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La nuova destra italiana e la riedizione nostrana attualizzata del socialfascismo

Post n°516 pubblicato il 22 Maggio 2015 da zoppeangelo

Di seguito un vecchio articolo sulla Lega che può chiarire alcuni elementi comuni all'UKIP

La nuova destra italiana e la riedizione nostrana attualizzata del socialfascismo
(marzo 2015)

La "nuova destra" è attualmente l'opzione, perlomeno elettorale, di una fetta della borghesia italiana, con delle significative mutazioni rispetto alla vecchia Lega. Questo potrebbe già essere per noi una ragione di interesse, ma lo è anche di più per il disegno del suo leader Salvini di aggiogare fette consistenti di classe operaia e di lavoratori al proprio carro. Lo scopo: scatenarli, complice la crisi, contro i profughi e gli immigrati, coinvolgerli nel "partito della guerra", nella fattispecie in Libia, senza disdegnare l'attacco squadrista ai militanti di sinistra.

Un interessante sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani, condotto per il Sole 24 Ore dal Cise, Centro italiano studi elettorali della Luiss, ci fornisce utili informazioni sul fenomeno "Salvini" e sulla nuova Lega. Secondo questo sondaggio il bacino potenziale di voto della Lega ai aggira sul 23,6% contro un 36% per il PD, un 20,5% per Forza Italia e un 20,3% per il M5Stelle. Anche senza considerarli dati assodati, c'è comunque una indicazione del fatto che dopo la "svolta lepenista" di Salvini , la Lega combatte con buone probabilità di successo con FI e M5S per il secondo posto nelle prossime regionali. Inoltre su 100 elettori potenziali 62 vengono dal Nord, 38 dal Centro e 22 dal sud, mentre è assodato che nelle politiche 2013 92 voti su 100 della Lega sono stati rastrellati al Nord.
E' il segno che la volontà di superare la dimensione prevalentemente padana, sta ottenendo un iniziale successo. Interessante anche la provenienza politica di questi voti potenziali: solo il 32% hanno già votato Lega nel 2013, un altro 32% hanno votato FI, il 20% hanno votato PD e il 16% M5S.
Fino ad ora l'elettorato tipico leghista era maschile, oggi è potenzialmente (al 57% ) femminile e rispetto al campione la propensione di voto è maggiore nella fascia d'età 45-64 anni e fra coloro che vanno a messa regolarmente. Confermata invece la sotto-rappresentanza di chi è laureato e la sovra-rappresentazione di imprenditori e lavoratori autonomi (zoccolo duro tradizionale della Lega) e delle casalinghe (finora riserva privilegiata di caccia di Berlusconi).
Le ragioni dell'adesione alla Lega risiedono:
a) nella convinzione che l'appartenenza alla UE abbia danneggiato l'Italia (73% contro il 50% della media del campione)
b) nell'essere favorevoli a uscire dall'euro come propone Salvini (53% contro il 36% del campione)
c) essere favorevoli a limitare Schengen (55% contro 46% del campione)
d) voler mano libera su assunzioni e licenziamenti (72%% contro 53% del campione).
L'intero campione consultato considera la Lega poco credibile per quanto riguarda rilancio dell'economia (5,7% contro il 28,5 per Renzi e il 11-12% di FI e M5S), riduzione dei costi della politica (7,7% contro un 24,4% per Grillo, 21,4% per Renzi ), far valere l'Italia in Europa (8,8% contro un 35,3% per Renzi, 13,1% per Berlusconi, 19,6% per Grillo), ma piuttosto credibile sui temi della sicurezza (23,4% contro 19% per Renzi 10, 8% per Grillo e 9,2% per Berlusconi).

