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G.attonero
   
 
Creato da G.attonero il 08/06/2007
Il mondo capitalista organizza la vita sul modello dello spettacolo… Non si tratta di elaborare lo spettacolo del rifiuto ma di rifiutare lo spettacolo

A nosotros nos quieren muertos
porque somos sus enemigos
y no les servimos para nada
porque no somos sus esclavos

Ci vogliono morti
perchè siamo i loro nemici
e non sanno che farsene di noi
perchè non siamo i loro schiavi

M.Soledad

 

 

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Scarica il dossier su Casa Pound realizzato dal Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli

 

Ah America se non avessi accettato caravelle ...

Dalle mondine ai call center

Banshee ... Le affascinanti leggende della Valsesia

Partigiani e Squatter uniti e ribelli … come la gramigna

 
A.M.P.Transiti 28 Ambulatorio Popolare

L’Ambulatorio Medico Popolare (AMP) è un’associazione legalmente riconosciuta, autogestita e autofinanziata che ha iniziato la sua attività in difesa del diritto alla salute nel giugno 1994. Trova sede in alcuni spazi della casa occupata in via dei Transiti 28 a Milano, ristrutturati ed attrezzati grazie ad una vasta campagna di sottoscrizione popolare.

In questi anni le attività dell’AMP (clicca qui per scaricare il video sulle attività dell'AMP) hanno affrontato diversi ambiti delle politiche sanitarie: dalla assistenza sanitaria di base gratuita per tutti, con un ambulatorio aperto due pomeriggi alla settimana, all’informazione e alla organizzazione di campagne di lotta sul diritto alla salute.

Le trasformazioni subite negli ultimi anni dal sistema sanitario hanno generato un servizio pubblico che, per far quadrare i conti, risponde alle logiche gestionali prima che alla domanda di salute. Si tratta di un sistema sanitario basato sul rapporto tra il numero di prestazioni effettuate e il profitto di chi le produce. In questo panorama non trovano spazio le politiche di prevenzione e di diritto alla salute e si assiste a un progressivo smantellamento delle strutture ospedaliere pubbliche e poliambulatoriali territoriali, alla riduzione significativa di servizi socio-assistenziali e all’affidamento di queste mansioni a strutture private. Vittima di tale politica sono anche i consultori, caratterizzati un tempo da una presenza territoriale capillare e, fino a pochi anni fa, dall’accesso completamente gratuito.

In questo contesto di impoverimento neoliberista l’Amp rimane un luogo dove praticare un’idea differente di diritto alla salute, coniugando un’attività concreta di intervento sanitario con una battaglia politica più generale di trasformazione sociale.

 

Il racconto dell'ultimo anno di vita di Julius Fucik, che lui definì reportage e testimonianza, dedicandoli ai compagni che gli sarebbero sopravvissuti, è stato scritto nel carcere praghese di Pancrak in mano agli occupanti tedeschi, fra quotidiane torture e con la certezza di una fine prossima e atroce. Il coraggio di alcuni carcerieri che fornirono carta e matite e consegnarono i fogli scritti in mani sicure, consentirono alla moglie, Gosta, anche lei detenuta, di raccoglierli, al ritorno dal campo di sterminio di Ravensbrück. Il loro autore, giornalista e scrittore, membro del comitato centrale del Partito comunista Ceco, era stato arrestato dai nazisti nell'aprile del 1942 e fucilato l'8 settembre del 1943.

 Il documento è scaricabile al link Julius Fucik Scritto sotto la forca (zip 780kb)

Netvibes portale web di aggregazione on-line di feed RSS

leggi ISKRA su Netvibes portale web di aggregazione _n-line di feed RSS

 

 

 

Anarchik, figura auto-ironica, nata a Milano (e Torino) alla metà degli anni Sessanta ha avuto un notevole successo d'immagine, negli ambienti libertari, dapprima come fumetto e poi come personaggio di volantini, T-shirt...soprattutto in Italia e negli anni Settanta ma anche in altri Paesi e sporadicamente fino ai nostri giorni. Questa è la sua veridica storia, scritta dal suo primo autore, responsabile del personaggio fino ai primi anni Settanta, sostituito poi da autori anonimi più o meno fedeli nell'immagine e nello spirito.

Clicca sull’immagine per leggere la storia

 

Valerio Verbano

   cox 18

 

 

 

FORUM COMUNISTA ANARCHICO INTERNAZIONALE

 

 

IMPRONTE

MEMORIA E LIBERTA'

Tactical Media Crew

 

 

 
 

12 maggio 1977: Giorgiana Masi

Post n°1385 pubblicato il 12 Maggio 2013 da G.attonero
 

Il 12 Maggio 1977, il colpo mortale dalla calibro 22, a soli 19 anni, Giorgiana lo ricevette dalle “Squadre speciali di polizia” sotto gli 

12 maggioordini della violenta e feroce repressione del ministro degli interni e capo della Gladio, Cossiga.

In quel giorno a Roma, il Partito Radicale organizzò una manifestazione in Piazza Navona, per celebrare il terzo anniversario della vittoria al referendum sul divorzio. Opponendosi al divieto imposto da Cossiga, di manifestare per chiunque non facesse parte della cerchia istituzionale, caldamente accolto dall’asse del “compromesso storico” DC-PCI;  i manifestanti si riversarono nelle piazze.

Quel lungo pomeriggio vide la resistenza alle numerose cariche, le molte barricate erette vicino Campo dei Fiori e il lancio di bombe incendiarie e colpi d’arma da fuoco tra i manifestanti e le forze dell’ordine, che quel giorno raggiunsero il numero di circa 5000 tra poliziotti in assetto antisommossa schierati a reprimere ed agenti in borghese infiltrati con pistole e spranghe.

L’omicidio di Stato si compì nei pressi di Ponte Garibaldi ,dove due grosse motociclette dei vigili urbani montate da tre vigili in divisa e un uomo in borghese, arrivarono sul lungotevere all'angolo con piazza Belli. Un vigile scese, impugnò la pistola e sparò ad altezza d'uomo, in direzione dei dimostranti in piazza Belli, dove Giorgiana venne raggiunta da un proiettile.

Le testimonianze sono concordi: i colpi vennero sparati da ponte Garibaldi, dove in quel momento, al centro, si trovavano carabinieri e poliziotti appoggiati ad una o due autoblindo. 

