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CONTRO IL TERRORISMO DI STATO SIONISTA

Post n°461 pubblicato il 30 Luglio 2014 da zoppeangelo

Per l'autodeterminazione del popolo palestinese, per l'unione del proletariato palestinese e israeliano contro i loro sfruttatori, per un fronte unico proletario mediorientale contro ogni borghesia ed ogni imperialismo, per la rivoluzione, per il socialismo.
L' attacco da terra da parte dello Stato sionista di Israele, espressione di una borghesia espansionista e colonizzatrice, sta facendo l'ennesima strage tra le popolazioni civili di Gaza, "coadiuvato" in questo da una borghesia palestinese tanto spregiudicata quanto corrotta.
Hamas, pur non avendo alcuna possibilità di prevalere militarmente, usa i razzi in modo così stolto come mezzo per sollecitare finanziamenti e acquisire credito presso sponsor internazionali, alla faccia di quelle popolazioni che dice di rappresentare .
Chi non ha possibilità di scelta sono proprio i civili di Gaza, gli oltre 600 morti, le migliaia di feriti, i 100 mila che devono lasciare il nord di Gaza per sfuggire ai bombardamenti e all' attacco israeliano di terra. Gli stessi che volenti o nolenti sono legati al carro dei guerriglieri di Hamas, non solo perché questi ultimi sono armati e pronti a schiacciare ogni opposizione, ma anche perché negli ultimi anni la loro vita da assediati è costantemente peggiorata, stretti fra i blocchi militari di Israele per mare e per terra e la chiusura del valico di Rafath da parte egiziana. Ma nella misura in cui i razzi di Hamas, efficaci o meno, colpiscono civili, facilitano il prevalere dei guerrafondai fra gli israeliani.

Non possiamo che associarci alla richiesta che Israele ponga fine ai bombardamenti, pur sapendo che la tregua che ne scaturirebbe ( magari con mediazione iraniana, più efficace nei confronti di Hamas di quella dell'Egitto che li ha appena messi fuori legge) sarebbe fragilissima. Se lo stato israeliano continua a sottrarre terra ai palestinesi con la sua politica di colonizzazione, se continua a imporre la sua presenza militare a Gaza e in Cisgiordania, se continua a lasciare impuniti gli attacchi ai palestinesi e continua nella sua politica di arresti indiscriminati e distruzione di case; se Hamas continua a chiedere la distruzione dello Stato di Israele e la morte di tutti gli ebrei non c'è via d'uscita stabile neanche da un punto di vista borghese.

In molti paesi europei compresa l'Italia si sono svolte manifestazioni pro Palestina. In Francia in molti casi la protesta contro la politica israeliana si è trasformata in tentati attacchi alle sinagoghe e caccia all'ebreo, soprattutto dove la componente dei beurs (i francesi nati da arabi nord africani immigrati, gli stessi che spesso votano Le Pen) ha prevalso. Quello che spesso manca nelle manifestazioni pro Palestina è la denuncia, accanto alla violenza di Israele come stato, del ruolo degli stati arabi e, oggi, dell'Iran. Per loro non solo la creazione di uno stato palestinese indipendente non è mai stata all'ordine del giorno, ma nemmeno l'assimilazione dei palestinesi rifugiati nel proprio territorio come cittadini a pieno diritto. Era più vantaggioso tenerli in uno stato di apolidi senza diritti, di ospiti discriminati, da utilizzare come pretesto per le guerre contro Israele, come kamikaze o come gruppi armati di pressione negli scontri gli uni contro gli altri, come capro espiatorio del malessere sociale dei loro cittadini. Mantenuti infine in campi profughi fatiscenti come manodopera, spesso qualificata, a bassissimo costo.

