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N°36 Pagine Marxiste - Luglio 2014

Post n°458 pubblicato il 21 Luglio 2014 da zoppeangelo

 

N°36 Pagine Marxiste - Luglio 2014

  1. UNA POLITICA COMUNISTA TRA STRATEGIA ED AZIONE (Editoriale)
  2. “Unipolarismo” italiano nelle convulsioni dell'UE (ELEZIONI EUROPEE 2014)
  3. Sviluppo ineguale e crisi italiana
  4. Ucraina: una storia di oppressione borghese e di competizione imperialista

 

 
 
 

Scenari di politica estera americana fra Ucraina e Medio Oriente

Post n°457 pubblicato il 11 Luglio 2014 da zoppeangelo

Fra febbraio e giugno di quest'anno Stratfor, cioè lo Strategic Forecasting Inc., servizio privato di intelligence statunitense, spesso utilizzato da ambienti CIA o Pentagono per indirizzare le scelte della Casa Bianca, ha pubblicato una serie di articoli che, prendendo spunto dall'Ucraina, cercano di definire le nuove linee guida dell'imperialismo americano in particolare nei confronti della Russia. Rispetto agli articoli pubblicati nella primavera 2013 si conferma che gli Usa non sono forti come nel periodo della guerra fredda, ma conservano un vantaggio relativo, purchè lo sappiano usare con intelligenza, rinunciando a un ruolo di "onnipotenza globale" e giocando sulle debolezze altrui.
Il modello politico che viene proposto a Obama è quello di Eisenhower, che, da generale, capiva che "la minaccia di guerra è essenziale per essere credibili", ma non occorre combattere sempre davvero. Quindi basta guerre che si sono rivelate un insuccesso. Dal 2001 gli Usa sono stati impegnati in un esteso sforzo militare nel mondo islamico (Afghanista, Iraq e poi Libia), e in nessuno di quei paesi sono riusciti a imporre un governo favorevole agli interessi statunitensi, anzi si sono rafforzate le potenze regionali. Adesso si deve limitare al minimo l'uso della forza militare e puntare a una bilancia di potenza nei vari scenari regionali, contrapponendo un paese all'altro, una corrente all'altra, per bloccare l'emergere di paesi egemoni che potrebbero sfidare gli Usa. Obama sembra incerto sulle scelte da intraprendere ma ha anche detto "il fatto che abbiamo il martello migliore non significa che dobbiamo affrontare ogni problema come fosse un chiodo".
E' escluso che gli Usa reintervengano militarmente , ma possono intervenire "per impedire che uno dei tre gruppi in lotta sia cancellato, senza cercare di risolvere il conflitto"-. E' quello che gli Usa stanno facendo anche in Siria. Nel decennio precedente gli Usa, presi dalle loro guerre, hanno lasciato che Putin assumesse statura internazionale; per fortuna la ripresa del dialogo con l'Iran può servire a indebolirne i legami con la Russia e occorre impedire che la Siria diventi un ambito di manovra russo. La Russia va contenuta anche se è debole perché è comunque la maggiore potenza sia nell'area dell'ex impero sovietico che nei confronti del Medio Oriente.
In Ucraina si deve influenzare gli eventi senza intervento diretto, agli Usa basta una Ucraina neutrale che costituisca uno stato cuscinetto, gli Usa non hanno bisogno di un confronto diretto con la Russia, per cui invece l'Ucraina è vitale. Già da ora si può contare sul fatto che la Russia è percepita come minaccia da Polonia e stati Baltici; quindi gli Usa possono fare leva su questi timori proponendosi come l'unico alleato che può fornire protezione militare. Sarebbe però vantaggioso contare su una alleanza militare con Polonia, Ungheria e Romania. Sono da collocare in quest'ottica il viaggio di Obama in Polonia e quello di Biden in Romania (nota1). In due paesi insieme hanno 58 milioni di abitanti (mentre Ungheria, Slovacchia e Bulgaria insieme 24 milioni). Un corollario dello schema è che la Romania ottenga il controllo della Moldavia, in modo che la Nato si installi sul fiume Dniester, a meno di 80 miglia da Odessa.
