Creato da zoppeangelo il 25/03/2011

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Svalutare la moneta č una soluzione? L'esempio del 1992

Post n°553 pubblicato il 13 Luglio 2016 da zoppeangelo

Scritto da Luca Lombardi Pubblicato: 31 Gennaio 2014
Di fronte al declino inarrestabile dell'economia italiana e delle condizioni di vita dei lavoratori, il progetto dell'Europa unita, da Maastricht all'euro, appare sempre più un incubo. Attacchi all'euro arrivano da sinistra (all'ultimo congresso del Prc c'erano emendamenti esplicitamente anti-euro) e da destra. Come prima l'Europa veniva presentata come una panacea, ora è la fonte di ogni problema e l'uscita dall'euro, si afferma, basterebbe a salvare l'Italia dalla catastrofe. In realtà, il declino del capitalismo italiano è iniziato prima dell'euro e proseguirebbe fuori dall'euro. Senza un programma di trasformazione complessiva della società, uscire dall'euro non risolverebbe nulla.

La situazione nel '92

Nel 1992 la "prima repubblica" viveva i suoi ultimi giorni. Si era in piena Tangentopoli, i governi tecnici e semi-tecnici di Amato e Ciampi, rappresentanti della parte della borghesia italiana favorevole all'integrazione europea, miravano ad attaccarsi al carro tedesco per superare la tradizionale arretratezza del capitalismo italiano. Cominciò Amato nel 1992, con l'abolizione della scala mobile, il varo della "concertazione" tra padroni, governo e sindacati, la prima importante controriforma delle pensioni. L'inizio delle privatizzazioni e, infine, la finanziaria da 92mila miliardi di lire (la più pesante nella storia della repubblica), di cui 43mila di tagli alle spese statali. Le conseguenze furono durissime per i lavoratori italiani: per fare solo un esempio lo scarto fra inflazione reale e "programmata" è stato di dieci punti percentuale tra il 1994 e il 2004, secondo uno studio dell'Ires-Cgil.
Secondo le stime del rapporto dell'Organizzazione internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2002, anno dell'introduzione dell'euro.
A settembre del '92 cominciarono attacchi speculativi alla lira a cui la Banca d'Italia rispose alzando i tassi, senza successo. La lira fu svalutata del 10% rispetto alle altre valute europee ma non bastò. Dopo poche settimane la lira e la sterlina dovettero uscire dallo Sme. La lira arrivò a perdere in tre anni circa il 33% contro il marco.
La svalutazione della lira fu effettuata dunque in un contesto di attacco generalizzato alla classe lavoratrice e alle loro famiglie e di tale attacco fu parte integrante. è proprio dal 1991 che si verifica l'inversione di tendenza nel rapporto tra redditi da lavoro e redditi da capitale. Se fino a quell'anno il divario diminuiva, da allora fino ad oggi è costantemente aumentato. Il boom della bilancia commerciale, conseguenza della svalutazione, favorì in gran parte gli imprenditori di questo paese.
D'altra parte, qualunque politica economica non può mai essere "neutra" ma è sempre portata avanti a servizio della classe che detiene il potere.
Si andò avanti così per tutto il periodo seguente: anni di lacrime e sangue che la borghesia italiana usò per intascare profitti favolosi senza però cambiare la struttura del tessuto produttivo italiano, che ha semmai accentuato le sue debolezze: imprese troppo piccole per competere a livello mondiale, dipendenza organica dagli aiuti di Stato, bassi salari, evasione fiscale e contributiva.
I fautori della svalutazione fanno notare che con la svalutazione si ottenne una certa ripresa. È vero ma durò poco e si ottenne nel contesto di anni di robusta crescita economica mondiale, con un'industria italiana ben più forte di oggi. Con la svalutazione si tornò ai livelli di fine anni '80, non ci fu nessun boom duraturo.
D'altra parte, la svalutazione non comportò la catastrofe che paventa anche a sinistra chi difende l'euro. Semplicemente, l'Italia dopo un breve sussulto, continuò nel suo declino di lungo periodo. Il motivo per cui dopo il '92 non ci fu una fiammata inflazionistica è che la svalutazione fu scaricata sui salari.
I fautori della svalutazione fanno notare che il Pil si riprese così come la bilancia commerciale, ma la ripresa dovuta alla svalutazione è per sua natura transitoria, perché non si può svalutare all'infinito. Da parte del padronato non ci fu alcun investimento sul terreno dell'innovazione tecnologica e dei macchinari, così, non appena venne meno la droga della svalutazione e la lira fu nuovamente agganciata alle valute europee, la bilancia commerciale andò in rosso. Il debito pubblico rimase stazionario durante gli anni di crescita, riducendosi dunque in proporzione al Pil ma in modo non significativo considerate le manovre spaventose di tagli della finanza pubblica e le gigantesche privatizzazioni.

