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Libia bombardata, campo di battaglia per gli appetiti delle borghesie arabe

Post n°469 pubblicato il 30 Agosto 2014 da zoppeangelo

Gli Emirati arabi (UAE) hanno bombardato le milizie islamiche in Libia, col supporto logistico dell'Egitto. Lo afferma il Pentagono. Gli interessati smentiscono. Per i commentatori specializzati i raid non sono stati altro che un episodio del lungo e meticoloso braccio di ferro che stanno conducendo Qatar da una parte, Emirati e Sauditi dall'altra. Con il tacito appoggio della Turchia l'uno, il fattivo appoggio dell'Egitto gli altri. Il caos libico si presta come campo di esperimento, perché si tratta di una patata bollente di cui nessuno è ansioso di occuparsi.

Gli Usa attraverso tutti i loro portavoce lamentano a) di non essere stati consultati nè dagli Emirati nè dall'Egitto b) che gli Emirati hanno usato armi americane contrariamente a quanto concordato. C'era una volta il Grande Satana, che manovrava con fili visibili ed invisibili i suoi alleati in tutto il mondo e in specie in Medio Oriente..... Per certa sinistra le borghesie arabe coi loro appetiti, la loro forza finanziaria, la loro violenza sui lavoratori propri e altrui non sono mai state nè oggetto di denuncia nè di ferma condanna politica. L'episodio libico dovrebbe, come altri in precedenza, indurre a una riflessione.

Niente nel pregresso autorizza a pensare che la denuncia del NYT sia una "finta" statunitense (=faccio bombardare la Libia dal mio scagnozzo ma non lo dico). Gli Usa non hanno mai avuto problemi a utilizzare la loro forza direttamente o indirettamente, al massimo condita con un po' di retorica (noi portiamo la democrazia, dobbiamo difendere I civili inermi ecc.). Ed è inevitabile chiedersi cosa comporta il fatto che stati medioorientali tutti ufficialmente amici e alleati degli Usa non si limitino a funanziare gruppi più o meno islamici, più o meno terroristici, ma direttamente bombardino.
Cosa comporta per ì rapporti di forza in Medio Oriente fra paesi arabi, fra paesi arabi e non arabi, fra paesi arabi, europei e gli Usa?

C'erano una volta conflitti medio orientali che nascondevano un braccio di ferro fra Usa e Russia da un lato, ex potenze coloniali europee dall'altro (Suez 1956), conflitti scatenati per indebolire le potenze regionali a vantaggio dello status quo americano (guerra Iraq-Iran) in cui anche russi e europei hanno messo lo zampino e così via, l'elenco sarebbe troppo lungo. Oggi giovani e meno giovani stati capitalistici medio orientali portano la guerra alle soglie dell'Europa, nel Mediterraneo, forse con la complicità di un paese europeo (la Gran Bretagna secondo il Guardian).

Andando per ordine.

* Lo scopo dei bombardamenti
Qatar, Sauditi e UAE in Libia intervengono a fianco o contro bande locali. I giornali nostrani usano il solito strumento descrittivo di "islamici contro laici", quanto mai inadatto a spiegare quello che succede in Libia. Gli stessi Emirati parlano di "lotta agli estremisti islamici". In realtà il sovrano degli Emirati, Mohammed bin Zayed si è fin dal 2011 mosso nell'intento di sbarrare la strada ai Fratelli Mussulmani, in quanto opzione del rivale Qatar e perché considerati pericolosi. Non ci stupisce quindi che l'Egitto di al Sissi gli offra le basi da cui bombardare la Libia. Senza contare che il nuovo governo egiziano dipende da Sauditi, Emirati e Kuwait , che hanno versato 12 miliardi di $ in aiuti, per la sua sopravvivenza economica. Bin Zayed mirava anche a soffocare al più presto le primavere arabe col loro portato di abbattimenti di tiranni, gente tanto per intenderci come lui, e di rivendicazioni sociali. Per questo ha subito scelto in Libia un suo gruppo di riferimento, affine per legami tribali e storici, la tribù di Zintan e le sue milizie (al-Qaaqaa e al Sawaaq), dal momento che il Qatar appoggiava le brigate islamiche di Misurata. Poi per buona misura e in perfetto accordo con Sauditi e Usa, gli Emirati hanno discretamente appoggiato il generale Khalifa Haftar (vedi articolo precedente - mettere link). Si riproduce in Libia la situazione della Siria dove Sauditi e Qatar foraggiano bande di ribelli, ufficialmente dalla stessa parte (sono anti Assad), ma che si combattono fra loro.


