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VERSO IL 4 MARZO

Post n°578 pubblicato il 14 Febbraio 2018 da zoppeangelo

VERSO IL 4 MARZO DUE POSIZIONE DIVERSE 

 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Intervista a Marco Ferrando e Claudio Bellotti

 

CONFLITTI E STRATEGIE

NON ANDATE A VOTARE

Il mio consiglio è di disertare le urne. Per screditare tutti i partiti ma, soprattutto, la democrazia elettorale. Deve cadere la maschera dell'investitura popolare per mettere i lestofanti politici di fronte alle loro responsabilità. I gruppi e gli omuncoli che fino ad oggi si sono fatti scudo della preferenza accordata loro dai cittadini per colpirli nei loro diritti e nelle loro certezze non potranno più parlare e agire in nome e per conto del popolo. Se, come diceva Wilde, la democrazia significa semplicemente prevaricazione sul popolo da parte del popolo per il popolo, rinunciando il popolo a votare, la democrazia si mostrerebbe finalmente per quello che realmente è: prevaricazione di alcuni sui molti, ma senza l'assenso dei più. Voglio vederli i nostri parlamentari chiedere ancora sacrifici alla comunità, distruggendo sanità, pensioni, scuola, lavoro e indipendenza statale richiamandosi ai loro sempre più scarsi militanti o alle loro ristrette burocrazie di casta. Alla domanda "chi vi autorizza a fare ciò?" dovrebbero replicare "il mandato conferitomi dagli iscritti al mio partito". L'effetto è abbastanza comico, anche se conoscendo i nostri illustri rappresentanti non tarderebbero a mettersi in ridicolo. Per il bene della patria, s'intende. Pauvre pays sempre più pays pauvre.
Però se alle prossime elezioni l'astensione raggiungesse il 70 o l'80% (il 90% sarebbe l'apoteosi nazionale) questi farabutti non avrebbero diritto nemmeno a dirigere il loro condominio. Occuperebbero ugualmente le cariche, facendosi preventivamente nominare tutti senatori a vita, ma svolgerebbero le faccende pubbliche in preda al panico, timorosi della reazione della gente ad ogni misura restrittiva. Si può governare anche contro il popolo ma mai senza il popolo. L'astensione è il partito più temuto delle future consultazioni. Del resto, i soggetti politici sono già d'accordo che governeranno, più o meno, tutti insieme perché, sicuramente, qualcuno ce lo chiederà da fuori i confini nazionali e nessuno avrà la forza di sottrarsi alle pressioni (e minacce), nemmeno quelle compagini che ora sembrano contro i poteri forti, interni ed esterni. Infine, perdurando le criticità e le scelte sbagliate, i timori di costoro si volgeranno in terrore. Prima o poi, e lorsignori lo sanno, arriva sempre qualcuno a raccogliere la disaffezione delle moltitudini per trasformarla in vendetta e, sa va bene, anche in riscatto. Il popolo è boia, ci mette un attimo a scordarsi le buone maniere e a travolgere tutto, se glielo si lascia fare e se gli si concede quel minimo d'impunità necessaria alle grandi scazzottate. Dunque, cacatevi addosso, come nella canzone del film, La Tosca, di Magni. Se poi è ben indirizzato da élite consapevoli (che per ora non si vedono, per fortuna dei farabutti parlamentari), dopo le mostruosità, esce rinnovato dai bagni di sangue commessi e subiti. Il processo non avverrà subito ma speriamo decanti a partire dal marzo a venire. Dunque, non sottostate al rito elettorale perché se servisse a qualcosa in ogni caso non ve lo lascerebbero fare (come affermava Twain). Utile è, invece, non andare per rendere più palpabile un disprezzo collettivo che qualcuno crede ancora di poter controllare, sfottendo il popolo con i migranti e l'antifascismo, il femminismo, l'ecologismo ecc. ecc..
Se provano a dirvi che anche un solo voto può essere determinante, richiamandovi ad un senso civico che loro non dimostrano mai, rispondete che a memoria vostra nessun precedente appuntamento si è chiuso con un voto di scarto. Il vostro conta lo 0,000002% del totale. Ovviamente, vale anche per l'astensione ma tutti i sondaggi ci dicono che siamo in vantaggio. Siamo il non partito dell'avvenire che non elegge candidati ma esseri pensanti e arrabbiati che abbatteranno questa democrazia di liquidatori dell'Italia.

