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novitą editoriale : La Prima Internazionale in America

Post n°520 pubblicato il 14 Giugno 2015 da zoppeangelo

Schlüter Hermann

La Prima Internazionale in America

Un contributo alla storia del movimento operaio negli Stati Uniti


La Prima Internazionale, fondata il 28 settembre 1864 a Londra, era giunta negli USA trasportata dall'immigrazione europea, in particolare tedesca, sovrapponendo così la propria storia a quella degli esordi del movimento operaio e socialista americano. È appunto di queste storie parallele che tratta l'opera. L'autore, Hermann Schlüter, fu protagonista di primo piano in tali vicende. Il libro le ricostruisce in modo molto dettagliato e talvolta particolarmente minuzioso, inevitabile a detta dello stesso autore «se si vogliono conservare per le generazioni future brani di atti ufficiali dispersi in lettere, appunti di ogni sorta e articoli di giornale, per la maggior parte inaccessibili».
Ampie parti dell'opera forniscono spaccati di estremo interesse sulla vita e le lotte del movimento operaio e socialista americano ai suoi esordi, come pure non mancano alcuni spunti di carattere più generale. Il primo è ricordato dallo stesso Schlüter: «Il numero relativamente esiguo dei membri dell'AIL esercitò un'influenza politica che oltrepassò la sua reale forza organizzativa». Un'ulteriore conferma del ruolo storico che in determinate circostanze assumono piccole minoranze di uomini.

altri testi sulla storia del movimento operaio americano :

WILLIAM D.HAYWOOD

LA STORIA DI BIG BILL

(l'autobiografia del principale rappresentante degli Industrial Workers of the World)

 

 

Graziano Giusti

 La rivoluzione dal basso

Dagli IWW ai Comunisti dei Consigli (1905-1923)

 

 

 

 
 
 

Toni Negri e Pablo Iglesias: dite qualcosa di sinistra!

Post n°519 pubblicato il 04 Giugno 2015 da zoppeangelo

L'intervista di Pablo Iglesias a Toni Negri nel programma televisivo spagnolo La Tuerka (1) conferma ciò che era prevedibile sentirgli dire, ma permette comunque di sviluppare qualche riflessione a riguardo. Consigliamo di vederla tutta, prima di leggere questo articolo.

Diciamo "ciò che era prevedibile", perché Negri aveva già espresso la sua posizione su Podemos (2), che in sintesi consiste nel caratterizzare questa forza come riformista, e allo stesso tempo nel consigliare ad essa di dare impulso a "contropoteri sociali" e a un processo "costituente" dal basso.

E sebbene le parti più interessanti dell'intervista riguardino la vecchia militanza di Negri, il vero contenuto è costituito proprio dalle sue posizioni attuali. E così Iglesias può mostrare che il suo "populismo" ha il supporto del Papa dell'Autonomia, e in questo modo rafforzare l'idea per cui Podemos è l'espressione genuina del movimento degli Indignados.

Nonostante il carattere chiaramente "strumentale" dell'intervista nella strategia elettorale di Iglesias, è possibile affrontare alcuni elementi utili non tanto per discutere le posizioni del leader di Podemos, ma per analizzare meglio il corso di Toni Negri e le sue posizioni attuali.

Attraverso tutto il suo lavoro teorico, Negri ha progressivamente radicalizzato un'idea che stava alla base dell'operaismo, cioè che la modernizzazione e le riconfigurazioni del capitalismo sono il prodotto della lotta operaia, e non viceversa, come riteneva un certo "automatismo" socialdemocratico. Secondo questa idea, per Negri il "precariato" non è soltanto una politica del neoliberalismo per togliere diritti alla classe lavoratrice, ma anche, in qualche modo, una risposta al rifiuto operaio dello sfruttamento di fabbrica. Oppure la famosa idea secondo cui "la moltitudine ha evocato la nascita dell'Impero" (3), che Bin Laden seppe far entrare in disgrazia prima che George W. Bush entrasse in carica.