* Le ragioni dello scontro interno ai paesi del Golfo
Benchè tutti membri del Gulf Cooperation Council, benchè tutti monarchie reazionarie, i paesi del Golfo covano al loro interno tensioni che risalgono a prima della loro formazione fin dagli inizi dell'800. Scontri per definire le frontiere (ad esempio una disputa decennale ha riguardato Khor al Udeid, contesa fra Qatar e UAE ed oggi attribuita al Qatar, che vi ospita la più importante base militare Usa in Medio Oriente), accuse reciproche di ospitare i nemici di turno dell'emiro vicino o di mettere il naso nelle successioni dinastiche del vicino (Gulfnews 18 aprile 14).
Attualmente soprattutto scontro sulle alleanze internazionali e sullo sbocco da dare all'attuale momento politico. Le monarchie siedono su un enorme malloppo finanziario da cui traggono vantaggio elites sempre più ristrette (mentre un tempo tutti i sauditi attingevano sia pure in varia misura alla mangiatoia dei petrodollari). Sfruttano milioni di lavoratori stranieri, prevalentemente asiatici, trattati come servi della gleba, ma anche indigeni, le minoranze religiose o etniche, investono cifre iperboliche per l'acquisto di armi tecnologicamente avanzatissime. Combinano l'uso spregiudicato di tutti gli artifici della moderna finanza con la conservazione di costumi e rapporti sociali a dir poco feudali (quello che succedeva agli junkers tedeschi di fine ‘800). Un equilibrismo difficilissimo che prima o poi troverà un punto di crisi. Ecco perchè i fratelli Mussulmani sono visti come il fumo negli occhi. Non perchè rivoluzionari o dalla parte dei poveri, ma perchè tentano di cavalcare le tensioni sociali, rappresentano una opzione capitalistica che combina liberismo totale e assistenzialismo sociale, che usano per crearsi una area di influenza da contrapporre a concorrenti e nemici.
Il Qatar, sia il vecchio che il nuovo emiro, al contrario da anni ha deciso di appoggiare i Fratelli Mussulmani, anche dopo la sconfitta di Morsi, perché scommette sulla finale affermazione dei Fratelli Mussulmani che potrebbero svolgere nei confronti del Qatar finanziatore e protettore il ruolo che ha il clero Wahabita per l'Arabia saudita, una garanzia di influenza e controllo su masse ignoranti e di incanalamento "religioso" delle tensioni. (Guardian 26 ag). Il padre dell'emiro attuale ha detronizzato il padre per puntare su uno sviluppo di impianti e infrastrutture all'avanguardia, per diventare il primo esportatore mondiale di gas liquefatto naturale (LNG), un modello "rampante" di capitalismo troppo modernista per i Sauditi o gli Emirati

Per protesta contro questa scelta UAE, Bahrein e Arabia Saudita il 5 marzo 2014 hanno richiamato i loro ambasciatori da Doha, come segno di rottura col sovrano del Qatar. Il 20 aprile c'è stato un incontro riparatore; il Qatar ha precisato che la massa di oppositori temuti dagli altri paesi si rifugiano di preferenza in Europa, Turchia, Libano o Iran. Delmresto anche gli emirati ospitano Ahmed Shafiq, il candidato sconfitto da Morsi nel 2012 e appoggiano Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Fatah, il nemico giurato di Hamas (Middle East Monitor 21 ap14).
I Sauditi evitano una rottura plateale perchè il Qatar ha già dimostrato una spregiudicatezza notevole e potrebbe provocatoriamente avvicinarsi alla Turchia o all'Iran se messo alle strette. Con entrambi i paesi il Qatar ha ottimi rapporti economici.


