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IRAN ELEZIONI DEL PRESIDENTE

Post n°361 pubblicato il 19 Giugno 2013 da zoppeangelo


L'elezione del nuovo presidente dell'Iran (14 giugno 2013)

L'elezione di Hassan Rouhani al primo turno, a sorpresa, con 18.613.329 voti, pari al 50,71% dei voti validi, ha suscitato commenti prudenti sulla stampa estera.

Dal punto di vista della strategia elettorale la vittoria è stata favorita dal ritiro, l'11 giugno, di
Mohammad-Reza Aref, il candidato di Khatami. Khatami ha ritenuto opportuno infatti rinunciare a una candidatura "riformista" e concentrare i voti sul centrista Rouhani, sostenuto da Rafsanjani. A sua volta Rafsanjani si era candidato, ma era stato escluso dalla competizione elettorale dalla Commissione elettorale, dominata dalle Guardie della rivoluzione. Era stato escluso anche il candidato di Ahmedinejad, Mashaei. Nelle settimane prima delle elezioni il regime ha mostrato il suo nervosismo non solo censurando pressoché tutti i candidati di sinistra o anche solo riformisti, ma anche mettendo agli arresti domiciliari sia i membri del Movimento Verde, sia gli attivisti pro-Ahmadinejad. Centinaia di internet cafè, radio locali ecc. sono stati chiusi. I volantinaggi degli attivisti pro Aref e Rouhani picchiati o fermati. La rete internet è stata artificialmente rallentata o interrotta spesso; in trasmettitori per la telefonia mobile spesso messi fuori uso. Secondo la Rand Corporation Usa sono state le elezioni più "controllate" della storia dell'Iran.

Ha votato il 72,2% degli aventi diritto (36.704.156 su 50 milioni e mezzo di elettori)
L'astensionismo in Iran è stigmatizzato e incide sulle opportunità di lavoro, per questo molti giovani votano scheda bianca (AT 22 maggio 13), ma stavolta i votanti sono stati 8% in meno che nel 2009; in cambio le bianche e le nulle in tutto assommano al 3,39%.

Al contrario del 2009, le elezioni si sono svolte in un clima di passività; dopo la frustrazione di due anni di inutili manifestazioni, l'elettorato ha espresso un voto "pragmatico e senza illusioni", un voto "per il cibo e non per la libertà" (Economist 17 giu13). Le attese, secondo il Guardian (16giu 2013) sono modeste: sostanzialmente la liberazione degli 800 detenuti per reati di opinione, fra cui i capi del Movimento verde Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, ma anche giornalisti, avvocati, attivisti dei diritti umani, bloggers, femministe, cristiani ecc.

Rouhani è un uomo dell'establishment, ha un pedigree rivoluzionario impeccabile (giovane studente raggiunse a Parigi Khomeini, dopo il 1979, in Iran si dedicò alla riorganizzazione dell'esercito, ha partecipato come comandante alla guerra contro l'Iraq, viene anche decorato), ha scalato i vertici dello stato passando da vari incarichi nel Ministero della Difesa al Consiglio supremo della sicurezza nazionale fino al 2005, quando è stato allontanato per volere di Ahmadinejad. Ma è stato incaricato dei negoziati con l'AIEA e Khamenei l'ha voluto nell'Assemblea degli Esperti. Ha buoni rapporti sia coi riformisti alla Khatami, che con i liberisti rampanti come Rafsanjani , ma anche con Khameini (è un chierico), coi Guardiani della rivoluzione (ha fatto la guerra contro l'Iraq) e la destra religiosa. Ha ricoperto numerosi incarichi militari e di intelligence; difficile quindi che metta in discussione il potere economico dei Guardiani e dell'Esercito.
E' abbastanza conservatore quindi da poter tentare una riforma del sistema economico pur senza mettere in discussione l'assetto complessivo di potere in Iran, trovando una mediazione fra le varie frazioni borghesi. (Geopolitical Weekly 18 giu 2013 - WSWS 17 giu 2013).