 

 

 
 
 

Dall’Iran alla Tunisia, dal Sudan al Venezuela Esplode la protesta contro il carovita e i governi reazionari

Post n°577 pubblicato il 14 Gennaio 2018 da zoppeangelo

Pressoché assenti dai telegiornali nostrani, tutti presi dal teatrino pre-elettorale e al massimo interessati ai volteggi dei pattinatori nordcoreani a Seul, esplodono le lotte dei lavoratori contro l'aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, contro l'impoverimento complessivo dei lavoratori, contro la disoccupazione .

 

 


Dell'Iran si è già scritto, poco filtra dalla pesante censura che il governo esercita con la complicità dei vari Google, Telegram ecc (a proposito di Internet "che rende liberi"), nell'intento di isolare la protesta e schiacciarla con gli arresti, la tortura, le esecuzioni sommarie,ma anche il silenzio e l'isolamento internazionale.
Tuttavia le feroci dichiarazioni del governo confermano che la protesta continua.
Su una cosa tutte le fonti sono d'accordo, cioè la profonda differenza fra queste proteste di piazza da quelle del 2019. Là si erano mossi principalmente gli abitanti della capitale e strati di classe media, per richiedere le basilari libertà civili e politiche.
Qui si sono mossi gli strati profondi di numerose città di provincia e i lavoratori rurali espulsi dall'agricoltura, in lotta per la sopravvivenza, contro la disoccupazione (24% in media, 40% fra i giovani), l'inflazione a due cifre, l'ingordigia dei padroni di stato (le circa 300 famiglie, dai conservatori ai riformisti) che monopolizzano il potere politico e si sono impadroniti dei profitti ancora in forte crescita dopo l'accordo firmato con Obama. Asia Times sottolinea la prevalenza in piazza di giovani, donne e uomini, sotto i 25 anni, che protestano anche contro le spese militari e le missioni militari in Libano, Siria, Iraq, Yemen, spese che vanno a detrimento dei sussidi per i più poveri, della fornitura d'acqua (50 milioni di iraniani hanno accesso solo saltuario all'acqua potabile) e delle pensioni (pagate in modo irregolare), per non parlare del decadimento delle strutture sanitarie e dell'assistenza. Nessuna frazione della borghesia li ha appoggiati (anche se Ahmadinejad è stato messo agli arresti domiciliari) perché è in gioco non come gestire il sistema, ma lo status quo, lo sfruttamento nel suo complesso.
Non si era ancora spenta l'eco della rivolta in Iran che è scoppiata il 9 gennaio quella in Tunisia.
Già nel 2013 in 3 giorni di protesta contro le dure condizioni economiche erano stati uccisi 140 dimostranti. Altre proteste hanno punteggiato il 2015, inframmezzate da scioperi nel settore tessile. Laboratorio delle primavere arabe, primo paese nordafricano a cacciare il proprio dittatore, anche la Tunisia vede i propri lavoratori schiacciati dal carovita e in particolare i giovani impossibilitati a trovare lavoro. A Tunisi e a Tebourba i giovani "sono scesi in strada lanciando pietre contro la polizia, dando alle fiamme cassonetti, pneumatici, perfino caserme della polizia" (Il Sole 24 Ore 10 Gennaio 2018). La rivolta è presto dilagata a Beja a Testour, Sfax, Meknassi, Sidi Bouzid, Ben Arous, Kebili, Nefza, Sousse. La scintilla è stata la nuova legge finanziaria che prevede il taglio dei sussidi sul gas domestico e carburante e nuove tasse su carte telefoniche, internet, camere d'albergo, frutta e verdura, carne e cereali (si calcola un aumento mensile per una famiglia media di100$).
Governo e opposizione islamica (Ennada) hanno condannato le manifestazioni, la polizia ha reagito duramente, una persona è morta, 200 gli arrestati, fra cui, secondo il Washington Post (9 gennaio 2018), avvocati impegnati in controversie sindacali e dirigenti di partiti di sinistra. Solo il Fronte Popolare, un raggruppamento di 12 organizzazioni di sinistra di varia tendenza ha chiesto al governo di tornare sui suoi passi, evocando lo spettro dei moti del pane del 1984 (nota 1). Ma sul governo premono i diktat del FMI, che può imporre un aumento degli interessi sul debito.
I salari in Tunisia sono intorno ai 160 $ al mese, mentre il minimo vitale per una famiglia di 3 persone è di 240$ (New York Times 9 gennaio 2018). Il tasso di analfabetismo è cresciuto al 32%, la disoccupazione giovanile è del 35%, il 40% della popolazione non ha accesso all'acqua potabile, l'assistenza sanitaria non è più gratuita, nelle famiglie di lavoratori manuali si consuma carne una volta al mese.