La Romania per ora è tiepida rispetto all'offerta di protezione americana. Soprattutto vorrebbe dagli Usa i finanziamenti per riarmarsi, mentre gli americani mirano a istallarsi nei suoi aeroporti. La Romania ha importanti rapporti commerciali con la Russia e molte aziende russe vi investono.
La Romania è fondamentale nella strategia americana come contrappeso alla presenza russa in Crimea; un altro passo importante è la trilaterale Turchia Romania Polonia tenutasi in giugno.
Un successo intanto è stato convincere la Bulgaria a sospendere, ai primi di giugno, la costruzione di South Strema.
Berlino non è più un alleato affidabile, non lo è più dal 2003 quando rifiutò di intervenire in Iraq, mentre Francia e Gran Bretagna possono ancora esserlo e funzionare da contrappeso alla Germania.
La Germania punta ad avere una politica estera più assertiva (questo è evidente in Africa), ma ha bisogno di conservare il suo vantaggio economico, che dipende dall'export. L'export tedesco a sua volta è così brillante grazie al rifornimento di componenti e di lavoro qualificato a basso costo da parte di Polonia Cekia e Slovacchia e grazie ai rifornimenti energetici russi e agli investimenti in Russia. E' interesse degli Usa a rompere l'intensa corrispondenza di interessi fra Russia e Germania.
E' logico che la Russia si senta minacciata dal fatto che gli stati Baltici e la Polonia siano nella Nato, che l'Ucraina abbia un governo filo-occidentale (il che può mettere a rischio anche l'alleanza con la Bielorussia) ed è saggio non far "perdere la faccia" ai Russi in modo che siano costretti a qualche atto estremo.
Per ora l'arma più forte in mano ai russi è quella energetica (il 91% dell'import di energia polacco e l'86% di quello ungherese proviene dalla Russia) e gli Usa non sono in grado di sostituirsi a breve.
Ma in prospettiva per la Russia questo è un elemento di debolezza, perchè le entrate russe dipendono prevalentemente dal prezzo del petrolio; quindi per mettere in ginocchio la Russia basterebbe ottenere un forte abbassamento del prezzo del petrolio a livello internazionale, un obiettivo impossibile nell'immediato ma che può diventare un imperativo strategico degli Usa per il futuro (nota 2).
Nell'immediato la Russia ha trovato un correttivo al rischio di eccessiva dipendenza dall'export in Europa con il mega contratto di fornitura alla Cina. La Russia non è in grado di impedire l'attacco alla sua area di influenza, ma può dilazionare il proprio indebolimento promettendo finanziamenti pronta cassa e contrapponendo il suo decisionismo alle incertezze di Obama. In particolare in questa fase la Russia, che comunque può far pesare la sua vicinanza geografica, utilizza una propaganda più articolata, sottile e adatta ad orecchie europee, gli Usa sono troppo semplicisti. Ad es. la scelta di Putin di sottolineare il ruolo della Russia contro la Germania nazista è stato efficace e convincente; gli Usa devono sottolineare l'inesistenza dell'Europa come unione politica e militare, la sua attuale debolezza economica, il fatto che sono gli Usa che hanno vinto la seconda guerra mondiale.
Non bisogna consentire che la più abile diplomazia russa porti i paesi dell'ex blocco sovietico a preferire un'alleanza con la Russia. Questo vale soprattutto per i paesi del Caucaso, in cui si deve puntare a conservare l'influenza sulla Georgia ed estenderla all'Azerbaijan, perché qui i Russi potrebbero cercare una rivincita per la perdita dell'Ucraina e l' Azerbaijan è strategico per garantire la sicurezza dei porti georgiani..
Fermo restando che l'Asia è il centro della strategia americana, non si deve trascurare l'est europeo e non farsi risucchiare ancora nell'area medio orientale. Nell'Est Europeo occorre una strategia coerente, non è necessario per tenere a bada la Russia scatenare la III guerra mondiale e neanche riprendere la Guerra fredda. Non serve nemmeno combattere una guerra regionale come in Iraq o in Afghanistan. A parte il fatto che si potrebbe perderla.