Il potere del presidente in Iran è limitato e comunque condizionato da un lato da Khameini dall'altro dal binomio Esercito/Guardiani della Rivoluzione che controllano le imprese militar/statali.
Non va tuttavia sottovalutata la situazione di profonda crisi economica nel paese che costringe le diverse ali della borghesia iraniana, anche quelle più legate al modello del capitalismo di stato, ad affidarsi ai tecnocrati e ai managers esperti piuttosto che ai capipopolo come Ahmadonejad.(Rand Corporation 17 giugno ). Ahmadinejad era stato eletto nel 2005 con i voti degli operai e dei contadini poveri perché era contrario a ristrutturare le aziende di stato inefficienti. Ma poi ha profondamente deluso gli strati del proletariato urbano e rurale cui aveva promesso di usare i proventi del petrolio per alleviarne la miseria; invece l'inflazione ne ha taglieggiato i redditi (il salario minimo in dollari è passato da 275 al mese nel 2010 a 134 nel 2012), le tasse sono aumentate, i beni di prima necessità a prezzi agevolati sono stati aboliti. La corruzione nella gestione della cosa pubblica sta dilagando; l'industria petrolifera langue per mancanza di investimenti e manutenzione

La crisi morde in profondità gli strati più poveri:
- un'inflazione del 30% (del 60% sugli alimentari)
- una disoccupazione ufficiale del 14% (in realtà del 35% fra i giovani sotto i 29 anni)
Le entrate da petrolio in 8 anni sono calate del 65%.
Mancano le riserve di valuta straniera per gli scambi commerciali

Qualcuno ricorda che nel 1988 per uscire dal pantano della guerra con l'Iraq fu nominato comandante in capo dell'esercito Rafsanjani, "l'uomo dei pistacchi", l'affarista, un pragmatico che guidò il paese fuori dalla guerra. Oggi viene scelto un altro pragmatico, mediatore fra le fazioni, per portare il paese fuori della crisi, con l'obiettivo di abbassare l'inflazione e la disoccupazione. Non a caso mentre la gente festeggiava nelle strade, la Borsa iraniana ha fatto un balzo in avanti.

La ripresa economica passa anche dalla fine delle sanzioni imposte dagli Usa; ma la discussione sulle sanzioni e collegata allo sviluppo delle trattative sul nucleare iraniano.
In vista del P5+1, sul programma nucleare, cui partecipano USA, GB, Francia, Russia e Cina + la Germania), sia Khatami che Rafsanjani rappresentano l'ala della borghesia iraniana che vuole aprire un negoziato. Il primo passo è riaprire l'ambasciata britannica a Teheran, chiusa nel 2011

Rouhani ha già in passato (nel 2006 con un articolo per Time Magazine) proposto una maggiore trasparenza riguardo alle procedure di arricchimento dell'uranio e un più facile accesso per gli ispettori della IAEA . Allora il suo più stretto collaboratore Seyed Hossein Mousavian fu accusato di tradimento da Ahmadinejad e costretto a fuggire negli Usa. Oggi Rouhani ha ribadito che l'Iran non può rinunciare al nucleare. Ha però criticato la rigidità e l'aggressività verbale dell'attuale negoziatore scelto da Ahmadinejad, cioè Saeed Salili, anche lui in corsa per la presidenza. Rouhani ha commentato che l'Iran ha bisogno delle centrali nucleari, ma anche di garantire condizioni di vita decorose alla popolazione e di far funzionare le loro fabbriche. (AT 18 giu "Washington split on Rouhani victory in Iran")

Al G8 in Irlanda , dopo un meeting bilaterale con Putin, Obama ha dichiarato "cauto ottimismo" sul nuovo corso iraniano. Una richiesta di totale chiusura verso l'Iran viene invece da Netanyahu e dalla destra repubblicana statunitense.
La partita delle sanzioni si giocherà certamente anche in parallelo con l'apertura di un negoziato sul conflitto in Siria e sul ruolo giocato dall'Iran a sostegno di Assad.
Il neoeletto ha rivolto la sua attenzione anche alle monarchie del Golfo, dichiarando che "la priorità della politica estera del mio governo sarà di avere eccellenti relazioni con tutte le nazioni vicine" E parlando dell'Arabia saudita ha detto " Noi siamo vicini, ma anche fratelli; abbiamo molti punti in comune con l'Arabia saudita e ogni anno centinaia di nostri pellegrini visitano la Mecca"
(NYT 17 giu 13). Osserva il Guardian (16 giu) che le congratulazioni arrivate dai paesi arabi sono state fredde e formali, subito seguite da accuse sul ruolo di Hezbollah e quindi dell'Iran nell'attuale contingenza siriana, in appoggio al "tiranno".

