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A nosotros nos quieren muertos
porque somos sus enemigos
y no les servimos para nada
porque no somos sus esclavos
Ci vogliono morti
perchè siamo i loro nemici
e non sanno che farsene di noi
perchè non siamo i loro schiavi
M.Soledad

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L’Ambulatorio Medico Popolare (AMP) è un’associazione legalmente riconosciuta, autogestita e autofinanziata che ha iniziato la sua attività in difesa del diritto alla salute nel giugno 1994. Trova sede in alcuni spazi della casa occupata in via dei Transiti 28 a Milano, ristrutturati ed attrezzati grazie ad una vasta campagna di sottoscrizione popolare.
In questi anni le attività dell’AMP (clicca qui per scaricare il video sulle attività dell'AMP) hanno affrontato diversi ambiti delle politiche sanitarie: dalla assistenza sanitaria di base gratuita per tutti, con un ambulatorio aperto due pomeriggi alla settimana, all’informazione e alla organizzazione di campagne di lotta sul diritto alla salute.
Le trasformazioni subite negli ultimi anni dal sistema sanitario hanno generato un servizio pubblico che, per far quadrare i conti, risponde alle logiche gestionali prima che alla domanda di salute. Si tratta di un sistema sanitario basato sul rapporto tra il numero di prestazioni effettuate e il profitto di chi le produce. In questo panorama non trovano spazio le politiche di prevenzione e di diritto alla salute e si assiste a un progressivo smantellamento delle strutture ospedaliere pubbliche e poliambulatoriali territoriali, alla riduzione significativa di servizi socio-assistenziali e all’affidamento di queste mansioni a strutture private. Vittima di tale politica sono anche i consultori, caratterizzati un tempo da una presenza territoriale capillare e, fino a pochi anni fa, dall’accesso completamente gratuito.
In questo contesto di impoverimento neoliberista l’Amp rimane un luogo dove praticare un’idea differente di diritto alla salute, coniugando un’attività concreta di intervento sanitario con una battaglia politica più generale di trasformazione sociale.
Il racconto dell'ultimo anno di vita di Julius Fucik, che lui definì reportage e testimonianza, dedicandoli ai compagni che gli sarebbero sopravvissuti, è stato scritto nel carcere praghese di Pancrak in mano agli occupanti tedeschi, fra quotidiane torture e con la certezza di una fine prossima e atroce. Il coraggio di alcuni carcerieri che fornirono carta e matite e consegnarono i fogli scritti in mani sicure, consentirono alla moglie, Gosta, anche lei detenuta, di raccoglierli, al ritorno dal campo di sterminio di Ravensbrück. Il loro autore, giornalista e scrittore, membro del comitato centrale del Partito comunista Ceco, era stato arrestato dai nazisti nell'aprile del 1942 e fucilato l'8 settembre del 1943.
Il documento è scaricabile al link Julius Fucik Scritto sotto la forca (zip 780kb)
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Anarchik, figura auto-ironica, nata a Milano (e Torino) alla metà degli anni Sessanta ha avuto un notevole successo d'immagine, negli ambienti libertari, dapprima come fumetto e poi come personaggio di volantini, T-shirt...soprattutto in Italia e negli anni Settanta ma anche in altri Paesi e sporadicamente fino ai nostri giorni. Questa è la sua veridica storia, scritta dal suo primo autore, responsabile del personaggio fino ai primi anni Settanta, sostituito poi da autori anonimi più o meno fedeli nell'immagine e nello spirito.
