Creato da zoppeangelo il 25/03/2011

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NOVITA' EDITORIALE : Miriam Marino Palestina terra di miracoli

Post n°559 pubblicato il 04 Dicembre 2016 da zoppeangelo

Miriam Marino è una scrittrice e attivista impegnata soprattutto per la causa palestinese. In questo libro si rivolge ai ragazzi raccontando la realtà dolorosa della vita nei territori occupati, che si fonde però, nelle sue pagine, con la fantasia, con la speranza che un intervento soprannaturale e la volontà, l'azione dei protagonisti, portino un aiuto, una soluzione.
Io credo che in questi testi Miriam sia riuscita a intrecciare la crudezza della realtà che i bambini sentono in varie forme, spesso distorte dal telegiornale o dalle parole dei grandi, con la poesia della speranza, del diritto alla giustizia, immaginando un cielo in cui le nostre credenze si personificano e si confrontano tra loro, senza ostilità e divisione, e possono persino essere sorde, assordate, e non aver sentito il lamento dei palestinesi.

dalla Prefazione di Nicoletta Crocella Associazione "Stelle Cadenti-Artisti per la pace"

 

 
 
 

LA VITTORIA DI TRUMP : tre minuti con Marco Ferrando

Post n°558 pubblicato il 17 Novembre 2016 da zoppeangelo

 
 
 

l'ospedale corazzato e la guerra di Libia

Post n°557 pubblicato il 14 Settembre 2016 da zoppeangelo

Scrivevamo a fine agosto (cfr http://www.combat-coc.org/unestate-di-sangue-e-di-sbarchi/) che la campagna di stampa orchestrata da Analisi di Difesa, Sole 24ore ecc. sulla presenza di terroristi fra i disperati dei barconi, al di là della sua veridicità o meno, era un classico modo di preparare l'opinione pubblica a un intervento ufficiale in Libia. Ufficiale per distinguerlo dall'intervento già in corso, in modo strisciante e ufficioso, da parte di contingenti francesi, italiani, inglesi e statunitensi.

 

Negli ultimi giorni si sono aggiunte altre notizie. Quella dei pirati libici che hanno agito indisturbati ai danni di una nave di Medici Senza Frontiere, nonostante la presenza di ben quattro flotte nel Mediterraneo per garantirne la sicurezza. O la chiusura inevitabile dell'ospedale di Emergency minacciato dalla polizia locale di Bengasi.

 

E alla fine il governo Renzi è intervenuto. Il detonatore contingente è stata la notizia che

i porti petroliferi di Zueitina, Brega, Sidra e Ras Lanuf sono caduti nelle mani delle truppe del generale Haftar, quello che tiene in ostaggio il governo di Tobruk, quello posto a est, col pieno appoggio di Egitto ed Arabia Saudita.

Haftar ha approfittato del fatto che le truppe di Misurata, braccio armato del governo di Tripoli, erano impegnatissime a strappare Sirte all'ISIS; ha quindi corrotto una parte della milizia privata guidata da Ibrahim Jadhran, l'improbabile campione dell'indipendenza cirenaica, cui Tripoli fin dal 2012 aveva affidato la sorveglianza di questi terminal. Fatto sta che questi miliziani hanno ceduto senza sparare un colpo il controllo dei porti.

A parte l'ovvio interesse a controllare il petrolio, Haftar ha anche uno scopo politico e cioè mettere in difficoltà gli affari di Eni per costringere Roma a trattare anche con lui

e non solo col governo Sarraj, quello di Tripoli , posto a ovest, che gode del sostegno internazionale.

 

La risposta italiana è militare, ma in modo ambiguo. Dopo l'invio il primo settembre di 5 tonnellate di medicinali e supporti sanitari a Misurata, si decide di montare presso l'aeroporto della stessa città un ospedale militare da campo, con 300 militari, parte medici e infermiere, ma difesi, "ovviamente" da più di 150 paracadutisti della Folgore.

Tutti sappiamo che di questi tempi gli ospedali sono stati continuamente obiettivo di feroci attacchi, ma a dire il vero da parte degli " aerei amici" di Usa e Russia.

Gentiloni, da sempre fautore dell'intervento, afferma che l'intervento italiano è volto a consolidare i processi di stabilizzazione (sic), mentre Pinotti scopre che i duemila feriti libici di Misurata è meglio curarli lì invece che trasportarli al Celio di Roma, come fatto finora. E comunque "dobbiamo essere vicini a questi valorosi combattenti contro il terrorismo" e già che ci siamo controlleremo il flusso dei profughi.

