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Creato da ilblogdelmar il 15/01/2012

Il Blog del Mar

Osservazioni per una critica costruttiva

 

 

SAVIANO: ECCESSO DI QUERELA ECCESSO DI SANTITA'

Post n°159 pubblicato il 21 Maggio 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

Quando anche la lotta alla criminalità diventa un business serve una scorta, una vita blindata e un agente - un bravo impresario come si diceva una volta - per difendere gli interessi di un personaggio che probabilmente a forza di recitare la parte dell'eroe ha finito per inciampare sulla sua caricatura!
Quando anche la lotta alla criminalità diventa un business tutto ha un prezzo: le parole scritte e parlate e soprattutto la credibilità, essenziale per la perpetrazione del successo. Ma di quale successo parliamo? Non certamente di quello sociale, che si sostanzia nel contrasto al crimine organizzato, ma sicuramente di quello personale - o per così dire - professionale, fatto di lauti compensi, di celebrazioni, di riconoscimenti per avere esercitato il dovere morale e civico di condannare le stragi, la violenza, il malaffare, in una Regione, la Campania, che né è sopraffatta e nella quale tutti i giorni perfetti sconosciuti, peggio pagati ed equipaggiati, conducono una quotidiana battaglia contro la malavita, senza salotti televisivi a cui partecipare, senza microfoni, ne luci al neon, senza Tribunali a cui chiedere risarcimenti economici né morali.
Roberto Saviano, invece, né ha richiesto uno, oneroso (4,7 milioni di euro), per diffamazione. Perché dopo essere diventato famoso per aver "osato" contro la camorra, non può rischiare di essere sconfessato pubblicamente sull'attendibilità delle sue apologie, mettendo in pericolo partecipazioni televisive e attività editoriali. A sostenerlo è l'atto di citazione con il quale lo scrittore chiede di essere risarcito per le contestazioni mossegli su un racconto di Benedetto Croce dalla nipote del filosofo, Marta Herling. La lettera in questione fu pubblicata dal Corriere del Mezzogiorno e ripresa, successivamente, dalla Rai, al punto che la difesa di Saviano parla di ampia e articolata architettura diffamatoria, "di vasta portata e reiterata attuazione", messa a punto dai tre soggetti, ai danni dell'interessato, sul piano etico, personale e professionale, "che ha di fatto compromesso la sua attività facendo diminuire le vendite dei libri e le sue partecipazioni televisive".
Ciò accade nel silenzio assordante di tutti quei paladini della libertà di stampa che oggi tacciono. Davvero singolare se si pensa che i salotti televisivi a cui lo stesso Saviano partecipa e ha partecipato, legandovi di fatto la nascita del suo personaggio, sono quelli di una rete che non ha mai lesinato di rivendicare il diritto di espressione e di satira, facendo della libertà di stampa il principale marchio di fabbrica, contro veri o presunti attentati alla Tv di Stato.
A chi serve, allora, Roberto Saviano se non a se stesso e a quell'arena televisiva e politica che vorrebbe rinnovarsi ma non riesce a superare la tentazione di cadere in contraddizioni facilmente sconfessabili? E' che la gente oramai è stanca di falsi miti ed eroi che durano il tempo di una messa in scena e che non servono a nulla, tranne che a se stessi e ai propri interessi, nel nome della lotta alla criminalità, nel nome di quelle vittime la cui vita non sarà mai risarcita, tantomeno da un Tribunale che fatica ad inseguire gli esecutori e continua a disconoscere i mandanti e che, invece, a richiesta, potrebbe ritrovarsi a pagare gli interessi e a rivendicare i diritti di chi nel nome dell'antimafia si è inventato una professione di scrittore, anziché di quelli - di tutti quelli - che perdono e hanno perso la vita nel silenzio muto dello Stato e delle sue mancate garanzie.

 
 
 

EMMA E BELEN: EROE E ANTIEROE DI UN PATETICO ROMANZO NAZIONALPOPOLARE

Post n°158 pubblicato il 30 Aprile 2012 da ilblogdelmar
 

Di Chiara Manfredini

Sembra faccia molto trash parlare di Belen Rodriguez, né parlano telegiornali e ministri, editoriali e corsivi invadono le prime pagine della stampa nazionale ma sono discorsi che gli "intellettuali" non amano fare, liquidando la questione come la solita faccenda scandalistica di basso livello, in un Paese dove si leggono più riviste di gossip che quotidiani e dove pare disgustarci di piu' una laison nazionalpopolare che storie di tangenti e mazzette. Per di più Belen, oltre ad avere il difetto di essere bella e di successo, è pure straniera, tanto da non riuscire ad appagare neppure le brame dell'italico orgoglio e, che sia o no fantasticamente etero diretta, oltre alle beate grazie "a onor di vista" sembra non fare economia neanche di "pensanti membra". Non c'è cosa che faccia di cui non si parli, mi sa tanto di qualcosa di proibito a cui tanti anelano ma nessuno lo confesserebbe mai. E' un po' il medesimo destino che accomuna i più importanti  "casi mediatici" della tv generalista, che nessuno li guarda ma in realtà nessuno se li perde. E dopo la farfallina di Sanremo stavolta a tenere banco è un'intrecciatissima love story che non tralascia neanche uno degli ingredienti di tendenza del momento: toy boy-corna-rotture-passione. Ma lei fa tutto con quell'aria disincantata e spontanea da non riuscire a rinfacciargli neanche la peggiore delle marachelle, appropriandosi, piu' che del diritto, del coraggio - direi - di vivere come gli pare, di non nasconderlo e di non vergognarsene affatto, mentre chiosa sorniona "sono un pericolo pubblico". E mentre Belen - l'antieroe - cavalca sapientemente i meccanismi della tv, intorno a lei si aprono dibattiti e arene multimediali ai quali sembra non si possa fare a meno di partecipare, testimoniando la nota consuetudine di credere a ciò che ci fa comodo: quando ci pare il gossip è tutto finto, in altri casi invece è tutto vero. E questa volta, ovviamente, non potrebbe essere che vero l'assioma della "poco di buono", spudorata e senza scrupoli, che ha commesso l'oltraggio di sfilare il fidanzato all'amabile stellina mediatica della musica targata De Filippi (come in un colpo di scena perfetto della burattinaia della tv del dolore). Stava con uno che della galera aveva fatto un marchio di fabbrica - era soltanto una povera illusa - era incinta - era soltanto pubblicità - è felice con un altro - l'ha rubato ad un'altra (come se gli uomini si potessero rubare come le caramelle al supermercato). E la stessa Italia che "per sbaglio" continua a parlare di Belen, sempre "per sbaglio" santifica Emma - l'eroe- che, inconsapevolmente, ha perso il fidanzato in tv. Convivevano alle porte di Roma ma lei dichiara di aver appreso la rottura dai media e tra gli applausi di un'orda di fan impazziti, nella diretta di Amici, canta "Bella senz'anima", con allusioni all'altra ovviamente "puramente casuali", disocciandosi dalla "pochezza" che la circonda che, ovviamente, non la riguarda, salvo poi comparire su twitter, dispensando ai suoi "preoccupatissimi fan" scatti fotografici di amara felicita'. E intanto Belen non si sottrae ai fischi di un pubblico che, pur dichiarando di non amarla, la incorona regina della tv e in questi giorni appare radiosa e incerottata a fianco del suo nuovo giovanissimo amore, sorridente e autoironica come quando, parlando di sè ai giornali, dichiara: «sono un tipo tranquillo e non molto complicato». E i problemi? A domandarglielo è un bel pensante giornalista del Corriere della Sera.  Che in un paese, che sembra fare del vittimismo un pregio, chi ne ha avuti di più e' omaggiato di dosi multiple rispetto a chi ne ha avuti di meno? E Belen anche stavolta si svincola abilmente dal basso tenore dell'inquisizione e dice: «L'importante è risolverli. (...) Senza rimpianti, perché avere rimpianti è frustrante: dunque se hai voglia di fare qualcosa devi farla, prendendoti responsabilità e rischi». E all'ultimo capitolo di questo seguitissimo romanzo popolare scopriamo che a vincere stavolta e' proprio il temutissimo antieroe, in un inaspettato finale capovolto. Perche' Belen e' certamente piu riuscita della numerosa e indignata platea che in questi giorni l'ha vivisezionata, a partire da quella parte del sistema mediatico che per snobberia un attimo dopo aver lanciato un servizio su di lei si astiene dal commentarlo, quasi a voler prendere le distanze dallo stesso squallore che tutti i giorni trasmette in diretta a tutte le ore e con loro tutti quelli che, in preda ad un perbenismo ipocrita, si dissocciano fintamente da quegli stessi modelli televisivi di cui rappresentano il maggiore indice di successo. In un Paese in cui sembra non essere rimasto altro a parte la miopia di un falso moralismo per il quale si inneggia allo scandalo per una querelle da rotocalco patinato, senza accorgerci di esserci cascati tutti nella rete di Belen - la bella senza cervello-, mentre eravamo troppo impegnati a compatire Emma - la vittima inconsapevole -, dimostrando di aver imparato a memoria il patetico rituale della politica nazionale.

 

 

 
 
 

