Il Bosco e la FataC'era una volta una lucciola, con ali leggere e colorate la sua luce era chiara e rassicurante. Il Bosco le donò un bellissimo martello di ghisa lucente e si offrì di darle qualche lezione sull'uso proprio ed improprio dell'arnese. Lei, ottima allieva, una bella notte di luna piena, lo calò degnamente sul capo dell'ignaro vigile ben nascosto, ma non invisibile... |
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Post n°245 pubblicato il 11 Maggio 2013 da fata_dibosco
(Gli amanti - Carlo Vitale) Stava affacciata sulla terrazza che guardava il mare, quel luogo era come sospeso tra cielo e terra . La notte era dolce senza luna con una pioggerellina che le bagnava il viso. Possibile che le facesse tanta tristezza quell’attimo che fuggiva via senza lasciare traccia? Possibile che non riusciva a ricordare i sorrisi e le risate? Si toccò il cappello fatesco, giusto per avere la certezza che fosse sempre ben posizionato. Scosse la testa coi riccioli biondi che sembravano animati. A volte aveva avuto la sensazione che i ricci litigassero tra loro come fossero piccole truppe d’assalto, aveva sentito le loro sottili voci gridare. Si era resa conto che passando le mani tra loro, con delicatezza e dolcezza, essi si tranquillizzavano e tornavano cheti. In effetti aveva cominciato a notare questa storia dei ricci solo dopo che Amordigatto le aveva raccontato la storia della sua coda. Così, raramente, lei gliel’accarezzava appena appena che lui neanche se ne accorgeva. Lo faceva con estremo amore e con dita impalpabili e lui la lasciava fare. Lo faceva quando lui lasciava uscire la valanga di lacrime che teneva segregate nel suo cuore. In quei momenti lei gli leccava via le lacrime e lo stringeva forte. Gli teneva il viso tra le mani e, in quegl’attimi precisi, gli accarezzava anche la coda. Bisogna dire che la Fata era più che sicura che la coda del gatto fosse l’equivalente della sua ficanima. Aveva provato a dirlo al Gatto, gli aveva detto che secondo lei la coda aveva orecchie e cuore. Lui però, era di tutt’altra idea. Lo sentiva parlare, da dentro la casa. Sentiva la sua voce ben modulata, profonda e seria. Quanto parlava quel Gatto. Mai nella sua vita aveva incontrato un Gatto che parlasse più di questo. E mentre pensava ai ricci, alla coda, al cappello e si sentiva languida e malinconica lui la strinse piano, prendendola per le spalle. La baciò leggero, come a consolarla di cose che, forse, immaginava. La Fata cominciava a sentire caldo. Quei baci sempre le causavano calore e umidità. Questo la straniva perché non era solita a soggiacere a sensazioni da lei non richieste. Poi, da ultimo, ma non meno importante, la ficanima si svegliava a orari strani, si vestiva di tutto punto, annaffiava le orchidee e i muschi e tutta bella, infiocchettata ed elegante si scaraventava fuori a prendere il fresco, come fosse stata ospite in un hotel sul lungomare di qualche mondana località. Questo, ovviamente, la Fata non poteva permetterlo e ne derivavano sempre litigi e ribellione. Tant’è che aveva pensato di presentare la ficanima ai riccioli… ma, al momento, era solo un pensiero. Lei si tirò indietro e riprese i suoi pensieri. Lui rientrò all’interno. Poi qualcosa, un rumore forse, la fece sobbalzare, guardò dentro e lo vide. Sentì il calore sciogliersi nel gelo più profondo. “Cosa diavolo fai?” gli chiese, livida come mai prima, guardando il pandemonio che era riuscito a fare nella sua bella casa preziosa e profumata, come lei. “Nulla” rispose lui placidamente “Sto solo regalando un po’ di amore al prossimo bisognoso” continuò imperterrito. “E ti pare amore tutto questo disordine?” incalzò lei a voce bassa, furiosa nell’animo invisibile “Questo non è amore è nutrimento per te