In questo contesto, animato a sua volta dall'idea deleuziana-althusseriana di costruire un materialismo senza dialettica, passando dall'operaio massa all'operaio sociale e poi alla moltitudine, Negri ha approfondito la posizione della relazione fra capitalismo e classe operaia in termini di esternità (alla quale fa riferimento nell'intervista quando menziona David Harvey e la teoria dell'"accumulazione per espropriazione"), ben illustrata in un recente articolo sullo "sciopero astratto" (4).

La conseguenza teorica e strategica di questa esternità radicale è un ritorno del riformismo e del programma minimo. Sebbene questa affermazione possa sembrare esagerata, non per questo cessa di essere vera.

Il fatto è che la confusione creata da Negri tra rapporti di classe e dominio politico, ritenendo "superata" la vecchia forma di sfruttamento capitalista e considerando il ruolo dei padroni come essenzialmente politico, crea l'illusione che il meccanismo di sfruttamento possa essere sconfitto con mezzi che cambiano la politica senza cambiare le relazioni sociali (relazioni sociali che non devono far altro che semplicemente sviluppare ulteriormente l'autonomia del lavoro astratto liberato dal comando capitalista), come il reddito universale di cittadinanza.

Ed è da questa posizione che, in contrasto con qualsiasi tradizione immanentista, lo stesso Negri cade in un grossolano dualismo, che si combina perfettamente con una postura "progressista": l'autonomia di base dal basso incoraggiata dall'alto da un riformismo correttamente inteso. L'esempio è quello di... Roosevelt.

L'affermazione secondo la quale l'esperienza latinoamericana dell'ultimo decennio "dimostra" il superamento dello Stato nazione, dal momento che la "collaborazione" dei diversi paesi avrebbe evitato che le multinazionali fossero coinvolte nello sviluppo economico, si può considerare uno scherzo di cattivo gusto per chi vive da quel lato del mondo. Primo, perché le multinazionali (in diversa misura) hanno fatto i loro affari durante il "decennio vincente" dell'America Latina, e in generale hanno continuato a determinare l'economia dei Paesi. E secondo, perché l'integrazione non è passata per nient'altro che accordi politico-commerciali, che oggi attraversano una crisi (ALBA-Mercosur).

Negri ripete più di una volta che il suo pensiero "è profondamente istituzionale", perché - chiarisce - "noi non siamo mai stati anarchici". E tuttavia, nonostante il fatto che egli dica che ciò che fu alla base della esperienza dei Quaderni Rossi e dei gruppi operaisti seguenti fu la sensazione di una profonda autonomia di base, egli non propone nessuna "istituzione" della democrazia di base, siano consigli di fabbrica, coordinamenti di luoghi di lavoro, soviet, assemblee popolari, territoriali, o qualunque altra. Esse rimangono solo come un'espressione del passato.

La cosa più simile ad un'istituzione alla quale Negri fa riferimento (oltre ai governi "progressisti") è il tipo di coalizione ampia dello stile di Podemos (che "sfortunatamente in Italia non esiste").

In questo modo, la "potenza della moltitudine", che non ha bisogno di "mediazioni tradizionali" come partiti e programmi rivoluzionari (ma può ben servirsi di "necessari" leader mediatici) finisce per essere, per dirla con termini un po' argentini, la "colonna vertebrale" di un movimento in cui la "testa" è costituita dagli intellettuali postmarxisti che postulano lo Stato nazionale come agente del cambiamento storico. Detto nei termini di Negri, "una buona interpretazione del riformismo, non della rivoluzione".

Fernando Rosso e Juan Dal Maso

Da pclavoratori.it

Considero Negri un valido teorico marxista , dove in Italia si tende oramai mettere Marx in soffitta , e osannare teorici di piazza come Renzi - Grillo - Salvini ,o quello di inseguire quella sinistra oramai priva di idee come SEL o il PRC che insegue un movimento ancora da costruire Civati/Landini/Cofferati , unica critica che muovo a Negri e quella di inseguire i movimenti e porli al primo posto,ma trascurare la forma movimento che si trasforma in partito di classe .

 

 
 
 

Assad contrattacca

Post n°518 pubblicato il 30 Maggio 2015 da zoppeangelo

Foreign Policy 150527

Assad contrattacca

Il regime siriano sta preparando una controffensiva contro IS, con finanziamenti iraniani e guerriglieri sciiti stranieri, provenienti anche dal Centro Asia, Afghanistan e Pakistan.

- IS avanza in Siria, nel Sud presso Daraa e nel Nord a Idlib; la scorsa settimana ha conquistato la città di Palmira

- Il regime siriano spera in aiuti finanziari da parte dell'Iran per $1MD; intanto è in forte crescita il reclutamento di guerriglieri e il loro dispiegamento.

- A inizio 2014 le forze a favore di Assad sono diminuite fortemente quando migliaia di guerriglieri sciiti iracheni hanno cominciato a tornare in Irak per contrastare l'avanzata di IS.

- È però presto intervenuto il gruppo paramilitare libanese Hezbollah, che ha aumentato il reclutamento di forze sia all'interno del Libano che tramite i suoi affiliati in Siria.

- Hezbollah non si è rivolto solo ai musulmani sciiti ma anche ad altre minoranze, a gruppi di Drusi e cristiani che ha organizzato militarmente secondo il proprio modello.

- In Siria Hezbollah continua ad avere un ruolo di consigliere militare per le milizie filo-Assad, e ha una significativa presenza in aree strategiche,

- nel Sud nei pressi di Daraa e nella regione del Golan; riportate sue perdite nella regione costiera di Latakia.

- La regione di Qalamoun è il suo fronte più attivo e strategicamente vitale, dato che collega gli altipiani costieri settentrionali a Damasco e confluisce direttamente nella valle della Bekaa, area centrale libanese di Hezbollah, che a fine inverno ha da qui lanciato una grande offensiva.

- Per il reclutamento di guerriglieri anche l'Iran si è rivolto a nuove comunità, dal 2013 sono giunte notizie di funerali di sciiti afghani, per la maggior parte rifugiati afghani delle tribù Hazara in Iran. Alcuni rapporti riferiscono che l'Iran utilizza i soldati afghani sciiti come semplice carne da cannone, utilizza criminali e paga pochissimo.

- Dal 2014 queste nuove reclute hanno operato in tutta la Siria, nella regione di Qalamoun, a Damasco, Latakia, Daraa nel Sud, e nella città di Aleppo.

- Si dice che dal 2013 siano stati coinvolti nella guerra siriana anche sciiti pachistani.

- Anche i gruppi sciiti iracheni sostenuti dall'Iran hanno aumentato il reclutamento mirando agli sciiti pakistani.

- Da settembre 2014, il gruppo sciita iracheno Harakat Hezbollah al-Nujaba legato alle milizie Asaib Ahl al-Haq, ha lanciato un programma di reclutamento in lingua urdu, appelli ripetuti nel gennaio 2015.

- Questi combattenti non sono solo carne da macello ma rivelano la crescente influenza geopolitica di Teheran;

- l'Iran sta cercando di proiettare la propria influenza nelle comunità del Centro Asia.

- Rilevante soprattutto la sua influenza in Pakistan, dato che il paese è uno stretto alleato e potenziale partner nucleare dell'Arabia Saudita, l'avversario regionale dell'Iran.

- Molti guerriglieri sciiti iracheni stanno ancora combattendo in Irak, ma nuove organizzazioni hanno iniziato a reclutare per il fronte siriano:

- Kataib Sayyid al-Shuhada (KSS), ha lanciato una campagna di reclutamento su internet, a un mese dalla conquista di Mosul da parte di IS; da fine 2014 KSS ha postato foto e video dei suoi guerriglieri a Daraa, e ha rilasciato dichiarazioni di pubblicizzazione della sua difesa del santuario di Sayyidah Zaynab, a Sud di Damasco.

- La difesa di questo santuario ha avuto un ruolo centrale nel reclutamento di forze sciite a guida iraniana afghane, irachene, libanesi e pachistane,

- forze che ora si sono sparse nella maggior parte delle aree strategiche della Siria,

- ad es. nell'area a maggioranza alawita lungo la costa siriana, minacciata dall'avanzata dei ribelli dal Nord.

- le Forze di Reazione Rapida e Liwa al-Imam al-Husayn, milizie con base a Damasco fatte da sciiti iracheni, hanno inviato combattenti nel villaggio della famiglia di Assad, Qardaha.

- Il regime di Assad ha cercato di accrescere le proprie forze sia con una serie di punizioni che con incentivi; a fine 2014 ha cominciato a reprimere i renitenti al servizio militare;

- ha anche tagliato alcuni sussidi concentrando gli sforzi finanziari a favore di chi protegge il regime:

- una legge varata nel dicembre 2014 riserva la metà dei posti di lavoro del pubblico impiego saranno assegnati alle famiglie di combattenti caduti e feriti;

- nell'aprile 2015 il regime ha distribuito "care di onore", cioè l'accesso gratuito per assistenza medica e tariffe dimezzate per i trasporti pubblici alle famiglie suddette;

- ha erogato risarcimenti per i villaggi di Latakia attaccati dalle forze ribelli e jihadiste.

- I dipendenti e pensionati statali filo-Assad hanno ricevuto un bonus mensile pari a circa $20 (4000 pound siriani)

 

tradizione fornita da Pagine Marxiste

 

 
 
 

Golfo, potenze, Iran, Siria, Isis

Post n°517 pubblicato il 30 Maggio 2015 da zoppeangelo

Golfo, potenze, Iran, Siria, Isis

Gfp 150527

L'utilità della Jihad (1-2)

- Da un documento declassificato dei servizi segreti militari americani (DIA) risulta che nella guerra in Siria le potenze occidentali hanno appoggiato in modo mirato le organizzazioni salafite e preso in considerazione la creazione di uno Stato Islamico nella lotta contro il regime di Assad.

- Strategia che va di pari passo con la "guerra antiterrorista", e che mira a indebolire importanti alleati dell'Iran.

- Questo tipo di strategia era stata già utilizzata per la prima volta negli anni Ottanta quando l'Occidente, in cooperazione con l'Arabia Saudita, utilizzò oltre ai mujaheddin anche i jihadisti di Bin Laden per sconfiggere le forze armate sovietiche e il governo filo-sovietico afgano nell'Hindukush.

- Ebbe un ruolo importante in queste manovre il principe Turki al Faisal bib Abdulaziz al Saud, capo dei servizi segreti sauditi all'estero, ed uomo di contatto di Bin Laden, oggi al servizio del Consiglio di consulenza della Conferenza per la Sicurezza di Monaco, che ha sostenuto tra gli altri i salafiti libanesi.

- Marcarono il punto di rottura tra Occidente e Jihadisti l'aggressione jihadista contro le ambasciate americane di Nairobi e di Daressalam (7 agosto 1998), il contrattacco Usa alle basi di Al-Qaeda in Afghanistan (20 agosto 1998), e soprattutto l'attacco dell'11 settembre 2001 alle Torri gemelle, che diede il via alla guerra afgana.

- Ma dopo pochi anni è puntualmente ripresa la cooperazione tra "guerra antiterrorismo" dell'Occidente e jihadisti arabi, questa volta per indebolire l'Iran.

- Nel 2003 con la distruzione dell'Irak e l'eliminazione dei tradizionali rivali dell'Iran l'alleanza a guida Usa ha involontariamente aperto a Teheran la possibilità di divenire potenza egemone nel Golfo Persico. Per impedire che ciò accadesse le potenze occidentali hanno cominciato ad armare le dittature arabe del Golfo, Arabia Saudita in primis, e a indebolire gli alleati iraniani nella regione, Siria e Hezbollah libanese.

- Allo scopo si fece di nuovo ricorso ai jihadisti arabi. Da un lato, ad es, la marina da guerra tedesca dispiegata davanti alle coste libanesi impediva il rifornimento di armi alla milizia sciita Hezbollah;

- dall'altro Riad rafforzava i suoi nemici interni, salafiti e jihadisti (da un rapporto 2007 del giornalista americano Seymour Hersh). Tra le altre testimonianze quella di un ex agente Usa: «Finanziamo tutta una quantità di loschi figuri, e con potenziali gravi conseguenze indesiderate. È un'impresa ad altissimo rischio».

- Nell'agosto 2012 DIA valutava come possibile - e desiderabile per le potenze occidentali, Arabia Saudita e Turchia - la creazione di un califfato salafita nell'Est Siria per togliere all'Iran la profondità strategica dell'espansione sciita in Siria,

- e prevedeva inoltre che potesse crearsi uno Stato Islamico sul confine siriano-iracheno, con "terribili conseguenze", che si è poi concretizzato in IS.

- Senza tener conto dei rischi, nell'estate ed autunno 2012 il governo tedesco spinse con forza a favore dell'abbattimento di Assad;

- e intensificò la cooperazione con l'Arabia, importante sostenitrice di milizie salafite e jihadiste, tra cui IS. A inizio 2012 il ministro tedesco Estri incontro il collega saudita, Abdulaziz bin Abdulaziz al Saud, per discutere la possibilità di «rafforzare l'opposizione siriana».

- Si legge nel rapporto DIA: «I salafiti, la Fratellanza e Al-Qaida in Irak (AQI) sono le principali forze che guidano la ribellione in Siria.

- AQI avrebbe «sostenuto fin dall'inizio l'opposizione siriana» per scatenare una guerra di religione contro il governo alawita di Assad. È possibile che «nell'Est Siria (Hasaka e Deir ez-Zor)» venga creato nel prossimo futuro «un califfato salafita, dichiarato o meno», «proprio quello che vogliono le potenze che sostengono l'opposizione» e che servirebbe «a isolare il regime siriano» e a respingere «l'espansione sciita».

- Il documento desegretato informa che si sapeva che la popolazione dell'Est Siria aveva stretti rapporti tribali con quelle del confinante Irak occidentale, e che le forze religiose dell'Irak occidentale dopo l'inizio della insurrezione avevano chiamato i sunniti siriani ad appoggiarli nella loro lotta.

- La situazione surriscaldata unisce le popolazioni di Est Siria e Ovest Irak e crea in tal modo «una ideale atmosfera per Al Qaeda in Irak» per tornare nelle sue vecchie roccaforti di Mosul e Ramadi.

- E, avvertiva DIA, questo potrebbe finire nella creazione di uno Stato Islamico, che unisca le due regioni.

- Il piano per la Siria, che prese il nome dal principe Bandar bin Sultan bin Abdulaziz al Saud,[1] "Piano Bandar", prevedeva la creazione e l'armamento di milizie ribelli in Siria, di fatto soprattutto soldati salafiti. Prevedeva inoltre di infiltrare gruppi che cooperavano con al-Qaeda, e condizionare in altro modo quelli dove non era possibile infiltrarsi. Secondo un'analisi del 2014 IS avrebbe ricevuto finanziamenti, non direttamente dallo Stato saudita, ma da privati.

- Bandar bin Sultan venne messo da parte solo quando ad inizio 2014 IS cominciò ad espandersi in Irak (come DIA aveva avvertito nel 2012), e le potenze si videro costrette a intervenire militarmente contro IS.

- Ma l'utilizzo da parte delle potenze occidentali dei jihadisti continua: di recente la coalizione anti-IS a guida Usa ha visto IS cacciare le truppe governative siriane dalla città strategica di Palmira, un aiuto ben accolto nella guerra contro il regime di Assad.

- Inoltre, da marzo, Arabia e Turchia conducono assieme la guerra siriana, in primo luogo contro Assad, e non contro IS, continuano cioè ad sostenere le milizie salafite e jihadiste.

- Gli strateghi occidentali però consigliano di utilizzare anche i jihadisti contro IS divenuto troppo potente; il think tank USA Foreign Affairs suggerisce di non lasciar indebolire ulteriormente al-Qaeda, per impedire che i suoi seguaci si uniscano a IS. Si deve tenere in vita l'organizzazione terroristica e il suo capo Ayman al Zawahiri. I jihadisti devono essere combattuti solo se diventano troppo potenti, o se conducessero attacchi contro i paesi occidentali.


[1] Nel 1983-2005 fu ambasciatore negli Usa, dal 2005 segretario generale del Consiglio di sicurezza nazionale saudita.

traduzine fornita da Pagine Marxiste

 

 
 
 

La nuova destra italiana e la riedizione nostrana attualizzata del socialfascismo

Post n°516 pubblicato il 22 Maggio 2015 da zoppeangelo

Di seguito un vecchio articolo sulla Lega che può chiarire alcuni elementi comuni all'UKIP

La nuova destra italiana e la riedizione nostrana attualizzata del socialfascismo
(marzo 2015)

La "nuova destra" è attualmente l'opzione, perlomeno elettorale, di una fetta della borghesia italiana, con delle significative mutazioni rispetto alla vecchia Lega. Questo potrebbe già essere per noi una ragione di interesse, ma lo è anche di più per il disegno del suo leader Salvini di aggiogare fette consistenti di classe operaia e di lavoratori al proprio carro. Lo scopo: scatenarli, complice la crisi, contro i profughi e gli immigrati, coinvolgerli nel "partito della guerra", nella fattispecie in Libia, senza disdegnare l'attacco squadrista ai militanti di sinistra.

Un interessante sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani, condotto per il Sole 24 Ore dal Cise, Centro italiano studi elettorali della Luiss, ci fornisce utili informazioni sul fenomeno "Salvini" e sulla nuova Lega. Secondo questo sondaggio il bacino potenziale di voto della Lega ai aggira sul 23,6% contro un 36% per il PD, un 20,5% per Forza Italia e un 20,3% per il M5Stelle. Anche senza considerarli dati assodati, c'è comunque una indicazione del fatto che dopo la "svolta lepenista" di Salvini , la Lega combatte con buone probabilità di successo con FI e M5S per il secondo posto nelle prossime regionali. Inoltre su 100 elettori potenziali 62 vengono dal Nord, 38 dal Centro e 22 dal sud, mentre è assodato che nelle politiche 2013 92 voti su 100 della Lega sono stati rastrellati al Nord.
E' il segno che la volontà di superare la dimensione prevalentemente padana, sta ottenendo un iniziale successo. Interessante anche la provenienza politica di questi voti potenziali: solo il 32% hanno già votato Lega nel 2013, un altro 32% hanno votato FI, il 20% hanno votato PD e il 16% M5S.
Fino ad ora l'elettorato tipico leghista era maschile, oggi è potenzialmente (al 57% ) femminile e rispetto al campione la propensione di voto è maggiore nella fascia d'età 45-64 anni e fra coloro che vanno a messa regolarmente. Confermata invece la sotto-rappresentanza di chi è laureato e la sovra-rappresentazione di imprenditori e lavoratori autonomi (zoccolo duro tradizionale della Lega) e delle casalinghe (finora riserva privilegiata di caccia di Berlusconi).
Le ragioni dell'adesione alla Lega risiedono:
a) nella convinzione che l'appartenenza alla UE abbia danneggiato l'Italia (73% contro il 50% della media del campione)
b) nell'essere favorevoli a uscire dall'euro come propone Salvini (53% contro il 36% del campione)
c) essere favorevoli a limitare Schengen (55% contro 46% del campione)
d) voler mano libera su assunzioni e licenziamenti (72%% contro 53% del campione).
L'intero campione consultato considera la Lega poco credibile per quanto riguarda rilancio dell'economia (5,7% contro il 28,5 per Renzi e il 11-12% di FI e M5S), riduzione dei costi della politica (7,7% contro un 24,4% per Grillo, 21,4% per Renzi ), far valere l'Italia in Europa (8,8% contro un 35,3% per Renzi, 13,1% per Berlusconi, 19,6% per Grillo), ma piuttosto credibile sui temi della sicurezza (23,4% contro 19% per Renzi 10, 8% per Grillo e 9,2% per Berlusconi).

Quindi questo sondaggio conferma che la propaganda scelta da Salvini, cioè cavalcare la xenofobia e l'antieuropeismo, paga rispetto al suo elettorato, che in parte è quello tradizionale della lega (lavoratori autonomi e piccoli medi imprenditori) ma anche di FI (fasce di pensionati, casalinghe, fasce meno istruite, ma anche piccola borghesia del sud). Non va sottovalutato da un lato che i lavoratori della piccola media impresa sono influenzati dall'ideologia del "siamo sulla stessa barca" , cioè "se il mio datore di lavoro fallisce io perdo il posto", dall'altro che frazioni sociali che vivono di welfare e di evasione si riconoscono nella ostilità al profugo e allo straniero (che ottiene le case popolari, che ottiene assistenza medica, oppure che lavora per meno o in nero), soprattutto se non c'è un forte movimento rivendicativo proletario che si presenti come alternativa.
Salvini in questa fase calcola che la destra moderata e istruita venga meglio intercettata da Renzi . Per questo opta per una alleanza con Casa Pound e Fratelli d'Italia, che dovrebbero fungere da apripista per la campagna al centro e al sud.
Casa Pound, molto radicata a Roma e centro Italia, ha una ideologia populista da "fascismo sociale" (vedi le occupazioni delle case a Roma o l'attivismo pro-terremotati in Abruzzo e in Emilia), si richiama alla Repubblica du Salò e celebra la marcia su Roma, attira i giovani con la cultura pop. La collaborazione con la Lega parte dal sostegno dato da Casa Pound alla candidatura europea di Borghezio (2014), padre spirituale di Salvini, e si cementa con la guerra dichiarata a "Mare Nostrum" e alla "invasione degli immigrati" e alla "Europa dei burocrati e dei banchieri". Casa Pound ha anche una onlus italiana (la Salamandra) e internazionale (Solidarité Identites) e ha proliferato in Germania (Haus Montag) e Spagna (Casal Tramuntana).
Elettoralmente Casa Pound pesa poco, ma può fungere da ala movimentista, pronta allo scontro di piazza, può garantire un canale di reclutamento verso i più giovani.

L'alleanza con Fratelli d'Italia, resa possibile dalla rinuncia ai temi autonomisti da parte di Salvini, soprattutto se si trasforma in asse Salvini-Meloni-Berlusconi per un accordo quadro nelle sette regioni in cui si vota (Veneto; Liguria; Emilia Romagna; Toscana; Umbria; Marche; Campania; Puglia; Calabria), ha invece una chiara valenza elettorale. Sia la Meloni che Salvini sono emuli di Marine LePen il cui partito ha di recente portato a casa il 25,19% alle elezioni dipartimentali francesi. E ambiscono a raccogliere il malcontento di "piccoli imprenditori, tassisti, commercianti, impiegati" nelle regioni del Centro.

Nel frattempo si è consumata la spaccatura in Veneto tra Salvini e il sindaco di Verona Tosi, che, candidato in Veneto, può avere l'appoggio del Ncd di Alfano e forse anche dei forzisti di Fitto a livello politico, e, se si da ascolto alla stampa delle diocesi, di molti ambienti ecclesiali, della finanza (Corrado Passera) e della impresa. Attenzione comunque a considerare Tosi più "moderato"; anche lui ha i suoi supporter neri e picchiatori, come quelli di Veneto Fronte Skinheads. Quella della Lega è una diatriba di potere per rappresentare la piccola borghesia veneta produttiva, falcidiata dalla crisi, durante la quale chi non ha innovato è fallito, ossessionata dalla microcriminalità, contro cui teorizza il fai da te, entusiasta del Job Act, affamata di investimenti, antioperaia non per ideologia ma per ruolo, che sfrutta i lavoratori veneti e in più 514 mila immigrati, imprescindibili. Un Veneto dove la Lega da 10 anni gestisce gli 8,5 miliardi della sanità (75% del bilancio regionale), in comunella col condannato Galan: una torta per cui val la pena scannarsi, un parassitismo nordista e padano, che non ha nulla da invidiare a quello sudista. Una regione che ha il 30% della popolazione sopra i 65 anni e quindi è sensibile al tema della sicurezza e del welfare.

Beniamino dei talk show, Salvini non lo è di tutti i giornali, che numerosi hanno definito un flop la manifestazione del 28 a Roma, pur sottolineando che la contromanifestazione" della sinistra ("Mai con Salvini"), più numerosa, era però unita solo nel rifiuto, ma povera di proposte in positivo. Il Sole 24 ore in particolare non è tenero con l'ipotesi di uscire dall'Euro ("svalutando la lira, aiuterebbe l'export ma porterebbe un aumento dei tassi , disastroso per il debito pubblico e le aziende perché l'import di materie prime e petrolio sarebbe più caro"), ma anche col "nazionalismo autarchico" di Casa Pound, che non si è ancora rassegnata alla globalizzazione. Approva l'abbandono del secessionismo da parte di Salvini, ma esprime scetticismo sulla possibilità di troncare il fenomeno migratorio . L'unico punto che preoccupa veramente il Sole è l'avversione alla politica di austerity, che è trasversale perché lo cavalca la destra di Meloni e Salvini, la sinistra di Vendola e Grillo che "non è né di destra né di sinistra". L'austerity colpisce prevalentemente i lavoratori e gli strati più poveri della popolazione, ma morde anche settori di pubblico impiego e piccola borghesia autonoma e quindi la borghesia ha il problema che la protesta non assuma i connotati di Tsipras o Alba Dorata in Grecia.

Fin qui restiamo su un terreno prevalentemente elettorale, ma che fa intravedere spostamenti sociali che non ci devono lasciare indifferenti.
Niente per ora fa pensare che la nuova destra di Salvini rappresenti per la grande borghesia italiana, che punta ancora a una scelta europea, magari meglio contrattata, l'opzione prevalente. E certamente non perché pensiamo che la Costituzione, la democrazia ecc. siano un valido ostacolo (al massimo è uno specchietto per gli intellettuali liberal di turno), ma perché l'opzione fascista complessiva è indotta da una crisi economica non risolvibile. Per ora la grande borghesia punta su Renzi, che con il Jobs Act ha colpito i lavoratori più a fondo di quanto non abbia fatto nessun governo Berlusconi, che comunque dialoga con BCE e Unione Europea, ha ridotto in parte l'Irap, aumentato gli incentivi perl'acquisto di macchinari, ha aperto proficui filoni di affari con la Cina e con gli 80 € copre in qualche modo settori di "poveri".

Salvini resta comunque un'opzione da tenere nel cassetto in caso di bisogno e intanto incarna esigenze con cui si deve mediare. Ad esempio sul piano della politica estera
Salvini interpreta le esigenze di quelle piccole e medie imprese, soprattutto di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna che sono profondamente danneggiate dalla crisi nel Donbass e dalle sanzioni contro la Russia (non a caso a Roma sventolavano le bandiere di Putin, con cui Casa Pound ha un rapporto privilegiato). Gli stessi settori sono ora messi all'angolo dalla crisi libica e dalla sua mancata veloce soluzione, che colpisce pesantemente l'export italiano che nel 2013 aveva dato segnali di vivace ripresa.
Anche qui la Lega propone l'intervento. Propagandisticamente parla di mandare la flotta pre bloccare i barconi, "salvare i naufraghu, ma non lasciarli arrivare in Italia". In forme meno truculente, ma con un contenuto imperialista altrettanto evidente. Pagine di difesa, organo ufficioso delle alte sfere dell'esercito, parla di azioni umanitarie da svolgere col risbarco dei profughi su territorio libico, di costituire campi profughi a gestione europea ecc. Una copertura perfetta per la presenza delle navi italiane a ridosso della costa, a difesa degli impianti offshore dell'Eni, ma anche degli affari che ancora si possono svolgere fra Italia e Libia e comunque un modo di posionare militari in territorio libico, prima di un intervento Onu che tarda a venire. Naturalmente è Renzi che vola in Russia e a Sharm el Sheik per intessere la tela di un intervento che utilizzi l'Egitto, senza lasciargli prendere la Cirenaica, in tutto con l'assenso della Russia. Ma Salvini fa il rullo compressore a vantaggio dell'imperialismo italiano allo stesso modo.

Oggi come oggi la grande borghesia italiana non mostra interesse a fare della Lega il suo cavallo privilegiato, ma questo non è minimamente rassicurante; non solo perchè nel frattempo la Lega porta avanti egregiamente il suo disegno di intossicare con la sua xenofobia e la sua apologia del capitale nazionale fette di lavoratori, ma perchè si tratta comunque di un partito profondamente borghese che si offre come cavallo di riserva se la crisi economica si approfondisse.

 

documento fornito da Pagine Marxiste

 

 
 
 
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