GLI AFFARI D'ORO DELLA LEGA TRA TANGENTI, LINGOTTI E DIAMANTI

Post n°157 pubblicato il 25 Aprile 2012 da ilblogdelmar
 

Di Chiara Manfredini

I lingotti d'oro ce li immaginavamo nei fumetti di Paperon de' Paperoni e invece ce li siamo ritrovati belli impacchettati nella sede della Lega, riconsegnati da un ex tesoriere infedele, insieme a un mucchietto di diamanti - tranne uno - pronti ad essere elargiti, in segno di sincero pentimento, alle sedi regionali e nazionali del partito dei celoduristi. E' l'ultima esibizione della politica, che passa oramai senza soluzione di continuità da una propaganda strillata e strumentale ad un sottobosco torbido in cui si riciclano mazzette, favori, clientelismo e privilegi . Dopo anni di "Roma ladrona", di pubbliche provocazioni, di un fastidioso perbenismo mediatico, di battaglie moralizzatrici, questa volta ad essere inciampata è proprio la Lega, dimostrando di aver imparato velocemente tempi e modi da quegli stessi corrotti e corruttori che ha lungamente demonizzato e soprattutto di aver saputo cogliere la furba convenienza di un "passo indietro" di facciata, auspicandosi che possa servire a far dimenticare le solite losche faccende illecite. Impermeabili - con i loro talismani verdi a onor di secessione - alle notizie di favoreggiamento con la 'ndrangheta, riciclaggio, affitti, case e lauree pagate con i soldi dello Stato, fondi neri, i leghisti rispondono invocando uno tsunami mediatico contro di loro ed inneggiando con veemenza un "ripulisti" che nasconda il marcio e rispolveri la moralità, senza ovviamente tralasciare di avventurarsi nelle oscure trame di un complotto dei soliti poteri forti che stavolta sa tanto di un'interna lotta di secessione. L'integrità del partito hanno pensato bene di ricomporla salvando "The Family", accompagnando il capo fondatore, potente e malato, apparentemente al riparo dalla bufera mediatica e tentando elegantemente di sostituirlo con l'aitante Maroni, non senza prima aver onorato la sua insostituibilità con un bacio iscariota sulla fronte. Un dato certo è che al di sopra dei cerchi magici e delle battaglie intestine il Trota non e' stato espulso (son bastate le sue dimissioni da consigliere regionale), nonostante l' imbarazzo in cui ha fatto sprofondare il partito e i video diffusi sui soldi versati per il suo sobrio sostentamento. Insomma nonostante tutto o per via di tutto, l'unico inappellabile gesto di rigetto e' stato riservato a Rosi Mauro, la "badante di Bossi", la "vedetta di Gemonio", che da quel cerchio magico di cui è stata fondatrice è uscita con un sonoro calcio nel sedere, mantenendo però, tra lacrime e voglia di rivalsa, niente di meno che la vicepresidenza del Senato, quarta carica dello Stato. Per il resto il copione e' noto, dichiarazioni tutte uguali intrise dello stesso qualunquismo di chi e' talmente attaccato a privilegi e poltrone da preferire di passare come lo smemorato di Collegno, consuetudine largamente praticata e che non smette di sortire i suoi buoni effetti, a quanto pare, nel cerchio di un Parlamento in cui hanno tutti le medesime facce e responsabilità. E mentre Monti favorisce un fermo distacco riguardo a tematiche nelle quali ritiene di non dover intervenire, al conveniente scopo di scomunicare il vecchio Parlamento, accentuando le differenze tra ex e nuovo governo, Napolitano si appella al comune senso etico e morale raccomandando di "non buttare via il bambino con l'acqua sporca", ABC lavorano sapientemente ad una legge sui rimborsi elettorali da utilizzare come spot elettorale e, al contempo, che gli permetta di salvaguardare i "poveri partiti" dai pericolosissimi interessi di potenti lobby private (cioè dai loro soci in affari), attenti a trovare una soluzione collegiale che ne sponsorizzi il senso di responsabilità e allo stesso tempo ne ristrutturi i privilegi. In tanti sembrano temere una deriva democratica, un golpe finanziario, oltre al temuto mostro dell'antipolotica ed e' curioso che proprio coloro che rappresentano la causa dell'esasperazione (i partiti) si ergano a fautori del rinnovamento. E' che comincia a tirare aria di elezioni e la paura di rimanere senza poltrona fa mischiare il diavolo con l'acqua santa. E chi ancora crede di essere al sicuro dal polverone di scandali e inchieste mediatiche fa come faceva la Lega e tutti quelli che ci sono passati prima; perché se c'è una cosa che accomuna i nostri politici e' che ognuno di loro e' onesto e, ancora meglio, diverso dagli altri, fintanto che il sipario si alza e si scopre che sono tutti uguali. Il problema e' che sembra siano rimasti soltanto loro in platea pronti ad applaudire alla prossima messinscena.

 
 
 

FOTOGRAMMA DI UNA MORTE

Post n°156 pubblicato il 17 Aprile 2012 da ilblogdelmar
 

Di Chiara Manfredini

"Immagini sconsigliate ad un pubblico sensibile". Così il Corriere della Sera.it titola il video della morte in diretta di Piermario Morosini, come se nell'assurda rincorsa al "miglior fotofinish" di questi giorni ci fosse ancora lo spazio per scegliere di non partecipare a questa incivile e irreale spettacolarizzazione. Come se Piermario Morosini avesse potuto scegliere di non trasmettere l'ultimo fotogramma della sua giovane vita. Morosini e' morto mentre svolgeva il suo lavoro, mentre inseguiva la sua passione, senza potersi difendere da questa insistente replica mediatica che e' tutt'altra cosa rispetto al cordoglio, al ricordo e alla commozione per una vita improvvisamente interrotta. E' surreale constatare la facilita' con cui si superano i limiti del rispetto e della dignità umane a beneficio degli indici di ascolto, della commercializzazione delle notizie, di nuove modalità giornalistiche e televisive, oramai diventate consuetudine, che hanno completamente modificato i meccanismi di produzione e di fruizione dei contenuti. Mi chiedo se qualcuno abbia pensato per un attimo che Morosini non ha scelto di morire in diretta tv, mi chiedo che cosa avremmo fatto se al suo posto ci fosse stato un nostro figlio. Nessuno ha pensato che quel ragazzo si e' spento senza potersi difendere dallo sguardo di tutti e forse a difenderlo saremmo dovuti essere noi, scegliendo di sottrarre almeno la morte allo spettacolo dei media. Morosini era un calciatore, da pochi mesi in forza al Livorno, aveva conquistato anche la maglia della Nazionale italiana under 21 partecipando nel 2006 agli Europei in Svezia. Perlopiu' sconosciuto al grande pubblico, era un ragazzo che come tanti cercava con passione il proprio posto nel mondo e oggi tutti lo ricorderanno non per quello che e' stato, un bravo centrocampista che ha macinato metri e metri di campo nel corso della sua breve carriera lontana dalla ribalta mediatica, ma come un uomo che ha perso la vita in diretta durante una piovosa giornata di campionato, proprio una di quelle che lui amava tanto. Non erano trascorsi neanche pochi minuti dalla sua morte e già giornali e televisioni davano inizio ad una corale soap opera, farcita di tutti gli ingredienti: vita privata, aspetti familiari intimi e le immancabili polemiche sui soccorsi, al fine di rendere questa morte un prodotto il più possibile commercializzabile, "settimanalizzabile", pronto per riempire i contenitori trash di trasmissioni televisive (Mattino 5, Pomeriggio 5, Domenica 5), che dietro l'etichetta di testate giornalistiche (videonews) danno quotidiano esempio di un giornalismo, condito di sensazionalismo e ripetute violazioni dell'etica. "Lacrime e sangue" sembra essere diventato il moderno diktat mediatico dal quale non e' esente neanche la tv di Stato, nell'ottica di una sempre crescente omogeneizzazione dellla controprogrammazione televisiva, segno di una linea editoriale pericolosamente condivisa, quasi a voler realizzare una dittatura televisiva sostanziata da un falso plebiscitarismo. Sono i dati a parlare se pensiamo che Bruno Vespa non manca di mettere in agenda quasi settimanalmente a "Porta a Porta" una puntata sul delitto Rea o Garlasco o Gambirasio o Misseri per ottenere qualche punto in piu' di share (che in questi casi supera l'11%) e lo stesso fa Alessio Vinci a Matrix sulle reti Mediaset. Come mai certe morti, certi delitti, certe scomparse diventano veri e propri casi di cronaca, che tengono banco per mesi, e di altre, invece, appena se ne parla? Quali sono gli attuali criteri di notiziabilita', in termini tecnici-giornalistici, in base ai quali una morte diventa una notizia e un'altra morte no? Purtroppo la vera discriminante e' quella di un sensazionalismo artefatto, che i media sapientemente producono, alimentando sospetti, pettegolezzi e scandali, attraverso la compiacenza di mediatori e ospiti "addestrati" ad un'arena televisiva dove a dominare e' la ricerca sfrenata del particolare perfetto da svelare o da costruire. Si dice sempre che il pubblico ha il potere del telecomando, ma non e' cosi' quando non esiste un'alternativa, quando i palinsesti sono assolutamente speculari, quando i modelli mediatici si replicano incessantemente in ogni rete e trasmissione. E la più vile ipocrisia e' la legittimazione di una simile morbosità con il dovere sociale di tenere alto il livello di attenzione sulle attività investigative. Se lo si vuole trovare c'e' sempre un buon motivo per giustificare azioni, attivita' o comportamenti al di fuori della responsabilita'. Come parlare per giorni di Piermario Morosini, della sua vita, della sua famiglia con la scusa di dibattere sulla congruità dei controlli medici a cui sono sottoposti gli sportivi, illudendosi di non poterlo fare lo stesso decidendo di risparmiare almeno il fotogramma della sua morte alla morsa di un egocentrismo televisivo oramai senza limiti.

 

 

 

 

 

 

 
 
 

LA MINACCIA DIGITALE: MEMORIA INDELEBILE

Post n°155 pubblicato il 11 Aprile 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

Mai come nell'universo digitale le parole "per sempre" sembrano avere più fondata attinenza. Al pari di un infinito dialogo amoroso la promessa di Internet ai suoi utenti si rinnova quotidianamente per l'eternità a garanzia del diritto ad informarsi e ad essere informati. Ogni giorno sono quattro milioni i dati e le informazioni che ci riguardano che finiscono in rete e sui quali non abbiamo alcun controllo. Il tema è al centro di un dibattito che coinvolge i Paesi dell'Unione mentre a Strasburgo si lavora per varare una regolamentazione a tutela della privacy che tenga conto delle difficoltà sorte dopo la nascita dei social network. Il quesito al centro del dibattito è il seguente: abbiamo diritto a richiedere la cancellazione dalla rete di informazioni che ci riguardano? Tanti sono gli aspetti in gioco. Da una parte il diritto all'informazione e dall'altra il diritto alla privacy e alla sicurezza dei dati personali. Come conciliare queste esigenze? Ci prova Viviane Reding, Commissario UE per la Giustizia, con una proposta di revisione della legislazione comunitaria sulla protezione dei dati personali presentata lo scorso 25 gennaio: una direttiva e un regolamento che saranno esaminati dal Parlamento europeo e dai singoli Stati. L'obiettivo è quello di una normativa unica per tutti i Paesi membri, con la previsione di pesanti sanzioni per i trasgressori. La novità più importante è che per la prima volta viene riconosciuto il "diritto all'oblio", ossia la possibilità per gli utenti di richiedere la cancellazione di dati e informazioni che lo riguardano laddove questi non siano più necessari in relazione alle finalità per cui erano stati raccolti. E' previsto anche l'obbligo da parte del soggetto che ha reso pubblici i dati di informare della richiesta di cancellazione i soggetti che abbiano copiato o linkato le informazioni. Oltre a ciò altre disposizioni prevedono che non sarà più il cittadino a dover dimostrare l'illiceità dell'uso dei propri dati, ma il titolare a doverne dimostrare la liceità. Le sanzioni in caso di non ottemperanza sono pesanti: si parla di cifre fino all'1 % del fatturato globale nel caso di aziende di grandi dimensioni. La normativa, pur avendo il merito di rispondere a complesse necessità si presenta forse troppo restrittiva nel caso della tutela dei dati personali e al contrario poco incisiva per quanto riguarda l'informazione in rete che l'avvento del web 2.0 ha radicalmente modificato trasformando gli utenti da fruitori passivi a creatori di contenuti ("giornalismo partecipato"). In questo dibattito il rischio è quello di polarizzarsi su posizioni estreme, da un lato la libertà di scrivere quello che si vuole e dall'altro il diritto esclusivo di ciascun individuo di stabilire come e quando le notizie riguardanti la sua persona possano essere pubblicate e riproposte, ottenendone anche la rimozione nel momento in cui siano ritenute lesive della propria reputazione.
Il dibattito è molto acceso in Spagna dove l'Agenzia per la protezione dei dati personali (AEPD) ha ingiunto a Google di bloccare l'accesso a notizie pubblicate su giornali nazionali online che sono potenzialmente in grado di ledere la privacy delle persone in essi indicate. In questo caso c'è da rilevare una discriminante fondamentale e cioè la notizia è pubblicata su giornali, mentre Google la indicizza soltanto, cioè ne presenta dei link o al massimo una cache. Quindi, se la notizia in sé viene ritenuta illecita - ma tale valutazione dovrebbe essere data da un giudice - l'ordine di rimozione dovrebbe essere diretto al giornale, non al motore di ricerca. Google, in quanto intermediario della comunicazione, è soggetto alla direttiva E-commerce europea la quale prevede l'assenza di responsabilità da parte di questi soggetti. La stessa normativa prevede, di contro, l'obbligo di rimuovere i contenuti non appena il provider venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano originariamente.
Dobbiamo a questo punto ricordare che nel nostro ordinamento giuridico il diritto all'oblio è riconosciuto dalla giurisprudenza ed è ritenuto tra i diritti inviolabili dell'individuo. Per completezza non possiamo non citare l'ultima sentenza della Corte di Cassazione (n. 5525/2012) sull'obbligo di revisione per gli archivi internet. Chiamata in causa riguardo alla notizia dell'arresto di una persona risalente al 1993 e tuttora riportata nell'archivio storico del Corriere della Sera, anche in versione informatica, la Cassazione ha sentenziato che nel suddetto caso la notizia, vera ma temporalmente datata, ha bisogno di essere aggiornata. «Così come la rettifica - sottolinea la sentenza - è finalizzata a restaurare l'ordine del sistema informativo alterato dalla notizia non vera (che non produce nessuna nuova informazione), del pari l'integrazione e l'aggiornamento sono invero volti a ripristinare l'ordine del sistema alterato dalla notizia (storicamente o altrimenti) parziale». L'aggiornamento si deve concentrare allora sull'inserimento di notizie successive o nuove rispetto a quelle esistenti al momento iniziale del trattamento ed è indirizzato a ripristinare la completezza della notizia. All'aggiornamento deve provvedere il titolare dell'archivio e non il motore di ricerca perché quest'ultimo è, nella lettura della Corte, un semplice intermediario telematico «che offre un sistema automatico di reperimento di dati e informazioni attraverso parole chiave».