Queste le parole di Lelio Leone, a testimonianza dell’accaduto: Ho assistito personalmente al momento in cui Giorgiana cadeva. Siamo arrivati all’imbocco del ponte Garibaldi nel momento in cui la polizia arretrava verso Largo Arenula. Ci siamo spinti in avanti, fino alla metà del ponte, proprio al centro. La polizia intanto caricava alcuni compagni che scappavano nella direzione di Largo Argentina. Sul ponte non c’era nessuno. Saranno passati un paio di minuti e la polizia è tornata indietro, caricano un’altra volta nella nostra direzione. Ci si è fermati prima all’imbocco del ponte, dall’altra parte di Piazza Sonnino. Poi la polizia ha caricato una seconda volta… con le autoblindo. Correvano ed hanno sparato molto; pochi lacrimogeni e molti colpi di arma da fuoco. Insieme a me in quel momento c’erano una decina di altre persone. Gli altri compagni, all’altezza di largo Sonnino stavano formando delle barricate con delle auto. Abbiamo avuto difficoltà a scappare oltre queste barricate che dietro di noi i compagni avevano eretto. Lì c’erano mille compagni che scappavano. Assurdo dire che i colpi siano venuti dalla loro parte: io ero uno degli ultimi ed ho visto tutti con la schiena voltata. Sono stato colpito ad una gamba da un lacrimogeno, mi sono piegato e sono stato costretto a voltarmi. Ho visto tutto: una compagna, Giorgiana, correva ad un metro e mezzo da me. E’ cascata con la faccia a terra. Ha tentato di rialzarsi, a me sembrava inciampata. Poi l’abbiamo soccorsa e caricata su una Appia. L’abbiamo portata all’ospedale. Una cosa voglio sottolineare. Giorgiana era vicino a me, in un gruppo che scappava oltre le barricate che un migliaio di compagni avevano fatto più avanti. Radio Città Futura ha detto che è stata colpita al ventre: la cosa mi ha lasciato molto perplesso. I colpi venivano solo dalla parte dove c’era la polizia. Assieme alla polizia c’erano molti in borghese. Quelli in divisa erano sulle autoblindo, con le finestre aperte. Alla metà del ponte ci sono due rientranze in muratura: lì si sono appostati quelli in borghese, ed hanno sparato.”

Le indagini che seguirono la morte, videro l’avvocato Luca Boneschi battersi per la verità, ricavandone una denuncia per diffamazione dal giudice istruttore Claudio D'Angelo, che nel Maggio 1981 archiviò il caso.

Anni fa si tentò inu­tilmente di far ripartire il proces­so, consegnando un'istanza di riapertura dell'istruttoria, nella quale si puntava sulle molteplici testimo­nianze di chi aveva vi­sto le forze dell'ordine sparare ad altezza d'uomo su ponte Gari­baldi. Quel giorno in piazza c'erano quasi sessanta agenti senza divi­sa, molti di loro mai interrogati dalla magistratura, gli unici inter­rogati dissero all'unisono che erano arrivati a ponte Garibaldi a incidenti terminati.

Cossiga, in un'intervista del 25 gennaio 2007 dichiarò di essere una delle cinque persone a conoscenza del nome dell'assassino.

 Paradossalmente, l'unico im­putato della vicenda Masi è rima­sto proprio l'avvocato Boneschi. Fu denunciato da D'Angelo per­ aver accusato il medesimo di non avere fatto abba­stanza per pervenire alla verità.

Com'è accaduto e accade troppo spesso in Italia, non si è mai trovato il colpevole.

 

A Giorgiana :

“Se la rivoluzione di Ottobre fosse stata di Maggio,

se tu vivessi ancora,

se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio,

se la mia penna fosse un’arma vincente,

se la mia paura esplodesse nelle piazze,

coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,

se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza,

se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita nella nostra morte

almeno diventassero ghirlande nella lotta di noi tutte donne, se..

Non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita,,

ma la vita stessa, senza aggiungere altro.”

www.infoaut.org

 
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Una nuova occupazione

Post n°1383 pubblicato il 11 Maggio 2013 da G.attonero
 
Tag: Torino

Dopo gli sgomberi di martedì, da questa mattina all’alba c’è una nuova occupazione abitativa in città. In corso Principe Oddone 94/bis, in una zona in piena riqualificazione forzata, a pochi metri dal fantasma della vecchia Stazione Dora. Gli occupanti invitano tutti i solidali ad andare a trovarli. E mentre il leghista Ricca invoca, a tempi di record, lo sgombero immediato voi leggetevi invece il volantino con il quale gli occupanti si sono presentati al quartiere.


«Buongiorno,
siamo un gruppo di persone che ha deciso di occupare una nuova casa nel quartiere e perciò da ora in poi saremo i vostri nuovi vicini.
Siamo persone stanche di dover fare i soliti salti mortali per pagare un affitto ad un ricco proprietario, siamo stufi di veder ingrassare pochi individui alle spalle di molti.
Già da tempo in molti ci opponiamo agli sfratti delle case in questi quartieri dove abbiamo sempre vissuto e condiviso la nostra vita. Lottiamo perché non possiamo permettere ai padroni e alla polizia di sbatterci per strada a loro piacimento.
Perciò resistiamo agli sfratti e occupiamo posti vuoti lasciati all’abbandono. È inaccettabile rendersi conto di come questo quartiere così come l’intera città di Torino siano pieni di edifici lasciati deliberatamente vuoti dal Comune e dai proprietari e nello stesso momento la gente venga buttata in strada o obbligata a pagare affitti insostenibili.
In tali condizioni non pensiamo che sia dignitoso chiedere al Comune una casa o fare l’elemosina davanti alle istituzioni perché se ci sono delle case vuote bisogna semplicemente prenderle ed abitarle.
Nei giorni scorsi allo scopo di indebolire la lotta in atto nei quartieri, alcune case occupate abitate da sfrattati e da persone attive e solidali con chi resiste sono state sgomberate e poste sotto sequestro. Questo chiaramente non ci affligge; infatti di case ne occuperemo tante altre e continueremo a resistere nei luoghi dove viviamo come sempre.
Vorremmo farlo insieme a chi nel quartiere trascorre la propria quotidianità.
Chiunque fosse interessato a parlare, discutere o anche dare una mano è sinceramente e felicemente benvenuto.
Vi aspettiamo in Corso Principe Oddone 94-bis.
»

macerie @ Maggio 10, 2013

 
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Di fronte al dolore scappa l’impreco?

Post n°1382 pubblicato il 10 Maggio 2013 da G.attonero
 

Beh state facendo la cosa giusta, o la più rapida per lenire il malessere.

La fine nell’isolamento
Fuggire o resistere? Quando l'alternativa si presenta davanti ai nostri occhi nella totale indifferenza dei molti, vuol dire che la misura è smisurata, che il vaso ha tracimato, che la paura abita le nostre contrade è visibile persino dalla cima della torre d'avorio.
I migranti muoiono senza un rantolo per mano delle armi Made in USA, in Russia, in Italy o in Svizzera o … ma anche negli aranceti.