* il contesto internazionale di cui si situa l'episodio libico
L'intervento americano del 1991 a favore dell'indipendenza del Kuwait invaso dall'Iran è stato la pietra miliare della consolidata alleanza fra stati del Golfo e gli Usa, ma la caduta di Mubarak ha dimostrato che l'intervento Usa non sarebbe stato in futuro automatico e che quindi le rivolte interne sono un problema dei monarchi. Per quanto felici della eliminazione di Saddam Hussein e Gheddafi, inoltre, hanno visto la dissoluzione di due stati sovrani e, nel caso dell'Iraq, l'ampliarsi della "mezzaluna sciita" sponsorizzata dall'Iran. L'avvicinamento di Obama all'Iran ha aumentato le fibrillazioni dei monarchi del Golfo, salvo che per il disinvolto Qatar. Ed essi potrebbero sostituirsi agli Usa con azioni unilaterali sempre più frequenti. Per ora le cancellerie occidentali non vedono questi paesi come attori militari attivi, nonostante siano grandi acquirenti di armi (l'Arabia Saudita è il quarto paese al mondo dopo Usa, Cina Russia per spesa militare).
(BBC 26 agosto), Ma Emirati e Qatar secondo il Guardian potrebbero con la loro forza finanziaria reclutare e armare soldati di altri paesi demograficamente più forti e non in grado di garantire livelli di vita decenti; il Guardian fa esplicitamente riferimento a l'Egitto, Giordania e Pakistan.
Gli Usa a loro volta potrebbero essere costretti ad altri interventi limitati per non lasciare loro l'iniziativa, riaffermare il proprio ruolo, ma rinunciando a concentrare il loro impegno in Asia, centr focale dei loro interessi strategici, mentre Golfo e medio Oriente sono sempre meno importanti.

• La partita energetica e quella delle armi
Corre un certo nervosismo fra i paesi del Golfo rispetto alla recente scoperta Usa del petrolio da scisti. A lunga scadenza potrebbe ridurre la domanda del petrolio del Golfo. Per cui ben venga il calo di produzione della Libia e dell'Iraq infognati in una guerra civile. In giugno la produzione giornaliera libica è stata di 155 mila barili al giorno contro l',7 milioni di un anno fa.
Ancora più articolate le motivazioni del Qatar, il paese che attraverso Al Jazeera ha fatto campagna sugli inesistenti massacri di massa di Gheddafi, quelli per cui si è deciso l'intervento umanitario, "alias salvare i civili di Bengazi ammazzando quelli di Tripoli" (cfr Karim Mezran Limes n.3/2011 ). Doha, in Qatar, ospita il Gas Exporting Countries Forum , una sorta di Opec del gas creato nel 2001 e riunisce Russia, Iran Qatar, ma anche Venezuela, Indonesia, Algeria, Bolivia, Egitto, Guinea, Nigeria, Libia e Trinidad &Tobago, cioè i più importanti produttori di gas (il Qatar è il terzo con il 14% delle riserve di gas). Il 57% del LNG esportato dal Qatar è acquistato da Cina India e Giappone, il 33% da paesi europei. Grazie ad esso il Qatar si è sganciato dalla tutela saudita e inglese. Fin dall'inizio il Qatar è intervenuto nella guerra In Libia rifornendo i ribelli di acqua, viveri, armi leggere (gli AK47), fondi (400 milioni di $); ha fatto da mediatore per vendere i barili di petrolio di cui i ribelli si sono impadroniti, ha addestrato le milizie. Il Qatar voleva assolutamente avere un ruolo nel dopo Gheddafi probabilmente anche grazie al fatto che la Libia ha le riserve di gas che sono al secondo posto nel mondo per importanza. Riserve assai maggiori di quelle del Qatar, il quale potrebbe fornire una consulenza per l'eventuale sfruttamento e commercializzazione, ma anche avere il ruolo di controllore di un potenziale concorrente.

Gli Europei si sono dichiarati "sconvolti" per l'intervento degli Emirati, accusandoli di impedire il ritorno della Libia alla normalità. Quasi non sapessero che il caos è il frutto del loro intervento del 2011, con la Francia come capofila; la stessa Francia che preme per un immediato intervento per fare da levatrici alla democrazia libica.
Però le proteste europee sono state unanimemente blande perchè gli Emirati spendono cifre pazzesche in armi ogni anno e le comprano dagli Usa, ma soprattutto da Francia, GB, Germania e Italia. Tanto che per far piacere all'emiro UAE la GB ha scatenato la caccia al Fratello Mussulmano in GB nella primavera del 2014. Nessuno dei paesi europei vorrebbe comunque disgustare un partner commerciale e un eventuale investitore di tanto riguardo. Compresa l'Italia, dal momento che gli Emirati stanno investendo nell'italiana Piaggio per la produzione di droni.