stesso” voleva ferirlo. O forse no, voleva ferire se stessa, insomma non lo sapeva con precisione. Lui la guardò di lato, come quando non riusciva a reggere gli occhi di lei “beh, vedi, sto donando cose e cibo, beveraggi e sesso, soldi e altre tante cose che mi vengono in mente, io sono fatto così, lo sai vero? Sento che valgo qualcosa facendo questo infinito bene. E poi così salvo il prossimo da morte e povertà e, ti prego non fare la maestrina, non fare la professoressa, che ne ho avuto fin troppo, anzi sai che ti dico? Farò di più, farò esattamente tutto ciò che non ho fatto grazie a spiacevoli convenzioni del cavolo, starò senz’altro meglio” tutto d’un tratto smise di parlare. Mangiava lentamente, gustandosi il cibo. La Fata di suo, senza darlo a vedere, aveva come un cordone di spine allo stomaco, quindi provava un tantinello d’invidia. Poca però. L’avrebbe preso a schiaffi molto volentieri, aveva voglia di affibbiargli un calcio nel sedere che neanche il portiere della Nazionale degli umani avrebbe saputo rifilare più pesantemente. Però non lo fece. Era pur sempre una Fata di nobili antichissime origini. Cercò di mantenere il tono della voce sotto la media, riuscì a domare l’onda e persino a tenere a bada le formiche negli occhi. Legò e imbavagliò la ficanima (non si sa mai). “Amore mio tenerissimo” gli disse suadente “non hai bisogno di fare tutto questo per sentirti utile, tu già sei molto utile senza la necessità di buttarti via definitivamente.”. Poi proseguì con l’aria cedevole ed innocente, prerogativa unica delle Fate di certo rango: “Tesoro lo fai per te capisci? Per sopperire a qualcosa che non esiste. Ragiona caro, ragiona un po’: se dovessimo dar spazio ai nostri istinti saremmo umani, ed è lì, in quell’umano mondo, che vivono le convenzioni, ma noi siamo diversi. Siamo oltre ogni pensiero umano. Noi vogliamo il bene degli altri prima del nostro stesso bene. Tu stai facendo il contrario ma, purtroppo, non lo sai. Stai colmando il vuoto di te stesso, mascherandolo con il termine “bene”. Vorrei tu capissi che mettere in disordine la mia splendida casa non è bene per me. Quindi tu non vuoi il mio bene. Quindi se non vuoi il mio bene, non sei capace di fare del bene a nessun altro. Quindi quello che fai, lo fai a tuo uso esclusivo. Quindi….” La fata si stava discretamente incartando con sillogismi assurdi. Ma lui tanto non l’ascoltava più. Russava piano con le braccia dietro la testa tenendosi con le mani la coda. Non resistette, la Fata, e anche se aveva voglia di scappare lontana, si raggomitolò contro di lui che subito, nel sonno, la strinse. Mosse un po’ la testa e la poggiò sul collo di lei. Con le mani cercava il suo seno. Lei chiuse gli occhi. Voleva anche lei un attimo di puro bene e lo voleva da lui che sapeva darglielo solo nell’incoscienza dell’onirico. Gli tenne le mani senza svegliarlo. Pensò tra sé e sé “una maestrina?...ha detto che faccio la maestrina? La professoressa?... Oh mio Dio, è orribile quello che ha detto! me lo ricorderò e, alla prossima, quando non dorme e quando non mi guarda con quegli occhi di oceano, gli dirò che se io sono una maestrina, lui è un Peter Pan, ecco cosa gli dirò!... e poi devo imparare a non amarlo, anzi ho già imparato, ecco!". Pareva soddisfatta adesso ma non lo era affatto. Finalmente s’addormentò anche lei per brevi attimi di pace. |
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Post n°244 pubblicato il 25 Marzo 2013 da fata_dibosco
