Creato da zoppeangelo il 25/03/2011

L'INTERNAZIONALISTA

sinistra comunista

CONTATTA L'AUTORE

Nickname: zoppeangelo
Se copi, violi le regole della Community Sesso: M
Età: 66
Prov: PV
 

AREA PERSONALE

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

ULTIME VISITE AL BLOG

zoppeangeloc.zeta1960tobias_shuffleclock1991il_pablonomadi50marlow17paperino61toigypoplubopoaldogiornocile54RavvedutiIn2annaincanto
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 16
 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Settembre 2016 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30    
 
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 

 

l'ospedale corazzato e la guerra di Libia

Post n°557 pubblicato il 14 Settembre 2016 da zoppeangelo

Scrivevamo a fine agosto (cfr http://www.combat-coc.org/unestate-di-sangue-e-di-sbarchi/) che la campagna di stampa orchestrata da Analisi di Difesa, Sole 24ore ecc. sulla presenza di terroristi fra i disperati dei barconi, al di là della sua veridicità o meno, era un classico modo di preparare l'opinione pubblica a un intervento ufficiale in Libia. Ufficiale per distinguerlo dall'intervento già in corso, in modo strisciante e ufficioso, da parte di contingenti francesi, italiani, inglesi e statunitensi.

 

Negli ultimi giorni si sono aggiunte altre notizie. Quella dei pirati libici che hanno agito indisturbati ai danni di una nave di Medici Senza Frontiere, nonostante la presenza di ben quattro flotte nel Mediterraneo per garantirne la sicurezza. O la chiusura inevitabile dell'ospedale di Emergency minacciato dalla polizia locale di Bengasi.

 

E alla fine il governo Renzi è intervenuto. Il detonatore contingente è stata la notizia che

i porti petroliferi di Zueitina, Brega, Sidra e Ras Lanuf sono caduti nelle mani delle truppe del generale Haftar, quello che tiene in ostaggio il governo di Tobruk, quello posto a est, col pieno appoggio di Egitto ed Arabia Saudita.

Haftar ha approfittato del fatto che le truppe di Misurata, braccio armato del governo di Tripoli, erano impegnatissime a strappare Sirte all'ISIS; ha quindi corrotto una parte della milizia privata guidata da Ibrahim Jadhran, l'improbabile campione dell'indipendenza cirenaica, cui Tripoli fin dal 2012 aveva affidato la sorveglianza di questi terminal. Fatto sta che questi miliziani hanno ceduto senza sparare un colpo il controllo dei porti.

A parte l'ovvio interesse a controllare il petrolio, Haftar ha anche uno scopo politico e cioè mettere in difficoltà gli affari di Eni per costringere Roma a trattare anche con lui

e non solo col governo Sarraj, quello di Tripoli , posto a ovest, che gode del sostegno internazionale.

 

La risposta italiana è militare, ma in modo ambiguo. Dopo l'invio il primo settembre di 5 tonnellate di medicinali e supporti sanitari a Misurata, si decide di montare presso l'aeroporto della stessa città un ospedale militare da campo, con 300 militari, parte medici e infermiere, ma difesi, "ovviamente" da più di 150 paracadutisti della Folgore.

Tutti sappiamo che di questi tempi gli ospedali sono stati continuamente obiettivo di feroci attacchi, ma a dire il vero da parte degli " aerei amici" di Usa e Russia.

Gentiloni, da sempre fautore dell'intervento, afferma che l'intervento italiano è volto a consolidare i processi di stabilizzazione (sic), mentre Pinotti scopre che i duemila feriti libici di Misurata è meglio curarli lì invece che trasportarli al Celio di Roma, come fatto finora. E comunque "dobbiamo essere vicini a questi valorosi combattenti contro il terrorismo" e già che ci siamo controlleremo il flusso dei profughi.

Analisi di Difesa che non è certo un foglio pacifista disapprova: mettiamo "centinaia di militari italiani in postazioni fisse al rischio di rappresaglie terroristiche, incursioni, bombardamenti", "saranno l'unico bersaglio fisso pagante a disposizione di miliziani e terroristi suicidi dell'Isis che in Libia volessero colpire i "crociati", come l'Isis definisce i militari occidentali. Se poi Haftar estendesse il suo appetito a Sirte, che in più appartiene alla sua tribù, i Ferjani, i 300 italiani si troverebbero al centro di una nuova guerra civile. Aj Jazeera, qatariota e vicina al governo di Tripoli, denuncia che "a combattere al fianco delle truppe di Khalifa Haftar ci sono miliziani sudanesi e ciadiani", oltre a contingenti di forze egiziane e degli Emirati Arabi Uniti.