Quindi questo sondaggio conferma che la propaganda scelta da Salvini, cioè cavalcare la xenofobia e l'antieuropeismo, paga rispetto al suo elettorato, che in parte è quello tradizionale della lega (lavoratori autonomi e piccoli medi imprenditori) ma anche di FI (fasce di pensionati, casalinghe, fasce meno istruite, ma anche piccola borghesia del sud). Non va sottovalutato da un lato che i lavoratori della piccola media impresa sono influenzati dall'ideologia del "siamo sulla stessa barca" , cioè "se il mio datore di lavoro fallisce io perdo il posto", dall'altro che frazioni sociali che vivono di welfare e di evasione si riconoscono nella ostilità al profugo e allo straniero (che ottiene le case popolari, che ottiene assistenza medica, oppure che lavora per meno o in nero), soprattutto se non c'è un forte movimento rivendicativo proletario che si presenti come alternativa.
Salvini in questa fase calcola che la destra moderata e istruita venga meglio intercettata da Renzi . Per questo opta per una alleanza con Casa Pound e Fratelli d'Italia, che dovrebbero fungere da apripista per la campagna al centro e al sud.
Casa Pound, molto radicata a Roma e centro Italia, ha una ideologia populista da "fascismo sociale" (vedi le occupazioni delle case a Roma o l'attivismo pro-terremotati in Abruzzo e in Emilia), si richiama alla Repubblica du Salò e celebra la marcia su Roma, attira i giovani con la cultura pop. La collaborazione con la Lega parte dal sostegno dato da Casa Pound alla candidatura europea di Borghezio (2014), padre spirituale di Salvini, e si cementa con la guerra dichiarata a "Mare Nostrum" e alla "invasione degli immigrati" e alla "Europa dei burocrati e dei banchieri". Casa Pound ha anche una onlus italiana (la Salamandra) e internazionale (Solidarité Identites) e ha proliferato in Germania (Haus Montag) e Spagna (Casal Tramuntana).
Elettoralmente Casa Pound pesa poco, ma può fungere da ala movimentista, pronta allo scontro di piazza, può garantire un canale di reclutamento verso i più giovani.

L'alleanza con Fratelli d'Italia, resa possibile dalla rinuncia ai temi autonomisti da parte di Salvini, soprattutto se si trasforma in asse Salvini-Meloni-Berlusconi per un accordo quadro nelle sette regioni in cui si vota (Veneto; Liguria; Emilia Romagna; Toscana; Umbria; Marche; Campania; Puglia; Calabria), ha invece una chiara valenza elettorale. Sia la Meloni che Salvini sono emuli di Marine LePen il cui partito ha di recente portato a casa il 25,19% alle elezioni dipartimentali francesi. E ambiscono a raccogliere il malcontento di "piccoli imprenditori, tassisti, commercianti, impiegati" nelle regioni del Centro.

Nel frattempo si è consumata la spaccatura in Veneto tra Salvini e il sindaco di Verona Tosi, che, candidato in Veneto, può avere l'appoggio del Ncd di Alfano e forse anche dei forzisti di Fitto a livello politico, e, se si da ascolto alla stampa delle diocesi, di molti ambienti ecclesiali, della finanza (Corrado Passera) e della impresa. Attenzione comunque a considerare Tosi più "moderato"; anche lui ha i suoi supporter neri e picchiatori, come quelli di Veneto Fronte Skinheads. Quella della Lega è una diatriba di potere per rappresentare la piccola borghesia veneta produttiva, falcidiata dalla crisi, durante la quale chi non ha innovato è fallito, ossessionata dalla microcriminalità, contro cui teorizza il fai da te, entusiasta del Job Act, affamata di investimenti, antioperaia non per ideologia ma per ruolo, che sfrutta i lavoratori veneti e in più 514 mila immigrati, imprescindibili. Un Veneto dove la Lega da 10 anni gestisce gli 8,5 miliardi della sanità (75% del bilancio regionale), in comunella col condannato Galan: una torta per cui val la pena scannarsi, un parassitismo nordista e padano, che non ha nulla da invidiare a quello sudista. Una regione che ha il 30% della popolazione sopra i 65 anni e quindi è sensibile al tema della sicurezza e del welfare.