L'attuale dirigenza palestinese è il frutto di questa situazione oggettiva. Fino agli anni '70 c'erano gruppi palestinesi che si richiamavano al marxismo e che hanno cercato di coniugare lotta di classe e lotta di liberazione nazionale; per ridurne l'influenza Usa e Israele hanno lasciato spazio e a volte anche finanziato movimenti religiosi conservatori (e come in Afghanistan con i Talebani si sono poi ritrovati ad aver fatto da balia ad Hamas), mentre le borghesie arabe hanno finanziato solo quei leader che erano disposti a diventare fedeli esecutori. Anche a costo di assassinare altri dirigenti palestinesi di organizzazioni rivali, al soldo cioè di paesi diversi. D'altra parte anche la popolazione palestinese è divisa in classi: non tutti i palestinesi sono rimasti a livello di paria, molti sono proprietari terrieri, industriali, finanzieri, uomini d'affari milionari. L'OLP è oggi espressione di una borghesia che lucrava gestendo gli aiuti internazionali ai profughi, corrotta e clientelare, dipendente dalle cessioni fiscali di Israele. Nessuna organizzazione palestinese oggi rappresenta in modo indipendente sul piano politico più generale, tutte dipendono da finanziamenti stranieri. Nessuna difende i lavoratori palestinesi in quanto tali, quando a sfruttarli è un arabo o un palestinese.
D'altro canto in Israele la classe lavoratrice - araba o ebrea - vive in condizioni sempre più precarie: con salari sempre più bassi rispetto a un costo della vita sempre più elevato deve produrre plusvalore non solo per ingrassare la sua borghesia ma anche per mantenere un apparato militare che si vanta di difendere gli ebrei in loco, ma in realtà crea scientemente i presupposti perché la guerra continui.

Concludendo, il continuo stato di guerra ha consentito alle borghesie arabe e a quella israeliana di soffocare sul nascere ogni coscienza di classe imponendo ai lavoratori dell'una e dell'altra parte un'unica appartenenza, quella etnico-religiosa. Sia il proletariato arabo sia quello ebraico della Palestina storica pagano l'occupazione militare e la violenza terroristica, sia essa fatta coi razzi, coi droni, coi tank o gli attentati; ma per le loro borghesie è facile metterli l'uno contro l'altro, facendo leva su risentimenti e i rancori nazionali: così come i bombardamenti israeliani sono un aiuto per la dirigenza nazionalista palestinese, gli attentati e i razzi di Hamas sono un regalo per la propaganda sionista.

Per questo sono così importanti, mentre ben pochi media, anche di sinistra, danno loro spazio, le manifestazioni di questi giorni in Israele di arabi ed ebrei insieme uniti nella richiesta di porre fine alla guerra. Essere pacifisti in quella situazione è un atto di estremo coraggio. Marciare insieme, al di là dell'appartenenza etnica e religiosa è una sfida all'ideologia dominante, è il primo passo per una lotta comune contro i propri sfruttatori.
Può sembrare utopia riproporlo oggi, ma anni di storia ci dicono che il problema palestinese non verrà risolto dalla diplomazia borghese, ma solo dall'abbattimento di questo sistema di classe. Non vediamo neppure la possibilità di una effettiva autodeterminazione palestinese all'interno dell'attuale sistema degli Stati in Medio Oriente, frutto delle spartizioni imperialiste. Solo il suo abbattimento rivoluzionario da parte del proletariato dell'area di ogni lingua e tradizione potrà dar luogo a una comunità multietnica dei popoli della regione, con parità di status, che collaborino tra loro invece che scannarsi.
Per chi come noi non si trova né a Gaza, né in Cisgiordania, né in Israele è importante che combattiamo, prima di tutto a casa nostra, ogni deriva razzista, antiebraica o antiaraba, facendo chiarezza, su cosa sta dietro alle giustificazioni ideologiche di Netanyau o di Hamas e dei loro protettori internazionali, evitando ogni appoggio acritico all'una e all'altra parte borghese, e cercando collegamenti con coloro che si oppongono all'oppressione e alla guerra da un punto di vista di classe.


PAGINE MARXISTE
articolo del 22/7/2014

 

 
 
 

L’America sta acquistando il disputato greggio curdo iracheno

Post n°460 pubblicato il 29 Luglio 2014 da zoppeangelo

Middle East News 140728

L'America sta acquistando il disputato greggio curdo iracheno

- Sarebbe la seconda volta che un gruppo USA acquista petrolio che il governo di Baghdad considera di contrabbando.

- Si tratta di circa 1 milione di barili, costo $100 milioni, uno dei primi trasporti tramite il nuovo oleodotto lungo 600 miglia, che va dai giacimenti curdi di Kirkuk (Nord Irak, governato dal KRG), a Ceyhan in Turchia; è il maggiore oleodotto per l'esportazione del petrolio iracheno.

- I curdi hanno tolto i giacimenti del Nord ai ribelli ISIS che controllano il N-O iracheno.

- Il governo centrale iracheno, di Maliki, non può intervenire contro i curdi perché impegnato a combattere ISIS.