 
 
 

NIENTE SARÀ COME PRIMA MA TUTTO SARÀ COME PRIMA

Post n°154 pubblicato il 02 Aprile 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

IN RICORDO DI TUTTE LE DISABILITA'

2 APRILE 2012: GIORNATA MONDIALE DELL'AUTISMO

La disabilità è negli occhi di chi ci guarda e non perché a farlo siano gli insensibili o i cinici, semplicemente perché è toccato a noi e non a loro. Nessuno è preparato di fronte a questo genere d'imprevisti, la maggiore sensibilità o - come spesso si usa dire - una certa predisposizione d'animo verso le difficoltà sono soltanto scuse che ci costruiamo per trovare una giustificazione alla paura che leggiamo negli occhi degli altri. E come dovrebbero guardarci se non imbarazzati e spaventati? Non eravamo noi i primi ad esserlo quei giorni in cui abbiamo saputo? E noi come li avremmo guardati loro e i loro cari se questa inaspettata curva della vita non ci avesse colti di sorpresa?
Quando accade si riparte tutti da zero, dallo stesso punto in cui ci si è fermati e l'unico vantaggio è che non ci sono avvantaggiati, ma soltanto giorni, ore, cose da fare e da rifare, da imparare, da sbagliare, da cambiare e da sostituire e spesso anche "altri" da consolare. Mente prima di tutto a se stesso chi parla della disabilità come una ricchezza, della malattia come viatico verso l'elevazione dell'anima: le solite scuse di chi cerca una spiegazione per porre un freno alle proprie inconfessabili paure. La realtà è che la disabilità e la malattia sono un'instancabile lotta quotidiana per la vita, a volte faticosa e a volte addirittura estenuante, che nessuno vorrebbe mai dover combattere, anche se a ritrovarsi a farlo tutti s'impara, in un modo o nell'altro.
E' vero capita che le case improvvisamente si svuotino, anche se non dovrebbe accadere e che a volte niente sembri "a misura di questo mondo" - al punto che ti ritrovi a pensare che forse Dio se lo sia dimenticato - e che le domande siano sempre accompagnate da quell'espressione maledettamente compassionevole da farti sentire come Gesù sulla Via Crucis. Il pensiero frequente degli altri è: "Che faccio gliene parlo o no? Che se poi non lo faccio sembro insensibile ma se lo faccio forse non se la sente di affrontare il discorso". Ma quel discorso è la nostra vita e sono in tanti a temere che non ti vada di raccontare, non perché sia realmente così, ma semplicemente perché hanno paura di ascoltare. Invece a te andrebbe di spiegare al resto del mondo, e in fondo anche a te stesso, che è normale avere paura, non sapere come comportarsi, cosa dire, cosa fare; che è normale avere la tentazione di girarsi dall'altra parte e che soltanto essendo costretti a tenere ben salda la testa nella stessa direzione, lentamente s'impara a prendere consapevolezza della realtà e soprattutto dei propri limiti e delle proprie imperfezioni in rapporto ad essa.
Quando accade qualcosa a noi o alle persone che amiamo di frequente ci capita di usare o di sentire usare la comune espressione "fare fatica ad accettare la realtà", che non vuol dire che non si riesce a comprendere ciò che succede - che involontariamente sopravviene nel susseguirsi degli eventi - ma che la difficoltà è riconoscersi limitati, inesperti e a volte anche inadeguati di fronte ad una tale situazione. La chiave è svestirsi degli abiti dei supereroi e dei martiri per indossare i nostri, essendo semplicemente ciò che siamo, cioè imperfetti di fronte al dolore, non avendo paura di avere paura. Perché in fondo niente sarà più come prima ma tutto sarà come prima.

 
 
 

IL FALLIMENTO DELLA POLITICA TRA PROVOCAZIONI, SOSPETTI E AMNESIE

Post n°153 pubblicato il 26 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

Una t-shirt, uno slogan incivile, una foto e un politico. La rappresentazione del degrado della politica, che questa volta vede nel ruolo di protagonista uno "sbadato" Diliberto, che cinge sorridente - senza accorgersene! -, una signora la cui maglietta recita: "La Fornero al cimitero". Alla condanna di un'iniziativa avulsa a regole e principi in uno stato di diritto - che tra l'altro si innesta in un'attualità che ravvisa una recrudescenza dell'odio sociale e una deriva anarchica -, unisco il rifiuto per comportamenti pressappochisti da parte di rappresentanti istituzionali, che sempre più spesso s'incaricano di atteggiamenti al di fuori delle logiche del "buon senso".
Non dovrebbe essere necessario sottolineare che il ministro Fornero, impegnata nell'atto finale di un progetto di riforma del lavoro in passato già costato la vita a Massimo D'Antona e Marco Biagi, abbia dovuto subire - appena dieci giorni fa - un rafforzamento delle misure di scorta, come non dovrebbe essere necessario rimarcare il dovere etico da parte della nostra classe dirigente di non incorrere in simili leggerezze, aggravate da postume dichiarazioni al limite del grottesco.
Potrebbe risultare sconveniente - in quanto si rischia di cadere nell'antipolitica - ma è  necessario riflettere sulla consistenza della nostra classe politica, che a piccoli passi sta scomparendo all'ombra di nuove "figure". Resiste - anche se in questi giorni sembra aver subito una battuta d'arresto - la preferenza degli italiani per il nuovo premier Monti e questo nonostante una serie di misure strutturali che hanno: aumentato la pressione fiscale, fatto slittare l'età pensionistica, allentato le maglie di interessi corporativi con il decreto liberalizzazioni e che, forse, vedranno capitolare anche l'ultima "roccaforte" garantista con la modifica dell'art.18. Alla luce di opportune riflessioni le ragioni di questo consenso sono da ricercare più che in un atto di fiducia verso il"nuovo" in uno - più grave - di sfiducia verso il "vecchio" e nella conseguente supremazia accordata dai cittadini al giudizio "morale" a discapito di quello "tecnico" nei meccanismi di premio della classe dirigente, che ha prodotto il definitivo smascheramento della politica italiana e l'evidenza del suo fallimento storico. Non essendo stata capace di rinnovarsi e di sottrarsi a ripetute deviazioni, la politica è divenuta, in modo sempre più concreto e capillare, quell'odiosa "zona grigia" in cui si mescolano interessi personali e corporativi, nella cui alternanza si scandisce l'amministrazione della cosa pubblica. La conferma a ciò sta nell'assoluta mancanza di stupore con cui quotidianamente assistiamo ad inchieste, arresti, corruzione, concussione, mafia, come se nel passaggio dalla prima alla terza Repubblica avessimo metabolizzato indifferentemente il clima avvelenato della stagione infuocata di Tangentopoli. Non ci scandalizza - in quanto fermamente radicata - la rappresentazione della politica come "fitto sottobosco" di frequentazioni, sospetti e connivenze che non esclude nessuno dei partiti dell'arco costituzionale e che non fa distinzione tra contrapposte ideologie, alle quali strumentalmente continuano a richiamarsi i partiti nell'invocare la salubrità della propria area di appartenenza.
In questo clima di sospetto e impunità le caratteristiche più marcate della classe politica italiana risultano essere l'arte della provocazione (ben rappresentata da un ex premier che ha fatto dell'astuzia verbale il leitmotiv del suo mandato) e quella della dimenticanza (egualmente distribuita tra i partiti). Diliberto ha pienamente dimostrato di aderire ad entrambe le peculiarità, esercitando, a seconda delle necessità, biechi affronti o abili sorvoli. E' in questa alternanza, ad esempio, che si inseriscono le sue - oramai note - frequentazioni, risalenti agli anni 2003-2007, con il noto dirigente italiano Giancarlo Elia Valori, come emerso dalle dichiarazioni dell'ex parlamentare, Marco Rizzo, all'epoca della sua estromissione dal partito comunista italiano ("Fratelli-coltelli a sinistra", blitz quotidiano, 23 giugno 2009). Elia Valori, considerato uno degli uomini più potenti d'Italia, indicato come ex esponente della P2 di Gelli (dalla quale fu espulso), negli anni presidente di Sviluppo Lazio, Unione Industriali, Autogrill, Sme, assemblea azionisti Italintesa, cda di Autostrade etc., entrò nell'inchiesta "Why Not" di De Magistris, il quale dichiarò (La Stampa 5 dicembre 2008): "Le indagini Why Not stavano ricostruendo l'influenza di poteri occulti (...) in meccanismi vitali delle istituzioni repubblicane: in particolare (...) i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni e altri, e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario". E nel verbale, l'ex pm di Catanzaro, tira in ballo anche il governo di centrosinistra guidato da Massimo D'Alema: "Nel recente passato (Valori, ndr) ha trovato anche una sponda rilevante a sinistra, dentro il governo D'Alema, in Marco Minniti, ritenuto il "braccio destro" del Presidente del Consiglio dei Ministri". "Soltanto incontri pubblici" preciserà Diliberto. Nulla di illegale, ma il solito sordido scenario di contiguità con settori d'interesse sospetti e sospettati, risultante come suprema finalità di una classe dirigente che, nella definitiva scomparsa dell'elettorato, sostanzia la sua attività nell'esercizio di una mera lotta di posizione a difesa di interessi acquisiti. (Elia Valori è inquisito per aggiotaggio nell'ambito della scalata Alitalia e D'Alema, indagato per finanziamento illecito sullo scandalo tangenti Enac, proprio oggi ha visto l'archiviazione della sua posizione, pur rimanendo la curiosità, tutta italiana, per i suoi viaggi in aereo gratis, a spese di una società privata, ignorando chi fosse a pagare!). Dalla fine delle grandi ideologie, ai politici di mestiere, agli imprenditori della politica, fino ad arrivare ai tecnici e, più in concreto, all'esautoramento della democrazia attraverso un governo non legittimato dall'elezione popolare, al quale è stato demandato di amministrare il Paese di fronte alla clamorosa dipartita della politica italiana.