Beniamino dei talk show, Salvini non lo è di tutti i giornali, che numerosi hanno definito un flop la manifestazione del 28 a Roma, pur sottolineando che la contromanifestazione" della sinistra ("Mai con Salvini"), più numerosa, era però unita solo nel rifiuto, ma povera di proposte in positivo. Il Sole 24 ore in particolare non è tenero con l'ipotesi di uscire dall'Euro ("svalutando la lira, aiuterebbe l'export ma porterebbe un aumento dei tassi , disastroso per il debito pubblico e le aziende perché l'import di materie prime e petrolio sarebbe più caro"), ma anche col "nazionalismo autarchico" di Casa Pound, che non si è ancora rassegnata alla globalizzazione. Approva l'abbandono del secessionismo da parte di Salvini, ma esprime scetticismo sulla possibilità di troncare il fenomeno migratorio . L'unico punto che preoccupa veramente il Sole è l'avversione alla politica di austerity, che è trasversale perché lo cavalca la destra di Meloni e Salvini, la sinistra di Vendola e Grillo che "non è né di destra né di sinistra". L'austerity colpisce prevalentemente i lavoratori e gli strati più poveri della popolazione, ma morde anche settori di pubblico impiego e piccola borghesia autonoma e quindi la borghesia ha il problema che la protesta non assuma i connotati di Tsipras o Alba Dorata in Grecia.

Fin qui restiamo su un terreno prevalentemente elettorale, ma che fa intravedere spostamenti sociali che non ci devono lasciare indifferenti.
Niente per ora fa pensare che la nuova destra di Salvini rappresenti per la grande borghesia italiana, che punta ancora a una scelta europea, magari meglio contrattata, l'opzione prevalente. E certamente non perché pensiamo che la Costituzione, la democrazia ecc. siano un valido ostacolo (al massimo è uno specchietto per gli intellettuali liberal di turno), ma perché l'opzione fascista complessiva è indotta da una crisi economica non risolvibile. Per ora la grande borghesia punta su Renzi, che con il Jobs Act ha colpito i lavoratori più a fondo di quanto non abbia fatto nessun governo Berlusconi, che comunque dialoga con BCE e Unione Europea, ha ridotto in parte l'Irap, aumentato gli incentivi perl'acquisto di macchinari, ha aperto proficui filoni di affari con la Cina e con gli 80 € copre in qualche modo settori di "poveri".

Salvini resta comunque un'opzione da tenere nel cassetto in caso di bisogno e intanto incarna esigenze con cui si deve mediare. Ad esempio sul piano della politica estera
Salvini interpreta le esigenze di quelle piccole e medie imprese, soprattutto di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che sono profondamente danneggiate dalla crisi nel Donbass e dalle sanzioni contro la Russia (non a caso a Roma sventolavano le bandiere di Putin, con cui Casa Pound ha un rapporto privilegiato). Gli stessi settori sono ora messi all'angolo dalla crisi libica e dalla sua mancata veloce soluzione, che colpisce pesantemente l'export italiano che nel 2013 aveva dato segnali di vivace ripresa.
Anche qui la Lega propone l'intervento. Propagandisticamente parla di mandare la flotta pre bloccare i barconi, "salvare i naufraghu, ma non lasciarli arrivare in Italia". In forme meno truculente, ma con un contenuto imperialista altrettanto evidente. Pagine di difesa, organo ufficioso delle alte sfere dell'esercito, parla di azioni umanitarie da svolgere col risbarco dei profughi su territorio libico, di costituire campi profughi a gestione europea ecc. Una copertura perfetta per la presenza delle navi italiane a ridosso della costa, a difesa degli impianti offshore dell'Eni, ma anche degli affari che ancora si possono svolgere fra Italia e Libia e comunque un modo di posionare militari in territorio libico, prima di un intervento Onu che tarda a venire. Naturalmente è Renzi che vola in Russia e a Sharm el Sheik per intessere la tela di un intervento che utilizzi l'Egitto, senza lasciargli prendere la Cirenaica, in tutto con l'assenso della Russia. Ma Salvini fa il rullo compressore a vantaggio dell'imperialismo italiano allo stesso modo.