- Gli Usa temono che le vendite indipendenti di petrolio dal Curdistan contribuiscano alla frantumazione dell'Irak.

- Washington ha fatto pressione su gruppi petroliferi e su governi perché non acquistino il greggio dal Governo Regionale del Curdistan, ma non ha posto divieti ai gruppi americani.

- Secondo gli analisti gli acquisti di greggio curdo possono rappresentare un significativo passo avanti verso l'indipendenza del Curdistan.

- Cosa a cui gli Usa ufficialmente sono contrari, vogliono un Irak unito, nel timore che un Curdistan indipendente in Irak riaccenda il movimento separatista in Turchia e Iran.

[R+T]

 

 
 
 

Riflessioni sulle recenti tendenze del movimento operaio in Cina

Post n°459 pubblicato il 28 Luglio 2014 da zoppeangelo

Riflessioni sulle recenti tendenze del movimento operaio in Cina

Suki CHUNG

- Con la rapida crescita economica crescono in Cina anche le contraddizioni prodotte dalla strategia di sviluppo capitalistico, e producono un crescente scontento popolare.

- 1993-2006, in Cina il numero degli scioperi operai e delle protese contadine è passato da 8 700 a oltre 90 000 l'anno, o secondo alcuni studiosi a oltre 180 000 nel 2010, a dimostrazione che le scelte di sviluppo economico sono antipopolari e tese al profitto.

- Scioperi, manifestazioni e scontri sono aumentati da oltre 60mila nel 2006 a oltre 80mila nel 2008; nel solo 2009 ci sono state in Cina 90mila proteste sociali di massa, tendenza continuata negli anni successivi.

- In questo contesto lo Stato cinese è stato costretto a cercare di regolamentare le relazioni sociali e del lavoro con nuove legislazioni nazionali (2001, Legge sui sindacati; 2007, Legge sul contratto di lavoro; 2011, Legge sulla Previdenza sociale), per creare un migliore sistema legale di protezione dei diritti dei lavoratori e di welfare.

Lo Stato cinese sembra aver imparato a meglio gestire e a rispondere alle proteste operaie, quando costretto dal dilagare dello scontento; le frequenti ondate di scioperi e proteste organizzate da lavoratori e contadini stanno però a dimostrare l'incompletezza e provvisorietà di questa legislazione, solo formalmente a favore dei lavoratori ma nella sostanza favorevole al capitale e anti-democratica.

- In questo contesto di crescente forza delle lotte operaie per diritti e rappresentanza, abbiamo verificato che la classe operaia si è dimostrata una potente forza che ha inciso non solo sull'economia ma anche sulla politica dello Stato cinese.

Si può prevedere che i lavoratori avranno in futuro maggiore capacità di farsi valere e di avanzare ulteriori rivendicazioni, mentre per quietare i conflitti sociali il governo dovrà ricorrere più spesso a carota e bastone: promozione di negoziati salariali E penalizzazione e marginalizzazione di attivisti operai e di organizzazioni operaie non governative.

Sindacalizzazione e negoziazione

Le regioni industrializzate della Cina, come le province di Guandong e di Zhjiang, hanno di recente introdotto iniziative per autorizzare e addirittura appoggiare sindacati di fabbrica per consultazioni collettive con la direzione. Sono nel Guangdong - dove si trovano la maggior parte delle centri urbani costieri - le iniziative di gestione democratica delle imprese considerate più avanzate.

Si tratta di una politica diretta dal governo centrale per riconciliare lo scontro capitale-lavoro-Stato.

Lo stato-partito rafforza il ruolo e responsabilità del sindacato ACFTU per incanalare le rivendicazioni operaie nel quadro istituzionale, fornendogli potere statale e risorse.

Una campagna nazionale di "sindacalizzazione", iniziata nel 2008-2009, che prende di mira in particolare multinazionali o gruppi esteri che operano in Cina.

Molti dei 500 maggiori gruppi listati da Fortune sono stati costretti da ACFTU a creare sindacati, tra essi Walmart e Coca Cola.

Di fronte alla crescente ondata di proteste operaie (ad es. quello nel 2010 presso Honda) ha costretto governo e ACFTU a riconoscere la forza delle rivendicazioni operaie; ACFTU sta cercando di costringere un maggior numero di fabbriche a firmare contratti collettivi e creare sindacati locali, concentrandosi però sui gruppi esteri.