* Cosa sta succedendo in Libia
I bombardamenti in Libia hanno mancato l'obiettivo, cioè bloccare le milizie di Misurata (Libia Dawn)che stavano cercando di conquistare l'aeroporto di Tripoli e ci sono riuscite, strappandolo alle milizie di Zintan, che lo controllavano dal 2011. Zintan e Misurata sono due centri della Tripolitania. Ma la situazione è estremamente fluida.
Quindi secondo la vulgata banalizzante cui abbiamo accennato abbiamo uno schieramento "laico" (Zintan + Haftar) appoggiato dagli UAE, dagli Usa e dalla Francia (che e uno schieramento "islamico" finanziato dal tandem Qatar-Turchia. Haftar chiama la sua operazione di conquista, fallita, di Bengazi "Dignità Operation" (in arabo Karama), mantre le milizie di Misurata si chiamano "Fajr Libya" (in inglese libya Dawn - Alba)
Zintan ha dalla sua il controllo dei terminal petroliferi di Ras Lanuf e Es Sider (che insieme hanno una capacità di 550 mila barili al giorno). e il 17 maggio 2014 si impadroniscono dell'aeroporto di Tripoli, sciolgono il General National Congress (GNC) di Tripoli, che ha appena approvato il bilancio 2014 e indice elezioni entro tre mesi. (Al Jazeera 20 mag14). Nelle elezioni del del 25 giugno; su 200 seggi 30 vanno a forze islamiche, 50 alla coalizione liberale, 120 a candidati indipendenti difficili da valutare. Votano in 630 mila contro 1,7 milioni nel 2012; gli aventi diritto teorici (poi devono iscriversi) sarebbero 3,5 milioni, quindi i votanti sono il 18%. Inoltre gli Islamici parlano di brogli elettorali. Il nuovo parlamento che viene insediato il 20 luglio a Tobruk dichiara fuori legge Faijr LiBya, Ansar al-Sharia and the Shura Council of Benghazi
A questo punto il presidente del GNC ordina in difesa del vecchio Parlamento la mobilitazione delle milizie di Misurata , che adesso controllano l'aeroporto e, secondo la BBC, tutta la città di Tripoli (26 agosto). Imprese e uffici sono chiusi L'aeroporto è in rovina (quello di Benghazi era stato messo fuori uso lo scorso anno). Centinaia i morti nell'ultimo scontro.
Al Arabyia cita alcune decine di milizie autonome che hanno trasformato la Libya in una nuova Somalia. Un paese che ha due parlamenti, nessun governo e intere aree isolate dal mare e impossibilitate a rifornirsi di cibo. Nei tre anni dalla caduta di Gheddafi molti personaggi di spicco che avevano servito Gheddafi e poi erano passati all'opposizione sono stati giustiziati da bande di nostalgici. Le tribù locali si scontrano per il controllo dei checkpoint e delle strade, oltre che degli oleodotti. L'uso di prigioni private e torture molto esteso. Gli immigrati rimasti sul territorio sono spesso uccisi senza motivo. Frequenti i rapimenti per vendetta privata o estorsione.


* Ruolo dell'Italia

Secondo il Fatto Quotidiano l'Italia ha ormai ridotto la sua dipendenza energetica dalla Libia e quindi sarebbe solo marginalmente toccata dall'aggravarsi del caos, mentre pesanti sarebbero gli effetti sulle imprese italiane creditrici nei confronti delle imprese di stato libiche per quasi un miliardo di euro. Cento imprese italiane sono ancora operanti in Libia "in svariati settori, dalle infrastrutture alle costruzioni, dalla tecnologia alle telecomunicazioni, dal food a quella ittica" . La stampa nazionale minimizza quando non occulta i fatti libici in una sorta di autoanestesia locale. Come se questo bastasse a porci al riparo del caos che avanza nel nostro cortile di casa.


scheda su bombardamenti in Libia fornita da una ricerca di Pagine Marxiste

 

 
 
 

L’Italia in Kurdistan: finché c’è guerra c’è speranza

Post n°468 pubblicato il 26 Agosto 2014 da zoppeangelo

Dopo l'approvazione delle commissioni parlamentari Esteri e Difesa di Camera e Senato, l'Italia si appresta a fornire armi alle forze armate del Kurdistan iracheno. Come faceva notare il ministro della Difesa Roberta Pinotti, "non era necessario un voto ma il governo ha voluto comunque questo passaggio parlamentare": le scelte politiche le fanno i governi, al più i parlamenti ratificano.