 

Non vorremmo essere cinici. Forse i 200 militari "sanitari" di Misurata non sono messi lì, come i soldati di Nassyria, per diventare, da morti, il pretesto necessario per compattare l'Italia dietro i militari. Forse si pensa di usare le tende da campo per ospitare una operazione di astuzia fiorentina, cioè una mediazione tutta italiana fra Tripoli e Tobruk.

 

Il sito inglese di intelligence militare Jane's ritiene, invece, che l'azione di Haftar sia una spia del fatto che, se si riuscisse a eliminare l'Isis dalla Libia, aumenterebbero i motivi di disaccordo fra i due governi; si sta cioè riaprendo una stagione di guerre fra le milizie per il controllo del petrolio, alimentata dalle monarchie del Golfo ma anche dagli altri membri Opec, che non vogliono che gli idrocarburi libici tornino a pieno ritmo, sul mercato internazionale.

 

L'operazione in sordina del governo italiano rischia di inserirsi in un quadro internazionale di conflitti interimperialistici che non ci si può illudere di aggirare

con operazioni di cosmesi "sanitaria".

 

Sta a noi denunciarla per quello che è, una rischiosa operazione militare con effetti potenzialmente rovinosi, contro cui dobbiamo schierarci senza se e senza ma.

 

 

 
 
 

N°40 Pagine Marxiste - Agosto 2016

Post n°556 pubblicato il 25 Agosto 2016 da zoppeangelo

La Grève e la Brexit (Editoriale)
La lotta contro il Jobs Act francese. Chi rinuncia a combattere ha già perso!
La FIOM getta la maschera
In Iraq il massacro continua
I comunisti e l'Unione Europea
Il governo Renzi tra "assertività" finanziaria europea e "gioco in proprio"
Il re è nudo: le banche italiane dopo la Brexit
Un organizzatore esemplare (24 luglio 1866 - 24 luglio 2016: 150° anniversario della nascita di Vittorio Buttis)

 
 
 

CON QUALI SCARPE MARCIA L’IMPERIALISMO

Post n°555 pubblicato il 10 Agosto 2016 da zoppeangelo

Le calzature non sono mai state tanto a buon prezzo come lo sono ora, se un tempo per comperare un paio di scarpe bisognava lavorare almeno due giorni, oggi basta il salario di 2 ore.

Come mai?

Per avere un pellame al prezzo più basso gruppi calzaturieri, grandi o piccoli che siano, non si preoccupano delle condizioni di lavoro, lavoro minorile compreso, e neppure della tutela dell'ambiente. Non è previsto alcuna etichettatura che informi da quali animali e da quale paese provenga, e neppure quali prodotti chimici vengano usati per la sua produzione. Quello che conta è che sia a buon mercato!

Per la conciatura del pellame vengono usati prodotti chimici, in particolare il temuto Cromo VI, ritenuto fortemente allergenico, e che a lungo termine è cancerogeno e provoca mutazioni genetiche, oltre ad avere conseguenze per l'ambiente. Alla produzione di calzature lavorano anche minorenni, ad es., per tirare fuori le pelli dai cilindri di lavaggio e tintura, senza alcuna protezione. La maggior parte dei lavoratori del calzaturiero, adulti e minorenni, soffre di malattie respiratorie, polmonari e di infezioni dermatologiche. Molto frequenti sono gli incidenti di lavoro. Ecco un altro motivo oltre ai bassi costi di produzione per il quale i gruppi del calzaturiero preferiscono delocalizzare nei paesi dove la classe lavoratrice non è ancora riuscita a conquistare condizioni di lavoro più umane, e per fame è costretta a subire un supersfruttamento, se non vuole emigrare, molto spesso a rischio della vita e senza prospettive certe.

***********************

Come accade in generale per l'industria tessile, negli ultimi anni anche il calzaturiero è stato per la gran parte delocalizzato nei paesi a basso salario, anche se la sede di grandi marchi rimane nei paesi imperialisti, dall'Europa, agli Stati Uniti. Oggi le scarpe, come pure la lavorazione della materia prima, il pellame, vengono fatte in Cina, India, Bangladesh, Taiwan, Vietnam. A questi paesi se ne sono aggiunti altri due, Indonesia e Etiopia.

In Indonesia il tessile, abbigliamento e calzature rappresenta il maggior settore manifatturiero, con circa 1,5 milioni di addetti nel 2012. Mentre nel 2013 le esportazioni di tessili dall'Indonesia sono diminuite, sono cresciute di oltre il 10% quelle di calzature.

Di fronte al rischio che gli aumenti del salario minimo[1] decretati da alcune amministrazioni distrettuali si generalizzino, e soprattutto che vengano applicati realmente sotto la spinta di crescenti lotte operaie nel settore, i 46 gruppi calzaturieri hanno minacciato di spostare la produzione in altri paesi con costi salariali inferiori, come Bangladesh, Birmania (Myanmar) o Vietnam. Ma finora, la maggior parte di essi si limita a delocalizzare le fabbriche lontano dai maggiori centri urbani, nelle province di Java Occidentale e Centrale, dove i salari sono ancora molto inferiori a quelli della capitale.

Dopo la delocalizzazione del calzaturiero dall'Europa all'Asia, ora si prefigura quella verso l'Africa.

Al primo posto l'Etiopia, che offre ai padroni del tessile-abbigliamento salari ancora più bassi e che da fornitrice di pellame grezzo diventerà esportatrice di calzature. Il paese offre un'enorme disponibilità di forza lavoro, dato che ha una popolazione che si aggira sui 99 milioni, per il 41,5% costituita da bambini inferiori ai 15 anni; il 55,8% di 15-65enni, mentre solo 3,3% ha oltre i 65 anni.

I lavoratori etiopi sono ritenuti disciplinati e capaci di sostenere pesanti carichi di lavoro, oltre che disposti ad accettare salari molto bassi, mediamente 1-2 $ per una giornata di oltre 10 ore di lavoro. Quando il rischio di fame è alto (l'Etiopia sta vivendo il peggior periodo di siccità da 60 anni, e secondo il commissario Ue per gli aiuti umanitari, Christos Stylianides, sono ormai più di 10 milioni le persone che hanno urgente bisogno di assistenza), gli sfruttatori hanno buon gioco!

Inoltre l'industria etiope del cuoio si basa su una millenaria tradizione artigianale (risale ai tempi dei faraoni) e più concretamente su un'attività di allevamento di consistenti dimensioni: 41 milioni di bovini (la più grande popolazione bovina in Africa e la decima al mondo), 25 milioni di ovini, 23 milioni di caprini.

Queste condizioni favorevoli agli investimenti capitalistici hanno attirato l'attenzione di vari paesi, dalla Turchia, da cui provengono in particolare macchinari e attrezzature per l'industria tessile e del pellame e i pezzi di ricambio, alla Cina.

Paesi come la Turchia e la Cina, dopo avere sviluppato la loro industria di beni di consumo come delocalizzazione a basso costo delle multinazionali e poi per il mercato interno, hanno sviluppato gruppi capitalistici che si proiettano a loro volta all'esterno, in cerca di manodopera ancora a minor prezzo e di nuovi mercati. L'Etiopia, anche a seguito di questi investimenti, è ora il paese a più forte crescita dell'Africa, e il quinto a livello mondiale. Nel 2014 la sua economia è cresciuta a doppia cifra (+10,3%) per l'undicesimo anno consecutivo, e in particolare è l'industria a far registrare un boom con +21,2%, mentre agricoltura e servizi crescono a ritmi "normali". (Report "Ethiopia 2015", ONU+Ocse)

Il regime di Erdogan reprime sanguinosamente lavoratori, curdi e oppositori in Turchia - in Africa sfrutta il lavoro di chi rischia la fame

Oggi operano in Etiopia 28 concerie e 16 calzaturifici.

Mentre i gruppi turchi e asiatici vogliono investire nella produzione a basso costo, quelli occidentali sono interessati soprattutto a merci competitive e alla vendita di tecniche di produzione.

Qualche esempio.

Il gruppo commerciale britannico Tesco, l'irlandese Primark e lo svedese Hennes & Mauritz (H&M) intendono aumentare gli acquisti di abbigliamento in Etiopia. Il fondo svedese statale Swedefund fornirà a H&M $8,6 milioni di capitale, per questo programma.

La Cina è presente in modo sostanziale nel settore scarpe e pellame, con il gruppo Hujin, partner di Calvin Klein, Coach e Luis Vuitton, in Etiopia dove ha piani per investimenti complessivi $2,2 miliardi con l'obiettivo di sfruttare 100mila lavoratori entro pochi anni.

Il gruppo britannico dell'abbigliamento in pelle, Pittards intende moltiplicare per quattro nei prossimi 5 anni il suo impegno in Etiopia; ora sta sfruttando 1200 lavoratori locali.

Ad inizio 2015 il presidente Erdogan, in visita l'Africa, ha incontrato l'omologo etiope, Mulatu Teshome Wirtu e il primo ministro Heilemariam Desalegn, con i quali ha firmato un accordo di cooperazione.

Erdogan ha chiesto all'Etiopia di chiudere le scuole legate a Gülen; il primo ministro ha dichiarato che è disposto a cooperare direttamente con il governo turco, escludendo la fazione gulenista ora duramente bastonata in patria nel tentato golpe. La Turchia intende portare in breve l'interscambio commerciale con Addis Abeba a $500 milioni.

Il gruppo turco tessile Saygin Dima è nato come joint venture del turco Saygin e del governo etiope ma nel 2014 quest'ultimo ha venduto tutta la sua quota al partner turco, che si pone l'obiettivo di raggiungere $100 milioni di fatturato annuo.

Il gruppo turco Akgün nel 2009 ha firmato un accordo con il governo etiope che gli consente di sviluppare una zona industriale internazionale di 600mila km.2 nella regione di Oromia. L'area si estenderà dai confini con il Sudan a quelli con la Somalia, e dai confini della regione Afar fino agli altipiani abissini. L'investimento complessivo previsto è di $10 miliardi con l'impiego/sfruttamento di 1 milione di lavoratori. Ma per ora la nuova zona industriale turco-etiope è in stallo, perché il cantiere iniziale si trova proprio nel bacino della diga di Legedadi, che rifornisce di acqua potabile 3 milioni di abitanti di Addis Abeba.

Akgün opera con diversi noti marchi europei, di Germania, Francia, Austria, Belgio, Italia, la sua rete si estende fino al Sud Corea.

Affari con gli OGM
Per il tessile, ci sono in Etiopia anche gli affari delle multinazionali legati alla produzione di cotone. Nel luglio 2014 i produttori di cotone hanno per la prima volta usato semi geneticamente modificati, per aumentare la produzione. Il cotone così prodotto viene usato nell'industria locale del tessile-abbigliamento.

I venditori di semi geneticamente modificati, come Dupont, Monsatno e Sygenta che controllano circa il 70% del mercato mondiale di semi, sperano che l'esempio etiope si espanda all'intera regione.

Il nostro auspicio come internazionalisti è invece che i lavoratori etiopi, e africani in generale, riescano ad organizzarsi e - come stanno facendo in Italia i lavoratori della logistica immigrati dall'area assieme a quelli italiani - a combattere il nemico di classe comune, la borghesia. Una classe che, dopo averli brutalmente aggrediti e massacrati con le guerre coloniali condotte dalla borghesia italiana dell'era fascista - senza tuttavia riuscire a attestarvisi nonostante la sua potenza militare - li sfrutta per produrre le scarpe da vendere nelle vetrine luccicanti delle metropoli, traendo lauti profitti che le consentono di mantenere la sua dittatura di classe, che sia nella forma del regime di Erdogan o in quella della democrazia alla Renzi.

COMBAT-COC.ORG

 

 

 

 
 
 

Novità Editoriali

Post n°554 pubblicato il 04 Agosto 2016 da zoppeangelo

SAVERIO FERRARI 

Il giovedi nero di Milano Quando i fascisti uccisero l'agente Antonio Marino
«Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince»
Il 12 aprile 1973 il Movimento Sociale Italiano e il Fronte della Gioventù indicono a Milano una manifestazione contro la "violenza rossa". A tenere il comizio fu chiamato l'On. Ciccio Franco, il leader e l'emblema della rivolta di Reggio Calabria. Dopo la tentata strage sul treno Torino-Roma del 7 aprile precedente, la manifestazione venne vietata. Si radunarono comunque nel centro di Milano centinaia di militanti dell'Msi e delle principali organizzazioni della destra extraparlamentare, tra loro i cosiddetti "sanbabilini", che si scontrarono violentemente per ore nel centro cittadino con le forze dell'ordine.
Nel corso degli incidenti furono incendiate automobili, assaltati luoghi di ritrovo della sinistra, sparati colpi di pistola e lanciate bombe a mano. Una di queste colpì al petto l'agente di polizia Antonio Marino che rimase ucciso all'istante.
Quel 12 aprile 1973 sarà ribattezzato come il "Giovedì nero" di Milano. I responsabili dell'uccisione dell'agente furono arrestati e condannati. Gli organizzatori della manifestazione incredibilmente assolti.
Ripercorrendo gli atti giudiziari e le cronache del tempo, il libro, corredato da diverse fotografie inedite, ricostruisce quella giornata, ma anche la realtà del neofascismo milanese di quegli anni, con il suo portato di sistematica violenza, l'intreccio con la criminalità comune e gli ambienti del terrorismo nero: protagonista di primo piano della strategia della tensione in Italia.


SAVERIO FERRARI - È nato e vive a Milano. Nel 2006 per Nuova Iniziativa Editoriale ha dato alle stampe, in allegato con «l'Unità», Da Salò ad Arcore. La mappa della destra eversiva e Le stragi di Stato. Piccola enciclopedia del terrorismo nero. Da piazza Fontana alla stazione di Bologna. Con la Biblioteca Franco Serantini (Bfs) ha pubblicato nel 2009 Le nuove camicie brune. Il neofascismo oggi in Italia, nel 2011 Fascisti a Milano. Da Ordine nuovo a Cuore nero e nel 2013 I denti del drago. Storia dell'Internazionale Nera tra mito e realtà.
Collana: Unaltrastoria
Pagine: 208

Price: 16.00 EUR

ANDREA IRIS D'ATRI

IL PANE E LE ROSE

femminismo e lotta di classe Femminismo e lotta di classe

«Mentre una parte del femminismo si domanda, individualmente e comodamente seduta in poltrona: "chi sono io?" e un'altra cerca affannosamente le referenze necessarie per una nota a piè di pagina che garantisca l'accuratezza del suo lavoro [...], il mondo trabocca di povertà: milioni di creature nate da donne fanno i conti con un modello di società che gli riserva solo culle di spine» - Victoria Sau Sánchez.
Da quando, nel 1912, venne scelta dalle operaie tessili di Lawrence come canzone-simbolo della loro dura lotta per il reddito e la dignità, «il pane e le rose» non è più stato soltanto uno slogan né, tantomeno, una semplice canzone. Autentico manifesto di un mondo a venire, «il pane e le rose» sintetizza l'idea di una «società dove si è più felici, realizzati, liberi». Una società, dunque, dove il tema dell'emancipazione della donna diventa il pilastro su cui fondare il senso di un riscatto collettivo, finalmente in grado di scardinare la divisione in classi e la relativa dinamica di sfruttamento e di oppressione economica e patriarcale. Dedicato alle questioni di genere all'interno delle dinamiche dell'antagonismo di classe, il lavoro di Andrea D'Atri restituisce una visione conflittuale della condizione femminile: una «storia ribelle» che, attraverso un'attenta contro-analisi del passato, interpreta il presente e apre al movimento delle donne nuove prospettive di liberazione.
Andrea Iris D'Atri - Nata a Buenos Aires nel 1967, si è specializzata in studi delle donne. Militante femminista e dirigente del Partido de los Trabajadores Socialistas (Pts), ha fondato nel 2003 in Argentina il gruppo "Pan y rosas", oggi presente anche in Cile, Brasile, Messico, Uruguay, Bolivia e Spagna. Oltre a Il pane e le rose, pubblicato in Argentina, Brasile, Venezuela, Messico, Italia e presto anche in Inghilterra, ha curato e contribuito con un suo saggio a Luchadoras. Historias de mujeres que hicieron historia, pubblicato in Brasile e Venezuela. Ha scritto la voce Classe in Femministe a parole. Grovigli da districare a cura di Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat e Vincenza Perilli (Ediesse, 2012)

18.00 EUR

CORRADO BASILE 

l'ottobre tedesco del 1923 e il suo fllimento 
Perché, a distanza di quasi un secolo, oltretutto in una situazione diversissima dal punto di vista sociale e politico, dedicare attenzione al mancato tentativo rivoluzionario del 1923 in Germania? Perché fino a oggi l'argomento in Italia è stato affrontato in modo più che fuggevole, nonostante il fatto che in quel tentativo siano stati coinvolti all'incirca un milione di lavoratori e varie centinaia di migliaia di comunisti, e non soltanto tedeschi, cosa che nella storia non si era mai verificata prima e non si è più verificata successivamente. Questa vicenda segnò negativamente la parabola dell'Internazionale rivoluzionaria costituita a Mosca nel 1919, che non trovò il modo di risollevarsi da una sconfitta avvenuta senza combattimento nell'area geopolitica allora più importante dal punto di vista del comunismo.
Studiare la dinamica di quello che non è stato l'«Ottobre tedesco», individuando le cause del «fiasco», è lo scopo di questo saggio. Si potrà essere o meno d'accordo su singoli aspetti dell'analisi dell'autore, ma non si potrà evitare di riconoscere che i motivi veri della sconfitta tedesca siano riconducibili soprattutto al mancato riconoscimento dell'idea che la rivoluzione comunista doveva avere carattere popolare o non sarebbe stata, idea presente nel famoso opuscolo di Lenin sull'Estremismo. Basile ha utilizzato i documenti resi accessibili dall'apertura degli archivi dell'ex Unione Sovietica e pubblicati in Germania e riporta anche, per la prima volta in italiano, ampi estratti di interventi di Trotsky. In appendice si trovano testimonianze di Heinrich Brandler, principale dirigente comunista tedesco nel 1923, e alcuni scritti dello storico Isaac Deutscher.

15,00 euro

 

 

 
 
 

Svalutare la moneta è una soluzione? L'esempio del 1992

Post n°553 pubblicato il 13 Luglio 2016 da zoppeangelo

Scritto da Luca Lombardi Pubblicato: 31 Gennaio 2014
Di fronte al declino inarrestabile dell'economia italiana e delle condizioni di vita dei lavoratori, il progetto dell'Europa unita, da Maastricht all'euro, appare sempre più un incubo. Attacchi all'euro arrivano da sinistra (all'ultimo congresso del Prc c'erano emendamenti esplicitamente anti-euro) e da destra. Come prima l'Europa veniva presentata come una panacea, ora è la fonte di ogni problema e l'uscita dall'euro, si afferma, basterebbe a salvare l'Italia dalla catastrofe. In realtà, il declino del capitalismo italiano è iniziato prima dell'euro e proseguirebbe fuori dall'euro. Senza un programma di trasformazione complessiva della società, uscire dall'euro non risolverebbe nulla.

La situazione nel '92

Nel 1992 la "prima repubblica" viveva i suoi ultimi giorni. Si era in piena Tangentopoli, i governi tecnici e semi-tecnici di Amato e Ciampi, rappresentanti della parte della borghesia italiana favorevole all'integrazione europea, miravano ad attaccarsi al carro tedesco per superare la tradizionale arretratezza del capitalismo italiano. Cominciò Amato nel 1992, con l'abolizione della scala mobile, il varo della "concertazione" tra padroni, governo e sindacati, la prima importante controriforma delle pensioni. L'inizio delle privatizzazioni e, infine, la finanziaria da 92mila miliardi di lire (la più pesante nella storia della repubblica), di cui 43mila di tagli alle spese statali. Le conseguenze furono durissime per i lavoratori italiani: per fare solo un esempio lo scarto fra inflazione reale e "programmata" è stato di dieci punti percentuale tra il 1994 e il 2004, secondo uno studio dell'Ires-Cgil.
Secondo le stime del rapporto dell'Organizzazione internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2002, anno dell'introduzione dell'euro.
A settembre del '92 cominciarono attacchi speculativi alla lira a cui la Banca d'Italia rispose alzando i tassi, senza successo. La lira fu svalutata del 10% rispetto alle altre valute europee ma non bastò. Dopo poche settimane la lira e la sterlina dovettero uscire dallo Sme. La lira arrivò a perdere in tre anni circa il 33% contro il marco.
La svalutazione della lira fu effettuata dunque in un contesto di attacco generalizzato alla classe lavoratrice e alle loro famiglie e di tale attacco fu parte integrante. è proprio dal 1991 che si verifica l'inversione di tendenza nel rapporto tra redditi da lavoro e redditi da capitale. Se fino a quell'anno il divario diminuiva, da allora fino ad oggi è costantemente aumentato. Il boom della bilancia commerciale, conseguenza della svalutazione, favorì in gran parte gli imprenditori di questo paese.
D'altra parte, qualunque politica economica non può mai essere "neutra" ma è sempre portata avanti a servizio della classe che detiene il potere.
Si andò avanti così per tutto il periodo seguente: anni di lacrime e sangue che la borghesia italiana usò per intascare profitti favolosi senza però cambiare la struttura del tessuto produttivo italiano, che ha semmai accentuato le sue debolezze: imprese troppo piccole per competere a livello mondiale, dipendenza organica dagli aiuti di Stato, bassi salari, evasione fiscale e contributiva.
I fautori della svalutazione fanno notare che con la svalutazione si ottenne una certa ripresa. È vero ma durò poco e si ottenne nel contesto di anni di robusta crescita economica mondiale, con un'industria italiana ben più forte di oggi. Con la svalutazione si tornò ai livelli di fine anni '80, non ci fu nessun boom duraturo.
D'altra parte, la svalutazione non comportò la catastrofe che paventa anche a sinistra chi difende l'euro. Semplicemente, l'Italia dopo un breve sussulto, continuò nel suo declino di lungo periodo. Il motivo per cui dopo il '92 non ci fu una fiammata inflazionistica è che la svalutazione fu scaricata sui salari.
I fautori della svalutazione fanno notare che il Pil si riprese così come la bilancia commerciale, ma la ripresa dovuta alla svalutazione è per sua natura transitoria, perché non si può svalutare all'infinito. Da parte del padronato non ci fu alcun investimento sul terreno dell'innovazione tecnologica e dei macchinari, così, non appena venne meno la droga della svalutazione e la lira fu nuovamente agganciata alle valute europee, la bilancia commerciale andò in rosso. Il debito pubblico rimase stazionario durante gli anni di crescita, riducendosi dunque in proporzione al Pil ma in modo non significativo considerate le manovre spaventose di tagli della finanza pubblica e le gigantesche privatizzazioni.

E oggi?

Se nel '92 la svalutazione fu una sciagura per i lavoratori, oggi le cose sarebbero anche peggiori. Il peso dell'Italia nel commercio mondiale nel frattempo si è dimezzato, i settori in cui l'industria italiana è competitiva sono meno, molte grandi aziende sono di proprietà estera e avrebbero logiche diverse dal '92, dove settori importanti dell'industria e le principali banche erano ancora pubbliche. Per ottenere anche pochi trimestri di crescita, la svalutazione dovrebbe essere più forte, con effetti catastrofici sui redditi dei lavoratori. L'idea poi che i paesi dell'area euro permetterebbero all'Italia di conquistare quote di mercato senza reagire è fantascienza.
Non basta essere fuori dall'euro per evitare le politiche di austerità, il crollo dei salari e dei diritti. La parte del reddito nazionale che va ai salariati è indicativa in questo senso, come spiegato in precedenza. Tra il 1991 e il 2000 essa è scesa di 8,82 punti percentuali in Italia, mentre è scesa di 3,23 punti nell'area Euro a 12, di 1,08 punti in Germania, di 2,15 punti in Francia ed è salita di 0,3 punti negli Usa (fonte: Database economico annuale dell'Ecofin).
Come si nota, all'Italia è andata peggio ma la tendenza è comune a tutti.
L'uscita dall'euro e dalla gabbia europea può essere condotta solo nell'ambito di un complessivo piano di trasformazione socialista, che intervenga sulla proprietà delle grandi aziende e delle banche, espropriandole e ponendole sotto il controllo dei lavoratori; il ripudio del debito pubblico (che, se ripagato in euro dopo la svalutazione, comporterebbe il fallimento del paese); la riconquista dei diritti dei lavoratori persi in decenni. Il punto dunque non è la sovranità monetaria ma quale classe controlla l'economia. E nel capitalismo la sovranità sarà sempre dei capitalisti.

 

 
 
 
Successivi »