Creato da mauriziocamagna il 24/05/2006

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LA BICICLETTA

Post n°255 pubblicato il 23 Febbraio 2015 da mauriziocamagna
 

Un giorno a casa dal lavoro, devo recuperare la domenica lavorativa.

Una giornata a casa durante la settimana mi da un solo vantaggio, poter fare l’amore con il divano per un’ora anziché i soliti trenta minuti.

Gli svantaggi sono diversi, posso stare con i miei figli e dare una mano loro a studiare.

Perché li considero svantaggi?

Per il semplice fatto che, immancabilmente, riescono a farmi incazzare e non è cosa da poco.

Sono sul divano e mio figlio mi chiede se posso portarlo in cartoleria.

Mugugno e chiedo qual è il grado d’urgenza.

Necessità di una penna, ho capito vuole solo rompere i coglioni.

Mi alzo e dico preparati che ti porto.

Lui ha un’idea brillante: perché non andiamo in bicicletta?

Rispondo che fuori ci sono al massimo dieci gradi, non è la stagione ideale per andare in bicicletta.

La mamma, che solitamente tiene i figli in un guscio dorato, avalla la richiesta del suo amore.

Lo sapete che io sono un uomo tutto d'un pezzo, quindi siamo partiti in bicicletta.

La bicicletta, io con questo pezzo di ferro ho sempre avuto un pessimo rapporto, come con le donne.

La mia prima bicicletta l’ho avuta a tre anni, e nonostante sia passato più di mezzo secolo ricordo ancora il dispetto che mi fece.

Ero con mia madre, stavamo andando a trovare mia nonna, e mi fece fare tutto il percorso tenendomi una mano sulla spalla.

Arrivammo nel cortile e mi lasciò libero, mi lanciai nella folle corsa, radente il muro sino al portone d’ingresso.

Le rotelline toccarono quel ferro che serviva a pulirsi le scarpe dal fango ed io mi cappottai, il freno s’infilò nella gola del povero Camagna, corsa all’ospedale, punti di sutura e tanto dolore.

A sette anni, nel giorno della mia prima comunione, mi arrivò in regalo un orologio e una bicicletta.

Bella, come quella dei grandi, grigia metallizzata, appena la vidi me ne innamorai subito.

Mi fu consegnata a mezzogiorno, alle due era già dal meccanico.

Mentre tutti mangiavano mi precipitai in cortile ansioso di provare il nuovo mezzo.

Nello stesso momento che io sprigionavo tutta la potenza della mia pedalata per battere il record sul giro dell’isolato, dall’altra parte arrivava una ragazza che, per il suo quattordicesimo compleanno, stava provando il motorino che aveva ricevuto in regalo.

Lei stava guardando dietro per ammirare la faccia compiaciuta di suo padre, io stavo guardando l’orologio per vedere se potevo battere il record, ecco il botto, ci siamo scontrati.

Nessun danno fisico se non quello al cuore nel vedere i nostri regali danneggiati.

A dieci anni, per la promozione all’esame di quinta elementare, arrivo la bici da cross, moda del momento, l’equivalente della mountain bike odierna.

Impennate e salti acrobatici erano il mio pane che però andavano a braccetto con bende e fasciature.

La morte della bici fu sotto un treno, per fortuna io ero caduto qualche metro prima appeso alle sbarre del passaggio a livello, mi spaventai cosi tanto che per tre giorni fui colpito da una saettante diarrea.

A quattordici anni chiesi il motorino, arrivò un mosquito con una piccola variante, non aveva il motore.

Il Mosquito era una bicicletta con un motore posto sopra la ruota che girava attraverso un rullo, il modello in mio possesso era stato trasformato in bicicletta perché il motore era stato fuso da mio zio.

Quel motorino adattato a bicicletta mi diede parecchie soddisfazioni, era ammiratissimo dalle fanciulle mie coetanee, però tutte guardavano il mezzo e lasciavano che il sottoscritto se ammazzasse di seghe, va beh lasciamo perdere tanto adesso ho comprato gli occhiali.

Venne il giorno che un amico benestante mi chiese in prestito quel mosquito a pedali, voleva fare colpo su una tipa, in cambio mi diede la sua bicicletta, un gioiellino tecnologico con sette rapporti, campanello e luci, bellissima rossa fiammante come una Ferrari.

Ci accordammo per un cambio di tre giorni, dopo di che ognuno avrebbe avuto indietro il suo mezzo.

Nell’ultimo giorno stavo cimentandomi in una corsa in salita contraria, ovvero stavo andando in discesa al massimo della velocità possibile, quando una vettura mi tagliò la strada, doppio salto mortale insieme alla bici che diventò della lunghezza di un triciclo.

Verso le diciotto dovevo incontrarmi con il proprietario della bici, per rendergli la sua e riprendermi la mia, ma non ebbi il coraggio di presentarmi.

La sera telefonai e ci mettemmo d’accordo per rivederci il pomeriggio successivo.

Il giorno dopo fu lui a non presentarsi.

Gira e rigira passarono due settimane e alla fine ci trovammo faccia a faccia, non ricordo chi parlò per primo, ma entrambi rimanemmo delusi, perché al mio amico avevano rubato il mio mosquito ed io avevo ridotto la sua bici a un rottame.

Lui però dopo un paio di mesi prese i soldi dell’assicurazione, io lo presi nel culo come al solito.

A diciotto anni mio padre mi regalò una bici da corsa, stavolta ero io ad avere un gioiellino tecnologico sotto il sedere.

Mio padre mi fece quel regalo per coinvolgermi nel suo hobby di una vita, la pedalata.

Dopo una decina di uscite in gruppo una domenica decise di farmi affrontare il monte Penice, quattordici chilometri di pesante salita questa volta sistemata dal lato giusto, minchia che fatica.

Nonostante tutto sono riuscito ad arrivare in vetta e tenere il passo allenato di mio padre, il dramma si svolse al ritorno.

Nell’esuberanza dei diciotto anni cercai di superare mio padre in discesa, ma la velocità è assassina.

Sbagliai una curva che era più stretta di quel che pensavo e mi ritrovai abbracciato al Guard rail, con la mia dentiera impressa sulla lamiera grigia.

Mio padre arrivò subito dopo mettendosi le mani tra i capelli, la sua preoccupazione fu prima la bicicletta dopo di che raccolse i miei pezzi.

Da quel giorno non sono più salito sulla bicicletta da corsa e il sol vederla mi viene mal di tutto.

Adesso possiedo una city bike, molto tranquilla per fare qualche giretto in paese possibilmente quando il clima è favorevole.

Non certamente quando fuori ci sono meno di dieci gradi.

Mio figlio ha insistito, dai andiamo in bicicletta, ed io come sempre ho ceduto.

Ritorniamo dopo una mezz’ora, ho persino io peli del buco del culo ghiacciati.

Sto pensando alla doccia calda, arriva una telefonata di un amico.

Mi sente leggermente alterato, gli spiego la situazione e inveisco contro mio figlio.

Lui, scapolone impenitente se la ride e chiude la telefonata con la solita frase di quando gli racconto che mia moglie mi ha fatto girare le balle: hai voluto la bicicletta? E allora pedala.

Si ma porca troia io questa volta avevo chiesto la moto……..

 
 
 
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