Secondo un esperto, sotto pressione di ACFTU, nel 2010 sono stati siglati contratti collettivi in quasi 100 grandi imprese, riguardanti circa 3,8 milioni di lavoratori; la maggior parte di questi contratti sono stati però firmati dopo che si erano intensificate proteste radicali operaie nella regione del Guandong.

Gli scioperi e le lotte operaie degli ultimi anni hanno fatto registrare un balzo qualitativo nel movimento dei lavoratori cinesi, in quanto hanno costretto il partito di Stato a rispondere alle rivendicazioni operaie con leggi nazionali e istituzionalizzando i negoziati salariali al fine di prevenire gli scioperi.

Diversamente dai modelli negoziali collettivi del Guandong, che sono il risultato dell'attivismo operaio, la sindacalizzazione e i negoziati collettivi della provincia del Jiangsu (regione del delta dello Yangtze) sono meno frutto di lotte che espressione della forte presenza dei sindacati gialli a vari livelli, i quali dall'alto danno il via e gestiscono i negoziati contrattuali, dai grandi gruppi statali cinesi, a quelli privati esteri, a quelli municipali; il tutto obbedendo alla politica di ricerca della "stabilità sociale", regolamentando la competizione del capitale e le relazioni del lavoro.

I quadri negoziali collettivi sono finalizzati soprattutto alla creazione di uno stabile meccanismo di adeguamento salariale, il che non è altro se non un "matrimonio di necessità" tra lo Stato-partito, l'AFCTU e imprese per istituzionalizzare il modello di negoziati salariali al fine di evitare gli effetti di contagio del malcontento operaio.

Nel cosiddetto processo negoziale sono assenti in Cina tre fattori essenziali: un sindacato indipendente con capacità negoziali; rappresentanti eletti dai lavoratori; il diritto di sciopero.

Anche nel Guangdong, nonostante lo sciopero o le lotte operaie abbiano un peso, il nodo cruciale della sindacalizzazione rimane nelle mani del partito.

Le nuove sfide per le ong locali: cooptazione o coercizione

Lo sviluppo delle Ong del lavoro in Cina è solo in fase iniziale a causa di una serie di restrizioni istituzionali e di risorse.

Lo Stato cinese per motivi di stabilità sociale può arbitrariamente riprendersi lo spazio che apre alla società civile.

Il governo sorveglia strettamente, limita o addirittura impedisce lo sviluppo delle ong che forniscono servizi ai lavoratori e li organizzano le questioni inerenti i lavoratori invece, data la valenza politica delle questioni del lavoro.

 

In Cina ci sono 4 tipi di Ong:

quelle che si occupano dei diritti dei lavoratori e sono protette dal governo;
quelle che utilizzano la denominazione di Ong per ottenere fondi da fondazioni estere etc.
quelle create da individui di istituzioni, come docenti, ricercatori o professionisti legali, che, pur indirettamente, sono in vario modo collegate al governo.
E infine quelle formate soprattutto da lavoratori o vittime del lavoro, attivisti o che hanno esperienza di lotte operaie. Molti di questi gruppi hanno un sostegno esterno (anche da Hong Kong) per sopravvivere. Alcuni si registrano al ministero degli Affari Civili come "impresa privata", molti operano a livello informale, con il rischio di repressione da parte del governo perché "illegali" e "indipendenti".
I due centri rurali nel Sichuan e nel Chonging di Labour Action China (LAC) sono registrati formalmente presso l'Ufficio Affari Civili, ma la sede di collegamento nello Shenzen può operare sono informalmente, se non clandestinamente.

I gruppi operai indipendenti nel Sud urbano (ad es. Guangdong) rischiano maggiormente la repressione sociale o politica di quelli delle regioni rurali (ad es. Sichuan).

Nonostante la loro condizione di precarietà, essi rappresentano un'importante forza di base che appoggia le lotte collettive dei lavoratori migranti, offrendo sostegno paralegale, istruzione, formazione, mediazione nella contrattazione e riunioni con i compagni lavoratori. Le Ong di Hongkong forniscono sostegno finanziario, informazioni, idee e modelli di lavoro per la maggior parte di questi ONG, soprattutto nella regione del Fiume delle Perle.

LAC ha organizzato attività per promuovere la cooperazione e il reciproco sostegno tra i vari partner Ong sia nel Guangdong che nelle province interne. L'integrazione campagna città è un punto chiave dei suoi obiettivi organizzativi.