Sparate vigliacchi!
Goccia a goccia la Vostra “libera” economia di mercato spreme la nostra essenza. Dal valore di scambio, allo sfruttamento del tieni la testa bassa o ti butto fuori non c’è alternativa. Noi non abbiamo l'exit strategy come i vostri rampolli della Bocconi che emigrano sulle ali della ricchezza di una poderosa rete di relazioni intessute tra i corridoi del palazzo. È  il vicolo cieco invece davanti alle migliaia di lavoratori precari, trentenni e quarantenni, che hanno iniziato a costruire il proprio progetto di vita in questa Italia decadente, priva di qualsiasi strategia di sviluppo o idea di futuro.

Caccia al sovversivo

Noi siamo quelli che si sono alzati sempre presto la mattina per fare i coglioni nei vostri centri produzione, per comprarci le stesse merci che per voi produciamo. Il capitalismo ci ha reso merce comprando il nostro lavoro, facendo delle nostre esistenze una vita che ha valore solo se si ha reddito, solo se per voi si lavora. Così quando il nostro lavoro non vi serve più perché i profitti si fanno altrove o in un altro modo, ce lo togliete e con questo sapete di levare valore alla nostra vita. Perché se non siamo più merce umana non valiamo più niente. Noi siamo quelli della fabbrica deserta, del 270bis, abbiamo annaspato nella melma e alcune volte, ci siamo ripresi la merce che ci negate. Noi siamo quelli che si riappropriamo degli spazi negati che poi voi chiudete per trasformarli in lande psicotiche del capitalismo.

Il senso di una presenza
Le coalizioni proletarie per la difesa e l'offesa contro i poteri mutano, si trasformano o soccombono, ma saranno sempre li ad aspettarvi al varco quando meno ve lo aspettate. Non conta quanti siamo ma quanti saremo, quanto la rivolta individuale è apprezzabile perché scaturisce dal convincimento che questo mondo non ci appartiene ed solo un ostacolo al nostro futuro.

Baldi e Coatti
Canteremo l’insurrezione dell'anima consumata. La notte, il sogno e la visione. Tutto ciò che sublima le nostre anime ad un altro non ordine superiore di conoscenza. Noi siamo quelli che camminano da soli per strada, quelli sospesi tra l'illusione del mondo e l'inganno del mondo reale. Scorriamo i sentieri e navighiamo nell'oceano della disinformazione. Siamo quelli che sostano all'ombra degli alberi, in ascolto del loro respiro avvolgente. E quando dormiamo, esploriamo le Terre del Sogno. …

In ricordo di Evardo M. militante del movimento trovato esanime nei pressi del casolare in cui viveva da diverse generazioni depredato dalle banche.  Era un tempo in cui la speculazione aveva già deciso  che la terra non era più redditizia coltivarla e il tessile era andato a produrre altrove … ciao Evardo

 

 
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Per un Primo Maggio di solidarietà e lotta

Post n°1381 pubblicato il 01 Maggio 2013 da G.attonero
 

Torino. Spezzone rosso e nero al corteo del Primo Maggio, aperto dallo striscione “Azione diretta autogestione”.
Appuntamento alle 8,30 in piazza Vittorio quasi all’angolo con via Po.

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anarresinfo.noblogs.org

La crisi morde sempre più forte, specie nelle nostre periferie, dove solo le pratiche di autogestione, riappropriazione e solidarietà pongono un argine alla guerra contro i poveri che i governi di centro sinistra e quelli di centro destra hanno promosso negli ultimi vent’anni.
La nascita dell’esecutivo guidato da Enrico Letta è l’ultima tappa di un lungo processo di ridefinizione dei partiti istituzionali intorno a blocchi di interessi, che, alla bisogna, possono trovare spazio per una convergenza.
L’affermarsi di una democrazia autoritaria è il necessario corollario a politiche di demolizione di ogni forma di tutela sociale, all’origine della situazione odierna delle classi oppresse. Se i meccanismi violenti della governance mondiale impongono di radere al suolo ogni copertura economica e normativa per chi lavora, la parola passa al manganello, alla polizia, alla magistratura. Se la guerra è l’orizzonte normale per le truppe dei mercenari tricolori presenti in armi in Afganistan come in Val Susa, la repressione verso chi si ribella non può che incrudirsi.
Le esperienze più interessanti di questi anni sono quelle che hanno saputo coniugare autogestione e conflitto, individuando nell’esodo conflittuale un modo per costruire lottando e lottare costruendo. In una tensione che non si allenta, ogni TAZ, ogni zona liberata, è una base per incursioni all’esterno. Parimenti ogni momento di conflitto riesce ad oltrepassare la mera dimensione resistenziale quando si innesta in pratiche di riappropriazione diretta di spazi politici e sociali.
La crisi della politica di Palazzo ci offre una possibilità inedita di sperimentazione sociale di forme di autogoverno territoriale che si emancipi dai percorsi istituzionali.
Gli esiti delle recenti elezioni hanno dimostrato la plasticità di una classe poltica che ha saputo uscire dall’impasse dei numeri, mettendo nell’angolo le opposizioni.
Un’ulteriore dimostrazione che chi vuole aprire il parlamento come un scatola di sardine lo può fare meglio standosene fuori, che prendendo posto accanto agli altri pesci sott’olio.

In questo Primo Maggio c’é chi è obbligato a lavorare per contratto, in questo primo maggio ci sono case vuote e gente in strada, in questo primo maggio c’è chi lavora troppo per molto poco e chi non lavora affatto, in questo primo maggio truppe tricolori uccidono e occupano in Afganistan.
In questo primo maggio c’è chi ricorda le lotte durissime degli operai di Chicago che nel lontano 1886 lottavano per le otto ore.
Cinque di loro vennero impiccati per stroncare quella lotta. Ma i padroni e i governanti dovettero pentirsene, perché la loro morte accese fuochi in ogni dove. Quei fuochi ardono ancora.

Per saperne di più ascolta l’approfondimento fatto da anarres con Claudio Venza

 
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Per un 1°maggio (e una primavera) di lotta

Post n°1380 pubblicato il 01 Maggio 2013 da G.attonero
 

 

I VOSTRI SPRECHI, I VOSTRI PRIVILEGI, I VOSTRI PROFITTI HANNO COSTRUITO LA NOSTRA POVERTÀ (*)

www.infoaut.org

Chi comanda  ha scelto la via della restaurazione. La svolta è avvenuta in una settimana, rieletto Napolitano si è dato il via al governo Pd-Pdl  presieduto da Letta. Napolitano aveva già voluto il governo Monti, col sostegno di Berlusconi e del Pd. Un governo che ha prodotto più disoccupazione e centinai di migliaia di lavoratori esodati; ha ridotto le pensioni della povera gente, aumentato le tasse, fatto crescere i costi di benzina, luce, gas, acqua e dei generi di prima necessità. I loro provvedimenti economici non hanno fatto uscire il paese dalla crisi ma costi della crisi li hanno fatti pagare a noi con un forte peggioramento delle condizioni di vita e con la crescita smisurata della precarietà. Oggi per milioni di italiani il salario è precario, il posto di lavoro è precario, i servizi sociali sono precari, la sanità è precaria; la scuola è precaria, la casa è precaria, la possibilità di andare in pensione è precaria. Non sappiamo cosa ci toglieranno domani, ma siamo certi che ci toglieranno qualcosa, che ci chiederanno altri sacrifici.

