Creato da KurdyM il 22/02/2008

Giacomattanze

Diario di borgo (tipo quando scopri che i capperi non crescono in mare)

 

 

Non vedo, non-sense, non parto

Post n°34 pubblicato il 02 Agosto 2016 da KurdyM
 

Quel giorno delle formiche m’ero svegliato che stavo sognando di prendere due fave con un piccione rabdomante. Trillò la sveglia, poi il cellulare, poi il microonde. Poi trillò Trilly, che tutte le mattine fa lo squillo a Peter Pan-nà a piglià er cornetto. Risposi a un trillo a caso, quello del microonde: faceva le otto e trenta, puntuali ma molto calde.
Avevo un appuntamento in banca per coprire un assegno, ma non ricordavo quale. Forse era quella in cui ero correntista. Una banca piccola, dove l’agente Marmora. Fa la guardia giurata: un mestiere di responsabilità, più della guardia promessa ma meno della guardia vagamente accennata.

Dovevo prima sistemare le formiche, erano giorni che litigavano con le cicale per gli scherzi al citofono: “Facci entrare, lui ha fame” “Lui chi?” “Stocazzo, uahahah”. Per mediare proposi un derivato a tre mesi con spreed Euribor + 2,50% e tassazione agevolata sul capital gain, ma gli acari classificarono l’operazione come C meno meno (per inciso: uno spritz al tavolino sei euro, sotto quel letto). Allora presi una bottiglia d’alcol e diedi fuoco alla cucina, certo che avessero le autoreggenti ignifughe. Macché. Un pompiere ne spense trecento, ma ne dimostrava molte di meno.

Quel giorno delle fave e delle formiche e dell’assegno in banca, allora, uscii per strada a far soldi. Prima rifilai ai cinesi tre rolex veri spacciandoli per falsi, poi con Salvini respingemmo i migranti con racchettoni molto grandi. Alla stazione caricai otto turisti sulla mountain bike dichiarandomi un taxi abusivo, ma a metà tragitto scesero perché ero senza tergicristalli. Un chilometro dopo, multato per eccesso di zelo, chiesi al vigile se conciliava. “Ho smesso a sedici anni”, rispose arrossendo.

Ripiegai sul contrabbando, dopo averlo stirato. Per il resto del giorno svuotai carghi di Marlboro nel Pacifico portandoli a nuoto a Marina di Fuscaldo. Non riuscii comunque a fumarli tutti.

A sera, rincasando, trovai sul cellulare trecento messaggi: metà della banca, un quarto dei parenti delle formiche, il resto del vigile che aveva ripreso a conciliare. Li cancellai consumando un’intera gomma; tranne l’ultimo, che era scritto a penna.

Mi buttai sul letto, esausto. Cominciai a sognare a occhi aperti; poi li chiusi perché avevo poco segnale wifi. Ero medico di un pronto soccorso, stavolta. Ero circondato da ambulanzieri, portantini, infermieri, capitreno e due lottatori di sumo. Tutti, in coro, mi dicevano che stavolta c’era scappato il morto. E io, ostinato, mi rifiutavo d’andare a riprenderlo.

 
 
 

UNA STORIA DEL CAPPERO (Le convinzioni logorano, chi non ce le ha)

Post n°33 pubblicato il 03 Luglio 2014 da KurdyM
 
Foto di KurdyM

Cioè, roba dei tempi in cui davvero i capperi crescevano in mare. Alla marinara. Su una marinara. Per cui – per abbinamento - il mare era di birra: ma, essendo doppio malto, era sempre agitato. Brutta cosa, il mal di malto: là con un pacchetto di travelgum ci fai poco. E le caravelgum te le danno solo se sei Colombo e hai aperto la strada allo sterminio dei Maya. Anche se la storia è controversa e pare che lì ci sia ancora un emissario dell’Onu per dimostrare che avessero armi chimiche (e comunque hanno cominciato loro con l’attacco a Perlin-Harbor, no?).