 

 

 
 
 

ELEZIONI COMUNALI: ASTENSIONE, QUALE MESSAGGIO? fonte :BANDIERA ROSSA in movimento

Post n°359 pubblicato il 11 Giugno 2013 da zoppeangelo

ELEZIONI COMUNALI:
ASTENSIONE, QUALE MESSAGGIO?

di Anna Lami


Roma ha un nuovo sindaco, il già senatore Ignazio Marino, stimato medico, la faccia rassicurante da persona a modo, distante anni luce nello stile e nel vissuto dal predecessore, il largamente sconfitto Alemanno. Alleluia.
Il Pd gongola, ha conquistato tutti i capoluoghi di provincia, perfino Treviso, storica roccaforte leghista, ha ceduto il passo alla moderazione targata Manildo. Evviva.
Il Movimento 5 Stelle, dal canto suo, incassa una battuta d'arresto che sarà pur parziale e provvisoria come sostengono i suoi supporters, ma senz'altro stride parecchio con la "rivoluzione guidata dalla rete" che si era prefigurata lo scorso febbraio. A parte in alcune realtà minori, il ridimensionamento del movimento di Beppe Grillo è tale da far cantare vittoria a quella stampa che non ha perso occasione per sottolinearne i limiti. I "veloavevodettoio" si sprecano tra i commentatori più fini, i profeti che avevano qualificato il voto delle politiche come una sbandata collettiva, oppure la punizione ai litigiosi vecchi partiti che non dimostravano sufficiente senso di responsabilità.
Ma il vincitore senza rivali, il primo vero partito degli italiani resta l'astensione. Che anzi avanza e segna nuovi record. Alle elezioni comunali circa la metà degli aventi diritto non si è recata al seggio. Il dato è particolarmente significativo soprattutto nella Capitale, dove l'affluenza definitiva al ballottaggio è stata del 44,93%, contro il 63,12% del 2008. Non proprio una cosetta di poco conto. Ma fanno spallucce i politologi più accreditati, come ad esempio dalle pagine del Corriere della Sera il Professor Roberto D'Alimonte, per cui "un alto livello di partecipazione non è necessariamente una cosa buona", ed il paese sta semplicemente compiendo il periplo verso l'uniformazione agli standard europei, che normalmente vedono una partecipazione elettorale notevolmente inferiore rispetto alla nostrana. Del resto anche negli Stati Uniti d'America, come ci rammenta D'Alimonte, a votare si recano normalmente meno della metà degli aventi diritto, "e non si può certo dire non sia un paese democratico". Vero, verissimo: l'astensione certifica che la politica, anche quella meramente amministrativa, è tornata ad essere cosa per pochi. Non mancano, tra gli analisti, quanti individuano nel crescente "qualunquismo" la causa della mancata partecipazione alle votazioni. Altri ripropongono la diagnosi della fine delle ideologie (che forse poteva tenere ancora dieci anni orsono) la ragione prima del distacco tra la politica ed il popolo.
Un secolo fa le élite oligarchiche di mezzo mondo assistevano con stupore ed impreparazione all'irruzione delle masse sulla scena politica. Sarebbe dunque quella che stiamo vivendo una fase di deciso ed inesorabile riflusso dalla terreno della politica istituzionale, che torna ad essere diletto di pochi aficionados?
La risposta più convincente viene dalle dichiarazioni di giorni orsono di Jacopo Morelli, Presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, che ha sottolineato come questa Italia "senza futuro" sia "a rischio rivolta". Il fattore scatenante del malcontento sempre più diffuso, che il 25 febbraio alle elezioni politiche si era espresso con il voto al Movimento 5 stelle, e che ora si è manifestato nell'astensione, è la gravità della situazione economica che vasti settori popolari stanno sopportando. Tutte le altre giustificazioni dell'astensione possono concorrere solo in misura secondaria. I disoccupati, i precari, le famiglie a rischio sfratto, i piccoli commercianti indebitati, si rendono perfettamente conto che la vittoria di Marino piuttosto che quella di Alemanno, non cambierà una virgola nella propria quotidiana corsa alla sopravvivenza. In massa quest'Italia non va alle urne perché il teatrino della politica non la riguarda più. Spadroneggia la sensazione diffusa, anche se intuitiva e prepolitica piuttosto che pienamente consapevole, del definitivo divorzio tra politica dei partiti ufficiali e bisogni concreti dei tanti.