Stavano lì, stesi su un fianco, Lui dietro di lei e con le braccia la stringeva a sé. Le mordeva piano la schiena, senza farle male, lei girava appena la testa per cercare la sua bocca e con le mani teneva le mani di lui. - Che protezione che sento…- le diceva cingendola più stretta. Lei, la Fata, sorrideva tra sé e lo lasciava fare. Lui le annusava i capelli e il collo provocandole una discreta raffica di battiti. Aveva gli occhi socchiusi, l’Amordigatto, per respirarla meglio. Era concentrato in questo difficile compito. - Ho voglia di partire vorrei concedermi qualche giorno, lontano da qui, questo mondo mi pesa – disse lui ad un tratto, come se si fosse risvegliato da un lungo, doloroso sonno, fatto di incubi e tristezza. - Amore – disse lei – forse hai bisogno solo di Amore. Cos’è l’Amore? – chiese lui, tirandosi su a guardarla. La Fata sapeva che l’Amordigatto aveva idee confuse sull’argomento. Sapeva il dolore del suo cuore, sapeva tante cose di lui e spesso ci rifletteva. Così pensando si alzò, si mise a gambe incrociate davanti a lui, facendo attenzione a non schiacciare la ficanima, che voleva parlare anche lei tanto per contraddirla un po’. L’Amore – cominciò fissandolo negli occhi di mare con i suoi occhi di cielo – l’Amore si riconosce da tante cose: di solito arriva piano, silenzioso. E’ fatto di desiderio e romanticismo al tempo stesso. L’Amore ti piega come un vento caldo e ti porta lontano con la testa – la Fata parlando, lo accarezzava piano, come a rassicurarlo. Lui era tutt’orecchie ma la Fata ben sapeva che lui, malgrado l’attenzione, non capiva quasi nulla. Però già era tanto che la stesse ad ascoltare. L’Amore – proseguì lei – è quando il sacrificio non ti costa, è quando vuoi stupire l’altro, è quando fai piccoli gesti solo per vederlo sorridere – continuava ad accarezzarlo e lui ora si lasciava cullare da lei, dalla sua voce e dalle sue mani – l’Amore ti stimola a far cose che non avresti mai pensato, è quella cosa che ti rende geloso di sapere l’altro tra braccia che non siano le tue – L’amore è quel pensiero di rinuncia per far stare meglio l’altro se, dico se, servisse. L’amore è condivisione di sesso e cose, è la complicità e la serenità, è la responsabilità dell’altro senza fargli mai male. L’Amore è onestà e abnegazione. L’Amore è coraggio e consapevolezza, l’Amore è la nostalgia cupa che ti prende quando l’altro non c’è, è il desiderio di volere l’altro sempre con te, l’Amore è il dono bellissimo di noi stessi. L'Amore è quando senti un languore strano che ti prende il cuore, come un'infinita tenerezza, è quando vuoi l'altro perchè ti piace così, che non vuoi cambiarlo, ti piace coi suoi difetti, le sue fisime, i suoi irragiungibili sogni. E' quando capisci che non è pietà, né compassione, né colpa. Quando sei libero di donare e prendere tutte queste emozioni e ne sei capace guardando il sole, allora, ma solo allora, è Amore. Lui aveva chiuso gli occhi, il respiro lento e regolare. Poi, all’improvviso la guardò Non lo so – rispose lei godendo dell’innocenza di lui – Però, non credo – continuò abbassando la voce per non fargli male; voltò il viso per farsi baciare la nuca e per non fargli vedere quella noiosa, fastidiosissima lacrima che le scivolava via generandole quelle solite, ignoranti, spavalde formiche che le passeggiavano negli occhi. Lui la prese così, prima dolcemente, come sapeva fare solo lui e poi con foga come fosse un gatto bambino. Lei si lasciò andare alla piacevolezza di quell’attimo che le faceva vedere le stelle. E, mentre lo accoglieva nel suo ventre caldo pensava che doveva andar via da lui. Questo pensiero la straziava ma sapeva che era l’unica cosa da fare. Lui avrebbe capito, non subito, ma avrebbe capito. L’Amordigatto finalmente dormiva sul corpo di lei, e allora lei, che aspettava quel momento, s’intrufolò nei suoi sogni e gli portò via qualche cattivo pensiero, qualche retaggio nero di un passato remoto. Soffiò nel suo sonno di Gatto per poterlo guardare ancora così: con infinita amorevolezza.