Ma frattanto, si diceva: Cappero, Alice e Oliva da secoli vivevano in mare, in questo idilliaco ménage à trois. Freschi, felici e spensierati; con le infradito e i calzoni corti. Su Youporn ancora li trovi sotto la voce Triangolo dei Bermuda.

Poi, un giorno, la tragedia. Oliva, alla ricerca disperata di una “i” per completare il suo ego narciso, lasciò il gruppo e s’accoppiò con Braccio di Fierro, nipote di Aurelio, che non cantava in napoletano ma comunque mangiava spinaci della Terra dei Fuochi. Quanto a forza non cambiava niente, ma scoreggiava napalm. Olive e spinaci non sono mai andati d’accordo, e lo dice sempre anche Paolo Fox nell’oroscopo del primo dell’anno, quando parla di Mercurio che esce da Venere senza chiudere la porta (cosicché entra Giove arrapato e si prende una rivincita vecchia millenni).

Tornando ai due rimasti, comunque, Cappero e Alice. Il triangolo s’era sfaldato, era diventato un biangolo. Giacché è una figura geometrica che non esiste, tirarono giù un massetto di cartongesso e lo trasformarono in bilocale: angolo notte, angolo bagno, angolo cottura. Angolo rottura. Ruppero, infatti. Chi la voleva cotta, chi si mangiava crudo. Separati prima in casa, poi in casseruola: Cappero firmò la consensuale e un mantenimento di seicento euro al mese e nuotò verso terra alla ricerca di Oliva. La trovò in un happy hour sulla rotonda del lido Bagnacauda: lei lo fissò e disse: sono lesbica. Ok, rispose lui, nemmeno io ho mai votato Renzi. Corse a Casablanca a togliersi il pistillo e tornò a forma di ostrica apparentemente del Pacifico, ma in realtà molto ostile.

Ma la sua amata ormai non c’era più: aveva scoperto di non poter vivere senza Alice e si era rituffata in mare. Sul tavolo del buffet, senza Oliva, il Martini era depresso: abbacchiato, abbandonato, abbondante in un finissimo bicchiere di cristallo di Boemia. Cappero – che ora si faceva chiamare col vezzeggiativo di Mariucciarrivataperamoredagliabissimachissàchenoncitorni, diminutivo del più complicato Mariù – si avvicinò per consolarlo, ma poi asciugandogli una lacrima sul vetro urlò contrariato: “Truffatore: se c’è la goccia, è gin!”. “Non è questo il punto”, rispose calmo il Martini. E gli spostò la mano più in basso. Cappero non capì, e per mezz’ora palpò il gambo gelido del bicchiere. “Fanculo”, si disse alla fine, “punto o non punto, questo arriva dritto dal Dry Pride”. E per la disperazione si gettò dagli strapiombi di Atrani, s’impigliò in un cespo di ginestre e restò lì per l’eternità, moltiplicandosi grazie a un moncone di pistillo risparmiato da un chirurgo obiettore di conoscenza: non osi l’uomo dividere ciò che Dio ingrinzisce.

Poi, al solito, si sa: alla fine vissero comunque tutti facili e contanti, come ogni centesimo sporco guadagnato dalle marchette a buon prezzo.

Fatto sta che - malore amaro della morale nel molare - resta quel detto che per un punto il Martini perse la Cappera.

 
 
 

Ciao, Anto'

Post n°32 pubblicato il 16 Luglio 2013 da KurdyM
 
Tag: sociale

Lo apprendo ora, che non ci sei più.

Da una mail di servizio.

Trattato male fino all'ultimo, relegato a pura informazione come un cambio orario della sala mensa o la richiesta del piano ferie.

La logica del profitto, ah sì.

Quella che non ti ha consentito di trascorrere il tuo ultimo anno di vita tra le persone che forse, dopo tua moglie e i tuoi figli, amavi di più.