 

 
 
 

TURCHIA IN SUBBUGLIO

Post n°358 pubblicato il 10 Giugno 2013 da zoppeangelo

Asia Times 130605

La Turchia in subbuglio - Et tu, Gul? Allora cadi, Erdogan
M K Bhadrakumar

Ft 130605

Un'influente figura religiosa rimprovera Erdogan
Daniel Dombey

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Tesi AT:
1. Fetullah Gulen, capo di un potente movimento musulmano moderato, il movimento Gulen,[1] sostenuto dal giornale turco più diffuso (Zaman) e da una delle maggiori organizzazioni economiche,
- che influenza ampie porzioni dell'economia e della società turca, parti di polizia e magistratura comprese.
sta cercando di fare un colpo di mano interno all'AKP, il partito al potere in Turchia, contro Erdogan per portare invece in primo piano il presidente Gul, che dovrebbe creare una nuova coalizione attraversante i partiti di opposizione.
o Gulen ha l'appoggio americano per questo "cambio di regime" in Turchia:
o chi è al comando in Turchia è di fondamentale importanza per la situazione attuale mediorientale, giunta ad una fase critica.
- La crisi siriana complica la situazione: Gul è un protegé della famiglia reale saudita,
o mentre Erdogan è sostenuto dall'emiro del Qatar, entrambi sostenitori dei Fratelli musulmani.
o Teheran sconsiglia la prudenza a Erdogan per non facilitare uno schieramento di forze contro di lui.
- Con il rafforzamento politico del primo ministro turco Erdogan nel mondo arabo, dovuto alla forte crescita economica dell'ultimo decennio della Turchia, si è prodotta una frattura tra Erdogan e Fetullah Gulen, mentre il presidente Gul e il vice-primo ministro Arinc sono rimasti allineati al movimento di Gulen. Le divisioni tra i vari campi sono emerse in occasione delle recenti proteste in Turchia, con la repressione poliziesca scatenata da Erdogan; laici, liberali e kemalisti hanno prontamente apprezzato la posizione più conciliatoria e più filo-occidentale di Gul.
- Zaman, il giornale diretto dal movimento Gulen, ha scatenato un forte attacco contro Erdogan, e sta invitando Gul e Arinc a prendere la direzione.
- Erdogan sarebbe divenuto incontrollabile per gli Usa: su questione siriana, appoggio a Kurdistan iracheno, Hamas e Fratelli musulmani.
- Erdogan sta accelerando un compromesso con il PKK, a cui si oppone invece Gulen.
- Ci sarebbe una convergenza di interessi tra USA e Gulen a indebolire e destabilizzare Erdogan.
- Da un rapporto del NYT, un alto funzionario CIA - incaricato per il MO ed esperto su "primavera araba" ed Islam politico, specializzato nello sfruttare l'Islam per la politica regionale Usa - avrebbe appoggiato la richiesta di Gulen di rimanere negli USA (in Pennsylvania), dopo aver lasciato la Turchia a metà 1999, perché accusato di complottare per rovesciare il governo laico.
Gulen, mettendo in guardia dall'arroganza del potere, ha anche redarguito i manifestanti: per sostenere i loro diritti dovevano comportarsi in modo meno violento.
- Gulen ha nel passato sostenuto Erdogan, in particolare nel 2010 sulla riforma costituzionale da lui caldeggiata (per ampliare i poteri presidenziali, e poi farsi eleggere presidente, non potendo più presentarsi per la carica di primo ministro n.d.r).
Nel 2012 ci sarebbe stata una lotta per l'influenza nella polizia e nel giudiziario tra gulenisti e seguaci di Erdogan.

[1] Il movimento Gulen è uno dei più influenti del mondo islamico, è legato alle tradizioni mistiche del sufismo. Il movimento di Gulen ha sostenuto l'ascesa al potere del partito l'AKP (Justice and Development Party).