 
 
 

CAPACI SOLO A DARE I NUMERI!

Post n°152 pubblicato il 21 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

Roba da teatro dell'assurdo la notizia di questa mattina riguardo al falso equivoco tra il Consap, sindacato di polizia e il questore Francesco Tagliente sul numero dei reati registrati nella Capitale. Lo scenario è quello del congresso nazionale del Consap e la fotografia è relativa al numero delle rapine, che secondo Tagliente hanno subito un incremento minimo dell'1% mentre il Consap parla di un più 20% e un più 10% di furti. Della serie sono capaci a dare solo i numeri! Ovviamente non si fa attendere la clamorosa marcia indietro del Consap, che specifica che i dati "oggettivi" sono quelli diffusi dalla Questura, che "ha mezzi più adeguati per accedere alle banche dati". Quindi impariamo che il sindacato ha i dati soggettivi (falsi?) e la Questura quelli oggettivi (reali?). E allora visto che sono soggettivi - rispetto a cosa, a dire il vero, non si è capito - Giorgio Innocenzi, segretario nazionale del Consap, potrebbe non scomodarsi nell'elaborarli. La verità è che la scusa non sta in piedi e che i numeri non sono punti di vista per questo nutriamo più di qualche dubbio sulla plausibilità di una simile discordanza (da 1 a 20), tra l'altro prontamente messa a tacere da mister Tagliente. Mettiamo che la Questura abbia "bonariamente" invitato il sindacato a smentirsi e che il sindacato abbia agevolmente eseguito il "pacifico consiglio", a questo punto ci domandiamo a quale fine tutto ciò, se non a ridicolizzare ulteriormente un comparto che, nel susseguirsi di eventi sempre più nefasti, stenta oramai a difendere la propria credibilità? L'immagine di ritorno è quella di un "branco di incapaci", di un'assoluta inadeguatezza ad uniformarsi nella diffusione di una comunicazione, figuriamoci nelle linee guida operative per la sicurezza delle nostre città. La sindrome di Alemanno sembra pervadere i nodi nevralgici delle istituzioni capitoline, in un susseguirsi di figuracce, facilmente evitabili e invece puntualmente in agenda. Come la violenza, in costante aumento, i crimini, i delitti, il malaffare, come l'immagine di una città che, oggi più di ieri, si sta armando per una lunga "lotta tra bande", nell'inconsistenza delle misure adottate per contrastarla. Alcuni titoli dei principali quotidiani nell'ultimo mese: "Da Nicoletti ai Casamonica ecco i tesori confiscati ai boss" (Il Messaggero, 27 febbraio), "Quelle armerie clandestine negli hanger del prenestino" (La Repubblica, 24 febbraio), "Pochi poliziotti tutti in centro. Cittadini indifesi davanti al crimine" (Il Tempo, 24 febbraio), "Roma chiama, Napoli risponde le mani dei clan sulla capitale" (Il Giornale, 20 febbraio), "Una capitale a mano armata, bazooka pistola e bombe si comprano con 5mila euro" (La Repubblica, 22 febbraio). E la risposta a ciò? Nell'ordine: una "cerimoniosa" e inutile conferenza stampa sulla firma del Terzo Patto per Roma Sicura alla presenza della Cancellieri in cui si annuncia l'arrivo di 400 uomini tra polizia, carabinieri e guardia di finanza e in cui il ministro dichiara che "Roma è l'attenzione più viva da parte del Governo" - allora stiamo freschi! -, le dichiarazioni di Alemanno che in diretta Tv fa una delle cose che gli riesce meglio, a parte le figuracce, cioè lo "scaricabarile", e dà colpa alla precedente amministrazione di sinistra, che ha sottovalutato la questione, al Viminale che ha tagliato le risorse, inoltre, i ripetuti scioperi dei sindacati delle forze dell'ordine contro la carenza di risorse, il Cocer dei carabinieri che qualche giorno fa è arrivato addirittura ad invocare la "smilitarizzazione" dell'Arma (l'avvio di un sistema di pensione integrativa, l'adeguamento dei limiti di età e delle retribuzioni del comparto a quelle europee) e, infine, l'approvazione di un decreto da parte del nostro Parlamento - nel silenzio dell'informazione e dell'opinione pubblica - che ha visto l'introduzione di un nuovo articolo del codice di procedura penale, il 530 bis, "proscioglimento per particolare tenuità del fatto", che di fatto archivia tutti quei reati "piccoli e occasionali", quali micro furti, ingiurie, liti. L'ultimo atto di questo imbarazzante elenco di inattività è la diffusione di dati e percentuali posticci sulla sicurezza percepita - come accaduto oggi -, per di più accompagnati da dichiarazioni e confronti sbalorditivi, del tipo "Dati in linea con quelli di New York e Londra" oppure "La lotta al crimine non si ferma: nel 2011il 17,5% in più di arresti per rapine e il 21% per furti". Che sul fatto di essere contenti di essere paragonati alle metropoli del Nord-Ovest potremmo discuterne, come sulla soddisfazione per l'aumento degli arresti. Che se Tagliente fosse pratico e concreto quanto spavaldo la Capitale sarebbe in una "botte di ferro", è che purtroppo una volta conquistata la poltrona si fa presto ad imparare le regole della politica e a disimparare quelle della competenza.

 
 
 

SE AI CO.CO.PRO PIACE LA FORNERO

Post n°151 pubblicato il 20 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

Mi ha talmente colpito il suo entusiasmo di fronte all'intervista della Fornero, ospite domenica sera da Fazio, che non ho resistito nel farle qualche domanda. Lei è una dei tanti giovani laureati,"masterizzati", con contratto a progetto. A dire il vero la sua esperienza è alquanto insolita visto che mi confida di lavorare in un'agenzia dove nessuno dei dipendenti ha mai sperimentato altre tipologie al di fuori del contratto a progetto. Cinque persone: di cui tre, compresa lei, "in carica" da sette anni, più due "neofite". Mi spiega che il commercialista ultimamente pare abbia consigliato alla proprietà di sostituire alcuni contratti con il tempo determinato, visto l'ampio abuso fatto in questi anni di contratti precari. Ma lei non sembra esserne convinta: "Vedremo se gli converrà, altrimenti per il momento rimarrà tutto così". Sette anni sono tanti, devono essergli pesati molto, ma è rimasta perché quel lavoro gli è sempre piaciuto, dal primo giorno di stage: "Ho investito in un progetto che mi appagava professionalmente anche se con scarse garanzie, ma con la volontà di costruire negli anni un futuro più certo, di crescere insieme". Che dirle, in un mercato del lavoro frammentato e precario ha individuato un obiettivo e lo ha perseguito. Quel "crescere insieme" però mi colpisce, non è una frase detta a caso, ma è molto di più: è un'analisi della situazione che tiene conto delle esigenze dell'altra parte, del datore di lavoro, nell'ottica di una prospettiva futura comune. Della serie: "Oggi siamo piccoli e tu risparmi su di me, per un domani più garantito per tutti". Poi si scalda quando la Fornero parla degli stage illustrando l'impianto della riforma, ribadendo che si tratta di una possibilità prevista soltanto durante gli anni di studio, in un'ottica puramente formativa. "Dopo l'università se uno vuole una persona la paga". Lo dice con una tale veemenza che penso debba aver subito oltre ai co.co.pro. anche anni e anni di stage nella sua vita! Ma quando glielo domando mi spiega: "E' che mi infastidisce il meccanismo alla base, pur di risparmiare sulla nostra testa vengono snaturati modelli lavorativi che avrebbero un senso per specifici periodi temporali e il cui abuso, invece, determina gravi degenerazioni". La questione è chiara, dunque, l'errore sta nelle modalità con cui vengono utilizzate certe forme contrattuali, nel loro "uso smodato", che reitera ad oltranza una posizione di svantaggio del lavoratore e di supremazia del datore di lavoro. Mentre ascolta l'intervista in Tv del minsitro prosegue nei suoi commenti: "Sono d'accordo sulla necessità di rendere più dinamico il mercato del lavoro, ci deve essere più flessibilità in entrata e in uscita. Se una persona perde il lavoro non si deve ostinare, accanendosi con l'azienda, ma deve poter contare su un sostegno sociale che renda più agevole la ricerca di un'altra occupazione". La Fornero ha appena finito di elencare gli Enti che dovrebbero supportare il lavoratore nella ricerca di un nuovo impiego. Parla delle Regioni che dovrebbero garantire corsi di formazione e facilitare l'incontro di domanda e offerta. Mentre lo spiega a me vengono in mente gli asfittici uffici di collocamento o centri per l'impiego e l'entusiasmo lascia spazio a un po' di scetticismo. "Ma il potenziamento di tali strumenti di welfare è necessario per ammortizzare una flessibilità che senza nessun paracadute può creare difficili inconvenienti" dice convinta lei. Altre novità della riforma: regole più stringenti contro l'abuso dei contratti di assunzione flessibile, un costo maggiore per i contratti a termine (aliquota dell'1,4%), agevolazioni contributive per i contratti di apprendistato, assicurazione sociale per l'impiego, a sostituzione dell'indennità di mobilità e infine il capitolo "licenziamenti" con il reintegro, sembrerebbe, soltanto nei casi di discriminazione. Gli piacciono le linee guida di questa riforma e non lo nasconde: "Se riuscissimo ad incoraggiare le imprese, mediante sgravi fiscali, a puntare su modelli occupazionali più stabili e nello stesso tempo realizzare strumenti sociali finalizzati al reimpiego avremmo fatto un bel passo in avanti". In fondo lei non mi ha stupito neanche un po' e i suoi commenti sono stati di gran lunga più interessanti rispetto all'intervista del ministro. Non mi ha stupito perché è lo specchio di una generazione che ha capito le nuove esigenze del mercato del lavoro e tenta faticosamente di aderirvi, rispetto a quanti utilizzano i giovani come baluardo soltanto per difendere interessi corporativi. "Ovviamente ho fatto una pensione integrativa, da qualche anno, non si sa mai", aggiunge con aria divertita. Ma quando l'intervista in Tv sta per chiudersi capisco che a piacergli tanto deve essere anche la Fornero e non soltanto la sua riforma. "E' vero soprattutto per il modo in cui si esprime, siamo abituati a politici che parlano in modo astratto e non si capisce mai bene cosa intendano, invece lei ha un linguaggio molto concreto e utilizza spesso gli esempi. Si mi piace". E infatti il ministro è un tecnico e non un politico, sarà per questo che quando parla si capisce qualcosa. Stasera si gioca la partita finale, ultime ore serrate verso la ricerca di un'intesa tra le parti sociali. Che non perda la sua dialettica, il ministro Fornero, ne avrà bisogno!

