| « Pensierino di Natale- | EMILIO DAVES » |
Umegar....
Post n°3 pubblicato il 05 Gennaio 2012 da iaio59
Scrivere versi... Ne vale ancora la pena? “Mi, come sfòi de carta 'sorbènte ciucio tut, bèl e brut de 'sto mondo canàia. Mi come paia ciapo defàta fòch; ma, al ocorènza sai anca èsser ciòch de làres, mantegno le brase, e no' gh'è vèrs che tase!” Quante volte avrei voluto mordermi la lingua per non proferire parola, per non ferire, usando il “verbo” come spada! Troppe. A volte, vorrei trovarmi come d'incanto accanto a mio nonno Valerio, che poveretto soffriva d'insonnia e proprio per questo, durante le lunghe notti d'estate, passate su in montagna all'alpeggio, soleva starsene per ore e ore accanto al fuoco, nella sua baita, sognando una sigaretta, “da pipar en Santa Paze!” -Bàit de le Scaranzìe, undese de nòt passade, tase el fòch, umega le brase- Succede talvolta anche al sottoscritto, di passare delle notti quasi insonni, notti trascorse a “umegar”. Che parola: “umegar”. E' quella specie di lamento che emettono le braci quando sono lì lì per morire, ma poi, basta una bava di vento per interrompere questo lamento, per far riapparire come d'incanto il fuoco! Ora mi trovo qui, per l'ennesima volta, a domandarmi se di scrivere versi ne valga ancora la pena? Se mantenere viva la fiammella della poesia, avesse ancora un senso. E' forse una fiaccola -alla stessa stregua della “Fiaccola Olimpica”- quella che i poeti portano in una specie di staffetta con l'intento di dare un nuovo input ai “ Giochi della Vita?” Senza la poesia rimarrebbe solamente l'aridità della parola, l'enfasi dello sproloquio che, ahimè, contraddistingue questa società? Rimarrebbe, quel vomitarsi addosso fiumi di parole inconcludenti, rimarrebbero soltanto i conati dei potenti? Forse, con la poesia tutto questo non avviene. O più precisamente; con la vera poesia -quella autentica che scaturisce dalla sofferenza del poeta, dalla scarnificazione, che precede l'immolazione virtuale del poeta, che alla stessa stregua di una fiamma... si consuma- non avviene. Per questo, credo, si dovrebbe evitare l'uso smodato della parola che, ostentato, porta all'alienazione della parola stessa. Uso il condizionale perché è proprio la non-poesia spesso ora a prendere il sopravvento. A volte sarei tentato di lasciar spegnere questa fiamma, di attedere che si interrompa definitivamente il ciclico rinascere della poesia! Di aspettare l'irreparabile! Ma... per fortuna, sarà sempre e comunque Lei a deciderlo. Lei a dirigere il giuoco! Lei... quella che oggi chiamo: “POETÌA” Poesia come “tìa” (legnetto di pino, resinoso, altamente infiammabile, usato dai tempi remoti per accendere il fuoco). |


Inviato da: diaolin
il 09/01/2012 alle 11:09
Inviato da: diaolin
il 09/01/2012 alle 11:06
Inviato da: diaolin
il 05/01/2012 alle 22:43
Inviato da: diaolin
il 07/12/2011 alle 21:41