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Post n°243 pubblicato il 28 Febbraio 2013 da fata_dibosco
Rientrò, quella notte, quasi di soppiatto nel suo Bosco. Era stata nel mondo degli uomini, nella mansarda dell’Amordigatto. - Mi farà male andare così spesso al di là, dove c’è il male in agguato, e poi non è il mio mondo – si disse la fata. Si spogliava piano, aveva l’odore del Gatto addosso. La crucciava sapere che la sua ficanima aveva avuto più di un tracollo, quasi una crisi di nervi all’ultimo stadio. In compenso le orchidee erano tutte allegre e provavano il surf sull’onda ormai definitivamente indomata. Ripensava a lui e ovviamente sentiva caldo. La Fata odiava quel caldo smargiasso che si prendeva gioco di lei. Avrebbe dovuto chiamare il fuochista e questo la metteva in ansia. L’Amordigatto l’aveva riempita in ogni singola parte ed ora le rimaneva la sensazione di appartenenza che, lei, non avrebbe mai voluto. Però c’era. Otto ore di sesso catartico: un incanto insperato. Mentre faceva quelle riflessioni e si sfilava le calze, lo vide, riflesso nello specchio. - Che fai qui? – gli chiese anche un po’ infastidita - oh, niente di che, ti guardo, sei bella, hai un segno sul seno… è molto sexy – rispose il grillo facendosi avanti con gli occhi che gli brillavano – non vorresti che ti scopassi un po’? - Assolutamente no – rispose lei togliendosi lo slip – Ho lui a te toccherà quando non l’avrò più. - Beh, non dovrò attendere molto, allora… - fece lui facendosi un po’ in disparte e continuò – conoscendoti non potrai resistere più di qualche giorno anzi qualche ora – sorrideva mentre parlava. - Non sta a te sapere cosa faccio e cosa mi piace e quanto dura o quanto non dura – la Fata era ampiamente scocciata e, tra l’altro, si sentiva frustrata perché il grillo sapeva molte cose di lei. - Vattene adesso – soggiunse lei a voce bassa – non ho voglia di parlare a quest’ora di notte. - Ti amerò ancora – disse lui con la sua bella voce flautata – lui non è della tua specie ed, anche se tu lo pensi e lo vuoi, non lo sarà mai – le accarezzava i fianchi parlando – ti avrò di nuovo e sarò il tuo unico amante sotto una luna leggiadra e ladra di sospiri e lacrime. I tuoi sospiri e le tue lacrime. Io solo respirerò l’intimo femmineo di te e tergerò le lacrime, come tante volte. Sarò sempre l’unico amante – così dicendo uscì nella notte. La Fata si scosse. Era nuda nel letto. Si girò angosciata e stanca. Sentì ancora l’odore del Gatto, di loro due insieme. http://www.youtube.com/watch?v=40vrVIckjJE "Quando l'amore fa sentire l'altro rispettato, non umiliato,
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Post n°242 pubblicato il 25 Febbraio 2013 da fata_dibosco
Quella mattina, molto presto, guardinga come al solito, aveva aperto piano il cancello che separava il suo mondo da quelli degli uomini. Scivolò nella Città che, a quell’ora, era incantevole, avvolta nella bruma del fiume, con le forme delle chiese e dei palazzi così nitide. Era più bella del solito, la Fata, perché aveva nella testa l’Amordigatto. E, per qualche strana, inimmaginabile ragione, gli uomini sentivano questa rara bellezza intima che traspariva da lei. Difatti fece attenzione a non guardar nessun, a non ceder alle occhiate ed ai sorrisi. Aveva scarpette col fiocco e morbidi abiti color cioccolato, profumava di “Almagia di Bosco” e aveva la tenerezza nel cuore. Entrò in quel posto che sapeva di caffè, spezie e sfarzo. Acquistò qualcosa per l’Amordigatto e una bottiglia pregiata di un liquore color ambra che piaceva tanto agli esseri umani. Ne avrebbe fatto regalo ad un uomo suo amico (uno dei pochissimi uomini che le fossero amici). Lei pensava a quando era tra le braccia del Gatto, pensava a quando gli raccontava le favole affinché lui potesse capire, perché sapeva, tra sé, la Fata, che lui aveva il sesto senso tipico dei gatti e, altresì sapeva che lui non avrebbe mai potuto amarla come lei avrebbe voluto, come lei faceva con lui. Si sorprese infine a pensare come, l’Amordigatto, avrebbe smesso all’istante di darle ciò che - senza volere, ovviamente - le stava regalando baciandole il cuore. Pensò alla sottilissima distinzione tra pietà, compassione, misericordie e pietismo. La Fata aveva paura del pietismo, la inquietava e detestava