Fin qui Stratfor, anzi George Friedman. Che scrive con cruda chiarezza, senza la solita salsa ideologica della democrazia e della libertà, perché parla alle persone che contano nell'establishment del suo paese. E vuole convincerle che oggi l'intervento militare diretto (reso comunque più difficile dai tagli al bilancio del Pentagono) non è l'opzione preferibile per gli Usa. L'opzione preferibile è un mondo pieno di guerre locali, in cui si sfianchino i potenziali concorrenti e in cui gli Usa regista più o meno occulto tengano le fila. Nessun accenno ovviamente ai costi umani di questi conflitti. Nella scacchiera "geopolitica" non contano. Par di capire che per lui la Crimea è ormai da lasciare in mano alla Russia, in modo che sia costante pretesto per alimentare le tensioni a cavallo del Mar Nero, per stringere la presa della Nato sui paesi europei che su quel mare si affacciano, magari allargando l'area di crisi ad Azerbaijan e Moldavia. Stupisce tuttavia la sicurezza espressa sul fatto che le potenze regionali, ad esempio la Turchia, facciano gioco agli interessi Usa. In Medio Oriente come in Europa e in Asia le potenze regionali giocano in proprio, che piaccia o no all'imperialismo americano. Dalle guerre recenti combattute dagli Usa Stratfor trae la conclusione che alla fin fine sono state inutili, non si dice per le finalità ideali agitate nella propaganda bellicista, ma nemmeno per realizzare quegli interessi dei gruppi capitalistici dominanti che le avevano imposte. Peccato che ai responsabili nessuno chiederà conto. Almeno per ora.


fonte Pagine Marxiste

 

 
 
 

ARTICOLI SU GAZA

Post n°456 pubblicato il 11 Luglio 2014 da zoppeangelo

8 luglio
L'escalation della violenza in Cisgiordania e a Gaza
Fallite per l'ennesima volta le trattative di pace fra Israele e autorità palestinese, presiedute da Kerry, non è un segreto che il riavvicinamento di Hamas e OLP nel maggio 2014, ha fatto infuriare il governo israeliano, uso, indipendentemente dal colore politico, a giocare pesantemente sulle divisioni in campo palestinese.
Abbiamo già scritto sull'improbabile successo di questo dialogo fra le due più importanti organizzazioni palestinesi; in ogni caso Netanyau, che guida Israele dal 2009, ha giocato d'anticipo col chiaro intento di spaccare la neonata coalizione inasprendo contemporaneamente le tensioni fra Israeliani e palestinesi.
Non solo il governo Netanyau ha bloccato il versamento delle tasse (che sono raccolte dagli israeliani e riversate all'autorità Palestinese), ma ha platealmente autorizzato la creazione di 3 mila nuove colonie israeliane in Cisgiordania. Sottolineiamo il "platealmente", perché la riappropriazione dei territori palestinesi da parte di coloni israeliani non si è mai interrotta ed è per ovvi motivi causa di continue frizioni fra le due comunità. Dati non smentiti dagli israeliani e forniti dal centro studi palestinese Arij rivelano che fra il 1990 e il 2012 la superficie degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è aumentata del 182% mentre i coloni israeliani sono passati da 240 a 656 mila (+189%). Questi coloni sono scelti fra i nuovi immigrati, in modo che la guerra fra poveri continui!
L'annuncio del governo israeliano è di 6 giorni precedente il rapimento dei 3 ragazzi israeliani poi trovati morti (l'annuncio è del 6 giugno, il 12 è avvenuto il rapimento, a fine giugno il ritrovamento). Netanyau ha immediatamente individuato il colpevole del rapimento in Hamas, Hamas ha smentito ma, come è suo costume, ha elogiato l'atto, Abu Mazen lo ha condannato, ma questo non ha fermato un'ondata parossistica di caccia al palestinese, che ha indiscriminatamente colpito Gaza e Cisgiordania. Trentaquattro siti "di terroristi" sono stati bombardati a Gaza, 389 palestinesi, fra cui alcuni parlamentari e lo speaker del Palestinian Legislative Council, sono stati arrestati; muoiono "incidentalmente" due tredicenni e un diciannovenne palestinesi.
Una volta ritrovati i corpi dei tre adolescenti israeliani, un diciassettenne palestinese è stato rapito e ucciso, presumibilmente da coloni israeliani, mentre membri della destra palestinese inscenavano a Gerusalemme manifestazioni al grido di "Morte agli Arabi" . Fonti Onu hanno contato nel solo 2013 400 attacchi a palestinesi nell'area di giurisdizione israeliana, per lo più impuniti.
Lo scenario per una sanguinosa terza intifada è stato innescato.
Lo scopo di Netanyau non è solo di "sradicare Hamas", è anche quello di far tacere le voci moleste in campo israeliano. Da ogni parte stanno scoppiando scandali per corruzione che riguardano ex ministri, industriali, pubblici funzionari, militari. In particolare sono stati saccheggiati i fondi pensione. Chi è ricco in Israele diventa sempre più ricco, una vera e propria oligarchia domina l'economia e la politica. In cambio molti giovani israeliani lasciano il paese perché con i loro salari non riescono a pagare gli affitti proibitivi o a garantire scuole decenti ai figli. (cfr Daniel Doron, direttore del Israel Center for Social & Economic Progress su Middle East Forum 15 maggio 2014).