Siano

davvero

maledetti

 
 
 

Poi brezza, poi vento, poi mai

Post n°31 pubblicato il 13 Giugno 2013 da KurdyM
 
Foto di KurdyM

Succedeva che ogni tanto mi addormentassi, ma era roba di secondi. Nel sonno, repentino, arrivava subito un disagio strano, tipo quell’essere trattenuti per la manica l’attimo prima di cadere nella rupe, e allora sbam, di nuovo occhi apertissimi.
Non volevo che lei mi vedesse dormire. Soccombere al sonno, per come la vedevo io, era un manifesto atto di debolezza, quasi come dire: ecco qua, mi-ti-ci sono travestito da principe azzurro, da supereroe, da condottiero di tutto un esercito ormonale che pare avresti finanche apprezzato, ma non farci il callo. Sotto sotto sono umano come gli altri. Anche qui, anche adesso. Anche dopo una notte insonne e una giornata di riunioni e core business e un esempio sui tizi di billabong che in realtà - senza Google sotto il dito, voglio dire - non ha capito nessuno.
E poi nel sonno non sei cosciente; e da incosciente, in un niente, puoi mandare a puttane tutto quel ben di dio di castello di perfezione e impareggiabilità che magari lei s’è costruita in testa. Ché ci avrà messo una vita, lei, per quella costruzione: e tu, paf, eccoci qua, magari gliela smonti subito col russare o posizionarti strambo, o peggio ancora sbavazzandoti di troppe tennent’s ingurgitate prima dell’appuntamento.
E poi, in verità, che ti volevi dormire: fuori c’era Milano. Magari meno ruspante e aggressiva di poche ore prima, ma anche in questo deserto temporaneo di colori e rumori un semplice sbattere di una portiera di smart sapeva di tutt’altro. Ci indovinavi dietro un manager sparato verso un hangar, e di lì a chiudere l’affare multimilionario a Singapore. O un musicista: di quelli veri, altro che io; magari un turnista del Vasco al fatidico appuntamento al primo autogrill per buttare giù due righe di contratto, e di fianco quell’astuccio Fender scorticato che sapeva di vintage annata ’69 o giù di lì. O uno scrittore, perché no. Uno né straricco né in miseria – ma comunque un nome stampato conosciuto ai più - uso a farsi la traversata in direzione Segrate a portare le cento cartelle trimestrali al suo editor in Mondadori. Qualche migliaio d’euro d’acconto per rimediarci i pranzi più prossimi, pagarsi gin tonic e puttane, rifare le fasce al porsche in avaria.
Milano, in quel breve tragitto smorto che va dalla notte fonda all’alba, è una tigre impallinata a narcotici per farsi il viaggio senza rischi. Dorme con un occhio solo, e il suo respiro affaticato è solo la sommatoria di quei milioni di sottorumori che di giorno passano inosservati.
Mancava mezz’ora, a quella sveglia che avevo voluto mettere per forza pur sapendo che non serviva. Mezz’ora in cui entrambi silenziosi ci dilaniavamo nella paura degli addii. Mezz’ora in cui gli sguardi erano in modalità “fotografa e sviluppa”, quattro pupille stremate a divorarsi reciprocamente ogni lembo di viso e corpo e accatastarselo in un angolo di memoria che di lì in poi avremmo tenuto nascosto e segreto più di un diario nascosto e segreto. Mezz’ora in cui, oltre l’oro tortuoso dei suoi capelli che inondava cuscino e visuale, tutto sapeva d’altro e si distorceva in un chiaroscuro vezzoso. Bolle di una penombra carnivora, affamata di un mio graduale, irrimandabile ritorno alla realtà.
E io, intanto. Io, per come segretamente l’avrei poi pensata e voluta per sempre, mi sentivo la lepre del famoso paradosso di Achille: la felicità lì a un palmo, lenta e appetibile come una tartaruga sorniona, e di mezzo uno sberleffo della logica che mi impediva di raggiungerla. Quello che avrei potuto fare, mi dissi, l’unica cosa tra il folle e il sensato che avrebbe dato colore ai prossimi risvegli, era non smettere di accarezzarla, ripassarle leggero i polpastrelli sulla schiena nuda, ridisegnare passo per passo il contorno delle scapole, il fascio teso dei dorsali, il viaggio armonioso delle vertebre dalla nuca affondata tra i boccoli al capolinea lussureggiante del fondoschiena.
Non era un semplice bisogno di toccarla: era arsura, febbre, egoismo. Era voler anteporre alle sue lacrime presenti i miei rimpianti futuri.
Io non volevo semplicemente ricordare: volevo tatuarmi la sua pelle nelle mani. Per sempre. Prima che, zittiti di passi gommosi i primi sussulti della città al risveglio, affrontato male un barman per uno scotch fuori orario, disperatomi fra i disperati sul marciapiede della metro, emigrato di solo corpo in un treno verso Malpensa, mi sentissi a vita alle spalle l’eco di quella porta chiusa.
Anche se, l’ultima volta, sarebbe stato solo per prendere le sigarette.