 

 

 
 
 

LA TRATTIVA MAFIA-STATO E L'OBLIO DELL'INFORMAZIONE

Post n°150 pubblicato il 17 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 

Di Chiara Manfredini

E' reale che la parzialità dell'informazione può essere pericolosa ma il coraggio di certe iniziative giornalistiche a volte costituisce una discriminante fondamentale di qualita' rispetto all'omissione. E' quanto accaduto nella puntata di Servizio Pubblico di Michele Santoro, non per le modalità con cui sono stati sviluppati i contenuti ma per il fatto stesso che siano stati organizzati, montati e trasmessi. La qualità sta nell'aver affrontato un tema complesso come quello della trattativa mafia-Stato, una questione spinosa di cui si parla troppo poco e male. Male perché a farlo purtroppo sono sempre gli stessi - una parte schierata dell'informazione - con l'inconveniente che ad emergere è il solito frammento di realtà deformata da uno specifico orientamento politico. Nel nostro Paese viene fatto un grosso sforzo per tenerci all'oscuro da certi argomenti e questa pratica è molto insidiosa poiche' ci impedisce di sviluppare un giudizio critico, taglia fuori la società da pezzi della sua storia con gravi difetti nell'esercizio reale della democrazia.
La conferma a ciò sta nella reazione della stampa all'intervista esclusiva ad Angelo Provenzano andata in onda a Servizio Pubblico. Tiepidi interventi e soltanto qualche accenno senza approfondimenti. Resoconti amorfi di un contributo agghiacciante. La stampa reagisce rinunciando anche a posteriori a sviluppare un dibattito e le testate aprono con il triangolare a Palazzo Chigi tra premier e leader delle coalizioni e poco importa se per la prima volta nella storia del giornalismo italiano uno dei figli della mafia ha parlato in televisione. Mentre scorreva l'intervista al figlio di Provenzano il palinsesto della tv generalista si sviluppava nella sua quotidiana fluidità: Isola dei famosi, Le Iene, Centovetrine, senza che nessuno si scandalizzasse per quell'apparizione e proprio quando si inizia a non accorgersi più delle cose vuol dire che si è in scacco matto e che qualcuno ha provveduto a farlo. Angelo Provenzano non è andato in Tv per difendere il diritto del padre ad essere curato, come riportano i giornali, ma per ricordarci - scandito e con tanto di ghigno insolente - che la "violenza chiama violenza", che nel linguaggio mafioso ha solo un senso, quello di una minaccia. Ma siamo in pochi ad averlo saputo.
Ci sarebbe da discutere sulla scelta misurata degli ospiti di Santoro: Claudio Martelli, Walter Veltroni, Salvatore Borsellino, Antonio Ingroia, Valeria Grasso e sulla visuale parziale dell'intera trasmissione e invece vorrei sottolineare il dramma composto e straziante di Agnese Borsellino che affida ad una voce ferma la "sua verità", il rancore di Salvatore Borsellino che traspare da uno sguardo colmo di disillusione, ancora più che dalle sue parole ("Mio fratello non si può neppure rivoltare nella tomba perché lo hanno fatto a pezzi") e l'insolita compostezza di Travaglio che riguardo all'epiteto di "punciutu" con cui Borsellino avrebbe chiamato il generale Subranni, ricorda obiettivamente che le dichiarazioni fatte per interposta persona - e in questo caso i passaggi sarebbero addirittura due - necessitano di un elevato grado di verifica. Per non parlare della dignita' di Valeria Grasso, una mamma di tre figli che si è ribellata alla mafia, che attende oramai da sette mesi di essere inserita nel programma di protezione e che alla domanda se ha paura risponde "Se qualcuno è morto per noi io non ho paura".
Penso che fosse giusto parlarne perché la mafia ha vinto ogni volta che ci sarà un procuratore come Iacoviello che affermera' che il concorso esterno "è un reato nel quale non crede più nessuno", ogni volta che uomini dello Stato come il generale Mori e il colonnello De Donno verranno imputati in un processo per mafia, ogni volta che si darà più credito alle parole di un "inattendibile teste" che a quelle di un generale che per lo Stato ha dato la vita. Perché il vero problema non è se ci sia stata o meno una trattativa ma chi l'ha condotta e perché e non chi vogliono farci credere l'abbia fatto. Perche' in Italia per ogni pezzo di storia irrisolta, per ogni responsabilità negata dalla politica, per limitare i danni, la soluzione e' sempre la stessa: pezzi di Stato deviati che comprendono tutto e niente, mani oscure che all'oscuro di tutti irrompono e manomettono. La vera mafia non è quella militare ma è quella interna allo Stato, inteso come sintesi di poteri economico, legislativo, esecutivo e giudiziario. Il magistrato "ammazza sentenze" - coincidenza - rinvia il processo Dell'Utri e parla di "concorso esterno che ha perso di credibilita'", tracimando alla base anni di lotta alla mafia e i pentiti non ricordano i nomi dei politici ma soltanto quelli dei carabinieri. Guarda caso.

 
 
 

IL TRAMONTO DELLE MAESTRINE DELLA TV

Post n°149 pubblicato il 14 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 

 

Di Chiara Manfredini

Diciamoci la verità le maestrine non ci sono state mai simpatiche fin dai tempi della scuola, di  “le so tutte io” sono pieni i nostri ricordi e soprattutto quelli dei bulletti d’istituto che facendo onor alla loro decantata e raffinata intelligenza compravano lezioni di scienze e matematica al prezzo di sbrigativi complimenti o apprezzamenti pretestuosi. L’eterna competizione tra compensazioni: chi crede di compensare l’intelligenza con la gonna e chi la gonna con l’intelligenza è ben rappresentata nell’intervista che la Costamagna, pupilla di Santoro, ha impacchettato per Lady Berlusconi Carfagna che inaspettatamente – ma forse non poi così tanto – gli ha stampato un sonoro 0 a 1. Visivamente tesa la Costamagna salita in cattedra per smascherare la profana spregiudicatezza della Carfagna ha giocato male tutte le sue carte. Troppo aggressiva, troppo nuda e troppo scontata al contrario di un’accollatissima, serafica e pungente Carfagna che non ha sbagliato un colpo. Le domande totalmente decontestualizzate e palesemente costruite per smaterializzare l’immagine personale dell’avversaria, ci hanno restituito l'arroganza di un attacco frontale che ha prodotto il solo effetto di farci solidarizzare da subito con la controparte. Il piglio aggressivo ci ha rivelato un insicurezza e la marcata nudità un goffo tentativo di recitare la versione intelligente della "gnocca", alla maniera “sono l’eccezione che conferma la regola”. Santoro vs  Berlusconi, la dicotomia continua a riproporsi e mentre la  Carfagna si rifugia tra le possenti braccia del marito senza disconoscere nulla, né la fedeltà al suo Papi né tantomeno al suo passato televisivo, la Costamagna rifiuta "padri e padrini" con quell’irriconoscente “Ero già una giornalista” e si dimentica di spiegarci secondo quale teoria lei dovrebbe essere brava e meritarselo mentre l’amica bella, scema e raccomandata. 

E’ quest’aria forzosamente intellettuale, moralista e perbenista che ci stanca di alcune donne della Tv, per niente ironiche e canzonatorie e talmente intrappolate nei cliché delle maestrine da non riuscire neppure più a farci ridere. Anche le meglio equipaggiate non la piantano con la storia delle gnocche senza cervello, vedi Vanessa Incontrada che da qualche anno "divide et impera" sulla questione e dopo aver accusato lo staff di Zelig di averla discriminata durante la maternita' e i media di non avergli perdonato qualche chilo in piu' oggi torna di nuovo sull'argomento in un'intervista al settimanale "A", in cui si scaglia contro l'immagine della donna in televisione (nessuno ti si e' filato cosi' tanto da non poterti perdonare sti chili in più, che se poi sono proprio un problema basterebbe una dieta e di discriminazioni post parto non credo tu ne sia realmente informata!!). Ma non e' la sola perché anche un'inaspettata Michelle Hunzicker non manca di sottolineare su Twitter l'inutile partecipazione della modella Ivanka all'ultimo Festival di Sanremo, dimostrando di non aver imparato nulla dal suo padrino televisivo Antonio Ricci la cui potenza critica e' sempre dissacrante e mai qualunquista. A completare il quadro delle maestrine la Professoressa, Sabina Guzzanti, che in questi anni di assenza dagli schermi dopo essersi riempita la faccia di botox, dell'ossessione per Berlusconi e delle manie di persecuzione contro mamma Rai ha ben pensato di consolarsi facendo "lievitare" i suoi guadagni dal "fidatissimo Lande", che gli ha sottratto 150 mila euro. Nessun peccato, e' vero, a parte un po di ingordigia e furberia. Ma sembra che alla Sabina la lezione non sia servita se oggi a poche ore dal suo debutto televisivo con "Uno, Due, Tre Stella" su La 7, gia' mette le mani avanti per difendersi da un eventuale moria di ascolti dichiarando che l'auditel e' il simbolo del degrado del Paese. E se stasera sbanca con lo share chi glielo spiega che in questo caso il vero degrado sarebbe proprio lei? E che non dica anche stavolta: "Sono stata un imbecille". E intanto continuano a calare gli ascolti per la tv delle donne: che ci sia bisogno di un po' di simpatia in più e di un po' di presunzione in meno?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

CREDITO SENZA GARANZIE

Post n°148 pubblicato il 10 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 

 

Di Chiara Manfredini

Tutti i giorni la stessa strada: sole, pioggia e quest'anno anche un bel po' di neve e poi un giorno ti accorgi che le lezioni più importanti a volte le impari proprio da chi non ti aspetteresti mai e lo capisci quando il venditore ambulante di giornali, al solito semaforo e al solito orario ha la faccia sempre più rilassata della tua e non si amareggia se il giornale non lo compri mai, lui ti parla lo stesso, ti saluta lo stesso e soprattutto ti sorride. E poi pensi che quello e' tutte le mattine il primo sorriso della tua giornata. E per un attimo ti rendi conto che ti potrebbe addirittura mancare non vederlo piu'. "Accidenti ma solo Repubblica vendi, o meglio proprio quella, perche' io il giornale te lo comprerei volentieri ma questo proprio non ce la posso fareeee!". Lo pensi tra te e te pero' non glielo dici, ha pure la pettorina brandizzata e catarinfrangente con su scritto il nome della testata, che cattiveria sarebbe scoraggiarlo in questo modo...no meglio non dirglielo...meglio che pensi che un giorno lo acquisterai sto benedetto giornale e poi non si sa mai non dovesse ridere piu' neanche lui. 

Tra i due vince sempre lui....si, dico la battaglia di chi sta messo meglio con la faccia.....o almeno così sembra! Ogni mattina mi ripete: "Lei no dormito". Oramai gli rispondo sempre di si, anche se non e' mai vero. E' che ne sembra talmente convinto che mi dispiace smentirlo (pensare che forse forse abbia dormito troppo e che possa avere la faccia "abbottata" no, eh?). Secondo me soffre di insonnia...lui dico...probabilmente il suo e' una sorta di sfogo, pensando che io non dorma magari si sente più sollevato, una sorta di "fratellanza platonica". E proprio il giorno che hai passato l'intera nottata a contare greggi di pecore e ti aspetti che te lo chieda lui misteriosamente sorvola...bah! 