E oggi?

Se nel '92 la svalutazione fu una sciagura per i lavoratori, oggi le cose sarebbero anche peggiori. Il peso dell'Italia nel commercio mondiale nel frattempo si è dimezzato, i settori in cui l'industria italiana è competitiva sono meno, molte grandi aziende sono di proprietà estera e avrebbero logiche diverse dal '92, dove settori importanti dell'industria e le principali banche erano ancora pubbliche. Per ottenere anche pochi trimestri di crescita, la svalutazione dovrebbe essere più forte, con effetti catastrofici sui redditi dei lavoratori. L'idea poi che i paesi dell'area euro permetterebbero all'Italia di conquistare quote di mercato senza reagire è fantascienza.
Non basta essere fuori dall'euro per evitare le politiche di austerità, il crollo dei salari e dei diritti. La parte del reddito nazionale che va ai salariati è indicativa in questo senso, come spiegato in precedenza. Tra il 1991 e il 2000 essa è scesa di 8,82 punti percentuali in Italia, mentre è scesa di 3,23 punti nell'area Euro a 12, di 1,08 punti in Germania, di 2,15 punti in Francia ed è salita di 0,3 punti negli Usa (fonte: Database economico annuale dell'Ecofin).
Come si nota, all'Italia è andata peggio ma la tendenza è comune a tutti.
L'uscita dall'euro e dalla gabbia europea può essere condotta solo nell'ambito di un complessivo piano di trasformazione socialista, che intervenga sulla proprietà delle grandi aziende e delle banche, espropriandole e ponendole sotto il controllo dei lavoratori; il ripudio del debito pubblico (che, se ripagato in euro dopo la svalutazione, comporterebbe il fallimento del paese); la riconquista dei diritti dei lavoratori persi in decenni. Il punto dunque non è la sovranità monetaria ma quale classe controlla l'economia. E nel capitalismo la sovranità sarà sempre dei capitalisti.

 

 
 
 

Novitą editoriale : CENTO ANNI - MARCO FERRANDO

Post n°552 pubblicato il 01 Luglio 2016 da zoppeangelo

Storia e attualità della rivoluzione comunista

Nel 2017 l'orologio della Storia segnerà, con la forza propria degli anniversari, un passaggio epocale. Nel mese di Ottobre, infatti, sarà passato un secolo da quando, nello sterminato ex impero zarista, un'incredibile forza popolare riuscì a trasformare in realtà quella che sembrava un'impresa impossibile: prendere il Palazzo d'Inverno e portare così a compimento il sogno di una rivoluzione comunista.
Nel secolo trascorso da quel momento, tutto sembra cambiato, fuorché la necessità delle masse di tornare a recitare un ruolo di primo piano sul palcoscenico degli eventi mondiali, rovesciando il capitalismo, che tra disastri ecologici e guerre sanguinose sta riversando la propria crisi sulle condizioni dell'umanità e minaccia di trascinarla verso nuove catastrofi.
Interrogando i cento anni che separano l'oggi dai fatti del 1917, Marco Ferrando indaga il cammino e l'evoluzione della lotta di classe, riflettendo sulle sue conquiste come sulle sue sconfitte all'interno di un libro unico nel suo genere: una storia sociale e politica completamente dedicata al movimento dei lavoratori di tutto il mondo che, malgrado il trascorrere del tempo, continua a non avere nulla da perdere. A parte, s'intende, le proprie catene (in collaborazione con il Partito Comunista dei Lavoratori).