Le forniture belliche saranno uno strumento per contenere l'avanzata dell'IS, per tenersi aperta la strada verso il mercato iracheno, per piazzare armi italiane in una regione che ne ha costantemente bisogno.

Non è certo la prima volta che l'azienda Italia fornisce armi utili ai massacri nella regione: all'epoca della sanguinosissima guerra fra Iran e Iraq l'industria bellica italiana realizzò enormi profitti sulla pelle delle popolazioni del golfo, fornendo armi ad entrambe le forze in campo contemporaneamente. Oggi torna a farlo, ovviamente "a fin di bene": bisogna salvare le popolazioni locali dalla furia dei criminali integralisti, esattamente come un anno fa bisognava supportarli nella loro "sacrosanta" lotta contro il sanguinario regime siriano, o come pochi anni prima aveva fornito armi e supporto ai rivoltosi libici che, prima di diventare anch'essi banditi integralisti, combattevano contro un governo a cui la stessa Italia aveva fornito grandi quantitativi d'armi (sempre "a fin di bene": bisognava aiutare Gheddafi a contenere l'immigrazione clandestina, non importa se poi migliaia di migranti morivano nelle prigioni libiche o nel deserto).

E' presto per dire quanto le forniture belliche italiane possano essere determinanti. E' sicuro il carattere pretestuoso delle motivazioni: finché i massacri e la pulizia etnica riguardavano i 500 mila curdi e turkmeni di Musul nessuno era intervenuto, ora che l'avanzata dell'IS minaccia le sedi delle multinazionali occidentali e i loro investimenti, l'Europa e gli Stati Uniti devono mobilitarsi, ovviamente "per motivi umanitari".

Intanto, sia attraverso forniture belliche, sia con un intervento militare diretto, l'Europa e gli USA supportano non solo il governo regionale curdo, di fatto uno stato autonomo, ma anche il governo centrale di Baghdad trovandosi così di fatto al fianco di Iran e Siria, i "cattivi" di ieri. A quando il prossimo rivolgimento di fronte?

In realtà intervenire nelle guerre del Golfo Persico aiutando la parte più debole per poi avversarla quando diventa più forte non è segno di miopia politica o di improvvisazione, ma risponde a un preciso obbiettivo: impedire l'emergere di una potenza egemone in una regione strategica per le forniture energetiche. Per questo tutte le potenze hanno spalleggiato ora l'Iraq, ora l'Iran, ora l'Arabia Saudita, e oggi il governo filoiraniano di Baghdad. Uno stato di guerra permanente permette loro di intervenire anche militarmente a proprio vantaggio. In altre parole, le potenze mondiali vogliono la guerra e l'instabilità politica.

Finché nel Golfo c'è guerra c'è speranza. E' la logica conseguenza di un sistema economico basato sullo sfruttamento e sulla competizione economica, che produce inevitabilmente scontri militari e guerre di rapina. Solo rovesciando tale sistema l'umanità potrà liberarsi delle guerre oltre che dello sfruttamento.

 

da Combat.org

 

 
 
 

A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE DI PALMIRO TOGLIATTI: PCI, LE RAGIONI DI UNA IDENTITA’ E DI UN DECLINO

Post n°465 pubblicato il 14 Agosto 2014 da zoppeangelo

A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE DI PALMIRO TOGLIATTI: PCI, LE RAGIONI DI UNA IDENTITA’ E DI UN DECLINO

Le pagine culturali del “Corriere della Sera di Mercoledì 13 Agosto pubblicano, a cinquant’anni dalla morte di Palmiro Togliatti, un’ampia analisi sull’opera politica del segretario del PCI firmata da Ernesto Galli della Loggia. L’assunto principale contenuto nel testo è riassunto molto efficacemente nel “catenaccio” che chiude il titolo: “Ma...