Poi quando capita che non si sente molto in forma (eh si perché anche lui non e' che sia tutti i giorni uguale!) ti ripete una frase che lo strangoleresti con le tue manine: "Poche macchine oggi, poche macchine". Poche macchine?! Santissimo Iddio Benedettissimo sono almeno 45 minuti che sono dentro a questa scatola di ferro e me ne mancheranno almeno altri 15, se tutto va bene...cioè se dopo aver lasciato indietro, nell'ordine: la tua ridente faccia, il semaforo e una curva, la strada non sara' ancora nuovamente misteriosamente intasata! Ogni volta che fa così litighiamo, ma lui non lo sa...si, evito di dirglielo poi penserebbe che noi italiani siamo i soliti maleducati isterici e infatti e' cosi. Ma tanto secondo me lo pensa lo stesso, lo capisci quando ti parla di lui, lo fa ogni tanto, ad intervalli irregolari e ti dice sempre le stesse due cose: "Io  adesso finito qua vado a casa mangio e dormo" come per dire "Poveretto te che la tua giornata e' iniziata tanto troppo tempo fa e chissa' tra quanto troppo tempo finira'!". Sembra disgustato dal pensiero che possa esserti alzata all'alba, dopo aver fatto suonare la sveglia almeno per 45 minuti, aver visto soltanto macchine da 45 minuti, avere la faccia di una che non ha dormito neppure un'ora, al semaforo trovare solo il giornale che non leggi e forse arrivare anche in ritardo in ufficio!

Ed e' proprio nei brevi istanti in cui si consuma questo piccolo rituale quotidiano che improvvisamente ti capita di pensare che l'entusiasmo e' una predisposizione dell'animo ed e' l'unica cosa che non baratteresti con niente al mondo e che il "permesso di soggiorno" a questo mondo lo vieteresti soltanto ai pessimisti cosmici, a quelli che non riescono a godere niente della vita perche' sempre troppo concentrati sull'unico qualcosa che gli manca. E che questo tipo qua, colorato di arancione fosforescente, ogni mattina ti regala cio' che di più prezioso e raro esista, sorriso e cortesia e che tu non sai nemmeno da dove venga, dove sia nato, ma sai abbastanza per capire che avrebbe molto da insegnarci. Ad esempio che lavora, mangia e dorme e non gli sembra poco neanche un po' - e che comunque non gli verrebbe mai in mente di lamentarsene -, che nonostante il freddo, la pioggia e la neve e' sempre al solito semaforo, puntualissimo e che lavora con entusiasmo e gli riesce pure bene, visto che quel giorno, che alla fine hai ceduto a Repubblica, lui prontamente ti ha detto: "Oggi no spicci, domani, dopodomani o dopodomani ancora, fino a una settimana". E li capisci che a lui le banche, lo spread, la recessione, la "morsa del credito" gli fanno un baffo e che la crisi c'e' ma a loro forse non spaventa quanto a noi e soprattutto che - guardandoti bene intorno per un attimo - i veri extraterrestri sembreremmo proprio essere noi!

 

 

 

 

 

 

 
 
 

13 cannibalizzati nel losco prezzo dell’affare Lockheed.... (Questo è il passato)

Post n°147 pubblicato il 09 Marzo 2012 da ilblogdelmar

Una tragedia che anticipò di 30 anni la strage di Nassirja (Questo è il passato)Spulciando nel mio archivio, ho riletto volentieri uno studio interessante e riflessivo mai come in questo periodo.......  A proposito dell’acquisto di 131 caccia bombardieri F35 che costeranno allo Stato italiano 18 miliardi di Euro che il Prof. Mario Monti ha deciso di fare. Cambiano i governi, cambiano le giustificazioni, ma la storia è sempre la stessa…..

Speriamo di non rivivere una seconda Nassirja, io son convinto di no anche perché qualcuno o qualcosa li fermerà.. 

Bernardo D'Olanda e il “ciabattino d'Antelope” (l’Ulisse del film) tra i mediatori di una colossale corruzione per la quale pagarono soltanto il Ministro Tanassi (2 anni e 4 mesi) e il Presidente della Repubblica Leone (dimissioni) Nel cuore degli Anni ‘70, nella ridda frenetica degli scandali che tramutavano la Repubblica Italiana in una nuova Babilonia, esplose fragorosamente quello aereonautico della Lockheed. Tutto era nato nel febbraio ‘76 da un rapporto del Senatore americano Churc che rendeva nota la corruzione da parte della Lockheed Corporation di uomini politici e militari di diversi Paesi - tra cui naturalmente l’Italia - per vendere ad alto prezzo gli aerei Hercules C130 destinati per il trasporto di truppe. Lo scandalo si tinse immediatamente di giallo, di sigle e di nomi in codice da parte degli immancabili Servizi Segreti, interessati come non mai da un lato a coprire i responsabili e dall¹altro a colpirli a seconda dei legami politici che ciascun Servizio ­ legalitario o deviato che fosse ­ aveva con questa o quella forza politica. Uno di questi Air-boat divenne famoso per il trasporto di militari da Pisa a Kindu, dove imperversava la guerra civile congolese a seguito della secessione del Katanga e del dualismo tra Patrice Lumumba (un Castro di pelle nera) e Moisé Ciombé, uomo di fiducia del Belgio di cui il Congo era stato fino a poco prima ricchissima colonia da depredare. Nella circostanza tredici aviatori italiani vennero catturati da una delle tante bande anomale che si formano durante le guerre civili, quindi massacrati, uccisi, cotti alla brace e divorati in quanto i loro assalitori appartenevano ad una tribù che aveva ripreso il cannibalismo soppresso dai crudeli colonizzatori. Un episodio che anticipava la strage di Nassirja, con la sola differenza che a Kindu operavano i selvaggi mentre le bande imperversanti in Iraq appartenevano ad un Paese che il cannibalismo non l¹aveva praticato nemmeno nella preistoria. Ciò per dire ai più giovani che la grande commozione provata dagli italiani per i martiri di Nassirja è stata certamente inferiore di gran lunga a quella che provocò l’orrore per il bestiale banchetto consumato a Kindu da quei feroci coccodrilli con sembianze umane, i cui rappresentanti avevano accesso e pari dignità con quelli delle Nazioni civili all¹ONU. La ricerca degli intrallazzatori fu invece estremamente ardua per i depistamenti ed i codici usati. Capro espiatorio dello scandalo fu il Ministro della Difesa Tanassi, molisano di stirpe albanese, fedelissimo di Saragat, che si ebbe due anni e quattro mesi di reclusione (in gran parte scontata con comodi servizi sociali), malgrado la disperata difesa in parlamento fattane da Aldo Moro. Capro espiatorio morale divenne invece il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, oggetto di una martellante campagna di stampa che ne provocò le dimissioni malgrado le disperate proteste d¹innocenza. L’analisi dei codici usati mostra un 5 ottobre come data dell’operazione nonché la sigla “Antelope Cobbler”. Il 5 ottobre ­ nei calendari dell¹epoca indicava S. Renato, che, decriptato, significava Re Nato, ossia un Monarca dell¹area NATO. “Antelope Cobbler” invece significava “il ciabattino di Antelope”. Antelope, città dell¹Oregon, era la capitale mondiale della potentissima Setta Lobby degli Arancioni, detti Orange, come la Casa d’Orange, regnante in Olanda. E infatti tra i grandi mediatori dell¹operazione venne subito fuori il Principe Consorte Bernardo d’Olanda e mancò poco che quella Monarchia cadesse. Restò nel dubbio se c¹entrasse anche Umberto II, altro Re Nato, in esilio ma pieno di entrature in Italia. Più che Umberto, semmai ­ ma anche questo restò nell¹indimostrabile ­ poteva entrarci la moglie, la Regina separata Maria Josè, socialista di ferro, visto che da sempre lei e Saragat (la cui longa manus era Tanassi) erano soprannominati i “fidanzati politici”  d’Italia. Più interessante è la decriptazione di “Antelope Cobbler”. Il ciabattino è colui che risuola le scarpe, cioè fa le “sole”, ovvero i bidoni, le truffe. Spezzata in due Antelope, viene fuori Ante ­ lope. Ante significa prima (vedi ante Cristo), ergo, cosa si può mettere prima di lope? O esce fuori Penelope o esce fuori Ciclope, non ci sono altre parole attagliabili. Tanto Penelope quanto Ciclope raccordano Ulisse, quello che fece la famosa “sola” al Ciclope Polifemo. Ma CIC è anche la sigla del Controspionaggio NATO, il che significa che qualcuno del Controspionaggio suddetto doveva essere interessato all’operazione visto che si trattava di aerei per trasporto truppe in zone rese calde dalle insurrezioni di stampo filosovietico, come nel caso del Congo. Ma chi poteva essere l’Ulisse in questione? Non certo il Presidente americano Ulisse Grant o il navigatore Ulisse Aldrovandi, entrambi all¹altro mondo da un pezzo. C’era invece un Ulisse attuale, ossia Kirk Douglas, interprete fresco del film sull’omonimo Re d’Itaca con Silvana Mangano. Orbene, Douglas è una sigla mitica nel campo aereonautico: sta per Douglas Corporation, ovvero tutto ciò che ha volato con la sigla DC, tra cui per anni l’intera flotta dell¹Alitalia. Douglas Corporation appartenente per eredità ad Olivia De Havilland, mitica interprete di “Via col vento” nel ruolo di Melania. Orbene, non ci vuole molto a capire come la Douglas Corporation, non volendo esporre il proprio prestigioso nome in un losco affare, avesse occultamente patrocinato la Lockheed. Da qui la scelta ­ come mostra la decriptazione ­ di un attore con un cognome che richiamasse quella potente holding. Tanto più che il film “Ulisse” era prodotto da De Laurentis che a Roma ­ dove Douglas sostò a lungo ­ poteva fargli da Patron e renderlo agente di collegamento tra i corruttori e i corrotti. Le cifre dello scandalo all’epoca equivalevano a quelle di un crac Cirio.

 

Ma lo scandalo vero fu che l’Italia s’inventò le missioni militari nelle zone calde per giustificare l’acquisto a prezzo gonfiato degli Hercules C130. Sotto questo aspetto i tredici militari cannibalizzati a Kindu gridano ancora vendetta: morirono ­ in quel barbaro modo ­ per consentire a una banda di corruttori e corrotti di avere un alibi per i loro loschi traffici, puntualmente pagati dal popolo con l’aumento di tasse correlato all¹ingiustificato acquisto di quei “bidoni volanti”.

 
 
 

IL POTERE TRA REPUTAZIONE E INFORMAZIONE

Post n°146 pubblicato il 08 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

Nella Bibbia c'e' scritto: “La buona reputazione è da preferirsi alle molte ricchezze; e la stima, all’argento e all’oro.” Pensiamo a quale danno può costituire per chiunque il perderla giustamente o ingiustamente. Accade di continuo che qualcuno che se lo meriti o non se lo meriti la perda e che qualcuno che se lo meriti o non se lo meriti l'acquisti. Anche in quei casi in cui la trasmissione della reputazione avviene per cooptazione il processo di acquisizione e' piu lungo di quello della sua perdita, di solito fulmineo e in alcuni casi devastante. Pensiamo anche alla semiotica del linguaggio, si parla di "acquisizione di reputazione" al pari di un prodotto. Proprio per questa sua natura preziosissima la reputazione ha uno specifico valore economico e politico, in quanto misura quanto vale un uomo, un partito, un'entita', una fondazione, nel mercato sociale, allo stesso modo in cui un prodotto vale nel mercato di riferimento. Il valore globale di una qualsiasi entità, infatti, dipende dall'immagine che gli altri anno della stessa (pensiamo a S&P), così come il successo di un prodotto si misura attraverso l'immagine del marchio. Pensate, dunque, a quanto potere possiede chi ha in mano la reputazione di altri o meglio le variabili da cui dipende la reputazione di altri e cioe' le informazioni. 