 

 
 
 

QUEL 10 GIUGNO 1924

Post n°356 pubblicato il 07 Giugno 2013 da zoppeangelo

Da fondazionenenni.wordpress.com


Tra pochi giorni, il 10 giugno, ricorrerà l'89 anniversario dell'assassinio da parte di sicari fascisti di Giacomo Matteotti, primo martire della Resistenza. Assisteremo, come ogni anno, a rituali cerimonie dedicate a ricordarlo, come se la vita politica di Matteotti fosse concentrata tra il famoso discorso del 30 maggio alla Camera sulle violenze e sui brogli delle elezioni fasciste del 1924 e il suo rapimento il 10 giugno. Non sarebbe male che nelle cerimonie l'omaggio fosse reso sì al martire al quale vanno la nostra memoria e la nostra devozione, ma fossero ricordati anche il coraggio e l'integrità dell'uomo politico, esempio per tutti, per i giovani che si avvicinano alla politica e per i meno giovani che la politica già la fanno. Non mi risulta che Matteotti si sia mai espresso esaltando lo "spirito di servizio" verso il Paese - frase che ricorre spesso ipocritamente nell'assunzione di responsabilità da parte dei nostri politici - limitandosi ad operare con reale spirito di servizio e assumendosi realmente le responsabilità connesse alla sua attività, ispirando il suo lavoro a criteri di alta moralità.

Quando Giacomo Matteotti inizia la sua vita politica fa una scelta che lo pone in contrasto con la sua classe. Era un ricco agrario che sposò la causa dei contadini, dei diseredati, animato dalla fede nella giustizia sociale e nel riscatto degli esclusi che da plebe affamata e stracciona trasforma attraverso l'organizzazione di leghe e la scolarizzazione, in cittadini coscienti dei loro diritti.

E' tanto consapevole delle sue responsabilità da accettarne le conseguenze fino al sacrificio della vita. Non per nulla così rispose a chi esaltava il suo coraggio nell'opporsi al fascismo: " Ora preparate la mia orazione funebre".

Ripeto, vorrei tanto che un simile esempio fosse ben presente ai giovani e a chi opera per la cosa pubblica. A nessuno si chiede il sacrificio della vita, ma onestà e coerenza, si.
Gianna Granati

 

fonte il Pane e le Rose

 
 
 

LA PRIMAVERA TURCA

Post n°354 pubblicato il 04 Giugno 2013 da zoppeangelo

MO, Turchia, rivolte, militari, curdi

Asia Times 130603

La base economica della "primavera turca"
David P. Goldman

- Al 2 giugno decine di migliaia di oppositori al regime turco di Erdogan hanno il controllo del centro di Istanbul, e la polizia si è ritirata. La rabbia dei manifestanti è contro la strisciante dittatura di Erdogan, con la graduale imposizione della legge islamica, l'incarcerazione di centinaia di oppositori e l'acquisizione di un enorme potere economico in monopoli corrotti controllati dal partito di Erdogan.
o Erdogan ha ammassato una enorme fortuna personale, con la corruzione e le commissioni sulla vendita di asset turchi e investitori esteri.
- La guerra civile siriana ha acuito le divisioni settarie ed etniche della Turchia:
circa 1/5 dei turchi aderisce alla setta degli alevi, un islam moderato.
o Gli alevi, che hanno una storia di persecuzione da parte dei sunniti, sono preoccupati per il ruolo assunto da Erdogan di leader dei ribelli sunniti in Siria e a Gaza, dove sostiene Hamas.
- La minoranza curda rappresenta oltre 1/5 della popolazione della Turchia, e il suo tasso di fertilità è di 2-3 volte quella dei turcofoni.
- I sunniti turchi, a cui si rivolge il partito al governo AKP, sono una maggioranza risicata della popolazione, e fra 20 anni saranno una minoranza.
- I due milioni di curdi siriani, a causa della guerra civile, sono divenuti un fattore indipendente con proprie amministrazioni comunali e proprie milizie; temono e non si fidano dei jihadisti arabi che controllano i ribelli.
L'appoggio di Erdogan ai ribelli sunniti siriani irrita i curdi di Turchia. Dato che la sua agenda sunnita fondamentalista non piace alla maggioranza turca, il mandato di Erdogan si basa sul suo successo economico
- Un fattore importante è il disagio economico delle famiglie turche, si parla di "primavera turca", mentre due anni fa' il "modello turco" era propagandato come la soluzione ai problemi sociali ed economici degli stati polizieschi del nazionalismo arabo.
- Erdogan on ha guidato un miracolo economico, ma ha creato la solita bolla creditizia da terzo mondo, che ora fa stringere le cinghie ai consumatori turchi, per l'alto peso del debito statale.
- La bolla di Erdogan ricorda quanto avvenuto in Argentina nel 2000 e in Messico nel 1994, con un forte debito estero che ha alimentato bolle di prosperità a breve(credito a basso costo ai consumatori), seguite da svalutazioni e crolli.
o Il consumo privato sta calando in valori reali. La crescita del PIL è quasi a 0, sostenuto dall'aumento del 20% del consumo statale; il tasso di inflazione è al 7%.
)