(14 Agosto 2014) 

Franco Astengo 

 


in: «La nostra storia»

 
 
 

Il marxismo militante di Raniero Panzieri

Post n°464 pubblicato il 12 Agosto 2014 da zoppeangelo

Cesare Pianciola,

Il marxismo militante di Raniero Panzieri

Di Raniero Panzieri (Roma, 1921-Torino 1964) - socialista di sinistra di formazione che all'inizio degli anni Sessanta dette vita a Torino all'esperienza originale e autonoma dei «Quaderni rossi» - Vittorio Foa ha scritto che «reintrodusse, in forma non scolastica o accademica ma militante, il marxismo teorico in Italia». Nei suoi scritti e nelle sue parole c'era un Marx vivo, liberato da schemi dottrinari, riattualizzato per interpretare il capitalismo contemporaneo e trarne strumenti per le lotte sociali, in quel periodo di tumultuoso sviluppo, di grandi migrazioni interne e di passaggio dell'Italia alla maturità industriale, che fu chiamato "neocapitalismo".

Il saggio di Pianciola - completato da una antologia di brani su Panzieri e sui «Quaderni rossi», da una postfazione di Attilio Mangano e da una bio-bibliografia a cura di Antonio Schina - traccia un profilo delle principali alternative teoriche della sinistra tra gli anni Cinquanta e Sessanta ("gramscismo" e storicismo delle dirigenze del Pci, rigorizzazione logico-metodologica perseguita da Della Volpe e dalla sua scuola, riscoperta delle opere giovanili di Lukács e di Korsch, innesti fenomenologici e francofortesi), per collocarvi la genesi di un marxismo diverso, che fece di Marx un uso politico diretto che rifiutava le mediazioni istituzionali della sinistra tradizionale: il cosiddetto "operaismo", che avrà declinazioni divergenti in Panzieri, in Mario Tronti, in Toni Negri.

In Panzieri troviamo la critica della visione apologetica del progresso tecnicoscientifico diffusa nella tradizione marxista: le forze produttive non sono neutre ma plasmate dai rapporti di produzione; la tesi che è il piano e non l'"anarchia" a caratterizzare il capitalismo contemporaneo e che, inversamente, la pianificazione non èsufficiente a caratterizzare il socialismo; la convinzione che nelle lotte dei lavoratori si manifesti l'istanza di una democrazia non delegata, come potere diretto a partire dai luoghidi produzione. Ma forse l'aspetto più fecondo della sua ricerca è stato l'uso socialista dell'inchiesta operaia. Lo stesso Capitale di Marx gli appariva un grande abbozzo di sociologia delle classi. Riteneva il metodo dell'inchiesta indispensabile per «sfuggire ad ogni forma di visione mistica del movimento operaio».

Riattualizzando Marx, Panzieri raccomandava di non ripetere, banalmente e scolasticamente, formule marxiane, che rischiano di avere «semplicemente un valore consolatorio». Ma oggi è auspicabile un uso più libero e critico della vasta e multiforme eredità marxiana, anche rispetto ai marxismi "eretici" del Novecento e al contributo di Raniero Panzieri. Marx - suggerisce Pianciola - continua ad essere un "classico" imprescindibile, ma non immediatamente trasferibile in un programma politico come apparve cinquant'anni fa.

Cesare Pianciola (Torino 1939) si è laureato con Nicola Abbagnano e ha lavorato con Pietro Chiodi come assistente presso la cattedra di Filosofia della storia dell'Università di Torino. Docente di storia e filosofia nella Secondaria superiore fino al 1994 e di Analisi di testi filosofici dal 2001 al 2008 presso la S.I.S. di Torino, ha collaborato con articoli e recensioni a «Rivista di filosofia», «Quaderni piacentini», «Linea d'ombra», «école». Fa parte del comitato editoriale de «L'Indice dei libri del mese» e del consiglio direttivo del Centro studi Piero Gobetti (al quale ha dedicato vari saggi, tra cui Piero Gobetti. Biografia per immagini, Cavallermaggiore, Gribaudo, 2001). Condirettore fino al 2011 del periodico «Laicità», è vicepresidente del Centro di Documentazione Ricerca e Studi sulla Cultura Laica "Piero Calamandrei". Ha studiato Marx (Il pensiero di Karl Marx. Una antologia dagli scritti, Torino, Loescher, 1971; Teoria marxiana, in Il mondo contemporaneo. IV. Storia d'Europa, Firenze, La Nuova Italia, 1981) e con Franco Sbarberi ha curato e introdotto la raccolta di inediti di N. Bobbio, Scritti su Marx. Dialettica, stato, società civile, Roma, Donzelli, 2014. Ha scritto anche su Hannah Arendt e sulla filosofia contemporanea italiana e francese.