L'Huffington Post (9 gennaio 2018) parla di piazze gremite di giovani sotto i 35 anni, tutti diplomati o laureati e disoccupati. Uno degli slogan era "vogliamo vivere con dignità" oppure "io non perdono" (in riferimento alla corruzione dilagante) e anche "che cosa stiamo aspettando?". Le manifestazioni hanno riguardato i quartieri operai di Tunisi come Djebel Lahmer e Zahrouni, ma anche le città e i villaggi industriali dell'interno.
Di fronte a condizioni di vita in costante peggioramento la corrotta burocrazia che guida la centrale sindacale UGTT tenta più che altro azioni di pompieraggio.
In Sudan la protesta è partita il 7 gennaio da Sennar, nel sud est del paese e ha rapidamente guadagnato Khartum e molte città del sud, fra cui la capitale del Darfur occidentale, El-Geneina, ma anche Nyala e Al Damazin. Anche qui la reazione della polizia è stata brutale. Uno studente è stato ucciso e molti manifestanti feriti. Anche qui le proteste nascono dal taglio dei sussidi al prezzo del pane, che è raddoppiato. Il governo in modo preventivo aveva chiuso le sedi di almeno sei giornali non allineati e arrestato giornalisti e attivisti politici e sindacali. I manifestanti hanno invece eretto barricate con pneumatici in fiamme e bloccato strade. Nel 2013 analoghe proteste scoppiarono per l'aumento dei prezzi del carburante, provocando 80 morti. Meno sanguinose ma altrettanto estese per lo stesso motivo le proteste nel 2016. Con questi movimenti di protesta riemerge la lotta di classe in una regione scossa dalla guerra degli imperialismi e delle potenze regionali, che fomentano deliberatamente i conflitti settari.
Intanto in Venezuela continuano le agitazioni, prosecuzione delle proteste del 2017. Il sito WSWS (10 gennaio 2018) ricorda negli stessi giorni lo sciopero dei dipendenti comunali e delle fabbriche farmaceutiche in Israele, oltre allo sciopero degli operai Ford in Romania, allo sciopero dei metalmeccanici tedeschi, dei ferrovieri inglesi e degli operai dell'auto in Francia.
Il denominatore comune è il peggioramento del reddito e delle condizioni di vita dopo anni di crisi che hanno aggravato le differenze fra strati privilegiati ad alto reddito e lavoratori.
In molti casi i governi accusano fantomatiche forze straniere di seminare zizzania nei loro paesi; in quasi tutti i casi invece le proteste sono spontanee e purtroppo non sempre organizzate e coordinate. Con ovvie infiltrazioni da parte di forze politiche che vi vedono un'occasione di raccogliere adesioni. E' il caso della presenza in Iran di qualche striscione nostalgico che inneggia allo scià, o delle derive antisemite di qualche gruppo a Tunisi. Sia in Tunisia che in Sudan frange aderenti all'Isis potrebbero inserirsi nel malcontento.
Quello che purtroppo manca è l'attenzione e la solidarietà del resto del movimento operaio. Questo è estremamente evidente in Italia, la cui borghesia fa affari nei paesi citati. E questo spiega l'atteggiamento prevalente della stampa, preoccupata per le sorti
"dei nostri investimenti", oppure timorosa di una eventuale nuova ondata di immigrati, non certo delle condizioni miserevoli di vita dei lavoratori. L'Iran è "una miniera d'oro per le industrie italiane" (Calenda) è la "nuova frontiera del business" (Vincenzo Boccia): non c'è pericolo che davanti al governo forcaiolo e guerrafondaio di Teheran i Paperoni nostrani abbiano altro sentimento che di gratitudine purché mantengano l'ordine e... gli ordinativi. In Tunisia operano 850 imprese italiane (in vari settori manifatturiero, costruzioni e grandi opere, componentistica automotive, bancario, trasporti, meccanico, elettrico, agro-alimentare, farmaceutico), impiegando 60mila operai a basso o bassissimo costo. Anche qui si sprecano gli elogi per il democratico governo tunisino che ha aperto loro le porte concedendo vantaggi fiscali e agevolazioni commerciali.
E' perciò compito nostre tenere viva l'attenzione sulle lotte della nostra classe nel resto del mondo, farla conoscere anche qui in Italia, organizzare dove possibile manifestazioni di solidarietà, protestare davanti alle ambasciate denunciando le torture a cui sono sottoposti gli arrestati (5 morti in Iran in prigione) e la costante repressione e chiedendo la liberazione dei prigionieri politici, sviluppare legami sovranazionali.