 
 
 

Lupi & mannari (quandocapitacheracconto) - 2

Post n°29 pubblicato il 20 Novembre 2012 da KurdyM
 
Foto di KurdyM

NORMOGENIA  

Dalle fessure sotto le persiane c’è un sibilo misto tra vento e brusio della strada piena. A scatti arriva l’avvicinamento assordante dell’elicottero, pare il piglio godereccio della mosca sulla merda: sorvola, osserva, spillucchera, riprende quota.

Il maestro non si scompone, anche se ormai fa fatica a stare seduto. I due giri stretti di nastro per fissare l’esplosivo gli bruciano fino all'inguine. Provando a girarsi o piegarsi, poi, arriva una fitta intercostale che spezza il respiro.

Guarda i suoi ostaggi, un po’ in disordine tra i banchi. I suoi scolari. Sono tranquilli, nemmeno stanchi. Rosalinda si fa le prove di trucco-giocattolo con la trousse regalatele per il compleanno. Alcieri, il gigante, sbuffa montando una sorpresina dell’ovetto di cioccolato.

Nel corridoio c’è una finestra larga, affaccia sulla piazzetta interna addobbata a campo da basket. Sporgendosi a guardare, si vede Pippo il bidello frantumato sull’asfalto. Una pozza di sangue dal cranio rotto, e il camice aperto sulla schiena come un mantello da batman o principe azzurro.

Tu insegni, ma non hai amore per i bambini
, gli hanno sempre detto. Ma quelli che lo hanno detto non li conoscono davvero, i bambini. Non li mai hanno sentiti, quei vigliacchi nani, quando chiamano ‘dracula’ un certo vecchio nel vicolo che sputa sangue, o ‘boccia’ lo zingarello pelato dell’aula accanto, superstite di un rogo. Non li hanno visti pisciare in aula o nei portoni, o godere dell’uso di dispregiativi come mongoloide, o storpio o negro.

Sotto la lingua, certi bambini, nascondono un cinismo schioccante come quella loro ammiratissima frusta di Zorro. Sono loro a mangiare i comunisti, non il contrario: il capitale lo imparano già per strada, chi ci mette il pallone fa le regole: è gol, non è gol, è palo, è andato alto, è andato basso, è andato rasoterra, da vicino non vale, da lontano non si tira. Verba volant e scripta pure, se spendo i soldi per un pallone. Manent due palle: diteglielo, al sindacato.

Fuori è sera, ormai. Il cielo si è fatto catrame, i vetri catturano i rimbalzi un neon moribondo.

La bomba, il telecomando. Il maresciallo, il megafono.

Ancora.

Dai banchi, in crescendo, arriva voce che si ha fame. Alla fine va a ufficializzarglielo Melacci, occhi chiari e una tinta di capelli sul rossobiondo stopposo. Dice: dieci-quindici pizze, è possibile di gusti differenti? Ma anche con la marinara, però?

