Creato da mauriziocamagna il 24/05/2006

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RILEGGIAMOLI.....E DUE.

Post n°265 pubblicato il 10 Agosto 2015 da mauriziocamagna
 

Eccovi il seguito del post sulla gamba:

LA GAMBA (parte seconda)

Saluto il dottore, non con un arrivederci ma con un addio!

Dimesso dall’ospedale, iniziano i problemi.

Il primo è di salire sull’auto, non riesco a entrare, il gesso sino all’inguine mi limita la mobilità, l’ingombro è eccessivo.

Si deve cercare una vettura con l’apertura delle portiere più ampia, abbandoniamo l’idea di farmi salire sull’auto di mia madre, la spedizione ritorna dopo mezz’ora con un furgoncino.

Mi mettono dietro, seduto alla bene meglio su una sedia, legata con una corda, a tenermi compagnia un paio di prosciutti, e due ceste di pane, il furgone é del negozio di generi alimentari che c’è nel paesino.

Facciamo i sei, sette chilometri che mi dividono tra l’ospedale e la residenza estiva dei Camagna, il tempo trascorso mi sembra un’eternità, chiuso nel furgoncino, senza nessuna visuale, tutte le curve, lo stress, il gambone di gesso, la posizione scomodissima mi causa una leggera nausea.

Non posso muovermi, grido la mia disperazione, il furgoncino accenna la fermata, ma a quel punto sono al limite della tenuta, parte il getto di vomito che colpisce in pieno le ceste di pane, ho inventato il panino farcito.

La mia conoscenza di porchi e madonne, quella mattina, ha subito un’evoluzione verso l’infinito, ascoltando quelli del bottegaio, una persona solitamente raffinata, che si è lasciata andare per cinque minuti, durante i quali è venuto giù tutto il paradiso.

Passo una settimana alternando il letto alla sdraio sotto il portico, sono trattato come un re, mangio, bevo, dormo, leggo, guardo la tv, c’è un unico inconveniente, il prurito.

Mi viene fornito un ferro da maglia, infilandolo sotto il gesso riesco a grattarmi sino sopra il ginocchio, ma al di sotto c’è l’inferno, niente da fare, devo sopportare.

Dalla montagna devo rientrare in Alessandria, riescono a farmi salire sulla mia auto, posizionandomi di traverso sul sedile posteriore, un cuscino dietro alla schiena, sono messo abbastanza comodo da affrontare il viaggio.

Il problema è che sul sedile di guida c’è mia moglie, freschissima di patente, faccio il segno della croce e si parte.

La neo patentata è molto prudente, nei venti chilometri di curve non supera i trenta all’ora, ma dietro di noi si forma una coda degna del casello della Salerno - Reggio Calabria nei primi giorni d’agosto.

Arrivati a fondo valle siamo fermi a un semaforo, sento bussare al finestrino, alzo lo sguardo è un signore che si presenta come il presidente del comitato delle code in automobile, formatosi durante il tragitto, mi chiede se, gentilmente, ci facciamo in disparte per permettere alle duecento vetture di proseguire il viaggio.

Mia moglie ha un attacco di panico, non vuole più guidare, le faccio coraggio, iniziamo un’accesa discussione, riesco a convincerla si riparte, sempre a velocità moderata.

All’imbrunire siamo a casa, abbiamo percorso un’ottantina di chilometri in circa quattro ore, sono esausto ma devo fare un piano di scale, impresa facilissima per una persona che ha due gambe, un poco più impegnativa se hai un gesso che arriva sino all’inguine e sei debilitato fisicamente da un viaggio infinito.

Passano altri venti giorni, e dalla vita che facevo in montagna ho solo più un vago ricordo, mia moglie ha applicato la dieta mediterranea, ma vista dal continente africano, poca roba, mal condita e dal gusto che ricorda vagamente qualcosa di schifoso.

Allo scadere dei quaranta giorni mi presento all’ospedale di Alessandria, reparto ortopedico, mi tolgono il gesso e mi lasciano una decina di minuti in attesa del medico di turno, ne approfitto per grattarmi quelle parti irraggiungibili, è come fare l’amore con una pornostar, una libidine assoluta.

Arriva il dottore, visiona la gamba, la palpa, la studia, scrolla la testa, inizio a preoccuparmi.

Mi dice che la frattura non si è rimarginata come doveva, la tibia è leggermente storta, occorre rompere nuovamente la gamba e con un intervento chirurgico ricomporla, ingessarla nuovamente e ricominciare l’iter dell’ingessatura.

Ricordo gli appelli al signore del bottegaio del paesino, ne amplio il mandato scomodando anche i santi, gli angeli e la madonna, intanto il dottore firma il foglio del ricovero.