Analisi di Difesa che non è certo un foglio pacifista disapprova: mettiamo "centinaia di militari italiani in postazioni fisse al rischio di rappresaglie terroristiche, incursioni, bombardamenti", "saranno l'unico bersaglio fisso pagante a disposizione di miliziani e terroristi suicidi dell'Isis che in Libia volessero colpire i "crociati", come l'Isis definisce i militari occidentali. Se poi Haftar estendesse il suo appetito a Sirte, che in più appartiene alla sua tribù, i Ferjani, i 300 italiani si troverebbero al centro di una nuova guerra civile. Aj Jazeera, qatariota e vicina al governo di Tripoli, denuncia che "a combattere al fianco delle truppe di Khalifa Haftar ci sono miliziani sudanesi e ciadiani", oltre a contingenti di forze egiziane e degli Emirati Arabi Uniti.

 

Non vorremmo essere cinici. Forse i 200 militari "sanitari" di Misurata non sono messi lì, come i soldati di Nassyria, per diventare, da morti, il pretesto necessario per compattare l'Italia dietro i militari. Forse si pensa di usare le tende da campo per ospitare una operazione di astuzia fiorentina, cioè una mediazione tutta italiana fra Tripoli e Tobruk.

 

Il sito inglese di intelligence militare Jane's ritiene, invece, che l'azione di Haftar sia una spia del fatto che, se si riuscisse a eliminare l'Isis dalla Libia, aumenterebbero i motivi di disaccordo fra i due governi; si sta cioè riaprendo una stagione di guerre fra le milizie per il controllo del petrolio, alimentata dalle monarchie del Golfo ma anche dagli altri membri Opec, che non vogliono che gli idrocarburi libici tornino a pieno ritmo, sul mercato internazionale.

 

L'operazione in sordina del governo italiano rischia di inserirsi in un quadro internazionale di conflitti interimperialistici che non ci si può illudere di aggirare

con operazioni di cosmesi "sanitaria".

 

Sta a noi denunciarla per quello che è, una rischiosa operazione militare con effetti potenzialmente rovinosi, contro cui dobbiamo schierarci senza se e senza ma.

 

 

 
 
 

N°40 Pagine Marxiste - Agosto 2016

Post n°556 pubblicato il 25 Agosto 2016 da zoppeangelo

La Grève e la Brexit (Editoriale)
La lotta contro il Jobs Act francese. Chi rinuncia a combattere ha già perso!
La FIOM getta la maschera
In Iraq il massacro continua
I comunisti e l'Unione Europea
Il governo Renzi tra "assertività" finanziaria europea e "gioco in proprio"
Il re è nudo: le banche italiane dopo la Brexit
Un organizzatore esemplare (24 luglio 1866 - 24 luglio 2016: 150° anniversario della nascita di Vittorio Buttis)

 
 
 

CON QUALI SCARPE MARCIA L’IMPERIALISMO

Post n°555 pubblicato il 10 Agosto 2016 da zoppeangelo

Le calzature non sono mai state tanto a buon prezzo come lo sono ora, se un tempo per comperare un paio di scarpe bisognava lavorare almeno due giorni, oggi basta il salario di 2 ore.

Come mai?

Per avere un pellame al prezzo più basso gruppi calzaturieri, grandi o piccoli che siano, non si preoccupano delle condizioni di lavoro, lavoro minorile compreso, e neppure della tutela dell'ambiente. Non è previsto alcuna etichettatura che informi da quali animali e da quale paese provenga, e neppure quali prodotti chimici vengano usati per la sua produzione. Quello che conta è che sia a buon mercato!

Per la conciatura del pellame vengono usati prodotti chimici, in particolare il temuto Cromo VI, ritenuto fortemente allergenico, e che a lungo termine è cancerogeno e provoca mutazioni genetiche, oltre ad avere conseguenze per l'ambiente. Alla produzione di calzature lavorano anche minorenni, ad es., per tirare fuori le pelli dai cilindri di lavaggio e tintura, senza alcuna protezione. La maggior parte dei lavoratori del calzaturiero, adulti e minorenni, soffre di malattie respiratorie, polmonari e di infezioni dermatologiche. Molto frequenti sono gli incidenti di lavoro. Ecco un altro motivo oltre ai bassi costi di produzione per il quale i gruppi del calzaturiero preferiscono delocalizzare nei paesi dove la classe lavoratrice non è ancora riuscita a conquistare condizioni di lavoro più umane, e per fame è costretta a subire un supersfruttamento, se non vuole emigrare, molto spesso a rischio della vita e senza prospettive certe.

***********************

Come accade in generale per l'industria tessile, negli ultimi anni anche il calzaturiero è stato per la gran parte delocalizzato nei paesi a basso salario, anche se la sede di grandi marchi rimane nei paesi imperialisti, dall'Europa, agli Stati Uniti. Oggi le scarpe, come pure la lavorazione della materia prima, il pellame, vengono fatte in Cina, India, Bangladesh, Taiwan, Vietnam. A questi paesi se ne sono aggiunti altri due, Indonesia e Etiopia.

In Indonesia il tessile, abbigliamento e calzature rappresenta il maggior settore manifatturiero, con circa 1,5 milioni di addetti nel 2012. Mentre nel 2013 le esportazioni di tessili dall'Indonesia sono diminuite, sono cresciute di oltre il 10% quelle di calzature.

Di fronte al rischio che gli aumenti del salario minimo[1] decretati da alcune amministrazioni distrettuali si generalizzino, e soprattutto che vengano applicati realmente sotto la spinta di crescenti lotte operaie nel settore, i 46 gruppi calzaturieri hanno minacciato di spostare la produzione in altri paesi con costi salariali inferiori, come Bangladesh, Birmania (Myanmar) o Vietnam. Ma finora, la maggior parte di essi si limita a delocalizzare le fabbriche lontano dai maggiori centri urbani, nelle province di Java Occidentale e Centrale, dove i salari sono ancora molto inferiori a quelli della capitale.

Dopo la delocalizzazione del calzaturiero dall'Europa all'Asia, ora si prefigura quella verso l'Africa.

Al primo posto l'Etiopia, che offre ai padroni del tessile-abbigliamento salari ancora più bassi e che da fornitrice di pellame grezzo diventerà esportatrice di calzature. Il paese offre un'enorme disponibilità di forza lavoro, dato che ha una popolazione che si aggira sui 99 milioni, per il 41,5% costituita da bambini inferiori ai 15 anni; il 55,8% di 15-65enni, mentre solo 3,3% ha oltre i 65 anni.

I lavoratori etiopi sono ritenuti disciplinati e capaci di sostenere pesanti carichi di lavoro, oltre che disposti ad accettare salari molto bassi, mediamente 1-2 $ per una giornata di oltre 10 ore di lavoro. Quando il rischio di fame è alto (l'Etiopia sta vivendo il peggior periodo di siccità da 60 anni, e secondo il commissario Ue per gli aiuti umanitari, Christos Stylianides, sono ormai più di 10 milioni le persone che hanno urgente bisogno di assistenza), gli sfruttatori hanno buon gioco!

Inoltre l'industria etiope del cuoio si basa su una millenaria tradizione artigianale (risale ai tempi dei faraoni) e più concretamente su un'attività di allevamento di consistenti dimensioni: 41 milioni di bovini (la più grande popolazione bovina in Africa e la decima al mondo), 25 milioni di ovini, 23 milioni di caprini.

Queste condizioni favorevoli agli investimenti capitalistici hanno attirato l'attenzione di vari paesi, dalla Turchia, da cui provengono in particolare macchinari e attrezzature per l'industria tessile e del pellame e i pezzi di ricambio, alla Cina.

Paesi come la Turchia e la Cina, dopo avere sviluppato la loro industria di beni di consumo come delocalizzazione a basso costo delle multinazionali e poi per il mercato interno, hanno sviluppato gruppi capitalistici che si proiettano a loro volta all'esterno, in cerca di manodopera ancora a minor prezzo e di nuovi mercati. L'Etiopia, anche a seguito di questi investimenti, è ora il paese a più forte crescita dell'Africa, e il quinto a livello mondiale. Nel 2014 la sua economia è cresciuta a doppia cifra (+10,3%) per l'undicesimo anno consecutivo, e in particolare è l'industria a far registrare un boom con +21,2%, mentre agricoltura e servizi crescono a ritmi "normali". (Report "Ethiopia 2015", ONU+Ocse)

Il regime di Erdogan reprime sanguinosamente lavoratori, curdi e oppositori in Turchia - in Africa sfrutta il lavoro di chi rischia la fame

Oggi operano in Etiopia 28 concerie e 16 calzaturifici.

Mentre i gruppi turchi e asiatici vogliono investire nella produzione a basso costo, quelli occidentali sono interessati soprattutto a merci competitive e alla vendita di tecniche di produzione.

Qualche esempio.

Il gruppo commerciale britannico Tesco, l'irlandese Primark e lo svedese Hennes & Mauritz (H&M) intendono aumentare gli acquisti di abbigliamento in Etiopia. Il fondo svedese statale Swedefund fornirà a H&M $8,6 milioni di capitale, per questo programma.

La Cina è presente in modo sostanziale nel settore scarpe e pellame, con il gruppo Hujin, partner di Calvin Klein, Coach e Luis Vuitton, in Etiopia dove ha piani per investimenti complessivi $2,2 miliardi con l'obiettivo di sfruttare 100mila lavoratori entro pochi anni.

Il gruppo britannico dell'abbigliamento in pelle, Pittards intende moltiplicare per quattro nei prossimi 5 anni il suo impegno in Etiopia; ora sta sfruttando 1200 lavoratori locali.

Ad inizio 2015 il presidente Erdogan, in visita l'Africa, ha incontrato l'omologo etiope, Mulatu Teshome Wirtu e il primo ministro Heilemariam Desalegn, con i quali ha firmato un accordo di cooperazione.

Erdogan ha chiesto all'Etiopia di chiudere le scuole legate a Gülen; il primo ministro ha dichiarato che è disposto a cooperare direttamente con il governo turco, escludendo la fazione gulenista ora duramente bastonata in patria nel tentato golpe. La Turchia intende portare in breve l'interscambio commerciale con Addis Abeba a $500 milioni.

Il gruppo turco tessile Saygin Dima è nato come joint venture del turco Saygin e del governo etiope ma nel 2014 quest'ultimo ha venduto tutta la sua quota al partner turco, che si pone l'obiettivo di raggiungere $100 milioni di fatturato annuo.

Il gruppo turco Akgün nel 2009 ha firmato un accordo con il governo etiope che gli consente di sviluppare una zona industriale internazionale di 600mila km.2 nella regione di Oromia. L'area si estenderà dai confini con il Sudan a quelli con la Somalia, e dai confini della regione Afar fino agli altipiani abissini. L'investimento complessivo previsto è di $10 miliardi con l'impiego/sfruttamento di 1 milione di lavoratori. Ma per ora la nuova zona industriale turco-etiope è in stallo, perché il cantiere iniziale si trova proprio nel bacino della diga di Legedadi, che rifornisce di acqua potabile 3 milioni di abitanti di Addis Abeba.

Akgün opera con diversi noti marchi europei, di Germania, Francia, Austria, Belgio, Italia, la sua rete si estende fino al Sud Corea.

Affari con gli OGM
Per il tessile, ci sono in Etiopia anche gli affari delle multinazionali legati alla produzione di cotone. Nel luglio 2014 i produttori di cotone hanno per la prima volta usato semi geneticamente modificati, per aumentare la produzione. Il cotone così prodotto viene usato nell'industria locale del tessile-abbigliamento.

I venditori di semi geneticamente modificati, come Dupont, Monsatno e Sygenta che controllano circa il 70% del mercato mondiale di semi, sperano che l'esempio etiope si espanda all'intera regione.

Il nostro auspicio come internazionalisti è invece che i lavoratori etiopi, e africani in generale, riescano ad organizzarsi e - come stanno facendo in Italia i lavoratori della logistica immigrati dall'area assieme a quelli italiani - a combattere il nemico di classe comune, la borghesia. Una classe che, dopo averli brutalmente aggrediti e massacrati con le guerre coloniali condotte dalla borghesia italiana dell'era fascista - senza tuttavia riuscire a attestarvisi nonostante la sua potenza militare - li sfrutta per produrre le scarpe da vendere nelle vetrine luccicanti delle metropoli, traendo lauti profitti che le consentono di mantenere la sua dittatura di classe, che sia nella forma del regime di Erdogan o in quella della democrazia alla Renzi.

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