Le istituzioni sono sempre più separate dal paese reale e i politici, che si considerano i padroni delle istituzioni, gestiscono il potere contro i cittadini. Hanno fatto una campagna elettorale sostenendo solo falsità, promettendo cose che sanno di non poter mantenere. Tutti i partiti che hanno sostenuto Monti hanno perso milioni di voti, più della metà degli italiani ha espresso un voto di protesta o non è andata a votare. Hanno paura che tutto salti ma non sono disposti a introdurre alcun cambiamento, e soprattutto non sono disposti a rinunciare al potere. Nessuno sa cosa fare per uscire dalla crisi, ma tutti vogliono far stare in piedi questo sistema che è marcio, basato su grandi sprechi,  privilegi intoccabili e ingenti profitti per pochi. È un sistema che si regge sugli intrecci degli interessi di lobby: della finanza, delle professioni, della burocrazia pubblica, dei baroni universitari, dei costruttori edili e di grandi opere, degli assicuratori, dei giornalisti,  dei sindacati, dei politici. Il sistema dei partiti è come una piovra: estende i suoi tentacoli ovunque ci siano interessi, soldi, potere da esercitare. I politici sono infatti gli unici che non rimangono mai disoccupati.

Napolitano ha parlato chiaro, se i partiti vogliono sopravvivere devono rassicurare l’Europa, i banchieri europei, le grandi multinazionali europee, i capitali finanziari globalizzati. Dunque il governo Letta dovrà continuare e completare quello che ha incominciato Monti: far pagare i costi della crisi a milioni di donne, giovani, lavoratori e pensionati. Berlusconi e Letta mettendosi insieme hanno voluto dirci che i loro interessi sono gli stessi, che finita la campagna elettorale la politica che conta è la loro, perché loro  comandano e sostengono gli interessi dei poteri forti. I soldi pubblici dovranno continuare ad andare al sistema televisivo, ai giornali,  alle banche, alle assicurazioni, alla Tav, a chi distrugge il territorio, a chi privatizza, ai baroni dell’ università, della sanità, ai sindacati e così via.

Ora tutti parlano delle imprese che chiudono, dell’occupazione che diminuisce, del lavoro che non c’è, dei giovani che non hanno futuro. Ma noi ci domandiamo cosa ha fatto il sindacato negli ultimi dieci anni, cosa hanno fatto i partiti del centro sinistra? Quanti sindacalisti, quanti “compagni” si sono preoccupati più dei loro destini personali, si sono affrettati ad andarsi a sedere su qualche comoda poltrona del Parlamento, degli enti locali, dei consigli d’amministrazione delle partecipate.

Chi è rimasto  nel territorio, nella città, a costruire partecipazione sociale e politica? Pochi o nessuno.

L’accentuarsi della crisi ci dice il lavoro oggi è sempre più precario, a volte non corrisponde neanche alla certezza di un salario, per molti è solo uno strumento di ricatto, subordinazione e sfruttamento. Se oggi per molti la retribuzione non arriva a mille euro, che senso ha accettare ulteriori sacrifici?

Oggi gli interessi sono più che mai  contrapposti. Le condizioni di vita si possono cambiare solo con il rifiuto, la contrapposizione, il conflitto. Bisogna  rivendicare collettivamente il cambiamento dei rapporti di forza, costruendo atti e comportamenti concreti per riprendere con la lotta collettiva quello che ci spetta. La contrapposizione collettiva costruita per ottenere le  cose concrete che ci abbisognano per vivere può diventare un arma importante per cambiare e modificare i rapporti di forza.

Così oggi è importante intendersi quando si parla di reddito di cittadinanza: non può essere un elemosina per acquietare; deve necessariamente diventare pratica di riapropriazione, multiforme, diversificata ma concreta. Impedire gli sfratti, occupare le case, impedire che chiudano gli ospedali; che restino accessibili i costi dei farmaci e delle cure, che non ci facciano pagare 400 il posto di un bambino all’ asilo; non accettare che gli universitari debbano pagare le tasse, le mense o i testi scolastici per poi avere un diploma o una laurea che attesti l’impossibilità di essere occupati... Tutto questo è reddito sociale. L’intensità delle lotte e dei comportamenti ne sancisce la legittimità, la quantità e la qualità.

I privilegi sono per pochi i diritti sono e devono diventare per tutti e tutte!

 

(*) Testo dell'editoriale che verrà distribuito in piazza il 1 maggio dal Network Antagonista Torinese

 

 
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Gli spari sopra sono per voi

Post n°1379 pubblicato il 01 Maggio 2013 da G.attonero

 

Se Luigi Preiti si fosse suicidato, impiccandosi nella cantina di casa dei suoi (casa sua non l'aveva neanche più), sarebbe stato semplicemente un numero in più in una statistica che tende settimana dopo settimana ad aumentare: quella dei disperati che consegnano al gesto ultimo l'impossibilità di procacciarsi un reddito con cui campare, stretti tra un senso di fallimento personale e l'anomia di una solitudine prodotta da una vita tutta dedicata al lavoro, mentre gli affetti sfuggono via e non si capisce più per cosa esattamente ci si dimena tanto.

Se si fosse immolato con la benzina e dato fuoco magari in quella stessa piazza dove ha scaricato il caricatore della sua pistola avrebbe forse suscitato un gran clamore e per 1 giorno e 1/2 si sarebbe parlato di lui: media e politici avrebbero proferito melense e ipocrite parole di cordoglio per un uomo "disperato", invitando gli italiani a stringersi nel cordoglio, avrebbero forse addirittura accennato a qualche necessità di autocritica e di ripensamento, auto-invitandosi a condotte più sobrie per dare l'esempio mentre gli italiani e le italiane stringono la cinghia. (Le condizioni soggettive italiane non ci possono ancora fare sperare in una reazione "alla tunisina").

Ma Luigi Preiti non ha optato per nessuna di queste alternative e prima di metter fine alla sua vita (se è vero che questo sarebbe stato l'epilogo - come ci informano i siti mainstream) intendeva tirare giù qualche Ministro... per sfogare tutta la sua rabbia, per dare un senso a un gesto tanto disperato,  dare un messaggio ultimo a tanti italiani che sono nelle sue stesse condizioni. Si possono fare tutte le considerazioni politiche che si vogliono sulla  inadeguatezza e erroneità di quel gesto ma, umanamente, è difficile non dirsi in qualche modo vicini a Luigi. Un qualunque sondaggio onesto proverebbe che percentuali imbarazzanti testimonierebbero un moto di simpatia e compassione per quell'uomo. E forse vale la pena cominciare a dire a gran voce che quest'uomo non dovrebbe stare in carcere (come non ci dovrebbe stare nessuno, certamente non quel 90% e oltre in gabbia per reati contro la proprietà, l'immigrazione clandestina o il consumo di sostanze stupefacenti).

