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Sotto i miei occhi gonfi.

Post n°148 pubblicato il 23 Maggio 2012 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

 

Ci sono stagioni in cui molte cose sono anomale. Stagioni in cui il tempo meteorologico non segue il calendario, e guardiamo sospettosi, non ci fidiamo del prossimo.

Giorni in cui ti svegli, guardi fuori e non capisci se il freddo che ti mangia arriva da fuori o sale da dentro.

I colori vanno in sciopero, certi giorni, e i gusti riempiono la tavola a corrente alternata.

C'è poco da fare, mi riesce solo aspettare ricordando a me stesso che con i problemi, quelli veri, non puoi permetterti di aspettare, perchè non passano da soli. Perciò anche oggi, da casa, guardo fuori, aspetto che spiova. Mi tengo pronto per la prima mattina di sole, continuo a lavorare.

E poi accade che mentre attendi la stagione buona, mentre sei li che prepari il tuo migliore sorriso tocca salutare, per sempre, anche il gatto. Una goccia di vita che se ne va. La tua casa e la tua vita un po' più vuote, da oggi.

Così mi ritrovo, la solita musica in sottofondo, l'ultimo saluto commosso prima di inghiottire tutto con una manciata di forzata virilità, e di terra.

Mi manchi già, maledizione. Non ho capito bene come tu ci sia riuscito, a strozzare questo nodo in gola, ma così è per l'ultima carezza che ho ancora davanti agli occhi provo grande tristezza. L'ultimo saluto sempre il più difficile, a lasciarci lì, tu che non amavi gli spazi aperti, oggi hai tutta la vista dal tuo poggio, riparato, sotto la piccola quercia. Solo questo, che non ci hai dato tempo, siamo riusciti ad offrirti, ho pensato che fosse il gesto più dolce per poter un poco sapere sempre dove sei.

Ci lasci migliori, hai chiesto poco, e quel poco abbiamo cercato sempre di farti avere.

Ci hai regalato risate, tante, hai riempito casa mentre noi provavamo a spiccare il volo, mentre a turno si andava e si veniva.

Anche tu testimone di tempeste, grida, scossoni, spumante, fatiche abbracci ci guardavi, senza scomporti poi più di tanto. Ti bastava una acciuga, un fagiolino, il tuo mondo era tutto li.

Pian piano ti sei mescolato a casa, ed ora è un davvero più vuota, senza te.

Ci sei sempre stato.

Il tempo ti aveva reso più tenero, coccolone, chissà poi perchè.

Il tuo suono strappava le mie, di fusa.

Le tue impronte, allargavano il mio sorriso.

La tua voce, a ricordarci che eravamo tornati a casa.

Sempre, in tutti questi anni, non sempre facili, tu.

Ci hai visti fare le fusa, con te, e godevi, si vedeva. Sapevi che imbrattare il pavimento appena lavato zampettando allegramente era una sfida e che l'avresti passata liscia.

Gli agguati, i morsi, i salti, ora il vuoto, che tengo per me. Irritante adesso manchi qui da noi. Il senso per ora è il ricordo di te, non molto altro mi rimane, dopo l'ultima carezza sul muso, la più dolce, per tutti.

Per sempre.

Sei qui, e qui rimani, sotto i miei occhi gonfi.

 
 
 

Sogno.

Post n°147 pubblicato il 29 Aprile 2012 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Ho urgenza di credere in qualcosa. Mi sveglio e sento ossessivamente il bisogno di essere dentro la mia realtà, di avere un sogno. Ho vissuto finora con obiettivi, immaginando di raggiungere una certa tranquillità, di spegnere le prime urgenze personali, di mettere al sicuro il mio mondo costruito con i mattoncini LEGO un pezzo per volta. Oggi non mi basta più, qui intorno ho le sensazione di assistere da spettatore ad una messinscena, che se solo provo ad accedere dietro le quinte mi prendono a calci, pugni, male parole da farmi passare la voglia.

Leggo e rimango agganciato, moltissime sono le parole che mi scuotono; ovunque io posi lo sguardo all'orizzonte vedo paesaggi bruciati, spolpati della loro bellezza. Le piaghe sono qui, le cavallette hanno mangiato tutto con una voracità ben oltre la loro fame. Si sono prima attaccate a tutto quanto c'era di vagamente succoso per poi sciamare verso qualsiasi altro stelo commestibile ci fosse. Le abbiamo accettate come si accetta un castigo, ci hanno tolto cibo, prima mangiando quei raccolti lontani che non potevamo neppure sapere appartenessero a noi, ora sono arrivate qui. Sono l'onda di piena che tira via le fondamenta della tua abitazione, inarrestabile, da ogni direzione fino a lasciarti senza un posto che tu possa chiamare casa.

Ci hanno tolto un soldino alla volta il sorriso dallo sguardo, ma l'hanno fatto lentamente, dandoci in cambio a buon mercato tristi fotoromanzi, campionati truccati, macchine veloci per prendere più multe.

Dalle nostre foto di oggi si vede che anche il sapore delle cose è stato trasformato in informazioni digitali, il gusto reso inutile uguale per qualsiasi cosa si mangi.

Pieni di ossessioni per ogni idiozia, schiacciati dentro un gioco da tavola nel quale le piccole pedine siamo noi, non si può uscire dalle caselle, le regole le ha fatte qualcun altro.

E non si vince nulla.

Tutto un fumo dolciastro oggi ci riempie la bocca. Mastichiamo dimenticando che questo gusto era diverso, solo pochi anni fa. Il trucco è non farti provare dolore, tenerti la pancia piena, poi tutto può accadere e accade.

 

 Voglio guardare quella stella che fa luce, vederci riflesso il mio viso senza nostalgia, guardare i miei occhi e scoprirli ancora vivi.

Quegli occhi miei dieci anni fa che avevano un'idea da inseguire, un desiderio. Nelle vecchie foto questo mi colpisce sopra ogni altra cosa, uno sguardo con un sogno da realizzare. Allora era diventare uomo tramite il lavoro, trovare un posto nel mondo, tutto teso per farmi spazio. Senza strumenti, senza un soldo, senza un guardaroba solo io, chi mi voleva bene, e il mio sogno.

Nei miei occhi oggi voglio leggere che il futuro che porto dentro me cominci stasera, che sia un po' più profumato di quello che ci siamo fatti costruire intorno, e che sia reale. Fatto per tutti gli uomini, non per una piccola fetida porzione di loro.

 
 
 

Un uomo buono?

Post n°146 pubblicato il 19 Febbraio 2012 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Carico, trabocco di immagini ogni pomeriggio, contengo a malapena questi colori. Non dimentico quello che è stato finora, lo porto dentro, ogni pomeriggio lontano da te. Mi hanno detto che c'è bisogno di raccoglimento, per riuscire a scrivere, e forse è proprio così, o forse basta volerlo, come mangiare, come tutte la altre cose della vita. E mentre ascolto questa pioggia, e leggo le tue righe, resto indeciso, tra la paura per domani, l'incoscienza che salva questo presente ancora da cicala, e gli altri sentimenti da formica che mettono ordine al mio tempo, lo scandiscono un mattone sopra l'altro. Un mese che non corro, settimane che ci penso. Prima questa neve, questo freddo a ricordarci di quanto ancora siamo ridicoli, poi un raffreddore, poi un ritmo che cambia... adesso sono pronto, smetto di guardare fuori, mi vesto e vado.

Forse è così che dovrebbe essere.

Si passa buona parte della vita a prepararci, senza semplicemente partire. Non importa se sei allenato, vai col tuo passo. La distanza che copri la mangi solo così. E in tutto questo andare ancora mi meraviglio di un mare sotto i miei occhi, ogni mattina, anche se fugace e inavvicinabile. E immagino una barca, la mia, più semplice e spensierata al timone sotto la mia mano. E immagino che fare di tutto questo cuore, oltre che metterlo tutto intorno a me, anche al lavoro.

Ogni volta che aiuto concretamente mi sento un poco più pieno. In culo a tutti i divieti, in barba a tutti i terrori sparsi come tagliole intorno alla vita di ogni uomo di buona volontà.

Cerco parole, ascolto parole, continuamente, per placare la ricerca di un senso che sfugge come sabbia nelle mie mani.

Anche ora che scrivo, ripenso a tutti coloro le cui parole mi sono entrate dentro, mi hanno toccato, punto, solleticato, fatto male fino alla nausea. E li ringrazio, per quello che mi hanno dato.

Non è finita qui.

Una voce mi conduce all'altra, senza fine.

Questo ho visto non è cambiato mai, questo non lascio, neppure adesso, che mi spalmo sul divano di una comodità cercata fortemente.

Questa esigenza per me è al pari di mangiare, è una fame, laica, di spirito. Continuo a vagare, insisto a cercare anche, se posso, di fronte ad un raffreddore, o ad una sbucciatura, o all'instillazione di qualche goccia di collirio.

Mi bastano un sorriso, o occhi grati, e sono grato anche io per il lavoro che ho scelto.

Questo ho trovato, questo porto a casa. Il resto serve a gonfiare petto e spalle per tirare via le palle dalle mischie della vita.

E tutto quanto è sempre li, singhiozza accanto a te quando penso ai bambini, al domani.

Mi chiedo se già adesso resta un buon odore, di me, come uomo.

Mi chiedo se sono onesto fino in fondo da essere così presuntuoso di essere un uomo buono.

Oppure se sono proprio ridicolo solo per averlo pensato.

Mi chiedo se il dolore mio e del mondo in realtà non impesti già la mia pelle. Se, in fondo, le mie stanze chiuse sono tali perchè ora la vita è finalmente comoda.

Perciò mi faccio le mie domande, perciò guardo a quelli che si sono mescolati, a lungo, nei casini del tempo, nelle guerre, nei problemi. Spero di scoprire un giorno se sono una macchina che ricicla i rifiuti per restituire una piccola sfera migliore, intorno.

Intanto camminando accarezzo le porte chiuse, anzi accostate, per ricordare a loro che io sono qui, e a me che la mia casa la vivo tutta.

E lascio questa pioggia cadere, lascio che righi le mie guance.

 

 
 
 

Freddo a luglio.

Post n°145 pubblicato il 26 Luglio 2011 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Un'estate che non parte, qui in sala d'attesa mi immergo dentro piogge e frescori urbani. Sarà l'idea del viaggio che si avvicina, sarà la discesa lungo le pagine delle guide e delle storie che mi porta già a Manhattan, ma sono in un'altra stagione. Durerà poco questa estate di mare, ma ormai ho l'età per sapere che non è importante, che ciò che conta è stare bene, non avere incubi. E per fortuna i miei sogni scorrono regolari, come le pagine di un buon noir, con gli stessi elementi che da sempre sono l'ambientazione del mio personaggio, con gli stessi errori e manie che hanno scritto la mia vita fino ad oggi. Non metto fretta, accetto questa pioggia, non mi fermo contro questo freddo fuori stagione, al massimo tampono facendomi una lampada.

Consegno ancora medicinali, a chiunque ne abbia bisogno, ti guardo lavorare, seduta e spaventata, cerco di essere accanto a te, penso ad essere l'uomo che vorrei, immagino il futuro. Molti orizzonti si sono ristretti inevitabilmente, in questi anni, credo di aver scelto la mia strada, e al tempo stesso non lascio ciò che ho scoperto di me, ciò che mi rende sorridente così come ti piace nelle foto.

Corro regolarmente, ho riscoperto il senso, dopo tanto, di far seguire un passo al precedente.

Cerco il colore del mare, lo voglio addosso, soffro quando mi sfugge nascosto dalle nuvole.

Penso al mio futuro, poi non ci penso più. Auguro a me la felicità delle persone che amo, patetico come solo qualcuno già derubato di qualche affetto troppo presto nella vita sa essere.

Non conto più metri, le distanze, vado solo avanti. Anche quando mi sembra troppo dura arrivare a fine giornata, anche quando arrivare in fondo è un pensiero irraggiungibile, anche quando la fatica sale sulle spalle e schiaccia giù incollando le scarpe all'asfalto facendo pulsare le tempie e annebbiare la vista. Anche allora basta un passo dietro l'altro, e riportare a casa la pelle non è che una questione di tempo.

Fumo sempre le stesse sigarette, ascolto sempre le mie verità.

Porto con me i miei occhi, li poso su di te, stella del mio piccolo mondo, apro le mie emozioni a quelle che posso ricevere.

Faccio il meglio che posso, anche se il peggio mi sembra sempre un po' di più.

 
 
 

Strapperņ le parole scritte con rabbia.

Post n°144 pubblicato il 13 Novembre 2010 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Torno a quel giorno, anni già in archivio, e ripenso a quella foto quando anche solo preparare uno scatto era ancora organizzazione, precisione, respiro trattenuto. Mi arrampico con i nostri genitori più giovani, improvvisando una giornata senza neppure ricordare se fosse primavera o autunno. Poco fa pensavo ai singhiozzi versati per te, probabilmente da li è partito il mio ritorno al duemilaquattro.

E ripensavo a tutto il tempo insieme, alle molte e molte notti più semplici, sempre di corsa, a digerire a forza di bevute, a quei momenti di confusa euforia al testosterone che forse, oggi credo, provavo solo io. Tutte le immagini che ho di quegli anni, già cazzo lontanissimi, sono mosse e sfuggenti come se quello che sembrava destinato a durare per un tempo indefinito oggi fosse solo la mia gestazione durata pochi mesi. Ero nella pancia della mia vita, stavo vivendo ma protetto dall'incoscienza e dalla mancanza di responsabilità. Non poteva accadere nulla di male, molte cose del mio mondo erano più giovani e leggere.

Le molte mancanze rendevano possibile e necessario improvvisare.

Notti e giorni confusi, a perdifiato, rincorsi e abbattuti uno ad uno dentro cappotti troppo larghi, maglioni goffi, cavalcando biciclette, suoni e profumi da campeggiatore. Mai pensato davvero a quanto lontano sono oggi da quel ragazzo che pedalava veloce sul lungofiume, aspirando l'aria della notte assaporando le pagine bianche della propria vita.

Tutte da scrivere, grande brivido.

Piacere oggi, enorme paura allora.

Io mi sono fermato un po' li, stasera. Quando i quattro vestiti che avevo erano la mia pelle, la stessa che hai tu addosso, fatta su misura.

Chissà dove sei, stasera.

Io penso che così come sette anni ricompaiono all'improvviso qui, stasera, sul palmo della mia mano allora un giorno, che rivedrò i tuoi occhi davanti ai miei, soffieremo via tutto il tempo lontani, smetterò di contare i giorni, butterò via gli appunti, strapperò le parole scritte con rabbia.

Cercherò risposte fino ad allora, sperando che non ci sarà da parlare al passato per nessuno.

Mi accontenterò di quello che avrai da raccontare, non importa più molto, ormai.

Non è la vita perduta che mi interessa, ma quella che ci resta insieme.

Lascio andare i pensieri, li ascolto ancora, e penso che non mi importa nulla di chi hai vicino, se c'è rabbia ancora penso svanirà tra non molto, sfilacciata come l'immagine del tuo viso nei miei ricordi giorno dopo giorno.

Vivo questa mia cicatrice nascondendola sotto qualche vestito nuovo, oggi, dentro la mia macchina o mentre guido il mio due ruote.

Ho adattato la mia camminata al dolore che sentivo ad ogni passo, non so in quanti se ne siano accorti.

Ho costruito una vita più comoda e calda attorno al dolore del pensiero di te.

Porto avanti la mia biografia, sarebbe bello fartela leggere. Un giorno.

Riguardati.

 
 
 

Ne va della mia vita.

Post n°143 pubblicato il 01 Settembre 2010 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Notte buona, che sguinzaglia i pensieri. Notte che lascio correre come le ruote della mia macchina, anni fa, nelle lunghe parentesi buie tra un posto e l'altro. Essere in bilico, mettere a fuoco ogni punto, tornare a casa. Immaginare, vedere se stessi da più lontano, cercare il punto sulla mappa, in notti come questa quando la stanchezza fa il tiro alla fune con la forza di chi sei. E mi sembra incredibile la vita, quando ripenso a quanto tempo libero avevo, a come lo potevo spendere, e al binario sempre dritto in cui invece sono oggi.

Questo treno non fa fermate.

In un anno ho ricordi di cose da fare, di cose fatte, ma di poca, troppo poca, vita.

Troppo poca davvero, questa vita con me, e con te. Il farmacista che ci conosciamo da tanti e tanti anni.

Non so che succederà, ma devo poter avere fermate, scendere, fare il bagno, mangiare con te, ridere con te, vivere ed avare ricordi di ogni giorno, con te. Scrivevo che dovevo inventarmi qualcosa, non so, magari basta iniziare, e le prime lezioni le ho già fatte, comincio a muovermi. Ricominciare camminare, riscoprire ogni stagione, ripensare ogni singolo giorno, come dopo un incidente, è la fisioterapia che devo fare, per rientrare nella mia vita.

C'è chi sostiene che non si può camminare, che la vita è fatta così, ma io insisto.

Ci vado.

Costante, vediamo che succede.

Una cura lunga e non invasiva, ma necessaria.

Perchè se guardo in giro vedo che salvarsi la vita è questo, non solo mangiare.

Ho bisogno di uscire in barca, un pomeriggio, con te, con il sorriso e la calma che non ricordo più. Ho bisogno di scrivere, perchè ogni riga è un respiro, è un buco nel lattice che avvolge la mia testa e mi permette di respirare.

Ho bisogno di suonare, perchè tutta questa armonia non mi molla mai, trabocca dalle mie dita, da dentro, è pianta che vuole crescere.

Ho bisogno di tempo, perchè tutti questi pensieri che mi tengo vicino, che mi ricordano chi sono io, dove sono nel mondo, e cosa vedo, dalla mia finestra, devono sbocciare, vedere la luce.

Il tempo che non ho, e che cerco.

Ne va della mia vita.

 
 
 

Dentro te.

Post n°142 pubblicato il 23 Agosto 2010 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Asfissiato dal ritmo del lavoro. Un sacco di vita irrimediabilmente perduta, ogni giorno di sole che non sia stato vissuto con te è uno spreco. Mi manchi, mi manca il non poter stare con te, di più, a giocare.

Ho così tante immagini dentro che ho paura di vederle sfumare prima che io riesca a stringerle tra le dita per dare loro uno sguardo indelebile ancora. Ho strade familiari avanti ed intorno a me, che abbiamo camminato insieme, finalmente. Ho impressioni e gusti strani, nuovissimi, laggiù vicino a dove sei cresciuta. Sono entrato nei tuoi ricordi, finalmente; mi sono mosso dentro la realtà virtuale della tua infanzia. La persona che ho immaginato nelle poche foto che ho potuto vedere oggi siede accanto a me più reale ancora, il suo mondo ha finalmente ricevuto coordinate spazio temporali.

Ho calpestato gli stessi pavimenti dove hai giocato, ho mangiato quello che ti piaceva da piccola, ho dormito sul letto dove ti stendevi da bambina. Ho guardato il mondo come si presentava dalla tua finestra.

La tua città.

Il tetto di casa tua, il sole forte ovunque posavo lo sguardo, il parco dietro casa, la tua scuola, il teatro del tuo quartiere così inaspettatamente mi accoglieva come attore, e come spettatore insieme, mano alla mano, con te lungo ogni angolo. Non mi era mai capitata una cosa così. Lontano da casa come poche altre volte sono stato, eppure dentro te, perdutamente. Non era un paese estero quello che ho visitato, era una gita nell'immenso parco della donna che sei oggi.

 

 
 
 

Ancora imparando.

Post n°141 pubblicato il 09 Giugno 2010 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Accade spesso quando non ci sei, l'angoscia e un po' di vino, e apro i cancelli ai pensieri. C'è tanta e tanta gente in giro che divide l'affitto con problemi enormi, la pelle del tuo viso parla per te, che non lo puoi più fare. Quella ruga descrive tutta la fatica.

Quegli occhi invitano a sorridere, per le sciocchezze che spetta invece a me affrontare.

E faccio incubi la notte, per tutte le fottute paure che filtrano dentro come mordente su legno nudo. E ne esco più scuro, irrimediabilmente. Ma ascolto anche storie di fame, storie di miracoli, storie di tutti quelli che insieme hanno scombinato i piani che la vita aveva per loro. Ed allora mi ricarico, e studio, ancora, per me, per il mio domani.

Sono diventato uomo, senza strappi, senza traumi, un giorno per volta, se diventare uomo significa essere cosciente, sentire le responsabilità, sbagliare e cercare di non sbagliare più nello stesso modo.

Nel mio viaggio ci sono pozzanghere, cancelli chiusi, poi autostrada, poi ancora strada statale. E ci sono io, che guido sotto la pioggia, o che stringo gli occhi al sole, o che canto.

Cambio mezzi, mi arrangio un po' a piedi, un po' in auto, un po' ancora su due o quattro ruote.

E metto in fila le bollette.

Quanto ho imparato ad ogni allenamento lo gioco poi nella partita della mia vita, e solo così scopro se funziona per me, se ne avevo veramente capito il senso.

Resta con me, se hai pazienza.

Sto ancora imparando.

 
 
 

Questo č il momento.

Post n°140 pubblicato il 27 Maggio 2010 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

La dedico a me stesso, con calma. Un mese tutto d'un fiato, un paio di Becks, e siamo alla svolta incipiente, con i pensieri che corrono, le solite preoccupazioni che mi prometto di modulare, a rate, come buona parte dei grossi pagamenti che ho addosso.

Ci abbiamo cavato le gambe, anche stavolta, e parlo al plurale, finalmente.

Ritrovo un rock che mi era mancato, non a squarciagola e proprio per questo forse ancor più vicino al mio sentire. Un suono nuovo, più internazionale, o forse solo più adulto, una voce sempre decisa, ma meno sprecata, a vibrare. Fuori di casa nel mondo dei grandi, esposto ma presente, e con spalle larghe. Senza un po' di incoscienza dovuta alla necessità forse non sarei uscito a quest'ora, ma mi sarei deciso con più calma.

Ma è andata così, sto seguendo le mie manovre dalla sala di regia, tutto in diretta, e se sbaglio qualcosa neppure il trucco di mandare in pubblicità.

Me la gioco come viene.

La verità è una scelta, forse è proprio così che è andata. L'ho capito lungo la strada, per non uscire pazzo. Mi sono mosso con il mio tempo, anche quando ho voluto sbagliare, anche quando sapevo che per pagare tutti i danni avrei dovuto chiedere prestiti, in denaro, in affetto, in dignità.

Non sapevo nulla allora, ho dovuto cominciare da me per scoprire la lunghezza delle mie gambe, la forza delle mie mani, la paura nella mia anima.

So che un giorno dopo l'altro resto dentro me stesso, aggrappato con le unghie, e tiro fuori tutto.

Porto a casa vittorie, piccole, quotidiane, le porto anche a te, quando mi resta un po' di energia anche fuori dal lavoro per noi. La nostra squadra, le notti insonni, tanta pioggia, chilometri srotolati insieme, e siamo al primo sole davvero insieme, stringendo gli occhi al vento, sul mare.

Finalmente non lontani chilometri.

Non si scherza mica.

E concedersi aria, e partite di calcio, e bicchieri fuori. Sbrogliare insieme tentativi di sabotaggio, decidere insieme, e poi correre fuori, a ridere, a togliere il guinzaglio dei problemi dalle nostre vite, e ricordare che sarà tutta così, e che bisogna sapere uscire di casa anche con il letto sfatto e i piatti ancora da lavare, prima di rimanere fregati.

Scelgo te, lo faccio ogni mattina.

Scelgo di tenere in tasca il passepartout di tutte le mie stanze, anche di quelle più buie e chiuse perchè voglio la libertà di entrare ovunque senza paura. Perchè la roba negli armadi è tutta mia, e se è li è perchè l'ho indossata un tempo. E butto luce dove voglio in quelle stanze, sempre: unica operazione questa che non mi provoca paura tra tutte quelle che sono in grado di compiere nella mia vita. Spero che anche tu la viva di conseguenza, niente ombre davanti a te.

Scelgo di ridere di gusto, subito, nel presente, senza aspettare capodanno.

Scelgo di tenere pulito il mio sottobosco, perché mi costa poca fatica oggi, così che il giardino intorno casa sia esteso e curato come mi piace. Un albero dopo l'altro, tutto progettato, sistemato, piantato, curato da me, con fatica.

Scelgo di scartare i miei regali, tutti quelli che la vita mi fa, e di sorriderle, con gratitudine.

Scelgo di respirare, rabbia e angoscia mi consumano molto meno.

Scelgo di saltare, ancora, da un vagone all'altro in corsa anche se gli anni passano e la paura di farmi male è sempre più grande.

Ma guardo i numeri, tutti, e faccio i conti semplici perché quando li ho messi giù più complicati inserendo un sacco di variabili poi non sono mai stato in grado di tirare le somme.

Irriducibilmente onesto nell'ascoltare i battiti del mio cuore.

Allora via andare, ogni mattina, contro gambe stanche, contro sole, via dai tuoi occhi ancora, per un sacco di ore al giorno. L'unica musica che so suonare per ora è questa.

Sembra sia la nostra.

Ce la balliamo?

 
 
 

Di un piccolo mondo che invecchia.

Post n°139 pubblicato il 25 Febbraio 2010 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

 Sono cose come la mia prima chitarra, rimasta sola senza il suo re, con il manico venato, silenziosa e paziente, in serate di metà settimana che mi riportano li con voi. E' la mia prima amata chitarra, naturalmente niente di eccezionale, solo uno dei miei primi investimenti verso una piccola felicità personale fatta di spazi privati ed emozioni traboccanti.

Che non chiede nulla.

Se la vedo così mi vengono le lacrime agli occhi.

Gli oggetti che ci appartengono sono in qualche modo memoria di noi, Contengono tracce di chi siamo stati, raccontano la nostra storia, a tratti.

Guido la mia macchina da quasi undici anni, metto in fila le memorie per sommi capitoli, e mi impressiona pensare a quanta vita è legata anche a lei.

Mi ha portato dappertutto. Se ci penso provo una vertigine.

Se penso a tutti i centoquarantamila chilometri che ci ho fatto, con ogni tempo, in ogni condizione meteorologica, fisica, spirituale, economica, sentimentale non mi sembra vero di poter essere ancora li dentro, a respirare l'aria dell'abitacolo della mia vita così piena di ricordi.

I miei fumetti, la mia piccola collezione incastrata dentro le celle della libreria della mia camera, davanti a me, che racconta di pomeriggi dopo la scuola a tornare dal campetto dei preti e a leggere sul letto, e di affetto sincero per quegli eroi di carta, per i loro guai di inchiostro. Anche loro con me, con i miei pensieri di quegli anni a ridere e studiare e mangiare e giocare.

Il mio vecchio stereo, con tutta la collezione di cassette dei Queen, con mio padre, una sua frase dolcissima buttata là mi aveva confermato che erano sicuramente quattro tipi simpatici. E l'immagine di me e lui a frugare tra gli scaffali del negozio di musica del quartiere, con quell'odore di strumenti musicali, legno, lacche, moquette.

Imparando l'amore, il rispetto e la devozione per la musica.

I miei libri, quelli già letti, e quelli sopravvissuti agli scambi o rimasti intonsi e tristi ad ingiallire dopo anni di soggiorno e disinteresse, Li, sdraiati e pigiati, come confezioni dentro un armadio di medicinali che quando lo guardi ricordi a quale scatola associare una sensazione, un problema, un sorriso.

Un dolore.

Il mio gatto, bianco come sempre, vispo e antipatico dalla nascita, che corre, mangia e ci manda poi affanculo gratuitamente perchè in fondo lui è sempre un persiano, ed è bene che ce lo ricordiamo, noialtri. Se lo può permettere, In qualche modo si è sempre preso questo diritto.

La mia stanza che ascolta le parole dette, che raccoglie le frasi di tutta la mia vita, scambiate tra noi.

Che senso ha tutta questa tristezza che sento?

Perchè sento un movimento di lacrime che sale quando vi scrivo di queste sensazioni come parlassi di un mondo che invecchia e che io, oggi, da qui vedo con quale velocità orrenda lo sta facendo?

Perchè non riesco ad usare altri occhi per vivere e riempirmi di gioia stasera che siamo stati insieme, invece di sentirmi in colpa e terrorizzato per il tempo che passa e per il naturale epilogo di ogni cosa?
Invecchio pure io evidentemente, ma i vantaggi della senescenza ancora non mi appartengono.

Rimango solo con le mie paure, con l'ansia di guardare se camminate ancora bene. Tra una risata e l'altra cerco di sbirciare le vostre movenze, cerco tracce di un allarme, anche minimo.

Registro con apprensione ogni rallentamento eventuale, ogni sguardo non luminoso, ogni incertezza nella voce.

E annoto.

E scrivo il mio diario di appunti, e non vi racconto nulla, perchè questa malattia è solo mia. Perchè questa distanza fisica ci appartiene come la lunghezza delle nostre braccia: non ci possiamo fare nulla, siamo sempre stati legati ma non come un pacchetto di mischia di rugby.

Forse è per questo che non ci vediamo così spesso, questo moto di ricordi oggi è finalmente nitido, e praticamente insopportabile. Devo cominciare a gestirlo, allontanare il panico.

Siamo alla svolta.

Non più noia e fastidio per i limiti di una casa in disordine, per gli orari tardi dei pasti, per l'odore vago di chiuso.

Oggi mi resta il terrore di guardare tutti insieme quali carte tirerà su il destino per noi, e soprattutto di come le giocherò, queste vostre carte.

Oggi mi chiedo quanto tempo riuscirò a star seduto al vostro tavolino, e se sono intanto pronto, a sedermi per giocare. Prima di aver detto proprio tutto, alzarci, uscire.

E salutarci.

 

 
 
 

Di pagare le mie rate.

Post n°138 pubblicato il 29 Gennaio 2010 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

 

Arrendersi al freddo, accomodarsi sulla poltrona dei propri pensieri... perchè no?

Non voglio orari, non corro da nessuna parte. La tua lontananza, il tuo impegno lontano da qui è ciò che mi resta attorno stasera. Dirigo il movimento delle parole, le faccio scivolare, mi fermo per una sigaretta, e vi amo da qui, guardandovi ballare. Chissà perchè mi sdraio sul mio divano e mi sembra di essere a casa con voi, anni fa, insieme, dopo cena, al caldo, dentro la trincea scavata a mani nude da voi, dentro il campo di battaglia della vita. A fare addestramento, fino a quel mattino in cui sono partito, con una dedica, per provare a scoprire chi sono, e portarvi prove del vostro coraggio.

E ad ogni ritorno portare in valigia testimonianze e foto di posti a voi sconosciuti, scalpi di uomini uccisi per legittima difesa, ferite di guerra ricucite come potevo, un pezzo del vostro cuore indietro ogni volta. Anche questa nostra lontananza stasera che vi guardo dal banco del bar, mentre la serata va avanti, mentre ancora non vi ho offerto una cena, mi viene in aiuto, scrive nuove pagine.

Di noi.

Che storia siamo.

Penso a voi non sempre, ma con maggiore apprensione ad ogni passo. Tremante sogno sogni vividi e mi sveglio sudato. Ogni partenza che affrontate mi lascia più cosciente ogni volta.

Del futuro.

Penso a voi quando guardo l'orologio, quando conto i respiri scivolare disperati sul calendario che neppure guardo più. Penso a voi quando stringo i denti,e al regno che possiedo, una tenuta che mi preparo a gestire. Avete asfaltato la mia strada fin dove potevate, perchè potessi intanto prendere la patente senza farmi troppo male. Poi ho provato da solo, faticando.

Bestemmiando.

Piangendo.

Avete tirato su mura dove non c'era nulla per me, avete preparato stanze per i miei viaggi e per il mio ritorno. Sempre al caldo, sempre con la pancia piena.

Ho paure che neppure sospettavo, quando penso a voi, come se finalmente ci fossimo scambiati di posto. Come se i miei rischi li avessi già corsi.

Vorrei cominciare a pagare le mie rate.

Questo esservi esposti con le banche della vita è il senso della vostra esistenza.

Spero che ogni volta che sedete e controllate i conti possiate sentirvi almeno un po' come mi sento io stasera. Spero possiate vedere, come io vedo con questi miei occhi emozionati, che il risultato di tutte le vostre fatiche c'è, ed ha un valore non calcolabile.

Io vi guardo ballare, abbracciati.

Sorridenti.

 

Finalmente.

 

 

 
 
 

Il critico.

Post n°137 pubblicato il 16 Novembre 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Sono quello che fa tutto, e fa tutto a metà.

Sono quello con le mille passioni, tutte sezionate da una lancetta, in ordine di priorità.

Sono quello che neppure sa parlare di sè.

Sono qui, a pensare a quanto tempo e quante risorse dedicare all’estetica, al suono, al piacere puro di un viaggio, di un piatto.

Tiro avanti il carrozzone della mia vita, succhiando ogni goccia, pulendomi col tovagliolo dopo ogni sorso, assaggiando da bicchieri diversi.

Calcolo, infilo sempre e comunque un passo dopo l’altro, me la cavo così muovendomi dentro gli articoli di un piccolo codice personale che applico fin dove scopro i miei confini. Ho scoperto che posso essere anche quello che ti può offrire un giro in barca, come un piccolo piccolo personaggio intrigante, una rockstar da sperduto buco di provincia.

Non scrivo canzoni, anche se me le trovo in testa e sulle dita.

Non scrivo racconti, ma arrangio parole e pensieri in bocca ogni minuto.

Non scatto foto come un cecchino, non pianifico i miei investimenti non mantengo una regolarità.

Seguo ogni impulso, queste riflessioni sedimentano sul fondo delle mie giornate, vivo come posso.

E colleziono giacche in pelle. La caccia è partita. Sono dentro una perversione anch’io come tutti coloro che snobbavo, mentre oggi leggo la diagnosi: egocentrismo estetico da emulazione di icona post artistico-borghese-rock.

Vivo di conseguenza. Mi lamento senza averne il diritto, e racconto questi lamenti ad un patetico foglio elettronico per compiacermi di tanta attenzione. Ma non metto mai veramente la faccia in giro.

Questo è il nodo.

Sono quello che racconta, ma non viaggia.

Sono quello che recensisce, ma da casa.

Indovino le risposte.

Ma dal divano nel salotto.

 

 
 
 

Clausole personali.

Post n°136 pubblicato il 29 Ottobre 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Dietro la finestra di casa mia, a guardare fuori. A farmi male. Avanti a me poco o nessun movimento nella boscaglia. Nessun allarme, nessuna sorpresa. Mi chiedo che ne uscirà, se pochi ce l’hanno fatta. Disertori dell’esercito della vita, della propria, tutti accanto a me, a sussurrare ogni momento come si sta, una volta varcata la soglia. Tutti che descrivono con dovizia di particolari le clausole del loro contratto personale, con il destino, con l’aria che hanno intorno. Ed io dentro il colapasta della mia vita cerco ogni giorno di allargare i buchi troppo piccoli per mettere fuori la testa, il naso, un braccio. Cerco e non sempre riesco di non perdere la luce di quanto ho intorno, ogni ora, ogni giorno. Ogni granello di luce che filtra trova la mia pelle nuda: provo a scaldarmi un po’ alla volta anche così.

Le mie ore d’aria oggi valgono una fortuna, perché come olii essenziali devo diluirli per ottenere i profumi che voglio. Che mi servono.

Perciò ripensavo a tutta la strada percorsa, a notti magiche, a giorni con lancette che giravano con velocità diversa da questa che c'è qui.

 Occhio, mente e cuore sulla stessa linea, ci siamo ancora, a non essere scontenti delle mura di casa propria, a non impazzire perché non vedi gli amori della tua vita se non una manciata di ore la settimana.

Questa stagione di coppie, questo inverno alle porte con le sue idee, le sue reclusioni, il suo inevitabile letargo sembra invincibile, come il sonno da intossicazione da monossido di carbonio…

La strada fatta fin qui, autentica, personale, sofferta urla il suo carattere, ogni volta che scende il tono e il volume si abbassa.

Dici che scriverò, che riuscirò a scrivere quando sarà tempo. Io ti rispondo che intanto essere regolari è un ottimo inizio, che non lasciare indietro nulla è già impresa notevole. Perchè questa vita mi vede la sera a pezzi, perciò in fondo non mi devo lamentare.

 Posso e devo però assecondarti, carezzare ogni parte, come amante attento ed esperto, non dimenticare nulla. Non conta il risultato, per ora: mi serve conservare la fame.

Perché ancora scatto foto, e non ne scelgo nessuna.

Perché magari troverò ancora il tempo per fare un bagno, e non la doccia.

Perché se i capelli che abbiamo in testa pesassero come certi pensieri molti di noi sarebbero cavie per gli ortopedici.

Perché so che ciò che amo magari non correrà lungo la corsia accanto per tutto il mio stesso tragitto.

Perché ho imparato a respirare un po’ più lentamente, anche se dentro magari si agita la rabbia sopra la carne viva.

Io continuo a salire sulla bici. Anche se fumo un poco di più ogni giorno.

Non cambio la dieta.

Chiudo la finestra.

Mi mantengo ancora anguilla.

 

 
 
 

Sali su. Con me.

Post n°135 pubblicato il 03 Settembre 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Una notte insonne, luccichio di luna su un mare magico, e rischiare con gli amici.

Tutta una magia, intorno. Resistere non si può. Notte calda, aria profumata, insegnamenti preziosi contro la velocità con la quale si offuscano gli occhi dei bambini.

Quaggiù è tutto un inseguimento, e poi una sosta, un furto. Poi ancora alzarsi, spostarsi.

Lo sguardo perduto oltremare, dentro effetti speciali di scintille sull’acqua, incantato da lucciole tardive immaginarie, così mi trovi in sere come questa, con poche note suonate piano in punta di dita.

Nessun altro pensiero, solo il respiro di tutto: sono dentro i polmoni della vita.

Evaporerà un giorno questo profumo sospeso.

La luce si farà più bassa, i colori un poco meno brillanti.

Non importa, ho vissuto quel che c’era. E quasi non mi sono bastati i sensi.

E troppo poca è la sensibilità della mia pellicola, ho certamente perso infinite sfumature emozionanti.

Imbottirsi di vaghi pensieri di stagioni che si inseguono, di un giro di vento sopra il quale salire, sopra il quale ballare, mano alla mano, questo mi succede, in notti come questa.

Le fessure tra le mie dita chiuse lasciano scorrere questo tempo senza riuscire a trattenerlo, ma avvertendo la sua consistenza tutta.

Un granello alla volta.

Un sorso alla volta.

Il mio sorriso, ed il tuo, rubati alla notte, versati al sicuro in un conto cifrato nella banca dei ricordi.

Abbraccio ognuno di voi, ogni volta. Sento questa musica che sta uscendo dalla mia voce, dalle parole distribuite al volo una dopo l’altra. Passione.

Come si può contenere tutto questo?

Rimango sotto l’onda delle emozioni, fluttuo li dentro, ad un pelo dalla superficie dove tira il vento.

Comodo, poi affamato, poi inquieto. Poi ancora a dirigere la tavola dei colori, degli elementi, dei suoni che si affollano tutto intorno in questo gran galà.

Anche ora, con altre foto stampate già lontane nel tempo, e altri chilometri alle spalle vissuti con capelli più lunghi sono qui a registrare ogni variazione della luce all’uscita dal lavoro; scivolo dentro il ciclo di tutto, mi lascio cullare. Pronto anche ai vuoti d’aria se ci sarà da volare, o agli scossoni se mi muoverò sulla terra.

Lascio salire i brividi, e tolgo i fermi alla mia vita.

E sorrido.

Ancora.

 

 
 
 

Di altro tempo.

Post n°134 pubblicato il 22 Agosto 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Perché il sonno non vuole arrivare.

Notte strana, questa. Palpiti non spiegabili, catene vecchie, ruggini, spigoli, occhiate stanche mi impediscono i movimenti.

Siamo troppi, a volte, nel solito spazio a muoverci e a ballare. Anche questa estate ha la sua dignità, e la mia giovinezza è un lusso che posso ancora permettermi. Perciò guardo tutti noi ballare, guardo dal mare questa festa e sorrido, dell’unica cosa che capisco chiara: la passione per la vita. Questo accomuna tutti quanti noi che siamo li. Ogni gesto, ogni bicchiere, ogni boccata di tabacco è una celebrazione di questo.

Ogni bacio, ogni sorriso, ogni parola che si canta è un regalo a noi, al nostro cuore che batte.

Questa estate è compagna.

Questo tempo mi servirà.

 

 
 
 

Molto poco.

Post n°133 pubblicato il 16 Luglio 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Qui non è cambiato niente. Come la puntina del giradischi salto sempre sullo stesso punto, compio sempre e soltanto il solito giro. I giorni corrono, vivo il mio lavoro con distacco…

Forse vivo tutto con distacco: sono in attesa.

Devo darmi da fare, voglio partire, devo vedere scorrere paesaggi e posti, devo dimenticarmi di che ora è.

Lo devo a me stesso, perché questa mancanza di te non ha senso. Non posso chiamarti, non ho nulla da proporre di diverso. Ho già usato troppe parole, sono più che sufficienti a dirti quello che è la mia vita adesso.

Il mio vuoto di te non ha un nome, mi sento ridicolo.

Il tempo è andato, non so se rimarremo, vago sentore di esaurimento, non resterai.

Qualcuno dice che non si deve avere paura, ma un in angolino la faccio accomodare lo stesso, stasera; rimarrà la tua mancanza da pagare un giorno alla volta in banconota di rimorso, per non aver saputo gestire queste mie maree, che anche stasera spingono lungo la costa.

Mi manchi, la tristezza è per me.

Il margine di errore è sempre più basso, ogni giorno di più; aspetto un domani che neppure so che vestito avrà.

Inseguo una traccia, alla stessa velocità con la quale scappo dalla mia ombra.

Spero tu stia bene.

Qui c’è poco da salvare.

 
 
 

Scoperto e ad occhi chiusi.

Post n°132 pubblicato il 07 Luglio 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Sempre così, ogni sera che non corro.

Lascio queste note sopra di me, a galleggiare, scaccio qualche zanzara particolarmente invadente, mi guardo.

Ogni sosta che faccio porta con sé il sapore dolceamaro dell’amore. Tanto per cambiare cerco di star dietro ai miei malanni, mi sembra di vivere con polarità invertite. Cerco disperatamente di afferrarti, e poi ti respingo. Corro all’impazzata per raggiungere la mia vita, poi mi giro e scopro che l’ho già superata, in corsia di sorpasso, e non posso tornare indietro.

Né fermarmi.

Non so che sta succedendo, o meglio vorrei credere che la risposta non fosse così semplice, che non fosse quella che sto masticando in bocca da molto tempo.

Con il tempo non ho un dialogo, abbiamo litigato. Non parliamo, non mi dice che ci sarà più in là, lungo la strada.

Allora corro, e corro il mio rischio.

Stasera parlo di un uomo che neppure ha fatto il letto.

Allungherà la gamba verso domani così.

Nudo, scoperto e con gli occhi chiusi.

 

 
 
 

Ogni giorno.

Post n°131 pubblicato il 02 Luglio 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Chissà come sarebbe potuta essere.

Immaginavo la mia strada più riempita dai silenzi che dalle parole, la immaginavo meno miscelata con quella degli altri. Vedevo me seduto nella hall di un albergo intento a scrivere, a macinare pensieri importanti e malinconici. Tratteggiavo sessioni notturne lontano dalle risa e dagli abbracci in nome di un presente futuro. Sembrava scritta la mia parte: quella dell’amico lontano,  quello che è in giro a sbattersi per qualche impegno di lavoro, di ritorno per natale, per ferragosto, che segna i minuti liberi sul calendario in laboratorio con una mano mentre con l’altra fruga online tra gli orari di voli e treni per tornare.

Una vita fatta di attese, di troppi caffè, di pasti improvvisati in bar e trattorie casuali.

Una danza in mezzo a taxi di ogni tipo, scontrini da conservare, valige sempre incomplete per sentirsi a posto.

La guardo, stasera, da qui.

Ci ripenso, seduto in casa mia, mentre ringrazio questa stagione per il suo calore.

Metto via ogni sorriso, ogni gesto. Riempio il freezer per i tempi magri, che so che nessuno è immune dai guai. Interpreto ogni minuto del tempo che resta a modo mio, come se l’avessi addosso su misura e troppo bello per non godermelo e farci un giro dentro.

Anche nel mio lavoro mi godo la mia celebrità, me la sono conquistata.

Un giorno alla volta.

Lascio il fascino del pensieroso alla prossima vita.

 

In questa scelgo di ricevere omaggi ed emozioni da chiunque ne abbia un po’.

 
 
 

Brevi memorie di un giocatore.

Post n°130 pubblicato il 22 Giugno 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

Una sera, con calma, dopo che anche il cielo si è sfogato, dopo che lo abbiamo lasciato bestemmiare per giorni, mi siedo.

Mi riposo un po’.

Penso a tutti i giochi a cui ciascuno di noi partecipa, come vittima, come attore, consapevolmente o no. Stasera mi sento così, infreddolito da una sera climaticamente avanti di sei mesi, a guardare il mondo dal mio oblò. Giochi di ogni tipo, il lavoro, la vita, le cose belle e quelle meno da ridere: tutto è un circo. Ho imparato perlomeno ad accorgermi di quando mi trovo seduto al tavolo con le carte in mano: è già qualcosa.

Stasera guardo gli altri, il loro gioco, mi incuriosisce sbirciare come affrontano la loro mano con le carte che hanno.

C’è sempre da imparare.

Non mi fermo su un giocatore in particolare, so che sono li in mezzo perché sono uscito di casa da solo, e per noia. Perciò rientrerò presto senza aver parlato con nessuno. Va bene così. Un caffè al bancone, poi magari un grappa. E a letto presto.

Quando va così penso alle carte che ho io in mano, a come le giocherò domani, se vincerò la serata, o se magari non sarebbe stato meglio proprio non cambiare le fiches. Per ora sono pari, con la mia vita, anzi, forse a ben guardare sono proprio fortunato, più che bravo. Con due lire riesco se non altro ancora a giocare ogni sera. Non credevo sarei durato così tanto, al mio tavolino. Ogni tanto va proprio di culo, e allora senti i vecchi li dietro masticare invidia e madonne. Ogni tanto ovviamente perdo, e allora pagare per me vuol dire lasciarci i denti, ipotecare il mio sorriso, dare in pegno pezzi del mio cuore. Quando perdo rimango col culo scoperto. Lo so che è così, ma non riesco a non sedermi li, a non giocare.

Probabilmente ho un problema, me ne accorgerò troppo tardi, quando dovrò chiedere prestiti ad amici e conoscenti.

Sempre che non sia già successo.

Per ora solo grazie a tutti, per la pazienza e l’amore.

 
 
 

Sea calling.

Post n°129 pubblicato il 02 Giugno 2009 da gizzoragno
Foto di gizzoragno

E’ in un giorno così, che cammino, che sento tutto. Nell’ora in cui due mondi si sfiorano, quello di chi ha la pelle cotta dal sale, e quello di chi veste di scarpe e profumo eccomi là, acceso come molto spesso mi accade, in questi mesi, in questi anni. Stasera gli ombrelloni balzano fuori dalla foto giù in spiaggia; stasera tutto il mondo è qui, in tasca. Riesco a farcelo stare intero. Tutto ciò che ho intorno è vivido, mi sembra di avvertire ogni bisbiglio, ogni scricchiolio, ogni canto che esce da ogni piccolo concetto della realtà.

Sei tu, unica. Si spaccano i muri, trabocca tutto quanto. Hai questo potere, di accendere i sensi. Tutto ha nuovi contorni, puoi udire suoni che altri non riescono. Il gusto lo scopri con meraviglia ogni giorno, e insieme ne preservi memoria. Non mi chiedo più neanche come fai.

Ma che creatura sei?

A chi ha, come io mi sento, sensi da allenare, potere stare con te diventa una vita nuova.

Mi sento meglio, dopo averti parlato. Camminavo, ma ero un uomo nuovo un passo dopo l’altro.

Ti ho scritto, non ti ho stretto come avrei voluto, ma non ti ho detto che ho capito molto bene ciò di cui tu mi hai parlato. E sentirti dire che anche tu hai capito le mie parole rende la mia vita più piena ancora. Non staccherò questo mio cuore dal tuo, credo non più.

Un altro passo verso il sole.

Assaggiando il mare.

 
 
 
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