Clicca sull’immagine per leggere la storia
| « SCIOPERO VIRTUALE | dal riso al rosa » |
Dalle mondine ai call center
In una metafora tra passato e presente: il modo di produzione capitalista segna oggi come ieri una frattura insanabile fra interessi degli sfruttati e quelli degli sfruttatori. Il sistema capitalista preme gli individui a trovare un ruolo in una produzione sociale che non gli appartiene. Mentre le borghesi escono dalle loro "prigioni dorate" per rivendicare un posto in Parlamento o nelle professioni maschili, milioni di contadine e casalinghe vengono spinte dal bisogno nella produzione su larga scala: la fabbrica, la filanda, la miniera, l’ufficio e il call center diventano i luoghi di una ulteriore forma di vessazione, dell’oppressione di classe. Questo secondo fardello, la storia ci ha insegnato che però, le ha sottratte dalla solitudine delle quattro mura, diede loro la possibilità di trovare altre compagne e compagni con cui ribellarsi alla propria condizione di sfruttate, diventare protagoniste della propria vita, spezzare la propria sottomissione all’uomo, insomma dare un colpo al patriarcato. Tutta l’esperienza delle lotte delle lavoratrici insegna proprio questo: alla lotta sul luogo di lavoro si accompagna sempre una crisi nella famiglia, in cui gli uomini vedono con sospetto il nuovo protagonismo femminile e le donne, presa fiducia nelle loro capacità, non tollerano oltre i soprusi e le ridicolizzazioni della loro figura da parte dei padri, mariti e fratelli.
Mondine: ragazze di ieri, ragazze di oggi
"Son la mondina,
son la sfruttata;
e lotteremo per il lavoro
per la pace, il pane e la libertà.
e creeremo un mondo nuovo
di giustizia e di nuova civiltà".
Grazie alle mondine nascono le prime leghe dei lavoratori, e i primi scioperi hanno portato a delle conquiste sociali che ancora oggi stanno alla base del nostro sistema di vita; ma se sono stati fatti passi avanti in realtà il ruolo del lavoratore è e sarà sempre da difendere.
Il fenomeno di sfruttamento del lavoro femminile ha costituito un ‘laboratorio’ per le prime rivendicazioni sindacali delle donne.
In Italia la coltivazione del riso iniziò a diffondersi tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, nelle zone del milanese e del vercellese, che sono tutt'oggi zone di produzione d'eccellenza di questa coltivazione. La raccolta del riso è stata una prerogativa – fino ai primi anni Sessanta del secolo scorso – di gruppi di donne provenienti dai territori circostanti, dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia Romagna, che raggiungevano la pianura del riso ogni anno ai primi di maggio, per la “stagione della monda”. Le mondine svolgevano un lavoro faticosissimo con le gambe nell’acqua, la schiena curva, le mani sporche di fango, tormentate da zanzare e tafani. Erano perlopiù giovanissime (alcune avevano appena dodici, tredici anni); quelle che avevano già compiuto i trent'anni, venivano chiamate dalle altre “le anziane”.

Per fare le mondine molte giovani donne lasciavano la propria casa e la famiglia, andando a stabilirsi per un tempo indefinito in una zona sconosciuta, dove le uniche relazioni sociali erano quelle che si stabilivano tra loro; si trattava di contadine, provenienti dalla dimensione storico-sociale della pianura padana, caratterizzata dalla seconda metà dell’800 da una forte crescita demografica con eccedenza di manodopera nelle famiglie mezzadrili, e la crisi agraria che creò, per queste stesse famiglie, pesanti difficoltà. Le donne, per far fronte a questa drammatica situazione, erano state costrette ad abbandonare la terra infoltendo così le schiere di braccianti; erano dunque donne abituate a lavorare la terra, disponibili ad offrire la loro manodopera, e in condizioni di subordinazione rispetto agli uomini: la loro giornata lavorativa veniva pagata di meno e durava di più. Costituivano il 75% degli occupati nella monda del riso, poiché si riteneva che il lavoro comportasse più resistenza che forza fisica; in realtà, il lavoro era estremamente duro, svolto in acque malsane e melmose. Immerse nell’acqua fino al ginocchio, con le braccia e le mani bagnate, nei mesi di giugno e luglio le mondine dovevano poi sopportare il caldo e i miasmi. Le condizioni di lavoro rendevano le risaiole precocemente vecchie e deperite, molte si ammalavano e restavano segnate a lungo da questa esperienza di sfruttamento.