La caccia al palestinese quindi è funzionale anche alla repressione e allo sfruttamento dei lavoratori israeliani, che non si possono permettere le guardie del corpo e che ogni giorno, nel clima di violenza alimentato ad arte, vedono i loro figli morire e comunque devono vivere in continua insicurezza.
Hamas e i "duri" palestinesi d'altronde non sono contrari alla violenza perché sperano di recuperare l'appoggio e i finanziamenti, che sono ora in forte calo in Europa e paesi del Golfo. La causa palestinese è oggi poco funzionale agli interessi in campo in Medio Oriente, in cui la partita più importante si sta giocando in Iraq, in Siria.

10 luglio
Scene di guerra a Gaza (10 lu)

Com'era prevedibile, mentre Hamas continua a mandare missili contro Israele, i raid israeliani su Gaza hanno prodotto i primi 40 morti, più un elevato numero di feriti, distruzioni di case ecc.
Il governo israeliano ha già allertato 40 mila riservisti e viene data per probabile una invasione di terra. Non è uno scenario nuovo, purtroppo. Anche solo limitandosi agli ultimi dieci anni la sequenza di Hamas che rapisce un o degli israeliani (come Ghilad Shalit nel 2055) e/o lancia missili, Israele che compie raid aerei, arresta o uccide qualche militante di hamas, ma più spesso massacra un certo numero di civili a Gaza si è ripetuta nel giugno 2005, novembre 2006, aprile e giugno 2007, febbraio e marzo 2008, dicembre 2008 (operazione "Piombo fuso" 1400 palestinesi uccisi), aprile e agosto 2011, marzo e giugno 2012.