Oggi come oggi la grande borghesia italiana non mostra interesse a fare della Lega il suo cavallo privilegiato, ma questo non è minimamente rassicurante; non solo perchè nel frattempo la Lega porta avanti egregiamente il suo disegno di intossicare con la sua xenofobia e la sua apologia del capitale nazionale fette di lavoratori, ma perchè si tratta comunque di un partito profondamente borghese che si offre come cavallo di riserva se la crisi economica si approfondisse.

 

documento fornito da Pagine Marxiste

 

 
 
 
 
 

lotte e proteste Israele Palestina / MO, fazioni palestinesi, Arabia, Egitto, Iran

Post n°512 pubblicato il 15 Maggio 2015 da zoppeangelo

Continua la lotta dei chimici in Israele

Gli 850 lavoratori chimici di ICL (Israeli Chemicals Limited) degli impianti Dead Sea Works (DSW, fertilizzanti) e Bromine (bromo) nel Sud di Israele continuano lo sciopero in corso da tre mesi come risposta ai 140 tagli occupazionali annunciati in occasione della ristrutturazione del gruppo, che all'estero sta espandendosi. Il 2 maggio ICL ha infatti inaugurato un nuovo quartier generale con 300 addetti ad Amsterdam.

Il gruppo motiva la ristrutturazione con la necessità mantenere la competitività internazionale. Di fatto intasca enormi profitti: nel terzo trimestre 2014 i profitti netti sono più che raddoppiati rispetto a quelli dello stesso periodo del 2013, e nel primo trimestre 2015 sono aumentati del 65% rispetto allo stesso periodo 2014.

La lotta, organizzata dal sindacato Histadrut, sta cominciando ad incidere sui profitti della società, nel primo trimestre dell'anno ha fatto ridurre del 13% le vendite.

La direzione degli impianti di Bromine ha minacciato il licenziamento di altri 57 dipendenti se continuano gli scioperi e non riesce a soddifare gli ordini, l'ultimo dei ricatti che ha continuato ha lanciare.

Nel Sud di Israele ci sono minori opportunità di lavoro rispetto al resto del paese; circa il 20% della popolazione dell'area è occupata in ICL o nel suo indotto. Per questo il sindaco della città di Dimona in appoggio allo sciopero ha comunicato il blocco per una giornata delle attività citadine, scuola compresa.

A febbraio Histadrut aveva minacciato uno sciopero generale nel Sud, poi revocato in vista delle elezioni, con la promessa che il gruppo avrebbe temporaneamente sospeso i licenziamenti. Gli scioperi sono però continuati durante i negoziati.

ICL è il maggior produttore mondiale di bromo, con 1/3 della produzione totale.

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In sciopero i dipendenti pubblici nella striscia di Gaza

Mentre la disoccupazione nella Striscia di Gaza è attorno al 50% e ci sono frequenti black-out di elettricità, intrappolati nella lotta di potere tra Hamas, che controlla la striscia di Gaza, e al-Fatah, che controlla la West Bank, il 12 maggio sono scesi in sciopero per il mancato pagamento dello stipendio i dipendenti dei ministeri e delle istituzioni pubbliche della striscia di Gaza etc. (tranne i dipendenti del settore scolastico, essendo in corso gli esami di fine anno). Ne fanno parte medici, infermieri, personale paramedico e delle pulizie degli ospedali, poliziotti, personale della sicurezza, 24000 insegnanti.

Quando nel 2007 Hamas salì al potere a Gaza assunse 50 000 dipendenti del Pubblico Impiego, che dovevano sostituire i 70 000 assunti in precedenza dall'Autorità Palestinese (AP) di Fatah.

Quando un anno fa si costituì il governo di unità nazionale Hamas-Fatah, AP ha dato ordine ai suoi 70 000 dipendenti pubblici di non prestare più la loro opera al fine mettere in difficoltà Hamas, ma ha continuato a pagarli.

