Creato da zoppeangelo il 25/03/2011

L'INTERNAZIONALISTA

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I COMUNISTI ITALIANI E LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA.

Post n°570 pubblicato il 06 Giugno 2017 da zoppeangelo

 

La bibliografia sulla guerra di Spagna si arricchisce della dettagliata ricerca storica di Mirella Mingardo, che si concentra sull'azione dei volontari italiani in particolare i comunisti, da quelli "ufficiali" agli eretici, questi ultimi inquadrati nella Colonna Lenin del POUM, con l'obiettivo di aprire la strada, tramite la lotta armata rivoluzionaria contro le truppe di Franco, alle collettivizzazioni e alla rivoluzione sociale.
Col filo conduttore del ruolo della stampa clandestina, l'autrice analizza le fasi del conflitto fino al tragico esito, che contribuì anche tra gli oppositori italiani a far crollare le speranze, generare stanchezza e rassegnazione alla vigilia di nuovi sconvolgimenti.
Dopo l'esaltazione per la proclamazione dell'impero con la conquista dell'Etiopia, nel maggio 1936, il regime fascista, contrariamente alle aspettative, era entrato «in una fase di logoramento organico» sia al vertice che in periferia. La dittatura imboccava la via del declino proprio negli anni in cui procedeva con maggiore decisione al processo di fascistizzazione, che avrebbe dovuto condurre al definitivo superamento del vecchio modello liberal-borghese, e favorire una più concreta totalitarizzazione del Paese.
La guerra di Spagna si insinuò nel declino del comune consenso al regime e si rivelò il primo mattone nella costruzione del rifiuto; essa fu l'inizio del tardo abbandono dell'esaltazione fascista a favore di un atteggiamento maggiormente critico nei confronti del governo di Mussolini, premessa a una reazione più generalizzata e progressiva.
Gli italiani giunti in Spagna come volontari (oltre cinquemila) appartenevano un po' a tutte le classi sociali, anche se in gran parte erano operai. Erano in maggioranza persone non più molto giovani, provate da lunghi anni d'esilio, animate dalla precisa volontà di lottare finalmente contro il fascismo.
Dei volontari italiani che partirono per la Spagna allo scoppio della guerra civile, molti erano fuoriusciti, rifugiatisi all'estero per sfuggire alle persecuzioni fasciste; tra i comunisti, non pochi furono coloro che raggiunsero il fronte anticipando le indicazioni di partito e la stessa Internazionale.
La decisione dell'URSS di inviare armamenti alla repubblica non stava a significare "solidarietà internazionalista", ma la volontà di condizionare la politica del governo e dei partiti del fronte popolare.
Con l'infiltrazione degli agenti dell'NKVD - la polizia segreta sovietica - nei posti chiave nella polizia segreta repubblicana, gli stalinisti riuscirono a formare «una polizia nella polizia, con proprie carceri, proprie sedi, proprie comunicazioni». In tale contesto fu «un gioco eliminare silenziosamente dissidenti ed avversari politici», anarchici, poumisti, trotskisti. In tal senso si distinsero anche gli agenti stalinisti italiani: i "Carlos Contreras", i Codovilla ...
Come scriveva «Prometeo», la Russia, senza dubbio, temeva una vittoria del fascismo, ma ancor di più una successiva lotta del proletariato spagnolo contro il suo governo democratico, lotta che se avesse trionfato avrebbe riportato «in modo più acuto ed ineluttabile il problema dell'intervento internazionale armato, cioè la guerra, per schiacciare la vittoria proletaria».
La guerra civile di Spagna fu la "prova generale" del secondo macello mondiale. La guerra imperialista poi scoppiò ugualmente, ma dopo l'avvenuta demolizione del proletariato spagnolo e internazionale.
Oggi, anche e soprattutto in questa fase convulsa di scontro e di ridefinizione degli assetti tra le singole potenze nel mondo, gli insegnamenti della guerra civile spagnola continuano ad essere più che mai attuali.