 

 

 

 

da Contropiano.org

 

 

 

 

 

 

 
 
 

L'Iraq e il nuovo califfato dell'Isis

Post n°462 pubblicato il 10 Agosto 2014 da zoppeangelo

Come se non bastasse, nel martoriato Medio Oriente si è aperto un altro fronte, quello iracheno.

L'auto proclamatosi califfo, Ibrahim Abu Bakr al Baghdadi, jihadista della prima ora, capo incontrasto dell'Isis (Stato islamico dell'Iraq e del Levante) ha conquistato con le sue truppe, dopo Mossul, nuove posizioni nel nord dell'Iraq. Ha preso, dopo Zumar, la città di Sinjar e i campi petroliferi di Ain Zalah e Batma, verso il confine con la Siria, dove controllava già la parte est del paese. L'avanzata e le facili conquiste hanno ispirato "il califfo nero " a proclamare nato lo Stato islamico (Is) di Iraq e di Siria. Territorio "sacro" retto dalla shariah, "autonomo" politicamente ed estremamente aggressivo nei confronti dei regimi sciiti circostanti. Tali e tante sono state la facilità nelle conquiste territoriali e la forza militare espressa che hanno sorpreso non solo il governo di Nuri al Maliki, il presidente sciita iracheno, ma anche quello curdo al nord del paese e, in termini temporali ancora prima, il presidente siriano El Assad.

Al Baghdadi, ovviamente, non è sceso giù dal cielo come una meteora folgorando tutto e tutti. La sua entrata in scena nel tragico teatro mediorientale è anche il frutto di una serie di tensioni e frizioni imperialistiche che, ormai da anni, attraversano l'area sconvolgendone gli assetti economici e politici. L'Isis nasce a Falluja, in Iraq, nel 2003, subito dopo l'ingresso americano a Baghdad e la conseguente caduta di Saddam Hussein. Raccoglie la rabbia di centinaia di disperati prima, migliaia poi, e la incanala all'interno del solito meccanismo nazionalistico - religioso. Trasforma una banda di miliziani in un esercito efficiente che si espande nel nord dell'Iraq, nell'est della Siria e con propaggini organizzative anche in Libano e Giordania. Il tutto con una disponibilità finanziaria e militare notevoli.

E' pur vero che, come sottolineano molti osservatori, l'esercito del fanatismo islamico ha trovato forza e mezzi nelle razzie dei villaggi e delle città conquistate. L'esempio più evidente è che, dopo la conquista di Mossul, "il califfo nero" ha dato ordine di ripulire la Banca centrale della città e tutte le succursali nell'arco di 50 chilometri. Risponde a verità che il movimento attinge petrolio nel nord della Siria e lo commercializza via camion verso la Turchia, ma il grosso dei finanziamenti arriva dall'Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti. E' un flusso di soldi non facilmente quantificabile, ma certamente sufficiente a mantenere un esercito, a renderlo efficiente e in grado di essere una pericolosa mina vagante in tutta l'area medio orientale. La ragione di tanta magnanimità da parte di Arabia Saudita & Company nei confronti di al Baghdadi consiste nel tentativo, soprattutto del regime di Riad, di combattere la Siria di Assad, di indebolire l'Iraq di al Maliki, sia per liberarsi di avversari ostili, sia per estendere la propria supremazia in tutta l'area. In prospettiva, per controllare, attraverso futuri governi amici, i flussi petroliferi che dal Medio Oriente vanno sia verso il Mediterraneo che in direzione est. Direzione in cui vive e opera il nemico numero uno di Riad, l'antagonista religioso e petrolifero per eccellenza: l'Iran. Nelle intenzioni dei sauditi, la bandiera religiosa del sunnismo, da brandire contro gli "eretici" sciiti, iracheni, iraniani, o alawiti come il siriano Bashar el Assad altro non è che lo strumento ideologico con cui combattere la propria battaglia imperialistica per la supremazia petrolifera, finanziaria e politica in tutta quell'area che va dal Mediterraneo al Mar Caspio, passando dalle zone curde di Siria, Iraq e libano.