Sostanza prima degli apparati di sicurezza nazionali e transnazionali, intorno alle informazioni si combattono guerre, si contrasta il terrorismo, si analizza il dissenso politico, si sviluppa l'intero dibattito politico ed economico di uno Stato. Le informazioni sono una delle armi piu potenti a disposizione dell'umanita' e l'era della globalizzazione, l'avvento di Internet e la digitalizzazione ne hanno incrementato ulteriormente la forza potenziandone capillarita' e reperibilita'. Il loro valore strategico e' rivelato anche dall'uso che ne fanno i regimi dittatoriali. Il flusso di informazioni interne ed esterne e' la prima cosa di cui assumono il controllo, per impedirlo e manipolarlo, attraverso gravi limitazioni delle liberta' personali E' quanto sta avvenendo in Iran dove il regime spia la popolazione anche attraverso la rete. Perche' proprio le informazioni, sempre a braccetto con la reputazione, ne potrebbero costituire la salvezza, attraverso lo smascheramento di un regime teocratico, violento ed omicida e la legittimazione pubblica di un intervento internazionale di forza.

E' evidente che come nel caso delle merci il cui prezzo non sempre rispecchia la qualita' del prodotto anche la reputazione percepita non necessariamente corrisponde al valore reale della persona o dell'entita' di cui e' espressione, infatti può essere anche artificiosa, costruita ad arte per specifici obiettivi. Così come si possono mascherare bilanci e vendere titoli tossici, allo stesso modo si puo' costruire una reputazione e così come la si puo' creare la si puo' anche distruggere. Ovviamente un'informazione tanto piu e' segreta e riservata e tanto più e' efficace, quindi vale, così come le merci tanto più sono rare e poco reperibili tanto più il loro prezzo aumenta.

Pensate all'importanza delle informazioni in un'azienda o in una qualsiasi struttura economica che ha come obiettivo il profitto. Pensate quale vantaggio competitivo possono rappresentare le informazioni sulla concorrenza (prezzi, lancio di nuovi prodotti, struttura manageriale), le informazioni sul personale (aspirazioni individuali, attitudini, assenteismo), le informazioni sui fornitori (buoni o cattivi pagatori). Pensate ai partiti politici, al Vaticano e a tutti i centri di potere; le "trame oscure" di cui tanto si parla in questi mesi ruotano tutte intorno alle informazioni e al tentativo di accaparrarsele per poterle utilizzare a proprio favore o a discapito di qualcun'altro: informazioni sullo stato di indagini giudiziarie in corso, su scalate bancarie, su operazioni economiche, su nomine e incarichi e il conseguente utilizzo dei mezzi di comunicazione come cassa di risonanza per diffonderne una parte celandone un'altra.

Dunque abbiamo visto come reputazione e informazione sono strettamente collegate, l'una sostanzia l'altra in un rapporto di inscindibile continuità e la realtà stessa e' costruita e fruita attraverso questo binomio. Il processo di acquisizione e produzione di informazioni non si puo' fermare, l'unico modo per contenerlo e' produrne continuamente di nuove, attraverso la controinformazione, in un flusso incessante e costante di verita' parziali e autolimitantesi che ci restituiscono la realta'. Wiston Churcill diceva: "Meglio fare le notizie che riceverle; meglio essere un attore che un critico".

 

 

 
 
 

GIÙ DAL PALCO

Post n°145 pubblicato il 07 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

Ieri sera Tiziano Ferro dal palco della trasmissione di Panariello davanti ad un pubblico di oltre 6 milioni di spettatori ha ricordato Laura Pausini rinnovandole solidarieta' e vicinanza per il momento tragico che sta vivendo. Qualche ora prima il Tg 5 mandava in onda un'intervista agghiacciante all'amministratore delegato di un'azienda di produzione e organizzazione eventi che, come stesse parlando di bulloni e aste di ferro, spiegava che tutti i giorni durante il montaggio e smontaggio delle strutture si fanno male delle persone poiche' a causa dei tempi stretti viene impiegato personale non specializzato senza adeguate misure di sicurezza. Queste due dichiarazioni ci dicono tanto sulle morte di Andrea e su quella di Francesco, avvenuta poco piu' di un mese fa. Ci spiegano come sono morti e come ne moriranno altri se non invertiremo la rotta. Perche' Andrea e Francesco contano poco e niente, perche' i riflettori dello showbiz anche in un momento così drammatico sono puntati su di lei, Laura Pausini, per cercare di capire come sta, cosa dirà e se riuscirà a riprendersi da "una simile sofferenza". La notizia non e' che un giovane e' morto schiacciato da un palco, la notizia e' che un giovane e' morto schiacciato dal palco della star italiana del pop. E questo ci rivela come questa morte non sarebbe stata mai raccontata se a farle da cornice non ci fosse stata lei. Dal primo gennaio ad oggi 6 marzo sono morti 82 lavoratori sui luoghi di lavoro. Nel 2011 il numero delle morti e' aumentato dell'11,6% rispetto al 2010. La differenza e' che di tutti questi nessuno ha parlato, mentre di Andrea se ne parlera' almeno fino al giorno del suo funerale per ricordare, ovviamente, che la cantante era in prima fila piegata dal dolore. In questi giorni i coinvolti, staff della Pausini in primis, si affrettano a sottolineare che Andrea era un tecnico specializzato, un rigger, per scansare le nubi e le ombre su possibili responsabilita' - lo sottolinea anche lei nella home del suo sito -. Andrea sara' stato anche un tecnico ma e' morto lo stesso come tanti che lo erano e come Francesco, appena un mese fa, che non lo era e dobbiamo chiederci perché. Tutti siamo a conoscenza delle reali condizioni di lavoro dei montatori di palchi, molti di noi conoscono o hanno conosciuto ragazzi che per guadagnarsi qualche soldino hanno fatto questo lavoro. Purtroppo anche i miei esempi di riferimento confermano la regola: a volte laureandi a volte no, pagati in media sei/sette euro l'ora per 10 e anche 14 ore di lavoro consecutive, senza assicurazioni, senza sicurezza e spesso  consumatori di droghe sul posto di lavoro. Anche l'intervista al Tg di uno dei tanti amministratori delegati di queste societa' di eventi rafforza purtroppo la consuetudine di una pratica che oramai sembra diventata necessaria: pur di risparmiare si può anche morire. Si può morire perché i prezzi che le produzioni impongono sono troppo bassi per coprire costi di lavoro che dovrebbero comprendere formazione e misure di sicurezza, tra l'altro obbligatorie per legge. Questo livellamento verso il basso dei prezzi e' una logica suicida per il mercato dei servizi in quanto incoraggia aziende e cooperative senza professionalizzazione e fuori legge - che pur di accapararsi i lavori ricorrono anche al lavoro nero per risparmiare sui costi - sbarrando la concorrenza a quei operatori capaci di fornire un prodotto di qualità ad un prezzo oggi considerato "fuori mercato". Quella di Laura Pausini e' una produzione tutta italiana "Inedito World Tour" e' prodotto per la prima volta da Silvia e Laura Pausini per "GenteMusic": 800 kw di luci, 42 t il peso complessivo distribuito su 150 punti di sospensione, 200 m di schermi led, 1500 kw di generatori, 250 fari computerizzati, 130 motori, 2 ascensori, 1 sistema computerizzato di sollevamento e spostamento persona, 100 persone in tour fra artisti e tecnici, 150 persone locali per montaggio, 800 pasti al giorno, 1.000 metri quadri di aree backstage e camerini, 7 Tour bus, 20 automezzi, 16 bilici e "centinaia di disegni, milioni di parole, miliardi di note e incalcolabile professionalità"....leggo questo in rete e queste parole oggi suonano stonate come l'ipocrisia di un mondo che sopra il palco catalizza i migliori propositi mentre giù dal palco le luci dei riflettori per Andrea e Francesco si sono spente per sempre.

 

 
 
 

QUANDO LE PAROLE NON SERVONO

Post n°144 pubblicato il 05 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

"E si farà l'amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età". Una volta, tanto tempo fa, si chiamava pudore oggi c'è chi senza pudore annuncia in tv la morte di Lucio Dalla, insistendo sulla sua vita intima come se lo spettacolo del "coming out" a cui non ha voluto partecipare da vivo glielo si volesse indurre forzosamente da morto. Perché? A chi e a cosa sarebbe servito? Alla causa gay - forse - per stanare le ultime reminiscenze sul difficile percorso di accettazione sociale degli omosessuali? Ci accorgiamo che anche le parole "coming out" e "outing", che indicano due modalità - attiva e passiva - del "rivelarsi", hanno un'accezione etimologica pregiudiziale. "Coming out", dall'inglese "uscire fuori", presuppone uno stato di segretezza dal quale ci si svincola. E che cos'è che tendiamo a nascondere? Qualcosa che non è giusto, qualcosa che non si dovrebbe fare. "Outing", invece, deriva dall'avverbio "out", "fuori", usato come verbo transitivo (to out), quindi "buttar fuori" qualcuno, contrapposto al "venir fuori" spontaneo, ed è stato il nome di un movimento politico statunitense degli anni '90, del quale si è fatto molto uso soprattutto a livello giornalistico, che si prefiggeva di rivelare pubblicamente l'identità di omosessuali conservatori, che per allontanare da sé i sospetti assumevano atteggiamenti di fanatismo e deprecazione pubblica dell'omosessualità.
Le battaglie per i diritti a volte rischiano di tessere le fila degli stessi schemi che vorrebbero scardinare. Assurgere a paladini della libertà uomini o donne che rivelano pubblicamente il proprio orientamento omosessuale, infatti, significa ribaltare quel processo verso un'universalità dei sentimenti che dovrebbe essere alla base del rispetto degli individui, perpetrando condizioni di disuguaglianza come consolazione sociale ad una mancata accettazione della propria identità. Mentre proprio chi crede intimamente nell'assoluta mancanza di differenza rifiuta l'affermazione di categorie, che sviluppano nel "coming out" una forma sbagliata di "autodeterminazione sociale".
L'amore non ha solisti né padri fondatori, l'umanità intera lo assapora democraticamente rivendicandone gioie e dolori. Non ha bisogno né di riconoscimenti sociali né personali, è la fragilità umana a considerarli purtroppo appaganti e addirittura necessari. La vera uguaglianza si realizza nell'indifferenziazione e al tempo stesso nell'unicità dei propri sentimenti. L'amore è un'esperienza personale e intima che le parole limitano e la condivisione deforma, è un viaggio perfetto la cui meta è intravista soltanto dai protagonisti perché a nessun'altro è richiesto di conoscerla. A nessuno, né a quelli che avrebbero capito, né a quelli che pensavano fosse impossibile e neanche a tutti quelli che avrebbero fatto finta di capire.
Probabilmente Lucio Dalla è semplicemente un uomo che ha amato nella segretezza della propria coscienza, con pudore dei sentimenti e siamo noi nella limitatezza delle nostre categorie a credere che avesse qualcos'altro da raccontarci oltre l'immortalità della sua musica.

