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TRECENTOMILA POSTI A RISCHIO

Post n°1 pubblicato il 29 Gennaio 2009 da giornalaiopazzo0
Foto di giornalaiopazzo0


Ci risiamo! Ancora una volta la nostra industria automobilistica sembra ritrovarsi al cospetto di una profonda crisi di proporzioni enormi. Così, in questi giorni, stiamo ascoltando grida di allarme continue circa l’industria automobilistica di tutto il mondo. Ancora una volta si apparecchia in queste ore il tavolo della trattativa per garantire ai “nostri” marchi, così gloriosi e conosciuti nel mondo, la strada che garantisca una via di uscita indolore. Mentre tutta l’economia va a rotoli senza che nessuno se ne preoccupi (provate a chiedere ad un artigiano, o ad un commerciante che percentuale di crisi ha dovuto sostenere la propria attività dallo scorso anno), per risanare l’industria automobilistica dobbiamo intervenire tutti con le nostre tasche. In conseguenza di ciò, giù incentivi per la rottamazione e piani di ristrutturazione interna (escamotage letterario e modo elegante di presentare licenziamenti e cassa integrazione). Secondo le più alte menti finanziarie ciò si rende necessario dato che l’industria automobilistica in Italia costituisce da sola l’11.4% del PIL.

 

Tutti siamo ben consapevoli che dobbiamo intervenire in virtù di tale ragione, e non certo per garantire il posto ai trecentomila lavoratori a rischio del settore (ai quali ne andrebbero aggiunti almeno altrettanti per l’indotto). Una nuova corrente di pensiero, inaugurata di recente da economisti e politici, vorrebbe perfino esaltare i nostri sensi di colpa per non aver sostenuto abbastanza le nostre case automobilistiche comprando perlomeno tre nuove autovetture ciascuno, durante lo scorso anno. Secondo questi illustri e sapienti personaggi se l’economia non viaggia, la colpa è principalmente nostra perché non spendiamo abbastanza!

 

Ne consegue che, come vuole il ragionamento che tocca queste menti elette, la crisi dell’automobile è dunque conseguenza della nostra avarizia come consumatori, e non è imputabile al fatto che un’autovettura costa quanto un anno di stipendi. Eppure materiali e mano d’opera provengono sempre più da quelle parti del mondo, come ad esempio l’India, dove si riescono a produrre anche automobili che se fossero liberamente immesse sul mercato avrebbero prezzi dieci volte minori.

 

Insomma, io vorrei sincerarmi che quella dell’automobile sia una crisi effettiva. Certamente, la Fiat ad esempio, non può pretendere di vendere in media più di un’autovettura per volta ad ogni essere umano. Trent’anni fa era impensabile che in un intero nucleo familiare ci fosse più di una sola automobile. C’è stato di conseguenza negli anni scorsi, un boom nel settore che oggi ha inevitabilmente prodotto un mercato saturo e con prodotti che costano sempre di più!

 

Oggi ci viene chiesto di risanare i mancati introiti dell’industria del settore con le nostre tasche, ma quando la mia famiglia comprava una seconda macchina, non mi sembra che l’imprenditore di turno, nel mentre accresceva sempre più il suo potere economico e politico, si prodigasse per una ripartizione degli utili!

 

Allora mi chiedo: E’ giusto intervenire con decreti salva automobili, dopo aver già collaudato quelli salva banche? E’ giusto sperperare le ultime risorse in opere di assistenzialismo rivolte a prolungare l’agonia di settori che non investono sul sociale? Non sarà piuttosto il caso di cominciare a rivedere sotto un’altra ottica tutta l’economia dei cosiddetti paesi industrializzati e di iniziare ad intervenire costruttivamente sulla popolazione che si sta impoverendo sempre di più?

 

 
 
 
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