Al pari di altre formazioni jihadiste, l'Isis altro non è che uno strumento nelle mani della monarchia wahabbita dei Saud. Il suo destabilizzante agire risponde alle logiche imperialistiche di Riad contro Teheran e Damasco, così come il suo potere militare e politico rimarrà tale sino a quando risulterà funzionale a tali logiche. Il che non esclude che, nel momento in cui l'Isis dovesse tentare di agire in proprio, uscendo da queste logiche, gli equilibri imperialistici di zona potrebbero assumere altre direzioni come sembra avvenire in queste ultime ore.

Per l'Iran del "nuovo corso" del presidente Rohani vale lo stesso discorso, ma in termini rovesciati. Teheran brandisce la bandiera dello sciismo esattamente come i Saud fanno con il sunnismo, consci entrambi di quanto, in questa fase, la trappola della religione, con il suo devastante corollario di integralismo militante, sia funzionale ai loro interessi imperialistici. E non lesinano aiuti, finanziamenti e coperture politiche alle creature militari che inventano dal nulla o che fanno crescere sotto il loro mantello protettivo. Così come nei decenni passati l'Arabia Saudita ha favorito la nascita dei Taliban in Afghanistan e Pakistan, di al Qaeda come più recentemente dell'Isis in Iraq e Siria, così i regimi che si sono alternati al potere in Iran hanno sostenuto organizzazioni come gli Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e altre di ispirazione confessionale sciita. Obiettivi:

1. uscire dall'isolamento in cui è precipitato l'Iran dopo la rivoluzione khomeinista
2. stabilire una serie di contatti economici, commerciali e politici con paesi "affini"
3. proporsi nell'area quale antagonista dell'Arabia Saudita in termini di esportazione di petrolio
4. favorire la nascita di regimi a propria immagine e somiglianza e politicamente subalterni
5. difendere anche con la forza paesi come l'Iraq e la Siria, attualmente oggetto delle attenzioni militari dell'Isis, quindi di Riad.

Senza trascurare il fatto che dentro e ai margini di questa intricata matassa, chi ne tira le fila sono, immancabilmente, le grandi centrali imperialistiche che da decenni hanno trasformato queste terre e i loro abitanti in teatri di continue tragedie da recitare in favore dei propri irrinunciabili interessi economici e strategici.

Gli Usa a fianco di Arabia Saudita, dei suoi alleati del Golfo e delle sue creature militari. Quegli Usa che, dopo la conquista di Mossul, il controllo della maggiore diga sul fiume Tigri nei pressi della stessa città da parte dell'Isis, hanno pensato bene di intervenire militarmente con un paio di bombardamenti con F18 contro le postazioni militari di al Baghdadi. La scusa ufficiale è stata quella di dare sostegno umanitario ai profughi, soprattutto cristiani, di aiutarli con il lancio di alimenti e acqua, cosa molto funzionale all'immagine di Obama all'interno della opinione pubblica americana in un momento di particolare debolezza di sondaggi e di consensi. In realtà, per sostenere i Peshmerga curdi contro l'esercito dell'Isis che sta minacciando la città di Erbil e il petrolio del Kurdistan iracheno appannaggio di un paio di Company petrolifere americane. A complicare le cose c'è anche il fatto che l'Isis sta sfuggendo di mano ai manovratori di Riad, come era già successo ai talebani dell'Afghanistan con il burattinaio americano, il che rimescola non poco lo scenario imperialistico precedentemente disegnato, rendendo più pressante l'intervento armato da parte di Obama

La Russia e la Cina a fianco dell'Iran e delle sue propaggini combattenti sui vari fronti caldi del Medio Oriente, con il medesimo obiettivo energetico ma orientato verso est. In mezzo, la barbarie capitalistica delle guerra per procura, delle guerre civili, delle "rivoluzioni" a sfondo religioso, delle "restaurazioni" laiche o viceversa.

Non bisogna soprattutto dimenticare che, dietro questi "giochi" d'area, dietro le solite bandiere dei contrapposti integralismi religiosi o delle pretese libertà laiche, chi funge da carne da macello per questa o quella borghesia petrolifera, per questi o quegli interessi imperialistici sono sempre i proletari, i diseredati che, senza una guida politica rivoluzionaria, finiscono inevitabilmente per cadere nel solito, tragico tranello degli interessi dell'avversario di classe.

Sabato, August 9, 2014
FD - Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista)

 

 
 
 
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