Nota 1: la Tunisia storicamente è stata spesso preda di carestie, anche in tempi recenti. Nel 1984 la regione di Lesserine alla frontiera con l'Algeria vide lo scoppio della "rivolta del pane" (cioè contro l'impennata dei prezzi di pane e couscous e contro le scelte liberiste del governo Bourghiba): i morti furono centinaia. Lo stesso avvenne nel gennaio 2011, quando la polizia sparò provocando decine di morti e bel gennaio 2016 quando scioperi e manifestazioni portarono a un nuovo intervento violento della polizia. La regione ha tradizioni di sinistra e i governi hanno spesso usato il pugno di ferro per domare le proteste. La classe operaia lavora nelle industrie medio-piccole che vi sorgono numerse (tessile, cellulosa ecc.). Vi lavorano numerose donne, per lo più in nero e per salari da fame. Anche Benetton vi ha fatto investimenti.

 

Pagine Marxiste

Comunisti per l'Organizzazione di Classe (Combat)

 

 
 
 

Uscito Pagine Marxiste: ottobre 2017

Post n°576 pubblicato il 16 Novembre 2017 da zoppeangelo

Indice:
4 L'ITALIA ARMATA in Medio Oriente e Libia. Il punto sulle spedizioni italiane
8 Italia-Francia, la contesa sulla Libia. L'Italia fa accordi con bande di trafficanti di uomini
12 Alternative für Deutschland, non per i lavoratori tedeschi
16 100° DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE
Ottobre 1917: rivoluzione ieri, rivoluzione oggi
21 Daniel De Leon e la lotta per il socialismo in un paese a capitalismo avanzato
26 Venezuela. Fallimento del "socialismo" rentier
34 1919-1920 Una pagina sconosciuta di internazionalismo proletario.
I FERROVIERI ITALIANI E IL BOICOTTAGGIO DEI TRENI CARICHI DI ARMI CONTRO LA RUSSIA RIVOLUZIONARIA

 
 
 

A SINISTRA: UNA PROPOSTA DIRETTA

Post n°575 pubblicato il 31 Luglio 2017 da zoppeangelo

A SINISTRA: UNA PROPOSTA DIRETTA
(26 Luglio 2017)

