveva abbandonato, portando con sé il loro figlio.

Dopo il 1855 Courbet viaggiò moltissimo: a Francoforte fu trattato come una celebrità; a Etretat dipinse con il giovane Monet; tenne mostre in Germania, Belgio, Olanda e Inghilterra; fu insignito di varie decorazioni, le più importanti delle quali furono una medaglia d’oro da Leopoldo II del Belgio e la Croce al merito dell’Ordine di san Michele da Luigi II di Baviera, entrambe conferitegli nel 1869.

Nel 1870, alla vigilia della guerra franco-prussiana, gli fu offerta la Legion d’Onore: Courbet la rifiutò altezzosamente, in quanto la considerava un segno dell’interferenza dello Stato nell’Arte; questo gesto fece sì che, quando il governo cadde, Courbet fosse eletto presidente della Federazione degli Artisti Repubblicani.

Accettato come consigliere dell’Assemblea Nazionale, in seguito fu membro della Comune, responsabile della distruzione della Colonna di Place Vendôme, un monumento eretto durante l’Impero napoleonico a glorificazione delle vittorie di Bonaparte, così, quando la Comune cadde, fu arrestato e condannato a sei mesi di reclusione e ad un’ammenda di 500 franchi.
Biografia di Gustave Courbet
Nel maggio del 1873 il nuovo governo gli ingiunse di pagare la ricostruzione della Colonna Vendôme: il costo era proibitivo e Courbet fu costretto a fuggire dalla Francia, rifugiandosi in Svizzera, a La Tour-de-Peilz, rimanendo in contatto con i dissidenti francesi e continuando a dipingere.

Ammalatosi di idropisia, morì il 31 dicembre del 1877 e fu sepolto nel cimitero locale da dove, solo nel 1919, le sue ceneri furono traslate a Ornans.

 
 
 

UN CASTELLO ITALIANO....

Post n°118 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da LA_FENICE_68
 

 UN CASTELLO ITALIANO...

Misteri, torture, delitti e leggende, nel castello

che appartenne alla Marchesa Emilia Caetani Longhi.

IL CASTELLO DI FUMONE

H

LA MARCHESA

 

  
 
E

Eretto tra il IX ed il X secolo, il castello di Fumone (comune italiano di 2.220 abitanti della provincia di Frosinone, nel Lazio) è famoso non soltanto per essere stato la prigione di Celestino V, nonché il luogo della sua morte, ma anche per ospitare uno straordinario giardino pensile, che, con i suoi 800 m s. l. m., è il più alto d’Europa ed è da sempre conosciuto come “la terrazza della Ciociaria”. Il toponimo “Fumone” deriverebbe dal fatto che alla vista dei nemici, dal culmine di un’alta torre (oggi scomparsa) si levava un’enorme colonna di fumo: essa avviava un sistema di segnalazioni simili a catena, che coinvolgeva paesi limitrofi come Rocca di Cave, Castel San Pietro, Paliano, Lariano, Serrone e Castro dei Volsci, e che giungeva infine alle mura capitoline, avvertendo così la “città eterna” dell’imminente pericolo. Nella zona si diffuse il celebre detto: “Quando Fumone fuma tutta la campagna trema”.



Da sempre il Castello di Fumone è custode di segreti arcani e memorie drammatiche. Sede fin dall’XI secolo di una piccola prigione della Chiesa, la rocca nel Medioevo era tristemente nota per le condizioni disumane in cui versavano i detenuti e per le torture che vi si praticavano. Di solito essere condannato alla prigionia a Fumone equivaleva ad essere condannato alla morte più atroce. Losche immagini venivano tramandate di questo luogo dalle origini oscure: secondo alcuni studiosi, infatti, il toponimo “Fumone” non deriverebbe, come viceversa prima accennato, dalla colonna di fumo che si sprigionava dal maniero, bensì dalle nubi grigio-nere che una tradizione popolare vuole si addensassero misteriosamente e costantemente su di esso.
K

