Un'esperienza in Lotta Comunista, oggi militante di Rifondazione, Stefano Rognoni vuole cambiare il sistema. Per riuscirci, spiega, bisogna andare oltre l'apparenza, il gossip e le rivalità personali
Da L'Ordine del 13 ottobre 2009, pag 2
Può dar lezione anche una frase, distrattamente o in modo conscio inserita nella presentazione di un film su Woodstock: "Un concerto divenuto simbolo di un'epoca in cui tutto sembrava possibile". Anno 1969. "Io invece credo che i sogni si possano ancora realizzare". Stefano Rognoni, 21 anni, maturità scientifica e ora studente alla facoltà di Scienze Politiche, va subito oltre e al dunque.
Dice che "la politica dev'essere un sogno" e intende la "voglia di riscattarsi, di cambiare le cose. Laddove il sogno manca, si è già vecchi, anche se si è ancora giovani". Non basta l'anagrafe né un incarico nei Giovani Comunisti di Como: che, a differenza degli altri del gruppo, non è quello di coordinatore, "perché da noi le decisioni si prendono insieme. Io convoco le riunioni, porto ordini del giorno, preparo relazioni".
Cominciò a sedici anni sui testi di Marx, Lenin e i classici del comunismo, a piano terra di Villa Olmo dove Lotta Comunista teneva riunioni e discussioni. "Non volevo cominciare un'esperienza politica senza possedere le basi teoriche".
Anacronistico? "No. Noi siamo portatori di valori universali. Che non sono più quelli del Novecento o della Rivoluzione d'ottobre, vanno rivisti e corretti. Ma da correggere a negare un intero impianto di idee c'è molto spazio".
A 18 anni s'iscrive a Rifondazione Comunista: senza rinnegare il passato, solo "decisi di scendere in campo in una formazione che potesse dare risposte e cambiamenti nell'immediato, che non si muovesse solo nell'orizzonte futuro di una società nuova".
In quei tempi frequentava ancora il Liceo Giovio, partecipava a manifestazioni e occupazioni ma senza investiture. "Non ho voluto incarichi elettivi perché desideravo lasciar spazio a giovani più legati ai bisogni della scuola che a una visione politica. Il rappresentante di istituto dev'essere rappresentante di tutti, non solo di una parte: anche se sarebbe stata la mia parte".
Oggi fa parte del collettivo universitario Pantera a Milano, è membro del Comitato Politico Regionale di Rifondazione dall'inizio anno e dal luglio 2008 del comitato di Como.
All'inizio del 2009 i giovani comaschi erano appena sei: "Non siamo un partito che punta alle tessere ma alla qualità. Noi chiediamo militanza, non vogliamo deleghe ma un impegno di ciascuno al cento per cento. Ultimamente stiamo crescendo anche nei numeri: credo lo dobbiamo proprio alla possibilità di lavorare ed essere attivi in prima persona in questo momento di crisi economica. La nostra arma è la parola, con cui possiamo spiegare che la crisi non è una disfunzione del sistema economico, ma è il sistema economico, basato sul profitto e dunque sulla finanza. In alternativa proponiamo la nazionalizzazione delle industrie in crisi, da porre sotto controllo operaio: se l'imprenditore bada al profitto lo Stato non deve prendere il suo posto, ma la produzione dev'essere controllata dal lavoratore".
Idee antiche che provano ad aggiornarsi, ad adattarsi al presente, perché "l'alleanza tra contadini e operai non basta più: bisogna coinvolgere i precari e una forte componente che opera nel settore terziario. Da correggere è anche l'idea di un partito che una volta al potere si è rivelato un impianto burocratico". Dimostrazione che la teoria è utopia, incapace di tradursi in realtà? Stefano nega: "al potere il comunismo non ha avuto modo di svilupparsi. In passato sono stati commessi errori: anzitutto, pensare che il comunismo si potesse affermare in un solo Paese. Insidiato da truppe nemiche ai confini, ha portato a una burocrazia e a disuguaglianze: non più di classe ma di partito. Si è costituita una piramide fatta di cariche. L'obiettivo del comunismo, invece, è l'annullamento delle classi. Ciò però non si può fare per decreto: sarebbe una copertura formale a qualcosa su cui non si è lavorato abbastanza. Serve il consenso, non la forza e un apparato repressivo". Quanto alla Cina, "il comunismo non esiste. Non può esistere là dove l'economia è capitalistica".
Principi e idee "traditi", mentalità rassegnata al "così era, così sarà": l'errore degli altri o di chi con gli altri è sceso a compromessi, in un'alleanza deleteria col governo Prodi, è stato "non cercare di cambiare le cose in profondità, nascondersi dietro una cortina fumogena che svincola l'attenzione su problemi che sono solo la superficie di magagne più grandi. Rifondazione pensava di poter spingere più a sinistra l'asse del governo, verso un percorso legislativo favorevole ai lavoratori. Ma è stata un'analisi sbagliata, un'alleanza basata su un programma fumoso. Quell'esperienza e l'uscita dal parlamento però ci ha aiutati a riprendere la direzione giusta, a riavvicinarsi al popolo".
Primo passo, l'unificazione della diaspora di partiti comunisti, "che sia però un'unità dal basso, non una fusione tra dirigenze. Il partito è stato martoriato da scissioni a causa di una visione miope della classe dirigente e dell'idea sbagliatissima che chi non era d'accordo doveva andarsene".
Premessa necessaria alla lotta per la tutela dei diritti dei lavoratori e una tassazione progressiva, la tutela ambientale, una scuola pubblica di qualità che non favorisca il mantenimento dello status quo ma aiuti la mobilità sociale, attraverso anche l'abolizione delle sovvenzioni statali alle scuole private. O, nello specifico comasco, una cassa di solidarietà per le persone che, occupate prevalentemente nel tessile, hanno perso o perderanno il lavoro."
Più peso, meno leggerezza e attenzione a ciò che sta in profondità, senza farsi depistare dall'apparenza grandiosa di pochi fatti che mascherano situazioni problematiche. "Il caso del muro è emblematico. Si parla del muro ma non del perché si è arrivati a questo, di un modo di fare che privilegia il profitto sull'ambiente. Nessuno dice che abbiamo il lago più inquinato d'Italia, che non si fa vera raccolta differenziata. Serve una politica fatta di trasparenza e che aspiri a migliorare la vita dei cittadini: il che non vuol dire fare favori. Ma dei problemi veri della gente non si parla più, si preferiscono le escort e la vita privata di un premier. Smettiamola con il gossip, affrontiamo le questioni che stanno a cuore alla gente. Noi non siamo antiberlusconiani, non ci interessa una campagna contro la persona Berlusconi".
Nemici che non si riconoscono tali, indicati a dito dal Presidente del Consiglio ad ogni pie' sospinto come il male, senza raccogliere però ostilità: "Noi vogliamo cambiare il sistema, l'economia. Probabilmente con Berlusconi saremo sempre rivali, ma non ci sono motivi personalistici. Se domani Berlusconi ponesse le aziende sotto controllo operaio non potremmo che approvarlo".
Sara Bracchetti