Definire "spettacolo" ciò che si sta verificando " a sinistra" in questi giorni è già un complimento.
Tralascio giudizi e valutazioni così come tralascio la storia, più recente e più antica, delle vicende che si sono succedute a partire dallo scioglimento del PCI e dall'implosione dei grandi partiti di massa.
Da oltre vent'anni ne abbiamo scritto in tanti, ci si è riflettuto sopra, si sono sviluppate iniziative politiche la maggior parte contraddittorie e fallimentari.
Principalmente ha fallito la sinistra di governo.
Un'affermazione che si può ben sostenere con evidenti pezze d'appoggio: il risultato finale di questa stagione è la consegna del sistema politico italiano a più di una destra dalla quale affiora semplicemente una lotta per il potere sulla base di opzioni davvero pericolose di tipo bellico, razzista, di sopraffazione, di riaffermazione del dominio capitalistico nella peggior dimensione.
Sono state sbagliate tutte le previsioni sulla base delle quali era stato accettato, proprio al momento dello scioglimento del PCI, l'orizzonte della "fine della storia" quale diretta conseguenza della conclusione storica della vicenda del comunismo reale in Unione Sovietica (tralascio soltanto per economia del discorso anche l'esame di ciò che è andato avanti da questo punto di vista).
Si è rinunciato a portare avanti ciò che in Occidente era stato costruito sulla base di esperienze diverse a sinistra, sia dal punto di vista socialdemocratico sia dal punto di vista dell'originalità dell'esperienza comunista in particolare in Italia.
Inutile però rievocare tutta questa storia, il punto sta da un'altra parte : quello del recupero di un dato sufficiente di rappresentatività politica e di aggregazione sociale da parte di un soggetto organizzato sulla base dell'idea di fornire una risposta a tutte le domande rimaste inevase nel corso di questo spazio temporale.
Un soggetto politico che prima di tutto non consideri la storia finita e il capitalismo (nelle sue varie declinazioni) il solo orizzonte possibile.
Un soggetto politico che non può essere definito altrimenti che "partito", la cui realtà teorica, politica, organizzativa debba essere imperniata su due principi fondamentali:

1)Un partito attrezzato per continuare a considerare l'andamento della storia nel senso di una trasformazione in senso socialista della società, per il superamento del capitalismo;
2)La Costituzione italiana nella sua essenza riguardante il rapporto tra la prima e seconda parte quale "tavola" ancora da applicare considerandola come strumento per un passaggio di transizione. Costituzione che contiene in sé anche i necessari elementi di riferimento sul piano della dimensione sovranazionale e di politica estera.
3)La questione del "governo" semplicemente non esiste, almeno per questa fase politica. Questo perché il dato prioritario da conseguire è quello della rappresentanza a tutti i livelli. Rappresentanza fondata su di una aggregazione radicata nella realtà e posta a diretto confronto con la molteplicità delle contraddizioni che agiscono pesantemente sulla società moderna (le abbiamo tutti presente; evitiamo inutili liste della spesa.)

Su queste basi potrebbe essere possibile scrivere un documento politico di taglio "costituente" alla cui stesura tutti i soggetti interessati potrebbero intervenire attraverso l'elaborazione di un metodo democratico che porti a una assise congressuale per la formazione di un partito della sinistra d'alternativa e non semplicemente la ricerca di una lista elettorale.
In passato mi era già capitato di avanzare, a questo proposito, una proposta di metodo che rinnovo:

1)E' necessario che i soggetti costituiti o quelli "in fieri" sviluppino un atto di assoluta generosità ponendosi a disposizione completamente come sigle, quadri, organizzazione, strutture;
2)Debbono essere organizzate, a livello regionale, assemblee autoconvocate di discussione di un primo manifesto. Assemblee che eleggano delegati per una Assemblea Nazionale e diano impulso alla formazione di comitati provinciali;
3)I delegati nazionali, al massimo un centinaio, debbono lavorare per qualche mese attorno a tre questioni: 1) elaborazione di un documento programmatico; 2) statuto e regolamento congressuale; 3) progetto di forma partito;
4)Elaborati questi strumenti di lavoro si ritorna alle assemblee regionali per l'elezione dei delegati (provvedendo nel frattempo alla formalizzazione delle adesioni) per il Congresso Nazionale. Formazione dei gruppi dirigenti periferici
5)Congresso Nazionale, formazione del gruppo dirigente nazionale.
Principi inderogabili: autoconvocazione come base, autofinanziamento.

Tutti debbono essere consapevoli dell'insufficienza complessiva in un quadro di indispensabilità di tutti e di pieno rispetto delle reciproche diversità, anche di quelle maturate nelle occasioni di scissione che, in tempi antichi e recenti, hanno contrassegnato il cammino della sinistra italiana.
Grazie a coloro che vorranno aiutarmi nel diffondere questo messaggio e a quanti avranno la cortesia di rispondermi.