Ad ogni modo, la visita al castello pare confermare tali premesse non certo confortanti. Appena entrati nel castello, dopo un’iniziale breve ma ripida rampa di scale, il visitatore ha già la sensazione di essere fuori dal tempo. Le luci soffuse, il rosso delle pareti, il silenzio creano da subito un’atmosfera tetra e angosciante che sfocia nel primo ricordo tragico conservato all’interno dell’edificio: il “Pozzo delle Vergini”. In origine probabilmente situato all’aperto, questo pozzetto stretto e profondissimo è storicamente legato alla pratica dello Jus primae noctis, diffusa nel Medioevo: come è noto, sulla base di questo diritto, le donne appena spostate dovevano giacere la loro prima notte di nozze con il signore del posto; e, quel che più contava, dovevano giungervi vergini, pena la morte o qualche orripilante tortura. A Fumone il castigo previsto per le inadempienti era veramente perentorio: le povere disgraziate che erano scoperte “impure” dal loro aguzzino venivano immediatamente e senza pietà gettate nel suddetto pozzo, al fondo di cui – pare - svettassero lame affilate: nella nera cavità le loro urla risuonavano fortissime per poi svanire in una quiete demoniaca.



Nell’archivio del castello, tra importanti ed antichi documenti, riposa, un po’ defilata, in un angolo, una piccola credenza. Al suo interno è celato il ricordo di una vicenda tra le più spaventose del posto. La guida infatti inizia a raccontare la triste e macabra storia del “marchesino”, avvenuta nel XIX secolo. Ultimo fratello dopo sette sorelle, il piccolo Francesco Longhi, quale primo figlio maschio, avrebbe avuto in eredità tutti i beni di famiglia. La tradizione vuole che le perfide sorelle, invidiose e per nulla intenzionate a perdere le proprie ricchezze (magari finendo suore contro la propria volontà o spose di qualche uomo indesiderato) decisero quindi che l’odiato fratellino doveva perire. Lo uccisero giorno dopo giorno, in maniera torbida ed ambigua, senza lasciare tracce, mettendo cioè quotidianamente nella sua scodella minuscoli pezzetti di vetro. In breve tempo comparirono i primi dolori che divennero via via più atroci, sino a trasformarsi in una lenta e terrificante agonia: morì alla tenera età di cinque anni. La madre, allora, straziata dal dolore causato dalla perdita di quel figlio tanto atteso ed amato, ordinò, disperata e delirante, che le sue spoglie fossero “imbalsamate” con la cera e poste in una teca di cristallo, cosicché se ne potesse eternarne la memoria. E così è stato. Aperto lo sportello del mobiletto, l’impressionante salma viene offerta alla vista, allo stupore e al raccapriccio degli astanti, mentre i tanti quadretti che ritraggono lo sguardo triste del fanciullo sembrano osservarli. Tutt’ora non è chiaro il metodo usato per la mummificazione: il dottore morì subito dopo il lavoro in circostanze oscure.
J
 Secondo una leggenda nota agli abitanti di Fumone, il castello sarebbe infestato dal fantasma di Emilia Caetani Longhi: sembra che ogni notte ella, con passo inquieto e riecheggiante, si rechi a trovare il figlioletto, lo prenda in braccio ed inizi a dondolarlo tra nenie e lamenti. Ma pare che anche lo stesso “marchesino” non abbia abbandonato il castello, e che il suo spirito dispettoso si diletti a nascondere o spostare piccoli oggetti. Inoltre, come se non bastasse, saltuariamente dai sotterranei si udirebbero le urla e i gemiti degli spettri dei prigionieri dei sotterranei, la cui anima, dopo la tormentata esperienza terrena, non trovò mai riposo.


 

 
 
 

CHANEL N°5

Post n°117 pubblicato il 26 Gennaio 2012 da LA_FENICE_68
 

 

 CHANEL N°5

 

 

,

Quando la noia avvolge la mia mente come un manto nero, spesso mi ritrovo ad ammirare gli eleganti negozi del centro, ed ecco questa bottiglia..che sempre ha accompagnato la mia vita.