In quella 5^ C più primitiva che elementare, Melacci gioca da anziano del gruppo. Ha quasi dodici anni e un dieci e lode per ogni materia. Eppure in seconda perse tre mesi per l’epatite: troppe assenze, non ci fu verso di promuoverlo. La direttrice parlò di necessaria progressione nell’insegnamento: una certa logica, disse, un certo percorso graduale, rafforzò, un certo bene anche per lui. Allora, quello lì, Melacci, la bocciatura da modernismo pedagogico non l’hai mai perdonata a nessun individuo scolastico. Neanche a lui, che figurarsi quant’era colpevole: stava una classe indietro, l’ha raccattato per strada. Fa niente: neppure lui gli ha mai perdonato di essergli piombato fra le palle.

Perché poi Melacci, Fabio Melacci, oltre ad avere un cervello esemplare è uno spettacolo già al solo guardarlo nella cattiveria con gli altri.

Ricorda quando gli arrivò in classe, il primo giorno organizzò subito le selezioni per il pollo di turno: si sedette di fronte ai compagni, uno per uno, intrecciando quattro righe per un tris. L’unico gioco senza vincitori, il tris: se si ha la stessa attenzione del proprio avversario è sempre un pareggio. Mancando invece quel minimo di furbizia o esperienza, eccolo là, dal tris s’individuava la vittima dell’anno. Colui che avrebbe portato in eterno lo zaino di Melacci, e avrebbe dovuto regalargli spiccioli, merende, doppioni di figurine panini.

Un solo squillo di cellulare, intanto, e risponde il maresciallo.

«Quindici pizze, di vari gusti» gli ordina subito lui. «Facciamo tre capricciose, tre bianche al cotto e tre marinare. E il resto tutte margherite. Le dovete far fare categoricamente da Il pino d’oro, qua sotto. Se arrivano da altrove le mando indietro, continuo a farli torcere dalla fame.»

Si sente l’altro prendere appunti, qualcuno gli sussurra chiedetegli questo o ditegli quello, e una voce di donna che arriva di botto e strilla ommo ‘e merda,  e la allontanano.

«E pure qualche coca cola e acqua frizzante» detta ancora. «Ma qua non ci deve mettere piede nessun altro se non un certo garzone della pizzeria: quello basso e tozzo, Pasquale. E’ l’unico che conosco. Nessun altro, se no faccio il botto.»

Il maresciallo non riattacca, non subito: vuole sapere dei bambini, se ne lascia andare almeno qualcuno. «L’acconto di ventimila lo hai avuto, no?» dice. «Metti in conto la buona volontà, duecentomila euro non è che si raccolgono per strada, un po’ di pazienza, stiamo operando.»

Sull’accenno ai ventimila lui ha una strizzata d’occhi, ricorda il momento in cui era sceso a prenderli Pippo il bidello. Poi è risalito, poveraccio, ha consegnato il pacco, ha annusato qualcosa. O qualcosa ha annusato lui. E’ finita male. Anzi, peggio.

Aspettando i viveri si crea un silenzio di massima, interrotto da qualche sussurro isolato. Il ticchettio dell’orologio sulla parete pare ingigantirsi al trascorrere del tempo. Dietro, oltre al sudore d’umido, c’è la cartina dell’Europa ingiallita sul nord-est. E nevicate d’intonaco, raccolte in un angolo di pavimento.

Passano altri venti minuti: squilla il cellulare, sta salendo il giovane con pizze e bibite. Si affacciano ad accoglierlo alla porta i due Rimatti, i gemellini spilungoni, e Teresella, una ragazzotta italo-canadese avviata all’obesità.
Il tempo si è messo sul brutto. Tuona, qualche goccia sui vetri. Lui immagina la strada che comincia a tappezzarsi di ombrelli colorati, pozze d’acqua, fari bassi di macchine in coda.

I ragazzi frattanto rientrano con le pizze e due buste piene di bottiglie. Spargono tutto alla buona  sui banchi, aprono i cartoni: questa a me, no, a me, chi ha detto coi funghi?, scambiamocene metà. Quasi un momento normale.