Invece solo circa la metà di quelli assunti da Hamas ha ricevuto una parte del pregresso a ottobre, gli altri, forze di sicurezza e militari, non hanno ricevuto nulla dal giugno 2014 perché AP rifiuta di assorbirli nelle forze di scurezza palestinesi (PNA).

Le difficoltà finanziarie di Hamas risalgono a prima del governo di unità nazionale, sia dal suo diniego di appoggiare il governo di damasco e dal conseguente taglio degli aiuti iraniani, sia da quando il nuovo governo egiziano di al-Sisi ha chiuso il valico di Rafah e distrutto buona parte della rete di tunnel usato per il lucroso commercio che alimentava Hamas; si calcolano in circa $200milioni l'anno le sole imposte su di esso.

Hamas e Fatah si combattono cercando anche di utilizzare l'influenza sugli studenti universitari. Dopo la vittoria di Hamas nel rinnovo del consiglio degli studenti dell'università BirZeit, non lontano da Ramallah in un'area tradizionalmente sotto l'infleunza di Fatah, Abu Mazen ha sospeso tutte le altre elezioni in calendario. Intanto la polizia del PNA continua ad arrestare supposti militanti del movimento islamista in ottemperanza alla cooperazione per la sicurezza con Israele.

 

MO, fazioni palestinesi, Arabia, Egitto, Iran

Nei rivolgimenti mediorientali le vecchie ideologie non riescono a nascondere i contenuti materiali dei rapporti di fofrza tra fazioni e Stati della regione.
Così i due ex nemici - Hamas e dittatura saudita - stanno cercando un avvicinamento, ognuno per rafforzarsi nei confronti dell'antagonista:
Hamas contro Fatah;
i sauditi contro l'Iran.

Al Monitor 150512

Hamas corteggia i sauditi

Nel tentativo di rompere l'isolamento nella regione,

- dopo la rottura delle relazioni con Egitto (salita al potere di al-Sisi a seguito della sconfitta dei Fratelli Musulmani, alleati di Hamas, chiusura valico di Rafah, distruzione rete dei tunnel ...),

- ed Iran (rifiuto di Hamas di appoggiare il siriano Assad),

Hamas sta cercando un avvicinamento con il nuovo regime saudita di re Salman bin Abdul-Aziz Al Saud, contattato già lo scorso febbraio; i temi in cui cerca di coinvolgere i sauditi: la riconciliazione palestinese (Hamas-Fatah), la ricostruzione e la sospensione del blocco.

Hamas è consapevole del peso regionale dell'Arabia Saudita, che approfitta del diminuito ruolo dell'Egitto nell'area, riempiendone il vuoto;

il nuovo regime saudita ha preso velocemente l'iniziativa: campagna militare contro gli Houthi in Yemen, posizione ferma contro l'influenza iraniana, consistente appoggio ai gruppi ribelli siriani anti-Assad.

Hamas non vuole essere escluso dai grandi cambiamenti che si preannunciano nell'area.

Hamas sa che il presidente Abbas non può opporsi al coinvolgimento dei sauditi nella questione palestinese, data la loro influenza regionale.

Hamas non ha condannato l'"Operazione tempesta decisiva" dei sauditi contro gli Houthi in Yemen;

Hamas vede positivamente la nuova relazione Qatar-Arabia, dati gli stretti rapporti che esso ha con il Qatar.

Hamas è ben consapevole che più si avvicina all'Arabia più si allontana dall'Iran.

Hamas chiede ai sauditi di mediare per un nuovo accordo della Mecca che comprenda tutti i palestinesi, a superamento di quello bilaterale del 2007 con Fatah.

Dal canto loro per i sauditi il tentativo di riavvicinamento ad Hamas fa parte del cambiamento di politica estera, nel tentativo di creare una grande coalizione contro l'Iran.

Un politologo vicino ai circoli del potere di Riyadh, ha dichiarato ad al-Jazeera che Hamas rappresenta una segmento dei palestinesi maggiore di quello rappresentato dall'AP.

Fatah accusa Hamas di coinvolgere nelle questioni palestinesi i sauditi per neutralizzare l'Egitto;

un ex leader di Fatah si è recato al Cairo il 3 maggio per discutere le conseguenze delle mosse di Hamas con i sauditi, che danno ad Hamas maggiore capacità di contrattazione nelle relazioni con Fatah. Abbas vuole conquistarsi l'appoggio del Cairo per tenere in scacco i sauditi.

Nello scontro contro Hamas, il 28 marzo Abbas ha chiamato la Lega araba a intervenire militarmente contro Hamas a Gaza, accusato di aver preso il potere con un colpo di Stato.

 

 

notizie fornite da Pagine Marxiste

 
 
 

SUI FATTI DI MILANO

Post n°511 pubblicato il 02 Maggio 2015 da zoppeangelo

La manifestazione No Expo del Primo Maggio a Milano ha visto la partecipazione di decine di migliaia di giovani. Giovani scesi in piazza per contestare, da versanti diversi, tutto ciò che Expo incarna, simbolicamente e materialmente: propaganda ipocrita della civiltà del profitto, speculazione selvaggia sul territorio, corruzione dilagante, infiltrazioni mafiose, super sfruttamento del lavoro e negazione dei diritti sindacali. A ciò si aggiunge la coreografia di un'autentica celebrazione di regime da parte del governo Renzi, interessato a fare dell'Expo non solo una leva promozionale del proprio successo d'immagine, ma un ulteriore strumento di rafforzamento del proprio legame coi poteri forti e i loro comitati d'affari: dentro il progetto di costruzione di una Terza Repubblica bonapartista che concentri nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

L'operazione vandalico nichilista condotta da alcuni settori antagonisti ha procurato un danno profondo alla manifestazione. Un danno ben superiore al numero delle automobili (assurdamente) bruciate. Non solo ha colpito le riconoscibilità delle ragioni anticapitaliste del corteo e il loro potere di impatto sull'opinione pubblica dei lavoratori, ma ha consentito all'intero fronte delle classi dominanti e al loro Stato di rafforzare la pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell'Expo e del Giubileo, contro i diritti e le lotte del lavoro. La canea reazionaria senza freni che si è scatenata in queste ore sui fatti di Milano, dietro la bandiera della "punizione esemplare dei responsabili", ha questo come obiettivo reale: un ulteriore giro di vite contro il conflitto sociale e i movimenti di massa.

Detto questo, e proprio per questo, non ci accodiamo, come altre sinistre, alla campagna isterica di criminalizzazione che il governo e l'apparato dello Stato hanno intrapreso. Non confondiamo gli idioti coi nemici. La nostra battaglia contro ogni forma di antagonismo nichilista muove da un versante di classe esattamente opposto a quello del governo e della repressione dello Stato. Muove dalla necessità di rilanciare un' opposizione di classe e di massa contro le politiche dominanti, contro la cancellazione dei diritti, contro i disegni reazionari e bonapartisti del renzismo. Muove dal sostegno incondizionato allo sciopero di massa dei tranvieri di Milano contro la lesione dei loro diritti sindacali. Muove dal sostegno alla lotta di massa dei lavoratori della scuola e degli studenti contro i nuovi colpi all'istruzione pubblica e ai diritti dei sindacati scuola. Muove dall'esigenza della ricomposizione delle mille vertenze del lavoro in un'unica vertenza generale unificante, capace di organizzare e far pesare la forza materiale di milioni di sfruttati. L'unica via di un'alternativa anticapitalista.

Il nichilismo distruttivo vive della propria auto rappresentazione dentro le regole del gioco della società borghese. Si accontenta in definitiva della nicchia del proprio immaginario. Non ha altra ambizione che l'emozione di un gesto.
I marxisti rivoluzionari hanno un'ambizione ben più radicale: quella di una rivoluzione sociale anticapitalista che che riorganizzi la società su basi nuove. Quella di un governo dei lavoratori che rovesci la dittatura del profitto , liberando la società umana. Portare in ogni lotta il senso e le ragioni di questa prospettiva; sviluppare la coscienza politica della sua necessità contro ogni falsa suggestione riformista : questo è il senso della nostra politica, all'interno della classe operaia e in ogni movimento. Anche all'interno del movimento No Expo.

La lotta all'antagonismo nichilista nelle fila della giovane generazione è solo un risvolto di questa battaglia rivoluzionaria e di classe.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

 
 
 

Medio Oriente, armamenti, potenze

Post n°510 pubblicato il 23 Aprile 2015 da zoppeangelo

Guardian 150423

La corsa agli armamenti - valore di $18MD - aiuta ad alimentare il conflitto mediorientale

Per quest'anno si prevede che i 5 maggiori acquirenti del MO - Arabia Saudita, EAU, Algeria, Egitto ed Irak - acquistino armi per $18MD, lo scorso anno sono ammontate a 12MD; le vendite da parte dei paesi occidentali hanno raggiunto livelli inediti.
Ironicamente tra i maggiori venditori di armi ci sono membri permanenti del CdS ONU, che ha sostenuto iniziative per il controllo delle armi non convenzionali.
Un fattore di accelerazione della proliferazione di armamenti, con conflitti armati in corso in Siria, Irak, Libia e Yemen, è la decisione del presidente russo Putin aumentare la vendita di armi consentendo la fornitura di missili antiaerei S-300 all'Iran, il maggior rivale dei paesi del Golfo, bloccati dalla Russia dal 2010.
- La dichiarazione di Putin è giunta due giorni prima della rivelazione da parte del primo ministro iracheno, Haider al-Abadi, che aveva chiesto agli USA armamenti per miliardi di $ per combattere ISIS.
- Vice-versa la mera enorme quantità di armi vendute dagli Occidentali a paesi come Arabia e EAU può spingere la Russia a tornare in MO, non ultimo per vendere armi.
- La scorsa settimana il ministro francese degli Esteri, Fabius, ha rivelato che stanno progredendo i negoziati per la vendita di caccia Rafale agli Emirati, uno dei maggiori acquirenti mediorientali.
- Funzionari dell'industria della Difesa americana hanno fatto sapere al Congresso che si attendono altre richieste dai paesi arabi che stanno combattendo Isis- Arabia, EAU, Qatar, Bahrain, Giordania ed Egitto.
Dal rapporto di IHS Jane's Global Defence Trade e di Sipri risulta che l'Arabia Saudita è divenuta il maggior importatore di armi e il 4° maggior acquirente mondiale.
- L'Arabia è intervenuta in Bahrain e in Yemen nel 2009, e di nuovo in Yemen quest'anno.
- La nuova alleanza militare per gran parte sunnita a guida dell'Arabia (chiamata Nato Arraba) sembra mirata soprattutto contro l'Iran nel conflitto per procura tra i due paesi in Yemen.
Preoccupato della nuova assertività saudita è il primo ministro iracheno, si chiede cosa i sauditi intendano fare dopo lo Yemen, mirano magari all'Irak?
- E' in corso una guerra per procura anche in Siria, tra Iran che ha appoggiato il governo Assad con armi e assistenza militare, e i paesi del Golfo che hanno appoggiato vari gruppi ribelli, compresi quelli islamisti.

I paesi del Golfo stanno rinnovando i propri armamenti per i conflitti contro i ribelli come fecero gli Usa in Afghanistan e Irak.
- Quelli convenzionali di cui disponevano non erano adatti a combattere conflitti settari o ribellioni.
- Un esperto per la sicurezza mediorientale rimarca che gli interventi militari della nuova coalizione araba sono per ora contro obiettivi deboli (soft): l'Arabia contro i guerriglieri in Yemen, l'Egitto contro i beduini nel Sinai, i bombardamenti contro le forze disorganizzate in Libia. Ma se si continua a colpire questi obiettivi deboli, essi troveranno i loro sostenitori e mandatari e risponderanno, dando il via ad un circolo vizioso.
È ora da vedere se la forte espansione delle forze armate di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e il Qatar sarà vista come una minaccia contro l'Iran.

 

 
 
 
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