La novità può consistere nel fatto che i missili lanciati da Hamas siano a gittata sempre più lunga, probabilmente di origine iraniana (a marzo di quest'anno le navi israeliane avevano intercettato una nave israeliana carica di missili diretti appunto probabilmente a Gaza, altre armi arrivano indirettamente tramite sud Sudan). Ma è cambiata anche la scelta politica di Hamas, che rompe con questi lanci la tregua firmata con Israele nel novembre 2012 grazie alla mediazione di Morsi allora presidente dell'Egitto. L'abbattimento dei Fratelli Mussulmani ha lasciato Hamas senza appoggi internazionali dal momento che nel 2011 si era consumata la rottura con lo sponsor tradizionale, cioè l'Iran. La rottura nasceva dal rifiuto di Hamas di lasciarsi coinvolgere nel conflitto siriano e di combattere quindi a fianco del regime di Assad, tanto che il capo riconosciuto di Hamas, Meshaal, aveva lasciato Damasco per il Qatar (paese che più si era sbilanciato a favore dei Fratelli Mussulmani egiziani). Caduto Morsi il nuovo governo egiziano ha blindato la frontiera con Gaza, bombardato il Sinai e chiuso i tunnel da cui filtravano cibo, medicine, materiali da costruzione ma anche armi verso Gaza, , aggravando gli effetti del blocco che Israele impone, con più o meno durezza a seconda delle fasi, dal 2007, da quando Hamas è al governo a Gaza. Infine nel marzo 2014 Hamas è stata dichiarata fuori legge in Egitto e dozzine di suoi militanti sono stati arrestati e sono spariti nelle carceri egiziane. E' stato subito chiaro che sarebbe ripresa la piena collaborazione fra Egitto e Israele nella caccia al militante di Hamas tipica ai tempi di Mubarak e che implica la possibilità per Israele di fare operazioni militari nel Sinai, anche tramite i droni, per garantire la sua sicurezza.
All'inizio di quest'anno, quando è stato chiaro che al Sissi sarebbe diventato il futuro presidente egiziano, sono ripresi i colloqui fra Hamas e Teheran, culminati con un nuovo accordo firmato a fine maggio 2014, di cui è trapelato che Teheran riprendeva i finanziamenti e la fornitura di armi e Hamas si impegnava a combattere a fianco di Hezbollah e a favore di Assad in Siria. Dato lo stato di estrema tensione esistente fra il governo Netanyau e l'Iran non è per nulla improbabile che nell'accordo fosse implicita anche la ripresa del lancio di missili contro Israele.
Come sempre i militanti di Hamas sono annidati nei tunnel sotterranei dove si ritirano dopo i lanci, mentre a subire le rappresaglie israeliane è prevalentemente la popolazione civile.
Ma è fuori di dubbio che anche l'atteggiamento israeliano fosse fin dall'inizio di estrema aggressività non solo nei confronti non solo dei militanti di Hamas, ma di tutta la comunità palestinese nei territori occupati, sottoposta a una sorta di "punizione collettiva". Non solo Netanyau voleva coprire il fatto far saltare il fragile riavvicinamento di Hamas a Fatah (e le persecuzioni in Cisgiordania dove l'OLP e Hamas sono entrambe influenti miravano sicuramente a questo), ma certamente l'obiettivo era la ripresa aperta delle ostilità contro Hamas in quanto longa manus dell'Iran. L'attuale governo israeliano denuncia costantemente il programma nucleare iraniano, vede con estrema preoccupazione i colloqui intrapresi fra l'amministrazione Obama e il governo iraniano e accusa Obama di essere una ameba senza spina dorsale che si fa infinocchiare dagli ayatollah iraniani. Secondo alcuni giornali, ovviamente anti israeliani, ad esempio Asia Times, il governo Netanyau ha saputo da subito della morte dei tre adolescenti israeliani, ma lo ha tenuto nascosto per poter orchestrare a livello internazionale la campagna di odio contro i palestinesi. Anzi aveva bisogno di qualche vittima israeliana e per questo da un lato ha ripreso la politica degli insediamenti in Cisgiordania. Solo una escalation di grandi proporzioni, in cui gli israeliani siano almeno in parte anche vittime, poteva riportare Israele in primo piano, costringere gli Usa a prendere posizione e far saltare definitivamente ogni ipotesi di appeasement fra Stati Uniti e Iran.

La ricerca di chi ha lanciato il primo sasso in questa situazione è un'operazione senza senso: se viaggi costantemente con una miccia accesa prima o poi, per una causa o l'altra, otterrai l'esplosione. E potrebbe sembrare cinico distogliere l'attenzione dalla mattanza in corso per dedicarsi alla dietrologia dei rapporti internazionali. Ma purtroppo è una costante della storia dei palestinesi dal 1948 di essere utilizzati come carne da cannone dalle borghesie regionali arabe o, nel caso dell'Iran, mussulmane nello scontro con Israele, ma anche nelle dispute fra di loro, approfittando della loro situazione di profughi e apolidi.
L'attacco ormai conclamato dell'ISIS in nord Iraq e Siria, che minaccia direttamente sia Assad che il regime di al-Maliki, entrambi alleati dell'Iran ha fatto precipitare la situazione; se fosse vero che dietro l'ISIS ci fossero i finanziamenti della Turchia, o, come sostengono gli iraniani, i servizi segreti Usa, si spiegherebbe l'improvviso interesse dell'Iran per una ripresa dello ostilità con Israele.
Insomma una di quelle "guerre locali" tanto care a Friedmann e agli strateghi di Stratfor, in cui le potenze regionali si logorano a tutto vantaggio della conservazione da parte degli Usa della loro "superiorità relativa" senza nemmeno combattere in prima persona.
E naturalmente a morire non sono gli strateghi, ma il palestinese di Gaza o l'uomo della strada israeliano, naturalmente non nelle stesse proporzioni, perché i razzi di Hamas e l'aviazione israeliana non hanno la stessa potenza distruttiva. E tuttavia l'ultimo sondaggio indica che il 47% degli Israeliani è contrario all'uso della forza a Gaza, contro un 38% di favorevole e un 15% di incerti.
Negli anni recenti i tentativi di gruppi palestinesi e di gruppi israeliani di creare un clima di convivenza e di rispetto dei diritti reciproci è rimasto minoritario, anche se merita rispetto.
Troppi gli interessi contrari alla pace che hanno remato contro. Del resto lo stesso sceicco Yasin, fondatore di Hamas, poi ucciso dagli israeliani , era stato protetto all'inizio dai servizi segreti israeliani e americani perché facesse da contraltare ai movimenti palestinesi che parlavano apertamente di lotta di classe e di socialismo. Quello che poi è venuto fuori è un movimento altrettanto razzista della destra israeliana e la mattanza continua.