Di una cosa possiamo davvero essere contenti: che Luigi Preiti non sia riuscito ad ammazzarsi e, così facendo, ha dato un nome alla propria rabbia: "volevo uccidere i politici" avrebbe detto ai Carabinieri che lo hanno immobilizzato dopo la sparatoria. Un po' difficile farlo passare per uno "squilibrato", vero Repubblica, Corriere, Stampa, Rai, Mediaset ...? Si è allora passati alla descrizione lombrosiana: "un calabrese"... che però non aveva rapporti con la 'ndrangheta (quando mai la 'ndrangheta ha mai pensato e mai penserà di colpire le istituzioni centrali, si accontenta di mangiare attraverso quelle periferiche!). Un "poveretto rovinatosi col video-poker"... peccato che il video-poker sia oggi una devastazione sociale di massa per i proletari, come lo è stata l'eroina negli anni '80 (e non è detto che anche quella merda non tornerà, basta guardare la nuova diffusione di massa che si sta dando in Grecia). I media di regime lo sanno che nelle contrade in cui Luigi viveva (in quelle dove viviamo la maggiornza di noi) il panorama urbano è scandito da "ComproOro", centri per il gioco d'azzardo macchinizzato e attività che chiudono in successione? No, loro non lo sanno perché vivono nei centri città, dove questi spettacoli tristi e miserabili non arrivano a deturpare il paesaggio che colgono col loro sguardo.

L'immagine di oggi è quella dei politici che sorridono e si danno pacche sulle spalle dopo l'ennesima e più scandalosa spartizione di poltrone che la storia ricordi mentre alcuni colpi rimbombano da fuori e un po' di realtà vera inizia ad entrare anche nei loro palazzi...

www.infoaut.org

Come dice la canzone:

"È sempre stato facile fare delle Ingiustizie !
Prendere, Manipolare, Fare credere!........ma adesso
State più attenti!
Perché ogni cosa è scritta!
E se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi
Se la guerra (poi adesso) cominciamo a farla noi
NON SORRIDETE........GLI SPARI SOPRA.......SONO PER VOI!"


 

 
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Torino: migranti in lotta

Post n°1378 pubblicato il 27 Aprile 2013 da G.attonero
 

"In Libia non c'era la libertà ma avevamo un lavoro, qui c'è la libertà ma niente lavoro".
Queste le parole di un giovane profugo, durante il corteo di ieri dei profughi dell'ex villaggio olimpico. Di lì ad un paio d'ore avrebbe appreso quanto agre fosse il sapore della libertà nel nostro paese. Quel ragazzo è uno dei tanti rimasti in strada dopo la fine dell'emergenza nord africa, sancita con decreto ministeriale lo scorso 28 febbraio. Sono alcune migliaia gli uomini, donne, bambini arrivati in Italia durante la guerra per la Libia. Nessuno di loro è libico. La Libia è un paese ricco, un paese nel quale approdano i sub sahariani per trovare lavoro. La guerra e le persecuzioni del nuovo regime che li considerava complici di Gheddafi li hanno obbligati alla fuga.
Spesso sono stati gli stessi soldati di Gheddafi e obbligarli a salire sui barconi. L'ultima zampata del tiranno di Tripoli all'Italia, che, dopo aver stretto trattati di amicizia con la Libia, ha rotto ogni accordo usando i propri bombardieri contro l'ex alleato.
Grazie agli accordi tra Roma e Tripoli, la Libia era diventata il gendarme che garantiva le frontiere italiane contro migranti e profughi dalle guerre africane. Nelle tante prigioni/lager i prigionieri subivano violenze, torture, stupri, ricatti. Molti, abbandonati nel deserto, vi morivano di fame e di sete. Un lavoro sporco, che l'Italia democratica aveva appaltato al tiranno di Tripoli.