- L'economia turca si basa su esportazioni a bassa-media tecnologia in Europa, paesi arabi e paesi ex Urss.
- È cresciuta divenendo un fornitore a basso costo del lavoro per i produttori manifatturieri europei e per alcuni asiatici,
o per poi calare è ridotta con la crisi economica europea, la stagnazione russa e i tumulti nei paesi musulmani suoi partner commerciali.


- Per sostenere la bolla dei consumi, la Turchia ha nutrito un deficit dei conto-correnti che nel 2012 ha raggiunto il 10% del PIL, finanziato con un debito a breve, fornito in gran parte dai paesi sunniti del Golfo, che vedono la Turchia come bastione contro l'Iran. Il debito estero a breve della Turchia sa crescendo del 30% anno ( e del 70% nei primi tre mesi 2013).
- Il debito al consumo è aumentato di quasi 10 volte dal 2006, +40% nel 2012, contro +5% della spesa nominale al consumo; con l'inflazione al 7% la spesa reale è -2%. I consumatori turchi prestano enormi somme per rifinanziare l'interesse dovuto.
- Quando le banche non finanzieranno più il consumo, le famiglie turche dovranno ridurre fortemente il consumo, una previsione che alimenta l'attuale protesta.
- Fattori demografici
- Il tasso di fertilità dei turcofoni è dell'1,5, uguale a quello dell'Europa, e la popolazione turca sta invecchiando quasi altrettanto velocemente di quella iraniana,
o la previdenza sociale ha un deficit di circa il 5% del PIL.
o Persistendo il trend demografico attuale, entro una generazione metà degli uomini abili alla leva proverrà da famiglie curde.
----------------------
Der Spiegel 130603

Dopo #occupygezi - Il potere di Erdogan si corrode
Özlem Gezer, Maximilian Popp e Oliver Trenkamp

- Dopo le forti proteste del fine settimana, le maggiori viste da tempo in Turchia, Erdogan ha accusato forze straniere di aizzare le proteste.
- Erdogan rischia di perdere il consenso nelle metropoli e in centri economici, tra cui Istanbul, Antalya e Izmir.
- A Istanbul si dice che i soldati hanno distribuito maschere anti-gas ai manifestanti:
- questo significa che i militari - tradizionalmente custodi del kemanismo e della Costituzione laica - appoggiano la rivolta;
o i militari turchi hanno fatto 3 putsch: 1960, 1971 e 1980.
- Erdogan non può essere certo che i soldati non si muovano, che rimangano nelle caserme e non attacchino.
C'è scontro anche all'interno del suo partito l'AKP in particolare il presidente Abdullah Gül ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Erdogan;
- La legge sui partiti vieta a Erdogan di ripresentarsi alle prossime elezioni, allora vuole fare come Putin, nel 2014 prendere il posto di presidente, a cui prima intende assegnare molti maggiori poteri, ma non tutti nell'AKP appoggiano questa soluzione.
Erdogan non ha cancellato il suo viaggio di 4 giorni in Nord Africa, Marocco, Tunisia.
--------------------- DER SPIEGEL 130602

Proteste nelle città tedesche - Migliaia manifestano contro Erdogan
Raduni pacifici di diverse migliaia di manifestanti a Francoforte (3500) e Berlino (600), contro il governo turco e in solidarietà con i dimostranti in Turchia; a Essen diverse migliaia di partecipanti, 9 arresti, giovani con il ritratto di Abdullah Öcalan.
Der Spiegel 130603

Rotta la tregua - Il PKK e l'esercito turco combattono
Per la prima volta da quando si è ritirato dalla Turchia, dopo la tregua lanciata a marzo dal capo del PKK, Abdullah Öcalan, che è in carcere, il PKK ha sferrato un attacco contro le forze armate turche,
Il trasferimento a maggio circa 2000 guerriglieri del PKK dalla Turchia nel campo dei ribelli nel Nord Irak è considerato cruciale per la fine del conflitto curdo, che dal 1984 ha causato oltre 40 000 vittime.
[R+T]

 

 
 
 
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