Sono nuovamente ricoverato, come da prassi mi sono fatti tutti gli esami e accertamenti necessari in attesa dell’intervento, fissato per il giorno dopo.

Arriva il giorno dell’operazione, mi viene fatta una punturina pre-anestesia, sono in attesa davanti alla sala operatoria, arriva il primario.

Visiona la gamba, guarda le lastre, mi palpa, scuote la testa, non mi preoccupo ormai sono rassegnato.

“Strana, molto strana, questa gamba, la flessibilità è giusta, dalle lastre la calcificazione si vede perfetta, non capisco come mai sia così storta” mi riferisce il primario.

Mezzo rincoglionito dalla pre-anestesia chiedo parola. “non è che le mie gambe siano storte così da quando sono nato? “

Tutti mi guardano come se avessi sparato la più grossa puttanata del secolo.

Il primario non è convinto, mi rimanda in sala raggi e mi fanno le lastre a entrambe le gambe, sono perfettamente uguali, storte in egual maniera, in poche parole sono salvo.

Mi rifanno il gesso, stavolta appena sopra al ginocchio e ci rivediamo fra trenta giorni.

Il mese passa in fretta, con il ferro da maglia riesco a grattarmi anche in quelle parti che prima non erano accessibili, l’unica pecca è che non posso ancora appoggiare il piede a terra, ma con l’aiuto delle stampelle riesco a muovermi per casa.

Rientro in ospedale, via il gesso e avanti con quello nuovo, in una mattinata sono a casa.

Stavolta il gesso arriva sotto al ginocchio, c’è una staffa che mi permette di appoggiare il piede a terra senza fare danni, non è la piena mobilità ma è pur sempre meglio di niente.

Allo scadere del trentesimo giorno ritorno in sala gessi, finalmente la libertà, sono convinto di poter uscire con le mie gambe ma devo ricredermi.

La caviglia, rimasta inattiva per un centinaio di giorni è bloccata, il ginocchio seppur rimasto libero con l’ultimo gesto non ha ancora ripreso la giusta articolazione, in poche parole sono nella merda, esco dall’ospedale su una sedia a rotelle, come un reduce dal Vietnam.

Inizia la fisioterapia, tutti i giorni devo andare all’ospedale a fare dei forni e dei massaggi, intanto le stampelle diventano la mia terza gamba, non quella gamba!

In tutto questo c’è una nota positiva, chi si occupa della mia riabilitazione è una fisioterapista, bella come il sole, una moracciona riccia con due occhioni verdi da cinema e un tocco nei massaggi da urlo, m’innamoro subito di lei, la nota negativa è che per lei sono solo un paziente.

E così non mi bastano una ventina di sedute, ne faccio quaranta e tutti si preoccupano per me.

Tra una balla e l’altra son partito a ferragosto e ritorno al lavoro la settimana prima di Natale, all’inizio tutti i colleghi mi accolgono festosi, ma dal giorno dopo iniziano a cadermi addosso le rogne, quasi rimpiango i gessi, l’ospedale e la fisioterapista.

Per l’inizio dei saldi cammino bene, senza fatica, non posso ancora correre, ma non mi lamento, ho una tempra d’acciaio, l’unico mio dubbio è capire se potrò riprendere a giocare a calcio.

Con l’arrivo della primavera, inizio a farmi qualche corsetta per riprendere la tonicità muscolare e il fiato.

Per l’estate sono in forma smagliante, arriva agosto e parto per la montagna.

Il solito paesello, la solita sdraio, il solito trattamento da principe.

Mi ritrovo con i compagni di squadra dell’anno precedente, quest’anno niente torneo, però hanno organizzato una partita a calcetto tra di loro e mi chiedono se ho voglia di partecipare, come posso rifiutarmi, e allora si parte.

Fischio d’inizio, scatto sulla fascia, un mio compagno mi lancia il pallone, lo vedo arrivare, rasoterra, la velocità giusta, accelero la corsa e prendo la mira, tiro verso la porta ………

Il difensore avversario ha avuto la stessa idea, mi vede arrivare, pallone rasoterra, velocità giusta, accelera la corsa e rinvia.

Colpiamo il pallone nello stesso momento, sento una botta tremenda, sono per terra, sento parlare in modo ovattato, tutto intorno a me, non sento male, ma non riesco ad alzarmi, cercano di aiutarmi, ma non c’e la faccio, mi alzano di peso e mi portano a bordo campo.

La partita non è iniziata da un minuto che sono già in auto diretto verso l’ospedale, questa volta è la caviglia destra a farne le spese.

Arrivo al pronto soccorso, c’è lo stesso dottore dell’anno precedente, mi guarda, mi riconosce e si mette a ridere, “ancora tu, ma non dovevamo vederci più …….”

 
 
 
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