cordialmente quella sorta di sentimento malato. E mentre così pensava, usciva dal posto che sapeva di ricchezza, con le buste tra le mani. Fu allora che lo vide. Era lì, steso a metà, i capelli rossicci umidi e unti si appiccicavano al volto segnato, gli occhi piccoli azzurri, sconcertati, assenti. L’uomo stese la mano sudicia a chieder qualcosa. E lei ebbe pietà, compassione e misericordia. Gli prese la mano tra le sue, molto più piccole, morbide, pulite, lisce e bianchissime. Era ammaliata dalla differenza tra loro. “Certo” si disse “lui è pur sempre un umano”. Prese una moneta e gliela mise nel bicchiere che aveva a fianco della sua miserrima vita terrena. Ma l’uomo non le lasciava la mano ed ora la guardava. Non vi era desiderio di sesso in lui. Il suo sguardo si fece più intenso e lei si trovò a prendergli il viso tra le dita e leggermente lo accarezzò come a regalargli un sogno: un sospiro di vita pulita ed innocente. L’uomo le baciò le dita. Un bacio umido. Lei prese la bottiglia destinata a tutt’altro e gliene fece dono. Gliela mise vicino sorridendo. Lui prese vita e scarto il regalo. Gli occhi chiari si riempirono di lacrime e mentre cercava l’equilibrio per stare in piedi ed abbracciarla, Lei corse via, corse veloce, lontano, aprì piano il cancello e ritornò nel suo bosco incantato a cercar riparo. |
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Post n°241 pubblicato il 15 Febbraio 2013 da fata_dibosco
Erano lì, seduti di fronte. Si guardavano negli occhi e si confondevano l’un l’altra beandosi della stessa tinta: in lui più determinata in lei più movimentata. Godeva tra sé la Fata, l’aveva stanato finalmente ed era riuscita, con un incantesimo molto sofisticato, a farsi promettere le seguenti cose: 1) entro subito avrebbe cominciato a rimettere a posto il terreno; 2) entro le quattordici avrebbe rimesso la terra tolta all’interno del dannato tunnel per ricreare l’umus originario. In effetti lui s’era messo all’opera subito, anche se, mentre tentava di ricreare l’area violette, aveva sudato freddo, sofferto di mal di stomaco, mani sudate, bocca arida, mal di schiena, ecc. Lei aveva finto di non vedere tutto questo e continuava a guardare il sole. Le piaceva guardare il sole, chè quando vi distoglieva gli occhi, vedeva piccole macchie gialle e nere immaginarie che parevano orme di ape. Ed ora erano lì a guardarsi intorno. L’Ammordigatto aveva la coda grigia scompigliata, ma pur sempre una bellissima coda. Tanto che lei avrebbe, con molto piacere, desiderato infilarci dolcemente le manine. Si trattenne dal farlo, ovviamente. Lui si alzò e la strinse a sé. La Fata temette che il cappello potesse caderle – essendo quello il suo grande cruccio di sempre – ma esso, il cappello, rimase dignitosamente al proprio posto sulla sua testolina di ricci biondi. Nel frattempo c’era la dannata onda in movimento che s’infrangeva con mille spruzzi quando non doveva farlo. Le tolse l’abito con delicatezza, tenendole le braccia in alto, come gli umani fanno con i propri cuccioli. Il cappello non si mosse. Le tolse le calze inginocchiato davanti a lei. Abbassò le bretelline della sottana di impalpabile raso rosa, sganciò il reggiseno bianco affinché il seno di lei, bianco anch’esso, trovasse collocazione più morbida. Le baciò il collo e le morse pianissimo le spalle, l’accarezzava tenendo il seno tra le mani a coppa. Lei non ci capiva più una beata mazza. Questo era un dato di fatto. Non la scoprì di più, le scostò un po’ gli slip, là, dove essa viveva del fuoco di sé. - svengo – disse lei. - svengo prima io - rispose lui. Prima dello svenimento di entrambi lui le dette un pacchetto, bianco e rosso, lei subito scartò come fosse tornata piccola. Lo vide, era bellissimo, piccolo, con la pancia rosa ed il bel musetto vispo, irto e allegro. - un riccio?...amore, un riccio cucciolo? Lo adoro. Sarà mio per sempre – la tenerezza per l’animaletto s’era impossessata di lei. - auguri tesoro- disse lui con quel sorriso irresistibile.
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Post n°239 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da fata_dibosco
Non aveva dormito affatto, o, perlomeno, aveva dormito un poco con un rumore che le disturbava i sogni. S'affacciò dalla parte dove il mare lambiva il bosco, il suo bosco.