articoli fornite da Pagine Marxiste

 

 
 
 

QUALCUNO NON HA CAPITO

Post n°455 pubblicato il 02 Luglio 2014 da zoppeangelo

La riforma della pubblica amministrazione annunciata dal governo Renzi promette molto ma per ora offre poche certezze: tra queste la mobilità obbligatoria entro cinquanta chilometri per gli statali e il dimezzamento dei permessi sindacali .Gli accenti antisindacali si confermano parte integrante del tentativo di seduzione intrapreso da Matteo Renzi verso il padronato del Nord .

Sergio Marchionne si è recato al festival di Trento apposta per ascoltare di persona il presidente del consiglio e poi cancellando d'un botto vecchie ruggini ha dichiarato :

"Ho sentito da lui tutto quello che volevo sentire e ora spero che lo faccia "

I dirigenti sindacali invece continuano a tenere verso il governo e le sue riforme un atteggiamento interlocutorio , dicendosi in genere propensi ad andare a vedere il suo gioco.Il segretario della CGIL Susanna Camusso , intervistata dal Corriere delle Sera , si è spinta sino a offrire a Renzi " l'esperienza della CGIL ,casa comune della sinistra " per costruire un grande partito unico che " abbia come blocco sociale di riferimento il lavoro ".


Evidentemente qualcuno ancora non ha capito , e non è Marchionne

 

 

PAOLO RIVETTI 

 

 
 
 

SULLA MANIFESTAZIONE DEL 28 GIUGNO

Post n°454 pubblicato il 30 Giugno 2014 da zoppeangelo

28 giugno: presi in contropiede


Non stiamo parlando dei mondiali di calcio ma della manifestazione di sabato a Roma. Era infatti palpabile l'imbarazzo e il disagio dei corrispondenti del sistema media mainstream di fronte alle caratteristiche e ai contenuti della manifestazione che ha aperto il Controsemestre popolare in opposizione al semestre europeo guidato da Renzi.

Lo schema voleva essere quello della solita manifestazione degli "antagonisti" con fotografi, cameraman e inviati pronti a raccontare tensioni, scontri e conseguenze sul traffico cittadino. Ma lo schema è saltato in più punti:

a) la manifestazione aveva un carattere dichiaratamente politico, di opposizione all'Unione Europea, ai suoi trattati e alle sue politiche di austerità

b) La manifestazione ha dichiarato la sua opposizione frontale al governo Renzi e alle sue misure concrete in materia di lavoro, disoccupazione, privatizzazioni

c) La manifestazione ha visto come protagonisti operai, lavoratori, disoccupati e precari del Meridione, immigrati impegnati nelle mobilitazioni europee, dipendenti pubblici. In pratica un pezzo di società, o meglio di blocco sociale antagonista, difficilmente liquidabile come marginale.

"Perché vi definite antagonisti?" ci ha chiesto una giornalista. "In realtà siete voi che avete scelto questa definizione e ci avete costruito un modello informativo" è stata la risposta "ma la definizione non ci dispiace. Rispetto all'Unione Europea costruita dalle classi dominanti siamo antagonisti".

I contenuti politici e le caratteristiche della composizione sociale della manifestazione hanno così fatto saltare parecchi schemi precostituiti. Una prima prova sono stati i servizi giornalistici del giorno stesso e poi anche quelli di lunedì mattina che hanno segnalato in alcuni talk show proprio questo fattore. Un pezzo di società reale è sceso in piazza contro il tabù dell'Unione Europea e il coccolatissimo premier Renzi. Una manifestazione di "rottamatori di incantesimi" avevamo scritto nel nostro precedente editoriale.