Franco Astengo

 

 
 
 

I COMUNISTI ITALIANI E LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA.

Post n°570 pubblicato il 06 Giugno 2017 da zoppeangelo

 

La bibliografia sulla guerra di Spagna si arricchisce della dettagliata ricerca storica di Mirella Mingardo, che si concentra sull'azione dei volontari italiani in particolare i comunisti, da quelli "ufficiali" agli eretici, questi ultimi inquadrati nella Colonna Lenin del POUM, con l'obiettivo di aprire la strada, tramite la lotta armata rivoluzionaria contro le truppe di Franco, alle collettivizzazioni e alla rivoluzione sociale.
Col filo conduttore del ruolo della stampa clandestina, l'autrice analizza le fasi del conflitto fino al tragico esito, che contribuì anche tra gli oppositori italiani a far crollare le speranze, generare stanchezza e rassegnazione alla vigilia di nuovi sconvolgimenti.
Dopo l'esaltazione per la proclamazione dell'impero con la conquista dell'Etiopia, nel maggio 1936, il regime fascista, contrariamente alle aspettative, era entrato «in una fase di logoramento organico» sia al vertice che in periferia. La dittatura imboccava la via del declino proprio negli anni in cui procedeva con maggiore decisione al processo di fascistizzazione, che avrebbe dovuto condurre al definitivo superamento del vecchio modello liberal-borghese, e favorire una più concreta totalitarizzazione del Paese.
La guerra di Spagna si insinuò nel declino del comune consenso al regime e si rivelò il primo mattone nella costruzione del rifiuto; essa fu l'inizio del tardo abbandono dell'esaltazione fascista a favore di un atteggiamento maggiormente critico nei confronti del governo di Mussolini, premessa a una reazione più generalizzata e progressiva.
Gli italiani giunti in Spagna come volontari (oltre cinquemila) appartenevano un po' a tutte le classi sociali, anche se in gran parte erano operai. Erano in maggioranza persone non più molto giovani, provate da lunghi anni d'esilio, animate dalla precisa volontà di lottare finalmente contro il fascismo.
Dei volontari italiani che partirono per la Spagna allo scoppio della guerra civile, molti erano fuoriusciti, rifugiatisi all'estero per sfuggire alle persecuzioni fasciste; tra i comunisti, non pochi furono coloro che raggiunsero il fronte anticipando le indicazioni di partito e la stessa Internazionale.
La decisione dell'URSS di inviare armamenti alla repubblica non stava a significare "solidarietà internazionalista", ma la volontà di condizionare la politica del governo e dei partiti del fronte popolare.
Con l'infiltrazione degli agenti dell'NKVD - la polizia segreta sovietica - nei posti chiave nella polizia segreta repubblicana, gli stalinisti riuscirono a formare «una polizia nella polizia, con proprie carceri, proprie sedi, proprie comunicazioni». In tale contesto fu «un gioco eliminare silenziosamente dissidenti ed avversari politici», anarchici, poumisti, trotskisti. In tal senso si distinsero anche gli agenti stalinisti italiani: i "Carlos Contreras", i Codovilla ...
Come scriveva «Prometeo», la Russia, senza dubbio, temeva una vittoria del fascismo, ma ancor di più una successiva lotta del proletariato spagnolo contro il suo governo democratico, lotta che se avesse trionfato avrebbe riportato «in modo più acuto ed ineluttabile il problema dell'intervento internazionale armato, cioè la guerra, per schiacciare la vittoria proletaria».
La guerra civile di Spagna fu la "prova generale" del secondo macello mondiale. La guerra imperialista poi scoppiò ugualmente, ma dopo l'avvenuta demolizione del proletariato spagnolo e internazionale.
Oggi, anche e soprattutto in questa fase convulsa di scontro e di ridefinizione degli assetti tra le singole potenze nel mondo, gli insegnamenti della guerra civile spagnola continuano ad essere più che mai attuali.

 
 
 
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