 

 

 
 
 

IL PERICOLO DELLA CARCERAZIONE PREVENTIVA

Post n°143 pubblicato il 01 Marzo 2012 da ilblogdelmar
 
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Di Chiara Manfredini

La vicenda giudiziaria che vede coinvolto l'ex agente dei Vip, Lele Mora, ce la dice lunga sull'abuso della carcerazione preventiva da parte del nostro sistema giudiziario. In cella dal 20 giugno 2011 - otto mesi - un tentativo di suicidio e un dimagrimento di oltre 40 chili per un uomo in attesa di giudizio imputato per bancarotta fraudolenta. Parlo di Lele Mora perché sarebbe impossibile nominare le migliaia di persone che come lui sono vittime di trattamenti detentivi al limite delle predisposizioni di legge e contrari al senso di umanità.
Qualche giorno fa è stato varato il decreto salva-carceri, come lo definisce il ministro Severino in contrapposizione a quanti parlano di decreto svuota-carceri. Il dato di fatto, comunque, è che è stato approvato nell'indifferenza dell'opinione pubblica e nella solita retorica degli schieramenti politici che hanno avallato una scelta di comodo sottolineando, in sede di dichiarazioni di voto, l'impossibilità di fare diversamente, salvo rispondere quasi a titolo di cooperazione colposa per le morti causate dal sovraffollamento carcerario.
Qualche numero: 67 mila detenuti a fronte di una capienza di non oltre 45 mila. Di questi, ben 27 mila sono in attesa di giudizio. Nell'anno appena trascorso 66 i suicidi in carcere, uno ogni cinque giorni. Significa che in Italia abbiamo un fallimento del sistema della pena, di cui questo decreto non rappresenta che una panacea.
Il punto è garantire la pena in termini rapidi e pretendere che venga espiata integralmente, bloccando questo circuito in cui a causa del sovraffollamento ciclicamente il Parlamento adotta provvedimenti che accorciano la pena la cui certezza sta diventando un concetto sempre più illusorio. La difficoltà fin qui registrata di porre rimedio soprattutto al problema della carcerazione preventiva rappresenta un ostacolo alla garanzia di un sistema detentivo congruo e allo svuotamento delle carceri. Accettare come se fosse la regola la misura cautelare e sostituirla con la pena è un tipo di ragionamento contrario alla civiltà giuridica, anche se si dice che tanto sarà l'unica che quel soggetto sconterà. Ricordiamo anche che la misura cautelare può diventare uno strumento pericoloso in quanto il limite massimo non è perentorio, ma derogabile da un provvedimento del giudice consentito dalla legge. Diversi costituzionalisti, infatti, ritengono palesemente illegittimo questo orientamento giurisprudenziale che consente una grave limitazione della libertà personale senza confini temporali, con semplici sequenze di provvedimenti giudiziali che ne prorogano la durata.

 
 
 

IL VIRUS PIU’ CONTAGIOSO E’ QUELLO DELLA POLITICA

Post n°142 pubblicato il 29 Febbraio 2012 da ilblogdelmar
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Di Chiara Manfredini

Facciamo che abbiate la tosse e andate da uno pneumologo per chiedergli una cura e lui vi risponde: "Spiacente ma non conosco la cura per la tosse". "Mi scusi ma lei e' uno specialista come può non conoscere la cura per la mia tosse?", "Sono un dottore ma mica posso sapere tutto". La realtà non è poi tanto diversa da questo che sembra un dialogo surreale se consideriamo che i nostri parlamentari interpellati sull'art. 18 dalle telecamere della trasmissione "L'ultimaparola" non hanno saputo rispondere. E' vero non e' la prima volta che i politici palesano la loro ignoranza davanti ad una telecamera, (svariati servizi de "Le Iene" in questi anni li ha trovati impreparati), ma non al punto da farci pensare - forse - che non conoscessero neanche la materia parlamentare, tematiche sulle quali dovranno esprimere la loro preferenza con l'esercizio del voto. Un conto è non sapere cosa sia lo Spread o i Btp-Bund, termini economico finanziari sui quali può esistere la scusante di un linguaggio tecnico magari non di facile articolazione, ma non è ammissibile non conoscere l'art. 18, per di più in un momento in cui il dibattito pubblico lo chiama ripetutamente in causa. I tecnici della Bocconi - per i quali in momenti come questi provo un improvviso moto di simpatia - stanno discutendo un'elaborata riforma sul lavoro necessaria per il futuro assetto industriale ed economico del nostro Paese e loro, ai quali noi abbiamo delegato di rappresentarci, non ne conoscono neppure a grandi linee il contenuto. Non perché l'art. 18 sia il fondamento della nuova capacità riformatrice del governo ma perché si tratta di un articolo dello Statuto dei lavoratori, un documento storico su cui si fonda la legislazione sul lavoro. Ah adesso ho capito perché ai "nuovi" li chiamano Professori perché il Parlamento è strapieno di onerosi incompetenti, che è un'altra cosa rispetto ad ignoranti perché a volerla dire tutta questa parola ha anche un'accezione positiva perché chi ignora, non possedendone, è  predisposto ad acquisire informazioni, nozioni, conoscenza, mentre incompetente vuol dire che qualcuno (la cittadinanza) ti ha incaricato di un compito (funzione politica) che hai dimostrato di non essere in grado di esercitare (dimettersi). E mi domando come facciamo a diventare un Paese meritocratico con un Parlamento del genere, che non è altro che la perfetta sintesi di una società che né è allo stesso tempo causa ed effetto. Non sono tra quelli che ritengono che i costi della Casta siano strutturalmente indispensabili ad una rimessa in bilancio del nostro Paese, trattandosi per lo più di un argomento politico facilmente strumentalizzabile, ma quantomeno rappresentano un indicatore della credibilità istituzionale della politica nell'esercizio delle sue funzioni. Super garantiti mentre non si fa altro che parlare di flexsecurity, super pagati mentre aumentano vertiginosamente i costi per tutti, esenti dal giudizio penale, attraverso l'immunità, mentre si va nella direzione di un inasprimento delle misure per contrastare i fenomeni criminali. Se andiamo avanti di questo passo la Casta assumerà sempre di più i connotati di una vera e propria Cupola, ammesso che non lo sia già abbastanza. Leggevo un trattato dove si spiegava che uno dei più grandi errori sarebbe il considerare la mafia come un diritto di nascita - della serie mafiosi si nasce - e allo stesso modo possiamo dire della politica, sembra quasi di stare a parlare di una predisposizione da assecondare nelle forme e  modalità a cui oramai siamo abituati, anziché di una funzione per la quale attendono delle capacità, degli obblighi, il rispetto di valori e diritti. E ciò che sembra ancor più pericoloso (e anche questo molto simile all'atteggiamento mafioso) è l'assoluta mancanza di pudore, la sfacciataggine con cui questi politici si presentano di fronte ad una telecamera completamente disinteressati anche ad un vano tentativo di celare la propria incompetenza. L'assoluta mancanza di vergogna è la misura della loro impunità e del profondo radicamento sociale della "mentalità politica" allo stesso modo in cui lo è quella mafiosa.
E mi sembra che la visuale con cui analizziamo la realtà sia completamente distorta se arriviamo al punto di criminalizzare Buffon, per aver ammesso che non avrebbe svelato all'arbitro un gol esistente, dimostrando di caricare su uno sport - il calcio - tutto il peso dell'ideologia, del moralismo e dell'etica dai quali assolviamo la politica.
E poi pensi che magari le nuove generazioni potranno rivoluzionare questa mentalità di faciloneria e corruzione che aleggia tra i palazzi della politica e poi capisci che forse ti sbagli perché quasi fosse un virus chi ne viene in contatto si contamina nei gesti, nei tempi, nelle modalità di esprimersi e capisci di averlo pensato quel giorno che un giovane educato, preparato e rispettoso qualche settimana dopo essere stato eletto al telefono ti ha detto: "Non ti preoccupare ti richiamo io tanto che ce frega paga lo Stato"!

 
 
 

LA DIVISA: QUANDO LE SCUSE NON BASTANO E QUANDO NON ESISTONO

Post n°141 pubblicato il 29 Febbraio 2012 da ilblogdelmar
 

Di Chiara Manfredini

Ho sempre avuto una sentita ammirazione per la divisa. Mio padre non e' che fosse un uomo così docile eppure ho ancora in mente l'atteggiamento di rispetto che aveva quando eravamo tutti e quattro in macchina e capitava che ci fermavano i Carabinieri per il controllo dei documenti. Massima referenza anche da parte di mia madre che non mi ha mai perdonato quel concerto con la banda dei Carabinieri a cui gli capito' di assistere e al quale non andai e che se in autostrada succedeva di avere dietro una volante mi diceva: "Rallenta", "Ma sono nei limiti di velocità", "Sembra brutto tu rallenta lo stesso" per non parlare della nonna poi che non si stanco' mai di ripetere che il nonno in tanti gloriosi anni di patente non aveva mai preso una multa - sant'uomo! E quando quel sabato di qualche anno fa mi trovai a tarda sera davanti alla Tv e' con questi occhi che ho visto raccontare la storia di Federico Aldrovandi. Un ragazzo. Come tanti. Ammazzato dallo Stato. Pestato, soffocato e lasciato morire da quattro poliziotti tra cui una donna. Senza un motivo. Quando chi dovrebbe protteggerti ti uccide un figlio credo che non ci sia nulla in cui poter continuare a credere. Un processo lungo, con ripetuti tentativi di inquinamento delle prove alla fine ha portato alla condanna dei colpevoli. Ma non se n'è parlato abbastanza di Federico morto ammazzato la notte del 25 settembre del 2005 per eccesso colposo delle funzioni. Domenica una notizia mi ha riparlato di lui. La madre di Federico sara' processata il prossimo 1 marzo per diffamazione ai danni del pm Maria Emanuela Guerra. Un giudice che querela la parte civile, una madre, e' l'ultimo terribile atto di un processo faticoso che ha segnato una brutta pagina della storia delle nostre istituzioni.
E proprio in questi giorni di No Tav, di presunti o tentati scontri con le forze dell'ordine, di immagini, di foto, di prove tv, di versioni contrastanti vorrei ricordare Federico perché tutti riflettessimo sul fatto che al di fuori del pacifico e colorato mondo del dissenso si annida il pericolo di quanti potrebbero avere interesse ad esasperare la violenza, a cercare lo scontro per glorificare un martire e condannare un assassino, per strumentalizzare un odio di Stato che puo' produrre gravi degenerazioni.
Vorrei ricordare Federico perché ad ogni cosa deve essere dato il suo nome nella concretezza dei fatti. Ieri un uomo, sfidando le forze dell'ordine, si e' arrampicato su un traliccio dell'alta tensione ed ora e' ricoverato in terapia intensiva. Un folle gesto di stupidita' senza giustificazioni. Appunto. Senza scuse.

 
 
 

Benedetto Spinoza ha scritto

Post n°140 pubblicato il 26 Febbraio 2012 da ilblogdelmar

Dal momento che gli uomini sono guidati dalle passioni più che dalla ragione, ne segue che un gruppo si forma unisce naturalmente e desidera essere guidata come da una sola mente, non per una spinta razionale, ma per qualche comune passione, o appunto per una comune speranza, o timore, o desiderio di vendicare un danno.

 
 
 
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