La guerra ha fatto nuovi profughi e riaperto le frontiere.
Il governo italiano, costretto a fare buon viso a cattivo gioco, ha approntato un piano di accoglienza che è servito ad arricchire le tante associazioni del terzo settore, che hanno ampiamente lucrato sulle vite dei rifugiati non garantendo nulla di quanto previsto per loro sulla carta.
Un miliardo e 300 milioni di euro dissipati nelle tasche degli avvoltoi, che oggi piangono lacrime di coccodrillo perché hanno perso la gallina dalle uova d'oro.
La speranza del governo era una rapida diaspora dei profughi. Peccato che il permesso di un anno per ragioni umanitarie non valga nel resto dell'Europa. I profughi sono rimasti intrappolati in Italia, senza casa, senza prospettive reali di lavoro, senza possibilità di cercare fortuna altrove.
Una gabbia. Perché tutto fosse legale hanno dovuto firmare un pezzo di carta nel quale "liberavano" lo Stato italiano da ogni obbligo verso di loro in cambio di 500 euro.
A Torino il 30 marzo circa duecento uomini e donne hanno deciso di fare da se, occupando due palazzine dell'ex villaggio olimpico. Domenica scorsa, dopo la casa blu e quella gialla, è stata occupata anche la casa grigia, così altre 130 persone hanno trovato casa.
Il 10 febbraio i profughi hanno deciso di andare in centro città. Al teatro Regio la nuova presidente della camera, nonché ex rappresentante dell'alto commissariato dell'ONU per i rifugiati, Laura Boldrini, inaugurava la Biennale della democrazia.
Partiti in corteo da Porta Nuova, raggiunta in treno dalla stazione Lingotto, profughi e solidali hanno percorso via Roma per giungere in piazza Castello.
La piazza era interamente blindata dalla polizia, che ha imposto al corteo di passare tra due ali di poliziotti, ingabbiando tutti i partecipanti tra transenne sorvegliate da carabinieri in assetto antisommossa e file di blindati che chiudevano il passaggio alle auto.
Le porte del Regio, nel giorno dell'inaugurazione della biennale della democrazia,erano chiuse e sorvegliate da uomini in armi. Finita la kermesse Laura Boldrini ha accettato di incontrare un gruppetto di profughi e una manciata di solidali. Ha riconosciuto le loro ragioni e fatto tante promesse. Pare che ne parlerà con il ministro dell'Interno. Persino il sindaco Fassino ha pronunciato parole di comprensione a favore delle telecamere. I profughi sono usciti con in mano un pugno di mosche, che sono subito volate via. In compenso hanno avuto una lectio magistralis di democrazia reale. Di questo potranno essere grati a Laura Boldrini, che ha offerto loro la possibilità di capire che dignità e la libertà si prendono e non si mendicano.
Vale la pena, al di là della cronaca, interrogarsi sulle apparenti anomalie che hanno segnato la gestione della fine "emergenza" nella nostra città. Parte degli enti gestori dei vari luoghi di accoglienza: dalla Croce Rossa a Connecting People all'Arci si sono resi conto che la patata era bollente e rischiavano di scottarsi. Chi si specializza nell'umanitario teme i danni di immagine di una gestione maldestra. Sebbene per loro questo sia un business come un altro, resta il fatto che farsi un buon nome o mantenerlo può essere una posta importante per chi aspira a gestire i tanti luoghi in cui si articola il controllo nel nostro paese. Hanno quindi deciso di chiudere lentamente le varie strutture, evitando di riversare in strada, tutti insieme, centinaia di profughi.
Nonostante tutto la questione continuava a scottare. I dormitori di Torino scoppiano da mesi, perché i senza casa aumentano di giorno in giorno. I profughi dormivano nelle stazioni o in alcune strutture abbandonate dai gestori ma ancora non chiuse. In strada sono finite anche persone che per motivi di salute avevano ancora diritto alla protezione.
L'occupazione delle palazzine dell'ex Moi ha tolto le castagne dal fuoco sia alle associazioni, sia ai loro referenti politici, sia al governo della città, che non era disponibile a tirare fuori dei soldi, ma non voleva fare cattiva figura.
È scattata la fiera del buonismo. Ampi articoli su Stampa e Repubblica che, lungi dal fare la solita propaganda terrorista contro le occupazioni illegali, hanno dato spazio alle ragioni degli occupanti, il prefetto di Pace ha dichiarato che la questione è umanitaria e non di ordine pubblico, il questore Cufalo ha fatto dichiarazioni tranquillizzanti, Boldrini ha incontrato, sia pure al volo, qualche profugo. Se a questo si aggiunge la relativa tolleranza verso le ben più radicali occupazioni abitative promosse da sportelli e assemblee antisfratto ne emerge un quadro nuovo rispetto a pochi anni fa, quando la crisi non mordeva tanto a fondo nel corpo vivo di Torino.
Il governo della città con il proprio sottobosco di cooperative ed associazioni amiche non riesce ad affrontare le emergenze che le loro stesse scelte politiche hanno contribuito a creare.
Decidere di affidare la gestione delle questioni sociali al manganello rischierebbe di innescare una rivolta sociale dagli esiti imprevedibili. Di qui la tolleranza per le occupazioni, le dichiarazioni rassicuranti, l'apertura al "dialogo". Improbabile che duri, perché disoccupazione, pensioni da fame, mutui e fitti capestro, bollette da pagare, trasporti che aumentano e linee tagliate, ospedali e presidi sanitari che chiudono sono gli indicatori di una situazione sociale che non potrà che peggiorare.
La scommessa, al di là delle scelte delle istituzioni, è costruire insieme ai rifugiati un percorso di autonomia reale.

sabato 27 aprile 2013

 
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#ViolenzaSulleDonneE’: la campagna virale che diventa performance artistica!

Post n°1377 pubblicato il 27 Aprile 2013 da G.attonero
 

da Femminismo a Sud

 

Francesca Seu: a lei non piace parlare ma lei le cose preferisce scriverle sui muri. Ci ha scritto un bel giorno per dirci che intendeva far diventare la nostra campagna “Violenza sulle donne è…“, quella in cui proponevamo di completare la frase con micro definizioni e micro storie che evidenziassero la molteplice dimensione della violenza, una performance artistica. Ben felici che ciò avvenisse da quel momento Francesca ha portato in giro per varie città della Sardegna, a cominciare da Sassari, questi cartelli da attaccare per le strade invitando le donne a completare quella frase.

Ne è venuta fuori una serie di definizioni altre, che in qualche modo si aggiungono a quelle, tantissime, che abbiamo già pubblicato, ed è meravigliosa anche la sola visione di quel cartello bianco in cui la richiesta di completamente resta sospesa, rivendicando spazio e restituendo alle donne la definizione esatta di ciò che per loro, non altri che loro, è violenza.

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Francesca ci ha via via aggiornato ed è arrivata alla terza tappa. Condividiamo i video in cui alcuni cartelli vengono ripresi, qualche foto e ringraziamo moltissimo Francesca per questa ulteriore prova del fatto che a volte, non sempre, ma a volte, per fortuna, le donne sanno moltiplicare il messaggio, quando è un bene collettivo, sul quale non può essere posto alcun copyright, lo personalizzano, mostrando che il sapere muta e non è mai statico, per farlo arrivare ovunque lei sia in grado di portarlo.

Noi ci auguriamo che esperienze di questo genere si ripetano e che le donne sappiano farsi moltiplicatrici di segnali, i nostri, così come noi moltiplichiamo i vostri segnali, sapendo bene che se non siamo noi a darci spazio nessuno lo farà al posto nostro.

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Questo il messaggio di presentazione dell’iniziativa così come lo ha definito Francesca:

Violenza sulle donne è…

Un’iniziativa del blog “femminismo a sud”, il cui scopo è quello di sensibilizzare le persone sul problema della violenza sulle donne, da quella fisica a quella psicologica, troppo spesso sottovalutato e taciuto.
Violenza intesa anche come l’universo di stereotipi che sottintendono diverse forme di discriminazione di genere.
Il mio intento è quello di estendere l’iniziativa dal mondo virtuale a quello reale.
la prima tappa è stata Sassari, la seconda è Ossi.
Ho attaccato degli adesivi con su scritto: “violenza sulle donne è…”, sui muri per le vie del paese, in modo che tu possa completare la frase ed esprimere il tuo concetto di violenza.
Armati di penna e parti all’attacco!