 
 
 

2 Giugno, i lavoratori non festeggiano

Post n°569 pubblicato il 30 Maggio 2017 da zoppeangelo

 

2 Giugno, i lavoratori non festeggiano

La ricorrenza del 2 Giugno, col suo carico di retorica nazionalista e borghese, è occasione per celebrare le Forze Armate e fare sfoggio del proprio potenziale bellico in ottica imperialista. Un rito pesantissimo sulla testa dei lavoratori, dei migranti in fuga dai paesi in guerra e dei ceti più poveri della popolazione. Il 27 aprile il presidente del consiglio Gentiloni ha ribadito l'impegno dell'Italia nella Nato rassicurando il segretario Stoltenberg sul rispetto degli impegni presi nel 2014 al vertice dei Paesi membri in Galles. Questa "fedeltà atlantica" si traduce in un aumento netto delle spese militari: l'Italia nel 2017 spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro(64 milioni al giorno), il 10% in più rispetto al 2016 e il 21% in più rispetto a 10 anni fa. Dall' 1,2 all'1,4 per cento del Pil. Quasi un quarto della spesa, 5,6 miliardi (+10 per cento rispetto al 2016) andrà in nuovi armamenti (altri sette F-35, una seconda portaerei, nuovi carri armati ed elicotteri da attacco) pagati in maggioranza dal ministero dello Sviluppo economico. L' Italia era nel 2016 all'11° posto tra i paesi con la maggiore spesa in armamenti, ma è riuscita a far schizzare le spese militari addirittura al 2 per cento del Pil. Senza contare che aumenterà anche la spesa per le missioni militari all'estero: 1,28 miliardi nel 2017 (+7 % in più rispetto al 2016).Sono cifre spropositate a carico dei lavoratori che ne pagheranno le pesantissime ricadute sociali. Mentre si tagliano le spese necessarie alla sanità, all'istruzione, alla previdenza, mentre si tolgono ai giovani le prospettive di un futuro dignitoso e si abbandonano lavoratori di aziende portate in crisi dal becero capitalismo italiano (come nei casi di Alitalia e Ilva), il Governo italiano trova le risorse per incrementare le spese militari. Come se non bastasse, tramite il Ministero dello Sviluppo economico, il Governo italiano è uno dei principali esportatori mondiali di armamenti tramite l'azienda di Stato Finmeccanica/Leonardo che ha guadagnato 7 miliardi solo nel 2016. Un fiume di denaro proveniente in larga parte da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, Paesi coinvolti direttamente nella guerra in Yemen. Con la partecipazione del suo apparato militare industriale nel grande business delle armi il governo risulta essere un attore di primo piano con evidenti progetti imperialistici.

 

Partito Comunista dei Lavoratori sezione di Pavia

 

 
 
 

1° MAGGIO 1947 , i morti dimenticati

Post n°568 pubblicato il 30 Aprile 2017 da zoppeangelo

Il 1º maggio 1947, nel secondo dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori,circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in prevalenza contadini, si riunirono in località Portella della Ginestra, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa). Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d'ora e lasciarono sul terreno undici morti (nove adulti e due bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate .

Morti nella strage politico - mafiosa

Margherita Clesceri (minoranza albanese, 37 anni)
Giorgio Cusenza (min. albanese, 42 anni)
Giovanni Megna (min. albanese, 18 anni)
Francesco Vicari (min. albanese, 22 anni)
Vito Allotta (min. albanese, 19 anni)
Serafino Lascari (min. albanese, 15 anni)
Filippo Di Salvo (min. albanese, 48 anni)
Giuseppe Di Maggio (13 anni)
Castrense Intravaia (18 anni)
Giovanni Grifò (12 anni)
Vincenza La Fata (8 anni)

Nel mese successivo alla strage di Portella della Ginestra, avvennero attentati con mitra e bombe a mano contro le sedi del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando in tutto un morto e numerosi feriti: sui luoghi degli attentati vennero lasciati dei volantini firmati dal bandito Salvatore Giuliano che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo

Il bandito Giuliano

 

Secondo l'ipotesi sostenuta da Girolamo Li Causi parlamentare siciliano del PCI e dalla CGIL 

il bandito Giuliano era solo l'esecutore del massacro: i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico all'indomani della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali .

 

 

 

 
 
 

RICORDO DI FERRUCCIO GHINAGLIA

Post n°567 pubblicato il 19 Aprile 2017 da zoppeangelo

Ricordare Ferruccio Ghinaglia per prendere coscienza del presente.

Il 21 aprile 1921 Ghinaglia moriva assassinato dai fascisti. Sere prima in Borgo Ticino, il rione popolare "fortilizio dei socialcomunisti" come dicevano i fascisti, Ghinaglia aveva parlato a una riunione operaia sulla necessità di reagire allo squadrismo. E al termine del comizio i borghigiani avevano attaccato e disperso un gruppo di fascisti che sui camion tornavano da una delle loro bravate notturne.
La sera del 21, Ghinaglia e i suoi compagni furono presi a rivoltellate.
Colpito alla testa Ghinaglia morì all'istante. Afferma Arturo Bianchi, un fascista della prima ora, che Ghinaglia stava cantando l'Internazionale.
Morto Ghinaglia, il gruppo comunista pavese perse in parte slancio, ma proseguì la sua attività fino agli arresti di massa del 1927.

L'esempio di questi propugnatori della lotta internazionalista in Italia non solo non deve essere dimenticato ma ripreso per una ferma e decisa opposizione alle nuove guerre dell'imperialismo

Venerdì 21 aprile dalle ore 11:00 alle ore 12:30
Piazzale Ferruccio Ghinaglia, Pavia
Organizzato da Pcl Pavia

funerali di Ferruccio Ghinaglia

feretro di Ferruccio Ghinaglia

 

 

 
 
 

Addio a Piergiorgio Tiboni

Post n°566 pubblicato il 19 Marzo 2017 da zoppeangelo

Se n'è andato Piergiorgio Tiboni, 79 anni, storico sindacalista milanese .La sua storia è strettamente legata ad una esperienza unica nel panorama politico e sindacale italiano. Cioè quella Fim-Cisl, la categoria dei metalmeccanici dell'organizzazione cattolica, che diventò un serbatoio di quadri e dirigenti della cosiddetta nuova sinistra, soprattutto Avanguardia operaia (prima) e Democrazia proletaria (dopo).
La Fim milanese dal '70 al '74 aveva 50mila iscritti; in una ottica di collettivo e di uguaglianza anche dentro il sindacato, decise di abolire la figura del segretario generale per far posto a quella del "coordinatore". Spesso le tute blu cisline superarono a sinistra la Fiom-Cgil in vertenze di peso come Alfa Romeo, Pirelli, ex Breda e Ansaldo, praticando il "non accordo" nelle trattative.
I quadri della Fim di Milano arrivavano dalle lotte studentesche, oltre che dai luoghi di lavoro. Fu un grande laboratorio - raccontò Tiboni anni dopo - Quell'esperienza esprimeva anche un modo non burocratico di vivere il sindacato, la delega era ridotta al minimo, gli obiettivi tenevano aperte prospettive non solo di tutela immediata, ma anche di cambiamento dei rapporti di potere che ci sono nella società. Non volevamo semplicemente 'abbattere il capitalismo', ma avevamo la consapevolezza di poter profondamente migliorare il contesto sociale nell'ambito dei rapporti tra capitale e lavoro".
Poi gli anni cambiarono, la Fim nazionale normalizzò i rivoluzionari milanesi e Tiboni fu licenziato dalla Fim. Così nel 1991 Tiboni insieme ad altri fuoriusciti, i quali investirono le proprie liquidazioni per mettere su la struttura, fondarono il Cub

 
 
 
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