Ma occorre essere onesti fino in fondo. I numeri della manifestazione di sabato sono stati più che dignitosi, in linea con quelli delle manifestazioni di questa primavera (12 aprile, 15 maggio) frutto di divaricazioni ripetute e pervicaci tra le diverse realtà dei movimenti antagonisti e d'opposizione. Ma si tratta ancora di numeri sicuramente insufficienti rispetto alla posta in gioco e alle necessità. Il che conferma che i processi di ricomposizione e mobilitazione comune sperimentati il 18 e 19 ottobre scorsi restano ancora il parametro di riferimento più efficace e includente. Aver fatto saltare quell'alleanza politica e sociale e quello schema di mobilitazione, si conferma un clamoroso errore politico, così come si è rivelato un errore politico - da parte di molte realtà - rimuovere o mettere scarsa convinzione nella manifestazione del 28 giugno che ha aperto la campagna del Controsemestre popolare.

Il corteo di sabato scorso e il percorso del Controsemestre costituiscono una occasione importante per mettere in campo mobilitazione, approfondimento, confronto sulle questioni strategiche attinenti al conflitto di classe e alla lotta politica nel nostro paese. Il primo passo da compiere era quello di rompere il tabù paralizzante della paura di dichiarare la propria opposizione e la richiesta di rottura dell'Unione Europea, un tabù sul quale rischia di indebolirsi la sinistra e di rafforzarsi la destra, anche estrema.

Questa dichiarazione di frontale alterità ai diktat di Bruxelles e Francoforte sabato è stata declinata nei termini corretti, con una composizione e una visione di classe adeguati alla partita che si è aperta.

C'è materia abbondante di riflessione per molti.


Contropiano.org

 


BILANCIO DEL 28 GIUGNO
La manifestazione del 28 Giugno ha registrato una partecipazione inferiore alle necessità, ma è stata importante. Ha segnato la prima manifestazione dell'opposizione di classe al governo Renzi, all'apertura del "semestre europeo". Con un netto profilo controcorrente rispetto all'attuale ascesa del renzismo e alla sua auto celebrazione propagandistica.

Tuttavia la composizione del corteo e dell'assemblea conclusiva di piazza è stata sintomatica. Diverse sigle formalmente aderenti alla manifestazione si sono presentate con una consistenza minima e obiettivamente insignificante, a partire dal PRC, evidentemente in altre faccende impegnato ( e che neppure è intervenuto ai comizi finali). Nella realtà e nella percezione stessa dei partecipanti le organizzazioni realmente riconoscibili per la consistenza della loro presenza nazionale sono state due: la USB, assieme all'opposizione interna alla CGIL, sul piano sindacale; il PCL, indiscutibilmente, sul piano politico. Questo sia nel corteo, sia di riflesso nei comizi finali dal palco ( interventi di Paolo Leonardi, Giorgio Cremaschi, Marco Ferrando)

Questo quadro generale non è esaltante. Rivela la crisi della vecchia sinistra classista, a fronte del consolidamento di un governo borghese populista con tratti bonapartisti e reazionari. Misura le difficoltà obiettive di rilancio dell'opposizione di classe e di massa. Misura infine la somma eterogenea di tanti opportunismi. Sia di area Tsipras, sia di area "antagonista": che invitata a convergere sul 28 Giugno, dopo la revoca dell'11 Luglio, ha preferito defilarsi da una manifestazione politica troppo "classista" per i suoi gusti.

Tuttavia questo stesso quadro generale del 28 Giugno, proprio per i suoi limiti, disegna più chiaramente l'attuale perimetro delle forze organizzate realmente disponibili a un fronte unico di azione sul terreno della lotta di classe. Si tratta di investire questo modesto ma prezioso patrimonio nel duro lavoro di innesco di una grande opposizione di classe e di massa al governo Renzi e all'Unione europea dei capitalisti e dei banchieri.

Il PCL ha dimostrato di essere l'unico ( piccolo) partito della sinistra italiana che tiene il punto.
Continueremo a combinare la massima unità d'azione con tutte le sinistre politiche e sindacali contro il comune avversario, con la massima intransigenza della nostra proposta politica e programmatica: non l'"Europa sociale", non la "moneta nazionale", ma la rivoluzione socialista e il potere dei lavoratori, in Italia e in Europa. La proposta che anche ieri ha segnato per tutta la manifestazione il nostro profilo indipendente e rivoluzionario.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

 
 
 
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