Negli ultimi mesi il governo ha introdotto misure che sembrerebbero diminuire il controllo delle Ong; in realtà sta seguendo un approccio duplice: cooptazione della maggioranza e repressione la minoranza per rafforzare il controllo statale.

Lo Stato sta mobilitando enormi risorse affinché le organizzazioni della società civile cadano sotto l'influenza del partito, "impiantando" l'apparato del partito nelle organizzazioni e cooptando le Ong di base tramite il finanziamento dei loro servizi.

Il nuovo compito assegnato dal governo a GDFTU è di "guidare" le organizzazioni sociali e le Ong del lavoro; per fare ciò essa deve collegarsi alle Ong operaie finanziandone i servizi sociali, bilanciare gli interessi delle parti e conciliare i conflitti sociali.

Diverse organizzazioni in difficoltà per mancanza di fondi sono costrette a scegliere tra essere cooptate dal governo o essere represse perché non cooperative. È in questo modo che il sindacato di Stato mantiene il proprio monopolio.

Per lo sviluppo delle organizzazioni sociali nella Cina continentale, oltre all'apertura da parte dei gruppi di Hongong, è fondamentale che cresca in essa la consapevolezza e il sostegno materiale.

Il lavoro di LAC, risultati e effetti

Negli ultimi 8 anni LAC ha operato per organizzare i lavoratori migranti e le vittime di malattie professionali, dando sostegno alle loro lotte e alle azioni legali. Puntiamo a costruire una coscienza politica e la solidarietà dei lavoratori tra le vittime di incidenti e malattie, e a sostenere i loro sforzi organizzativi.

La campagna per i diritti delle vittime del lavoro è stata condotta non tanto a livello di luogo di lavoro quanto su una piattaforma più ampia a livello sociale, per sollecitare i lavoratori migranti ad esprimersi e mobilitarsi come forza.

Oltre l'assistenza per le rivendicazioni di indennizzo, LAC ha mobilitato diversi partner sociali (ad es. sindacati e Ong internazionali) perché forniscano maggior spazio, risorse e solidarietà ai lavoratori cinesi. Abbiamo organizzato i lavoratori per le trattative con il capitale, non solo i diretti datori di lavoro in Cina ma anche le associazioni commerciali e industriali a livello internazionale. Data la tendenza di rilocazione di capitali e fabbriche dal Sud urbano al Nord più rurale, alla ricerca di forza lavoro a minor prezzo, LAC considera sia molto importante perseguire una strategia di integrazione rurale-urbana. I due centri del Sichuan e del Chongqing parteciperanno direttamente alla gestione di dispute del lavoro e all'organizzazione di giovani lavoratori, data la crescente presenza di industrie a intensità di forza lavoro.

Nei prossimi anni nelle province nordoccidentali coesisteranno "vecchi" lavoratori migranti che tornano a casa nelle province rurali e "nuovi" lavoratori di fabbrica. La sfida consisterà nell'organizzare sia l'esercito di riserva di giovane forza lavoro che le vittime del lavoro che tornano a casa.


riassunto da un documento di Labour Action China [non chiara la data, forse del 2012] la situazione delle oroganizzazioni sindacali in Cina.

 


traduzione fornita da Pagine Marxiste

 

 
 
 

N°36 Pagine Marxiste - Luglio 2014

Post n°458 pubblicato il 21 Luglio 2014 da zoppeangelo

 

N°36 Pagine Marxiste - Luglio 2014

  1. UNA POLITICA COMUNISTA TRA STRATEGIA ED AZIONE (Editoriale)
  2. “Unipolarismo” italiano nelle convulsioni dell'UE (ELEZIONI EUROPEE 2014)
  3. Sviluppo ineguale e crisi italiana
  4. Ucraina: una storia di oppressione borghese e di competizione imperialista

 

 
 
 