Melacci apre una coca da due litri e ci beve a canna. Anche con la bottiglia in bocca, però, continua a tenere d’occhio l’uomo seduto. Gli sorride; poi si passa lentamente una mano sul fianco, sulla tasca del grembiule da cui occhieggia l’antenna del telecomando. Pare dirgli, a sguardi: non ci provare, noi in due minuti saremmo fuori. E invece tu, bum, e addio maestro.

Ormai è legato a quella sedia da sei ore, lui. Da quel famoso un quarto all’una, da quando ha visto i suoi scolari alzarsi a grappolo, a campanella quasi suonata. Con otto, dieci di loro che correvano a immobilizzarlo, piazzargli l’esplosivo in pancia e legarlo alla sedia.

Ha capito qualcosa solo quando ha visto Melacci stringere in mano quel cellulare modificato, spiegandogli che era il telecomando. Sarebbe andato tutto bene, lo ha rassicurato, ora occorreva solo che chiamasse i carabinieri e fingesse di aver sequestrato la classe. Ventimila euro d’acconto su un riscatto immaginario facevano più di mille euro a cranio, e hai voglia a comprarci iPhone, Playstation e scarpe Nike di ennesima generazione. E quindi o li accontentava, lui, oppure l’avrebbero lasciato solo, e poi un bel click dalla distanza.

Scesi loro, tempo un minuto e il maestro avrà manette ai polsi e fucili puntati in testa. E schiaffi, pugni, calci. Flash di fotografi e sputi dalla folla. Soprattutto – e lì il sollievo gli slaccerà lo sfintere - gli artificieri scopriranno che quella non è una bomba, ma solo un vecchio hard disk di computer, coi fili penduli per renderlo più credibile.

Sbattuto in una volante, con la coda dell’occhio vedrà i barellieri trasportare il cadavere di Pippo il bidello, colpevole d’essersi accorto d’un paio di sorrisi fra i banchi mentre consegnava i soldi. Da Pippo il bidello poteva diventare Pippo il testimone: e no. Giù, addosso in branco, Melacci in testa, come i lillipuziani con Gulliver. Vetro frantumato, e un volo di dieci metri senza speranze.

Lo scarnificheranno per sapere dei soldi: dove sono, dove sono? gli urleranno nelle orecchie. Non lo immaginerà nessuno, nemmeno lui, che i ragazzi hanno preteso quella pizzeria e quel garzone perché già d’accordo sul dargli i ventimila da nascondere, in attesa del rituale della spartizione.

Ma questo succederà dopo, ora non può saperlo. Può solo continuare a sudare freddo, sperare, impallidire mentre loro si preparano per l’uscita: zaini, giubbotti, un tentativo istintivo di fila per due. Poi, in simultanea, come per un trillo invisibile di campanella, svaniscono oltre la porta.

Arrivederci, buonasera, ciao, si sente rinculare dal corridoio.

A presto.

Quello che rimane, per un attimo, è solo puzza d'aglio e sugo caldo.

(Ernesto Giacomino)

 

 
 
 
Successivi »
 

AREA PERSONALE

 

TAG

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Dicembre 2017 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31
 
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 1
 

ULTIME VISITE AL BLOG

BiLLiE_GD_JoEanmicupramarittimalubopoil_pabloStolen_wordsgryllo73latortaimperfettamarlow17psicologiaforenseLolieMiudeteriora_sequorTheArtIsJapan1pierinolapeste7makavelikaElemento.Scostante
 

ULTIMI COMMENTI

Divertente, molto. Bravo ^_^
Inviato da: makavelika
il 10/08/2016 alle 11:09
 
Grazie, cara Stefania. Averti tra i miei lettori mi lusinga...
Inviato da: KurdyM
il 12/07/2013 alle 01:36
 
.. eppure, sai com'è che ci dice? "è vero amore...
Inviato da: Stefania
il 08/07/2013 alle 11:47
 
http://www.youtube.com/watch?v=hnDuQsT-JRg
Inviato da: lelizabeth
il 06/05/2010 alle 14:51
 
eggià..loro sì che ci sanno fare!
Inviato da: lelizabeth
il 05/05/2010 alle 11:41
 
 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom