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Creato da J.Janis il 20/09/2007

Graffi in paradiso

...ancora una volta sul fiume, naufragi e nuovi avvistamenti. Per me che una nave non la so governare, per me che non ho equipaggio se non loro, le mie parole.

 

 

Blog

Post n°42 pubblicato il 18 Maggio 2010 da J.Janis

http://micheladelsavio.blogspot.com/

Mi sono trasferita qui.

 
 
 

Post N° 41

Post n°41 pubblicato il 18 Settembre 2008 da J.Janis

AVRETE VISTO CAMMINARE UN'AQUILA ...




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Post N° 40

Post n°40 pubblicato il 18 Settembre 2008 da J.Janis

Ad Alehcim gli occhi cadono prima sulla linea. La partenza. Bianca, ancora vergine, piena di aspettative, retta, perfpendicolare ai suoi piedi, che aspetta solo di essere calpestata, scavalcata, iniziata. Prima alla linea, poi ai propri piedi pronti a gareggiare, a spingere, a dare il meglio, con le scarpe allacciate strette per dare la massima tenuta a quegli arti a cui è pronto a dover chiedere tanto. Dopodichè sistema bene le mani a terra, dietro a quella linea di partenza. Quello sarà un grande giorno. I polpastrelli che si poggiano sicuri appena dietro allo stesso segno bianco, dopo il quale si affronterà la sfida, la battaglia. Si corre soli, ma contro tutti. Uno sguardo a quegli avversari che saranno a volte compagni, a volte amici, a volte discordi, a volte in sintonia, a volte allineati, a volte un pò in vantaggio e un attimo dopo in difetto. Quando Alechim si prepara ad una sfida è pronto a tutto. Chiede tutto a se stesso e non concede nulla nè agli altri nè tanto meno a se medesimo. Alehcim è fatto per correre, per gareggiare, sfidare, guardare dritto negli occhi, vincere. Lo sguardo successivo va al mossiere. La pistola stretta in mano. Alza l'arma a salve verso il cielo, Alehcim riabbassa lo sguardo e poi lo volge alla pista, in avanti, oltre le curve, tra le linee, dritto in fondo al traguardo. Sa che ci arriverà, sa che tutto è lì in mezzo.

Lo sparo.

Corri Alehcim, corri veloce, corri con te, per te, per il vento che aspetta di lasciarsi battere, per la pioggia che si lascia schivare, per il sole che si lascerà quasi raggiungere dalle tue misteriose e portentose spinte. Spingi dal basso, spingi dalla terra, spingi dalla tua testa che sta in tutto il tuo corpo, spingi con le mani, con il pensiero. Più gli avevrsari si fanno amici e più sono avversari da battere. Più corri e più ti avvicini. Senti la fatica Alehcim, senti il sudore, ne vai fiero. Ti imperla la fronte, cola giù lungo le guance, ti arriva alle labbra e tu lo bevi. Senti quanto è dolce la tua fatica e lo sforzo, la dedizione che hai nel correre e nel voler (e poter) vincere.

Alehcim è più veloce di tutti. Alehcim può vincere. Si concentra sulla gara, non sente nemmeno il tifo, gli spalti e la gente scompaiono. I compagni, i nemici, tendono trappole, ghignano cattivi, non gli coprirebbero mai le spalle. Vogliono vincere a loro volta, ciascuno concentrato sul traguardo.

Alehcim è più veloce di tutti perchè vuole più di ogni altra cosa arrivare in fondo e sentirsi vincitore. Alechim per sua natura è un vinto perchè le sconfitte non gli vanno a genio. Il vincitore sarà anche quello che anche se perde non è vinto mai, ma Alechim non ci sta. Vuole vincere sul serio. Vuole sentire il filo di lana sfilargli lo stomaco, corrergli in mezzo al petto e poi piano scivolare a terra, lasciando scie di vittoria dietro al suo cadere lento.

Alechim è più veloce di tutti. Taglia il traguardo, è primo. Ha vinto. Il traguardo tanto sognato si è lasciato tagliare. Non è più vergine, è suo. Il desiderio... Il desiderio... Il desiderio? All'improvviso si guarda intorno. La pista è deserta, gli spalti vuoti, nessun mossiere, nessun nemico, nessun avversario. Nessuna gara.
Si siede a terra e guarda indietro. Ha vinto, ma che cosa? Aveva un desiderio, ma quale?
Dopo il traguardo il nulla. Si siede a terra. Quella terra che aveva amato tanto giusto cento metri fa. Quella terra che prometteva un seguito alla vittoria, quella terra che alla vittoria lo aveva invitato.

Si slega le scarpe, le sfila. Le prende su per i lacci. Sconfitto dal nulla prende la porta e lascia il grande stadio ormai in disuso da anni e anni, cadente ai lati. Non se n'era mai accorto. Eppure avrebbe dovuto cambiargli la vita, avrebbe dovuto uscire di lì diverso, con qualcuno a tenergli la porta aperta, quasi ad invitarlo ad imboccare una nuova strada.

La strada è la stessa, è quella di casa sua. L'asfalto è consumato, liscio. Le sarpe penzolano al suo fianco. Giunge davanti a caa sua, ingrigita dal tempo. Apre la porta, lo zerbino con la scritta Welcome è consumato e polveroso, sbiadito. La casa è silenziosa e... vuota. Chiude la porta dietro sè. Non correrà forse mai più.

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Vodka.

 
 
 

Persone

Post n°39 pubblicato il 18 Agosto 2008 da J.Janis

Ho capito che non esiste un ordine nel tempo, nella successione degli eventi, nel rincorrersi di piacevoli o spiacevoli avvenimenti, sostituendo momenti di leggerezza ad attimi che schiacciano a terra. Non esistono momenti opportuni affinchè accadano. Accadono e basta.

Incontri persone, stringi mani, ascolti linguaggi e scruti minuscoli movimenti espressivi. Un vecchio con le mani grandi, gonfie, tagliuzzate dal lavoro, sporche di sporco permanente, seduto curvo su di una panchina, mentre pendente verso le sue ginocchia, con le braccia appoggiate su di esse, cerca di rimettere assieme, avvicinandole, due metà di un gratta-e-vinci strappato. Silenzio attorno, un angolo ameno di città, quelli che mi piace girare alla cieca senza nessun luogo da visitare o cercare, senza l'indice puntato sulla cartina. Solo a passi lenti e rasenti terra ascoltare rumori di vite, profumi di case, sbirciare attimi di vite come quella silenziosa di quel vecchio. Dio che malinconia, ma che umanità!

Un uomo sfreccia nella sua Ford ormai da trentennale. Camicia bianca a righe, mani al volante esattamente alle dieci e dieci, come da scuola guida. Capelli unti e radi, bianchi, tirati all'indietro; ancora i segni del pettine in essi. Guida svelto sull'asfalto senza segnaletica orizzontale, attraversa la piazza semicircolare proprio davanti le scalinate della grande Chiesa. Stacca una mano dal volante, si traccia con la mano un segno della Croce che sfiora appena il petto, china la testa per renderlo il meno ampio e più svelto possibile. Ma ruba un attimo della sua corsa verso un appuntamento, un dovere, un impegno, un qualcosa per quel segno della Croce. E in ogni caso Auguri! ad arrivare fin all'altro capo della città! Con tutte quelle Chiese, Catania potrebbe rappresentare il più grande ricettacolo di Santi.

In questo innocentissimo sbirciare e spiare le altre vite ci si sente facenti parte di un mondo lontano da guerre, da giornali, luoghi, luci blu, agenti atmosferici. Non esiste nulla per pochi attimi, non si esiste neanche personalmente, perchè si è intenti in altre vite, in sprazzi di pace incantata. QUesti attimi sono fuori. Fuori da noi, voi, loro. Tutto.

Durano poco.

 
 
 

Scartabellando

Post n°38 pubblicato il 17 Luglio 2008 da J.Janis

Ho trovato la cosa più triste. Il biglietto con cui mi guardasti andare via, il foglietto che mi desti in risposta al mio “fine”. Ti lasciai, e tu mi desti un disegno a biro blu. Uno dei tuoi. E’ carta giallina, spessa, di quelle carte che se ci scrivi sopra con la stilografica lasci solo grandi macchie d’inchiostro. Dietro, a matita, c’è scritto “Ciao Michela…”. Sapevo di trovarvi quella scritta, voltandolo. E’ la cosa più triste, per me. Perché io, nel tempo che è passato da quando ti ho smarrita a quando ti ho ritrovata, non so più che cosa ne ho fatto di tutte le giornate di sole. Ci penso e non le ricordo. Ricordo solo quelle grigie, quelle in cui il cielo si strizzava forte e grondava acqua viscida, mi ricordo nella mia stanza a leggere, a scrivere come una matta… parole vuote. Immagini spente. Sto svuotando l’armadio amore, sto buttando via quaderni, appunti, diari, libretti. E nei quaderni sai cosa trovo? Scritte ovunque. Su piccoli pezzi di carta conservati in cartelline trasparenti, al fondo dei block-notes al contrario (o all’inizio e al diritto, prendendo il blocco dalla parte “sbagliata”), stampati o scritti a mano, matita o penna, calcata o lieve lieve, a seconda dell’incazzatura. Sono pezzi di giornate storte, per lo più. Non un’immagine calda, colorata, luminosa. Sono tutte scritte buie. Sono cupe, tristi, svogliate, scontente, afflitte, affrante, demotivate, abbandonate, sconfitte e ogni tanto anche rassegnate. Appartengono perlopiù all’inverno e primavera 2007, perché quelle dell’estate sono altrove, altrettanto grigie.

 

 

Che dire? Solo ora guardo quel biglietto con lo sguardo giusto, sentendone il peso a tenerlo in mano, leggendoci dentro il tuo dolore, le tue lacrime, il mio poco tatto (forse inesistente), la mia bassezza, la mia timidezza, la nostra estraneità, le mie fughe, il mio non sentire, il mio non rispondere al telefono e la tua faccia all’altro capo, la delusione, la negazione di quello che in realtà sono, e che tu ora conosci sicuramente meglio.  E senza conoscerti, più che altro, l’osare combinarti, con leggerezza, tutto quello che ti ho combinato. Il non sapere nulla, il non aver ancora fatto incontri veri, scoprendo che le persone sono molto più di quello che dicono o fanno; che hanno storie, che vanno ascoltate, che va dato loro il tempo per trovare le parole e il modo giusto per parlare, per farsi intendere, per spiegarsi e dispiegare la loro storia in balia del vento di chi hanno davanti.

Tu ora hai fatto questo, finalmente. Io ora ho saputo ascoltare. Sono cambiata, tu lo eri già allora, con o senza di me, con le tue storie assurde alle spalle, con le tue notti bianche a incorniciare macchie sui muri per nasconderle a tua sorella, o a non riuscire a staccare l’orecchio indiscreto e curioso della bambina che ancora eri da quel buco nel muro, ascoltando tutto quello che ti apparteneva ma che non avresti dovuto né voluto sentire. Tu eri già tutto questo: tu eri gente, sorrisi, strette di mano, esperienze (giuste e sbagliate, ma tutte utili). Io dovevo finire il mio viaggio, e tu sei stata un tappa acerba, coinvolgente ma spaventosa, polverosa e a prima vista arida, per me che non avevo ancora i mezzi. E’ rimasto il ricordo di te, mentre camminavo completando il mio tragitto. Il ricordo di un posto strano, magico, governato da un incantesimo che non decifravo. Un luogo che spiccava nella mia mente, ma che non riuscivo a catalogare tra i posti da rivedere, o tra quelli da sfuggire, in cui non tornare. 

 

Il viaggio ti fa crescere nuovi linguaggi per decifrare altre e nuove comunicazioni, sentori, sensibilità.

Il mio ricordo di te è piano piano mutato. Per prima, la voce che un tuo caro era mancato, e nella mia mente la tua immagine di dolore muto, sordo, azzittito. Una foglia non fa rumore quando cade, e tu sei una foglia arancione, quando d’autunno i raggi delle 16 gli arrivano di traverso, nell’aria limpida di un viale. Sei attaccata al ramo da una vita viva, ti aggrappi con i denti, serri forte forte le mascelle.

Ti ho immaginata così. Per la prima volta ho sentito il tuo dolore, la tua capacità di provarlo, l’infinita umanità con cui lo provi. Ho capito che hai avuto male in silenzio anche per colpa mia, senza rivendicare nulla, smettendo anche di chiamarmi, senza insulti, senza singhiozzi, senza scazzi. E’ così che prova dolore quella fogliolina quando riescono a strapparla dal ramo. Cade, si adagia nell’aria, len-ta-men-te… Si lascia cullare dalla caduta, ora di qua, ora di là, scivoli su scivoli invisibili, non gridi, non ti dimeni. Solo una piccola e silenziosa lacrima ti solca le palme e le venature. Estremamente malinconico, per passare inosservato. Uno spettacolo tristissimo che scalda dentro. 

 

Ho viaggiato, ho avuto male e ho imparato. Ho ricevuto dal dolore gli strumenti per capire. Per capirti, per riceverti quale il dono più bello quando, caduta a terra con lo sguardo verso l’albero, decidi di rinascere e formi una verde gemma.

 
 
 
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ANCORA UNA VOLTA SUL FIUME

Ancora una volta sul fiume
il rimorchiatore dell'alba
ha lanciato il suo grido

[...] Allora i lampioni
astri miserabili dei poveri cani randagi
d'improvviso si spengono
Ed ancora una volta la notte è violentata
e le stelle filanti cadendo sul selciato
si spengono anch'esse
e fra i lembi del raso sanguinante e nero
sorge l'alba fanciulla.

J. Prèvert
"Ancora una volta sul fiume"
 

 

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SUL MIO COMODINO

 

 

NEANCHE SE

Questo passante è una sorpresa
come la brezza, il vento,
     il fulmine
a questo sapiente, ignoto,
feroce che entra furtivo,
imprerturbabile, isolato,
trasformista, miscredente,
occulto, viaggiatore,
oscuro, commovente,
timoroso, distratto,
non chiederò un amore,
non chiederò nè un'illusione
nè un omicidio
neanche se conoscessi la vittima.


Nada al-Hajj
"Non ho peccato abbastanza"


 

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