Scenari di politica estera americana fra Ucraina e Medio Oriente

Post n°457 pubblicato il 11 Luglio 2014 da zoppeangelo

Fra febbraio e giugno di quest'anno Stratfor, cioè lo Strategic Forecasting Inc., servizio privato di intelligence statunitense, spesso utilizzato da ambienti CIA o Pentagono per indirizzare le scelte della Casa Bianca, ha pubblicato una serie di articoli che, prendendo spunto dall'Ucraina, cercano di definire le nuove linee guida dell'imperialismo americano in particolare nei confronti della Russia. Rispetto agli articoli pubblicati nella primavera 2013 si conferma che gli Usa non sono forti come nel periodo della guerra fredda, ma conservano un vantaggio relativo, purchè lo sappiano usare con intelligenza, rinunciando a un ruolo di "onnipotenza globale" e giocando sulle debolezze altrui.
Il modello politico che viene proposto a Obama è quello di Eisenhower, che, da generale, capiva che "la minaccia di guerra è essenziale per essere credibili", ma non occorre combattere sempre davvero. Quindi basta guerre che si sono rivelate un insuccesso. Dal 2001 gli Usa sono stati impegnati in un esteso sforzo militare nel mondo islamico (Afghanista, Iraq e poi Libia), e in nessuno di quei paesi sono riusciti a imporre un governo favorevole agli interessi statunitensi, anzi si sono rafforzate le potenze regionali. Adesso si deve limitare al minimo l'uso della forza militare e puntare a una bilancia di potenza nei vari scenari regionali, contrapponendo un paese all'altro, una corrente all'altra, per bloccare l'emergere di paesi egemoni che potrebbero sfidare gli Usa. Obama sembra incerto sulle scelte da intraprendere ma ha anche detto "il fatto che abbiamo il martello migliore non significa che dobbiamo affrontare ogni problema come fosse un chiodo".
E' escluso che gli Usa reintervengano militarmente , ma possono intervenire "per impedire che uno dei tre gruppi in lotta sia cancellato, senza cercare di risolvere il conflitto"-. E' quello che gli Usa stanno facendo anche in Siria. Nel decennio precedente gli Usa, presi dalle loro guerre, hanno lasciato che Putin assumesse statura internazionale; per fortuna la ripresa del dialogo con l'Iran può servire a indebolirne i legami con la Russia e occorre impedire che la Siria diventi un ambito di manovra russo. La Russia va contenuta anche se è debole perché è comunque la maggiore potenza sia nell'area dell'ex impero sovietico che nei confronti del Medio Oriente.
In Ucraina si deve influenzare gli eventi senza intervento diretto, agli Usa basta una Ucraina neutrale che costituisca uno stato cuscinetto, gli Usa non hanno bisogno di un confronto diretto con la Russia, per cui invece l'Ucraina è vitale. Già da ora si può contare sul fatto che la Russia è percepita come minaccia da Polonia e stati Baltici; quindi gli Usa possono fare leva su questi timori proponendosi come l'unico alleato che può fornire protezione militare. Sarebbe però vantaggioso contare su una alleanza militare con Polonia, Ungheria e Romania. Sono da collocare in quest'ottica il viaggio di Obama in Polonia e quello di Biden in Romania (nota1). In due paesi insieme hanno 58 milioni di abitanti (mentre Ungheria, Slovacchia e Bulgaria insieme 24 milioni). Un corollario dello schema è che la Romania ottenga il controllo della Moldavia, in modo che la Nato si installi sul fiume Dniester, a meno di 80 miglia da Odessa.
La Romania per ora è tiepida rispetto all'offerta di protezione americana. Soprattutto vorrebbe dagli Usa i finanziamenti per riarmarsi, mentre gli americani mirano a istallarsi nei suoi aeroporti. La Romania ha importanti rapporti commerciali con la Russia e molte aziende russe vi investono.
La Romania è fondamentale nella strategia americana come contrappeso alla presenza russa in Crimea; un altro passo importante è la trilaterale Turchia Romania Polonia tenutasi in giugno.
Un successo intanto è stato convincere la Bulgaria a sospendere, ai primi di giugno, la costruzione di South Strema.
Berlino non è più un alleato affidabile, non lo è più dal 2003 quando rifiutò di intervenire in Iraq, mentre Francia e Gran Bretagna possono ancora esserlo e funzionare da contrappeso alla Germania.
La Germania punta ad avere una politica estera più assertiva (questo è evidente in Africa), ma ha bisogno di conservare il suo vantaggio economico, che dipende dall'export. L'export tedesco a sua volta è così brillante grazie al rifornimento di componenti e di lavoro qualificato a basso costo da parte di Polonia Cekia e Slovacchia e grazie ai rifornimenti energetici russi e agli investimenti in Russia. E' interesse degli Usa a rompere l'intensa corrispondenza di interessi fra Russia e Germania.
E' logico che la Russia si senta minacciata dal fatto che gli stati Baltici e la Polonia siano nella Nato, che l'Ucraina abbia un governo filo-occidentale (il che può mettere a rischio anche l'alleanza con la Bielorussia) ed è saggio non far "perdere la faccia" ai Russi in modo che siano costretti a qualche atto estremo.
Per ora l'arma più forte in mano ai russi è quella energetica (il 91% dell'import di energia polacco e l'86% di quello ungherese proviene dalla Russia) e gli Usa non sono in grado di sostituirsi a breve.
Ma in prospettiva per la Russia questo è un elemento di debolezza, perchè le entrate russe dipendono prevalentemente dal prezzo del petrolio; quindi per mettere in ginocchio la Russia basterebbe ottenere un forte abbassamento del prezzo del petrolio a livello internazionale, un obiettivo impossibile nell'immediato ma che può diventare un imperativo strategico degli Usa per il futuro (nota 2).
Nell'immediato la Russia ha trovato un correttivo al rischio di eccessiva dipendenza dall'export in Europa con il mega contratto di fornitura alla Cina. La Russia non è in grado di impedire l'attacco alla sua area di influenza, ma può dilazionare il proprio indebolimento promettendo finanziamenti pronta cassa e contrapponendo il suo decisionismo alle incertezze di Obama. In particolare in questa fase la Russia, che comunque può far pesare la sua vicinanza geografica, utilizza una propaganda più articolata, sottile e adatta ad orecchie europee, gli Usa sono troppo semplicisti. Ad es. la scelta di Putin di sottolineare il ruolo della Russia contro la Germania nazista è stato efficace e convincente; gli Usa devono sottolineare l'inesistenza dell'Europa come unione politica e militare, la sua attuale debolezza economica, il fatto che sono gli Usa che hanno vinto la seconda guerra mondiale.
Non bisogna consentire che la più abile diplomazia russa porti i paesi dell'ex blocco sovietico a preferire un'alleanza con la Russia. Questo vale soprattutto per i paesi del Caucaso, in cui si deve puntare a conservare l'influenza sulla Georgia ed estenderla all'Azerbaijan, perché qui i Russi potrebbero cercare una rivincita per la perdita dell'Ucraina e l' Azerbaijan è strategico per garantire la sicurezza dei porti georgiani..
Fermo restando che l'Asia è il centro della strategia americana, non si deve trascurare l'est europeo e non farsi risucchiare ancora nell'area medio orientale. Nell'Est Europeo occorre una strategia coerente, non è necessario per tenere a bada la Russia scatenare la III guerra mondiale e neanche riprendere la Guerra fredda. Non serve nemmeno combattere una guerra regionale come in Iraq o in Afghanistan. A parte il fatto che si potrebbe perderla.