 

 
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il mio 25 aprile

Post n°1376 pubblicato il 25 Aprile 2013 da G.attonero
 

 

Sono anni che ormai che il mio 25 aprile è la canzone del 9 maggio de Ivan della Mea, mi ricordo quando noi compagni andavamo sotto i palchi tricolorati a disturbare le santificazioni resistenziali.
Gli anni sono passati ed è rimasto il tricolore.
Il 25 aprile è per i più la festa della libertà democratica ed ai giovani di oggi è detto che chi ha lottato ed e morto voleva solo la democrazia e ricostruire lo Stato Nazionale: chi è che lo dice per primo? l'ANPI e i partigiani sopravvissuti.
Qualcuno sa, qualcuno ancora ricorda che una parte notevole di partigiani anonimi e no, non quello volevano, ma avrebbero voluto altro: non fermarsi alla lotta di liberazione, ma andare oltre, infatti quando fu dato ordine di consegnare le armi parecchi compagni partigiani invece di consegnarle le nascosero.
Seguirono poi i processi ai Partigiani "cattivi" da parte del ministro dello Stato borghese Togliatti.
Il 25 aprile si festeggia la liberazione, da che?
ad una dominazione tedesca, seguì una dominazione USA: l'Italia colonia USA, quale liberazione? solo cambio di padrone.
Quelli che raccontano la storia della Resistenza sono quelli che già la tradirono quando era in atto: raccontano che è stata fatta per andare al parlamento borghese, col tricolore dietro le spalle una volta colla bandiera Europea oggi! a sentir loro i partigiani hanno fatto la resistenza per mandare loro al parlamento d'Italia prima, a quello europeo oggi.
Visto cosa sono i parlamenti ditemi che liberazione e che festa! Ok signori i partigiani sono morti per farvi fottere tutti quei soldi e farvi vivere alla grande!
FESTA PER CHI?.
Del resto la Storia, le storie e le storielle non nascono dal nulla: molti compagni partigiani furono fatti fuori perché non volevano la soluzione nazionale della Resistenza, in sostanza non volevano riconsegnare le fabbriche del nord a quel fascistone di Agnelli, perché poi questo è successo con la ricostruzione: Agnelli è diventato democratico e il proletariato è tornato servo del fascio che diventa democratico, con tanto di migrazione interna dal Sud verso il Nord per ingrassare le famiglie degli industriali che prima fasci e poi ...democratici. Del resto il governo Badoglio cosa era? era il ribadire la continuità del perdurare del sistema: Badoglio il fascio, il massacratore dei neri che torna e diventa capo del governo, intanto, gli italiani che dal Sud erano andati a cercare "il posto al sole" in Africa, erano partiti per la fame in sostanza, nei campi di concentramento inglesi prima, poi profughi in Italia.
Era un paese di profughi l'Italia nel dopoguerra che si ammassavano di qua e di là in attesa di ammassarsi nei posti di lavoro a far gli schiavi come sempre per il Sistema Capitale: nomi dei padroni sempre gli stessi o con un regime o con un altro e ancora gli stessi sono oggi.
FESTA DI CHE? DELLA LIBERAZIONE????!!!
E io lo lasciò raccontare ai reperti storici e chi ancora gli da ascolto, io no, il fazzoletto rosso al collo, la kefiah magari, il passamontagna, aspettando che torni il tempo delle bocce, dei sampietrini.

vittoria
L'Avamposto degli incompatibili

 

 

 
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La lanterna di Diogene

Post n°1375 pubblicato il 24 Aprile 2013 da G.attonero
 

 

(vi ricordate di Braverman, Sweezy,  Monthly Review ?)

Forse per i fari sull'asfalto bagnato, forse per la pioggia che si confondeva con la nebbia o forse per tutte e due le cose fatto sta che mi trovai su una piazzola di servizio dell'autostrada mentre pian piano si spegneva il motore. Avevo appena aggiustato gli occhi a quella nuova situazione, quando mi accorsi di un punto luminoso che a balzi si avvicinava.

Proveniva da una di quelle lanterne antiche di alluminio portata a mano da un vecchietto con un paio di occhi franchi che mi rassicurarono per cui fui in grado di cogliere il tono sconsolato della sua esclamazione:

"Neanche qui c'è!".

Spontaneamente cercai di consolarlo, ma dissi la cosa più ovvia: "È troppo buio per trovare qualcosa!". Il suo rintuzzo mi sorprese: “Non c'è, non c'è ...

L'ho cercata dappertutto, non l'avete neanche voi!", incalzai con un "Cosa?" così perentorio che provocò veloce la risposta: "La democrazia!".

La stranezza di quella ricerca bloccò ogni mia facoltà mentale.  Senza meravigliarsi del mio silenzio il vecchietto con voce piana spiegò: "Cominciai duemilaquattrocento anni fa a cercare l'Uomo. Non l'ho mai trovato. "La democrazia" riuscii barbugliare a metà tra la domanda e l'esclamazione. "È un modo di esprimersi dell'uomo, se c'è questa potrei trovare anche quello" - concluse il vecchietto. Ora si che capivo.

Mi ripresi subito anche perché quella parola aveva messo in moto un certo meccanismo professionale. "Democrazia è partecipazione di tutti al governo. Essa può avvenire tramite rappresentanti liberamente eletti che sono al servizio della comunità, ne gestiscono i beni e sono da questa controllati. Anche in Italia ...".

La dimestichezza con questi concetti elementarissimi che i ragazzi sono abituati ad apprendere sui banchi di scuola mi avrebbe fatto dire chissà quante cose se non mi avesse fermata una risata ironica.  "Tutte chiacchiere! Voi altri andate tronfi di una parola vuota. Non vi accorgete che è solo un sipario. Sul proscenio ci siete voi, poveri illusi di possedere la democrazia, andate ingannando tanti altri, ragazzi, giovani, gente balorda, ma è dietro che si recita la vera commedia. Guarda..."alzò la lanterna, la luce converse in un punto e vidi degli individui che si tenevano ben saldi su grosse poltrone.

Sembrava che dicessero: "Nessuno ci manderà più di qui!". Altri si dividevano litigando voti, acclamazioni, accordi. Intorno strisciavano taluni che, biascicando elogi e sottomissioni, raccoglievano briciole di potere e di tornaconto.

Aquesta scena se ne sovrapposero altre: un tirannello di provincia attorniato da una cricca di pecoroni, un'ombra grigia che aleggiava tra i sarcofagi di un cimitero, insetti che ronzavano su un'indistinta lordura, vermi invischiati nella mota e poi cornacchie che gracchiavano belle parole, civette che gridavano inganni, arpie dal grande ventre, upupe dagli occhi di fuoco, pipistrelli con le ampie ali taglienti, avide sanguisughe mai sazie.

La rapidità di successione delle scene, il loro contenuto mi avevano provocato un forte dolore agli occhi accompagnato da un senso profondo di disgusto. Misi spontaneamente le mani sugli occhi. Quando le tolsi era tornato il buio di prima in cui si perdevano le ultime parole di quella che doveva essere stata una frase:


"... avelli imbiancati".  Le accompagnava una triste risata.

 

 
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GALTAROSSA ( RIVACCIAI )

Post n°1374 pubblicato il 23 Aprile 2013 da ROBERTOEGIORGIA

11 annettini belli e simpatici , due impianti di trafila , uno di produzione reti per sottomanto stradale , un unico grosso impianto di produzione acciaio , billette in gergo verzelle in italiano ... o il contrario , non guardo da nessuna parte , non mi serve , l'ho vissuto . Annuncio sull'Arena , giornale locale , 19.. , rispondo , cercano elettricisti " pronti al martirio " iconoclasta e stoico ( minchia che termini riesco a sfoggiare , mi sto edulcorando ... o arricchendo ? , non so ) . Rispondo all'annuncio , passano quasi due mesi , rispondono che io gia' non penso piu' a loro , sono senza lavoro dopo tre anni in vetreria , il caldo mi perseguita ed evidentemente devo lavorare in condizioni estreme , è il mio karma .