Ero bambino quando mia madre attraversando le stanze di Casa Piancastelli, le innondava con questo profumo.

.

Davanti agli specchi, allora come ora, mia madre si immergeva in quella nuvola profumata di Chanel, che innondava i suoi abiti dal sapore un po' retrò, le sue scarpe dai tacchi sempre troppo alti, e i suoi occhi truccati da diva del cinema muto col nero bistrato.

Mia madre....

unghie e labbra rosse...occhi bistrati e una nuvola di Chanel.

 
 
 

BIAGIO ANTONACCI....

Post n°115 pubblicato il 09 Gennaio 2012 da LA_FENICE_68
 

BIAGIO ANTONACCI.....

SOGNAMI.

NEBULOSE IMMAGINI,

PORTANO SECO VITE IMMAGINATE....

POCO PRIMA DI ESSER VISSUTE...

SENZA IL SOGNO CHE SAREBBE LA VITA?

SOLO UN TEMPO,

SENZA REALTA'!!!

Di

Per te che sai....Logicamente3ndi

 
 
 

CAPODANNO...Poesia di LOGICAMENTE3NDI

Post n°114 pubblicato il 05 Gennaio 2012 da LA_FENICE_68
 

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           POESIA

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SDDSD

Lady Sarah Stutfield

LETTERATURA - POESIA

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FFDFD

CAPODANNO

Nuovi minuti e nuove ore

ma il mondo è sempre quello....

gira nella sua ruota dorata

contaminato di pioggia

aprendo vie nuove

e arretrando su vecchi selciati....

e se mi fermo a pensare

mi ingoia

 nella sua inarrestabile corsa....

basterebbe arrestare la lancetta all'orologio

per vedere lontano....

Di

PER TE CHE SAI....LOGICAMENTE3NDI...


________________________________________

Se vuoi leggere le bellissime poesie di questa talentuosa poetessa

clicca sul link...  http://blog.libero.it/ribellemente

 
 
 

AUGURIIIIIII....

Post n°112 pubblicato il 31 Dicembre 2011 da LA_FENICE_68
 
Tag: 2012

AUGURI!!!!....

Tanta serenità ai visitatori di passaggio

e agli amici!...

Tanta dissenteria ai miei nemici!....

J.P.

 
 
 

CAPPELLA RAGAZZINI (Villa CORTE)...OLTRAGGIO AI MIEI ANTENATI.

Post n°111 pubblicato il 28 Dicembre 2011 da LA_FENICE_68
 

ALLA PAZZIA NON C'E' LIMITE!

CREDEVO CHE ALMENO I MORTI DOVESSERO ESSER LASCIATI IN PACE...MA MI SBAGLIAVO.

SONO MESI CHE QUANDO AFFIGGO I MANIFESTI IN MEMORIA DEI MIEI ANTENATI, MI VENGONO SEMPRE STRAPPATI. NON IMPORTA...CI PENSERA' LA POLIZIA DI FAENZA...OGGI FACCIO LA DENUNCIA.

E COSI' MI SONO DETTO...E' ORA DI RIAPRIRE IL MANICOMIO, E TORNARE AD INTERPRETARE LA TERRIBILE DIRETTRICE.

gggf

LA DIRETTRICE DI

MADHOUSE GATES

AH!..AH!..

DD

ECCO IL MIO MANICOMIO....

E QUESTO E' IL LINK PER ENTRARE...

http://blog.libero.it/MadHouseGates

Ovviamente il mio nuovo Manicomio lo dedico a quella che mi strappa sempre i manifesti...

è l'ospite d'onore!

J.P.

 
 
 
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Potrai ammirare le opere dello scultore Alessandro Lazzerini, raffiguranti gli antenati del pittore Giuliano Piancastelli, e i bellissimi interni in marmi artisticamente lavorati.

Un bellissimo esempio di arte funeraria del 1910

 

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