Fin qui Stratfor, anzi George Friedman. Che scrive con cruda chiarezza, senza la solita salsa ideologica della democrazia e della libertà, perché parla alle persone che contano nell'establishment del suo paese. E vuole convincerle che oggi l'intervento militare diretto (reso comunque più difficile dai tagli al bilancio del Pentagono) non è l'opzione preferibile per gli Usa. L'opzione preferibile è un mondo pieno di guerre locali, in cui si sfianchino i potenziali concorrenti e in cui gli Usa regista più o meno occulto tengano le fila. Nessun accenno ovviamente ai costi umani di questi conflitti. Nella scacchiera "geopolitica" non contano. Par di capire che per lui la Crimea è ormai da lasciare in mano alla Russia, in modo che sia costante pretesto per alimentare le tensioni a cavallo del Mar Nero, per stringere la presa della Nato sui paesi europei che su quel mare si affacciano, magari allargando l'area di crisi ad Azerbaijan e Moldavia. Stupisce tuttavia la sicurezza espressa sul fatto che le potenze regionali, ad esempio la Turchia, facciano gioco agli interessi Usa. In Medio Oriente come in Europa e in Asia le potenze regionali giocano in proprio, che piaccia o no all'imperialismo americano. Dalle guerre recenti combattute dagli Usa Stratfor trae la conclusione che alla fin fine sono state inutili, non si dice per le finalità ideali agitate nella propaganda bellicista, ma nemmeno per realizzare quegli interessi dei gruppi capitalistici dominanti che le avevano imposte. Peccato che ai responsabili nessuno chiederà conto. Almeno per ora.


fonte Pagine Marxiste

 

 
 
 
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