Mi acchiappano , mi assumono subito a tempo indeterminato , siamo comunque sempre in questa galassia ed in questo continuum spazio temporale , altri tempi . Entro e mi trattano subito da coglione , mi fanno fare il tuttofare , manutenzioni varie , due anni , aiuto anche ai forni , due , enormi , molto molto caldo , l'acciaio colato da tre elettrodi giganteschi per ognuno dei due forni produce un rumore assordante , una dog house , letteralmente cuccia , protegge un po' l'udito , ma poi nemmeno tanto ... estate si scoppia ovunque , inverno si scoppia ovunque meno che sui lati , aperti , per disperdere il calore ... qui abbiamo condizioni di gelo e a mezzo metro c'è il calore estremo .  Bello .

Gente molto simpatica , cordiale e bendisposta mi circonda e io , ben avvezzo in passato a certi ambienti , mi trovo subito a mio agio . Mi faccio capire , mi passano elettricista . Sempre turni naturalmente . 11 annettini bellini . Tutti tutti ...

A calendario : lun mart  merc dalle 06 alle 14 , giov riposo , ven sab dom dalle 22 alle 6 , lun riposo , mart merc giov  dalle 14 alle 22 ... e cosi' via .

Sindacato Fiom , quasi tre anni , ne esco disgustato per motivi di clientelismo e ruberie e favori vari .

Mi fanno vice capo colata continua , vogliono tenermi buono , io invece sclero nel maggio dell ' .. , mi mettono davanti il libretto ( a quei tempi c'era ancora ) , se firmo mi danno tutto e di piu' e nulla verra' menzionato , se non firmo m'inchiappettano . Firmo .

Sono fuori insieme al tipo col quale mi sono menato a sangue , dopo che ha avuto la brillante idea di riaccendere una ventola all'interno di un tunnel della famosa dog house , ventola ( e tunnel ) dai quali esco a fatica , insieme ad un ragazzo , nuovo elettrico , che mi hanno affidato per insegnargli il lavoro e tutto il resto , pericoli in primis .

 Parcheggio esterno , qualche parolaccia , ma la lite è finita , lui ride io pure affanculo a te e a me , siamo fuori siamo liberi ...

siamo licenziati con tanti soldi , piu' del giusto , pur di tenere

tutto nascosto .

Lui lo fa , io no ... articolo su L'Arena di quel certo anno lì , un mio amico ci scrive a volte come esterno , eh si ...

giornale borghese e stolido ma quella volta racconta quasi tutta la verita' .

Vengono applicate piu' sicurezze e rallentati i ritmi di produzione , poi dopo qualche anno , complice crisi dell'acciaio dovuta a congiuntura internazionale , prezzi dello stesso prodotto MADE IN CHINA molto piu' bassi , costo energetico e intoppi vari provenienti dal Comune in base a giusti motivi ecologici ( poi messi a tacere ) , tutto riprende come prima .

Galtarossa è sempre lì , io non ci sono piu' da molti anni .

Ma me ne son fatti 11 lì dentro , equivalgono a galera ben pagata . Scappato via anche per le polveri , sai il fumo della robaccia bruciata tende ad andare in alto , quando devi riparare un micro di arresto su di un carroponte , allora bello te lo " fumi " tutto , mascherina o non mascherina .

Galtarossa è ancora lì , io no . Ci ho solo guadagnato .

11 annettini che mi hanno arricchito moralmente , forgiando il mio pensiero al riguardo .

Volevo informarvi , tutto qui .

Grazie per l'attenzione e perdonate se a volte sono un po' prolisso . Dire " lunghetto " era troppo semplice ...

 

 
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LENIN

Post n°1373 pubblicato il 22 Aprile 2013 da ROBERTOEGIORGIA
 

22 APRILE 1870

NASCEVA UN CERTO LENIN ...

NE HANNO DETTE TANTE SU DI LUI

LASCIA CHE IO LO RICORDI

LASCIA CHE IO NE ASPETTI UN ALTRO

COME LUI

ALMENO OGGI

 
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Francesco Mastrogiovanni

Caso Mastrogiovanni, negano ogni addebito e affermano che sono stati rispettati i protocolli i 4 medici e i 5 infermieri che sono stati ascoltati ieri presso il tribunale di Vallo dal gip Nicola Marrone. Il magistrato, che deve decidere sulla richiesta di sospensione dalla professione avanzata dal pm Francesco Rotondo, ascolterà gli altri indagati domani, per poi decidere sull'applicazione o meno delle misure interdittive. Ieri, intanto, è stato interrogato anche il primario del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca, Michele Di Genio. «Ha chiarito la sua posizione al magistrato - affermano i legali Antonio Fasolino e Di Genio - In qualità di direttore del dipartimento di igiene mentale della ex Asl Sa 3, ha disposto e fatto eseguire l'iter amministrativo e formativo relativo ai centri di salute mentale del comprensorio. Inoltre, nei giorni in cui Francesco Mastrogiovanni era ricoverato, il primario è stato in reparto per non più di due minuti e non per servizio». Il maestro di Castelnuovo Cilento arrivò al servizio di Psichiatria il 31 luglio scorso, in seguito ad un tso, ma la mattina del 4 agosto, fu trovato morto nella sua stanza. L'autopsia ha ricondotto la causa del decesso a un edema polmonare, però sul corpo sono stati trovati i segni di una prolungata contenzione, senza che il trattamento fosse annotato nella cartella clinica. Di qui l'apertura di un'inchiesta dalla Procura di Vallo e l'iscrizione nel registro degli indagati di 19 sanitari, di cui 7 medici e 12 infermieri. Venerdì scorso davanti al tribunale di Vallo, in coincidenza con la prima data fissata per gli interrogatori, hanno manifestato anche i familiari e gli amici del maestro, raccoltisi nel comitato "Verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni". «Come si fa a lasciare un uomo legato 80 ore, anche mentre dorme, senza monitorane le funzioni vitali? È terrificante - dice con sconcerto il cognato del maestro, Vincenzo Serra - Sono cose che non dovrebbero mai accadere».

www.giustiziaperfranco.it

 

 

 

Mappa aggressioni fasciste (click sull'immagine)

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un dito per Maroni

 

Majakovskij

il corrispondente scrive!
Il giornale murale colpisce
meglio di una pallottola
della baionetta
dei gas
e quando
il corrispondente scrive
deperisce la guardia bianca e il ladro.
Avanti, corrispondenti !
Sia questa la vostra parola d'ordine:
"Scrivere a bruciapelo!
Mirate alla radice!"

 

 

 

 
 

Pedro