Vi era tuttavia un elemento di novità importante rispetto alla condizione media delle donne dell’epoca: le mondine si presentavano nel mercato del lavoro come soggetti autonomi, che percepivano un salario individuale, parzialmente svincolate dal controllo familiare e sociale. Il lavoro fianco a fianco, la condivisione degli spazi di ristoro e delle rivendicazioni per migliori condizioni di lavoro contribuirono allo stabilirsi di un sodalizio forte e duraturo; le donne iniziarono ad intessere narrazioni e storie legate alla vita di risaia, e il paesaggio delle colture allagate risuonava per alcuni mesi dei loro canti. Su melodie notissime – dal coro alpino a quello contadino, dalla canzone di tradizione anarchica a quella socialista - si cantavano non solo il lavoro spossante o la malinconia per la distanza da casa, non solo gli amori e la vita quotidiana – ma anche l'odio per i potenti, di solito rappresentati dal padrone e dal parroco, e la consapevolezza di una propria forza ed alterità rispetto al mondo maschile. Le mondine insomma si riflettevano nella propria epoca ed apportavano alle coeve lotte per il lavoro la peculiarità del proprio genere, anticipando in un certo senso i temi che avrebbero caratterizzato, qualche decennio più tardi, i movimenti di liberazione delle donne. I canti delle mondine rielaboravano i classici canti del lavoro o di lotta sindacale, e addirittura le marcette militari, con elementi di satira e di ironia, nel segno della consapevolezza della propria condizione e di un’originale educazione collettiva.

Se siete arrivati a leggere fino qui grazie della Vostra pazienza, non è sempre facile sintetizzare concetti. Questo mio vuol essere per quanto possibile uno stimolo ed incoraggiamento alle lotte che spettano alle DONNE non solo in occasione del prossimo 8 MARZO ma sempre, convinto come sono nell’affermare che non c’è liberazione dell’uomo senza liberazione della donna. Per scrivere questo pezzo mi sono avvalso di alcuni scritti di Carla Ravera, della rivista Anarchismo Libertario, Storia del novecento ed in ultimo dell’Ente Nazionale Risi dal quale vi riporto alcune incisioni originali. Buon ascolto
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INFORMA-AZIONE
Dossier
ABCie. La lotta con Joy: un'esperienza singolare?
Le urla nel silenzio - il blog degli ergastolani

Francesco Mastrogiovanni
Caso Mastrogiovanni, negano ogni addebito e affermano che sono stati rispettati i protocolli i 4 medici e i 5 infermieri che sono stati ascoltati ieri presso il tribunale di Vallo dal gip Nicola Marrone. Il magistrato, che deve decidere sulla richiesta di sospensione dalla professione avanzata dal pm Francesco Rotondo, ascolterà gli altri indagati domani, per poi decidere sull'applicazione o meno delle misure interdittive. Ieri, intanto, è stato interrogato anche il primario del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca, Michele Di Genio. «Ha chiarito la sua posizione al magistrato - affermano i legali Antonio Fasolino e Di Genio - In qualità di direttore del dipartimento di igiene mentale della ex Asl Sa 3, ha disposto e fatto eseguire l'iter amministrativo e formativo relativo ai centri di salute mentale del comprensorio. Inoltre, nei giorni in cui Francesco Mastrogiovanni era ricoverato, il primario è stato in reparto per non più di due minuti e non per servizio». Il maestro di Castelnuovo Cilento arrivò al servizio di Psichiatria il 31 luglio scorso, in seguito ad un tso, ma la mattina del 4 agosto, fu trovato morto nella sua stanza. L'autopsia ha ricondotto la causa del decesso a un edema polmonare, però sul corpo sono stati trovati i segni di una prolungata contenzione, senza che il trattamento fosse annotato nella cartella clinica. Di qui l'apertura di un'inchiesta dalla Procura di Vallo e l'iscrizione nel registro degli indagati di 19 sanitari, di cui 7 medici e 12 infermieri. Venerdì scorso davanti al tribunale di Vallo, in coincidenza con la prima data fissata per gli interrogatori, hanno manifestato anche i familiari e gli amici del maestro, raccoltisi nel comitato "Verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni". «Come si fa a lasciare un uomo legato 80 ore, anche mentre dorme, senza monitorane le funzioni vitali? È terrificante - dice con sconcerto il cognato del maestro, Vincenzo Serra - Sono cose che non dovrebbero mai accadere».
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