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Post n°238 pubblicato il 04 Febbraio 2013 da fata_dibosco
Lui le si fece vicino e la strinse da dietro, ma leggermente la strinse. Lei si girò di scatto: “chi diavolo sei?” chiese tutto d’un fiato fissandolo negli occhi di mare. Lui le ficcò il naso tra i capelli e nelle orecchie e poi sul viso e sul collo. Sentì l’onda salirle dalle ginocchia. |
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Post n°237 pubblicato il 17 Ottobre 2011 da fata_dibosco
“Ora”, si disse la Fata mentre s’aggiustava il cappello ché non scomponesse troppo i riccioli biondi, “è il momento per rifarlo”. Erano passati tanti anni dall’ultima volta. Era davvero una fata bambina allora. L’idea di riscendere tra gli uomini, di sentire il loro odore, di vedere i colori e le scritte, di ascoltare i canti e i suoni le dava una piacevole sensazione nostalgica capace, ancora, di stimolarle l’intelletto. Sorrise tra sé e scavalcò il muro, guardinga ma serena – le spiaceva la nutria avesse seguito il Bianconiglio, sarebbe stata una piacevole compagnia in questa circostanza – e si ritrovò nella Città. L’aria frizzante, un cielo azzurro che profumava d’ottobre. Camminava col naso un su, godendosi il calore del sole sulle volto. La Città di quel colore giallo ocra misto al mattone che sfumava nel latteo, antico, colore dei marmi e della pietra. Il colore dei suoi occhi s’intonava perfettamente a quella nuance, pensò soddisfatta. I monumenti che gridavano trionfi e sangue. Un’umanità, passata e presente, sui lastricati lucenti, sfilava davanti alle chiese, alle fontane e si ritrovava nelle piazze. Il fiume, a lato, più giù, scorreva lento, senza inquietudine; specchio dei platani e dei ponti. Quel giorno la Città si faceva Mondo. Si soffermò tra le rovine e le statue che rievocavano antichi splendori e miserie d’ogni età. Che godibile giornata per la Fata che, sorridente, passeggiava tranquilla.
Poi, all’improvviso, l’inferno. Grida, insulti, turpiloqui. Uomini neri (uomini?) in carica contro tutto e tutti e come onde rientravano nelle tane per riemergere più forti. Vili, senza volto, odore di coca, sudore di violenza, occhi rossi. Ogni oggetto, anche il più insignificante, un’arma micidiale nelle loro mani. La Fata si fece da parte veloce, quasi un istinto ferino che ancora la dominava; l’odore acre dei lacrimogeni nel naso le bruciava i polmoni. Sconcerto, paura, rabbia, dolore. Tutte queste sensazioni dimenticate ora l’attanagliavano e premevano per uscire. Voleva gridare, la Fata, ma non le usciva la voce. Appiattita contro un muro, guardava intorno: fuoco e fumo alto ad imbrattare il chiarore del pomeriggio. Un uomo col sangue che colava lungo il viso paffuto, le mani al petto s’accasciava tra le braccia di un altro. Sirene, lampeggianti che non riuscivano ad arrivare ad illividire quel volto. Il tempo scorreva senza battiti, come manciate di epoche, come se i secoli non fossero mai passati. Lo stesso umido odore, acre, liquido e rosso. La statua sacra rotolò in pezzi, oltraggiata e derisa, lo stupro delle guerre di tutti i popoli. Corse via, fremente, come se le sue gambe non avessero avuto età. Come allora, dietro le barricate, fuori dalle barricate, chiusa nell’aula magna, col cuore a pezzi, l’adrenalina serpeggiante nella colonna vertebrale, col cappello che scivolava via. Corse più veloce che potè. Arrivò al muro, ansante, s’arrampicò veloce, ad occhi chiusi.
I piedi nel soffice terreno del bosco incantato. Il suo mondo. Le foglie d’autunno resero dolci i suoi passi affrettati. Il silenzio della solitudine le dette il coraggio e riaprì, finalmente, gli occhi azzurri.. Vide in lontananza la sua bella casa, tra le fronde degli alberi sempreverdi. Più in là, luccicava il mare della sua anima. Le orchidee e i fiori di campo come coriandoli di quiete. Gli animaletti le si fecero intorno ad ognuno fece una coccola e si chiese quando mai avrebbe avuto il coraggio di ritornare nel mondo degli uomini. |
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Post n°236 pubblicato il 03 Ottobre 2011 da fata_dibosco
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Post n°235 pubblicato il 30 Settembre 2011 da fata_dibosco
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Inviato da: fata_dibosco
il 22/05/2013 alle 21:05
Inviato da: Peter.Pan7
il 15/05/2013 alle 10:09
Inviato da: fata_dibosco
il 14/05/2013 alle 10:51
Inviato da: loscrittoremascherat
il 14/05/2013 alle 10:28
Inviato da: fata_dibosco
il 14/05/2013 alle 10:24