MARCO FERRANDO - professore di filosofia impegnato da sempre all'interno del movimento dei lavoratori, Marco Ferrando è nato a Genova nel 1954. Dal 2008, anno della sua fondazione, è portavoce del Partito Comunista dei Lavoratori

 

 
 
 

Libertą per le sei compagne del DIP incarcerate in Turchia!

Post n°551 pubblicato il 22 Maggio 2016 da zoppeangelo

Petizione internazionale

21 Maggio 2016

Sei donne, militanti del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP) della Turchia, sono perseguitate per la loro attività in occasione dell'8 marzo. Sono ora sotto processo in tribunale per "sostegno e propaganda del terrorismo" semplicemente perché hanno espresso solidarietà con le donne curde sfacciatamente represse e umiliate dalle forze di sicurezza.

Il 6 marzo 2016 le sei compagne stavano distribuendo un volantino del nostro partito, che propagandava la partecipazione all'azione che si sarebbe tenuta l'8 marzo nella piazza principale di Çorlu, una città industriale ad ovest di Istanbul, quando la polizia le ha prese in custodia perché il testo del volantino conteneva riferimenti alla repressione di stato delle donne curde. Il pubblico ministero in seguito ha rinviato a giudizio le sei compagne. Giovedì prossimo, 26 maggio, si aprirà la causa in tribunale presso la Corte di Assise di Çorlu

La denuncia di "sostegno e la propaganda del terrorismo" è un'accusa intenzionale. Il volantino del DIP, dopo aver toccato una serie di forme di oppressione delle donne, sottolineava poi che alcuni mesi fa, nel contesto della guerra intensificata da Tayyip Erdogan e dall'AKP a partire dalla scorsa estate, il corpo nudo di una combattente curda era stato scaricato nel bel mezzo di una città curda, lasciato alla vista di tutti, in modo da seminare il terrore tra la popolazione. Il volantino condannava severamente questo atto sfacciato di umiliazione delle donne, esprimeva solidarietà con le donne curde sottoposte a questo e ad altri atti simili di aggressione e salutava la lotta delle donne curde impegnate nell'autodifesa contro tale pratica da parte delle forze di sicurezza. Il procuratore ha immediatamente etichettato queste dichiarazioni come sostegno e propaganda per il terrorismo.


Nella sua lotta contro l'oppressione delle donne e per la liberazione delle donne, a fronte di un enorme aumento della violenza contro le donne in Turchia negli ultimi anni, il DIP ha sistematicamente proposto la parola d'ordine dei gruppi di autodifesa composti da donne, per combattere la violenza contro di esse, sia nella parte occidentale del paese, nelle roccaforti industriali tra le donne che lavorano e nei campus per le studentesse, che, naturalmente, anche nelle regioni curde del paese.

Questa rivendicazione non è meno urgente per il fatto che siano state le forze di sicurezza a commettere questo atto brutale di disprezzo delle donne ma, se possibile, ancora di più.

Il processo contro le sei compagne del DIP è un caso di repressione della lotta delle donne contro l'oppressione e per la solidarietà tra i popoli turco e curdo, e della lotta di DIP per una società giusta e libera.

Chiediamo alla magistratura turca far cadere tutte le accuse contro queste compagne che combattono l'oppressione delle donne e per i diritti legittimi del popolo curdo.

 

PRIME SOTTOSCRIZIONI

Nancy Holmstrom - professore emerito di filosofia, Stati Uniti

Eleni Varikas - professore di politica e di studi di genere, Francia

Ada Ivekovic - professore di filosofia, Francia

Ana Bazac - professore di filosofia, Romania

Samir Amin - professore di economia, Egitto-Francia-Senegal


PER FIRMARE LA PETIZIONE, invia un'e-mail a: info@pclavoratori.it

Partito Comunista dei Lavoratori

 

 

 

 
 
 

Lotta Comunista e confederali insieme

Post n°550 pubblicato il 01 Maggio 2016 da zoppeangelo

 

 

 

LOTTA COMUNISTA E CONFEDERALI INSIEME IL PRIMO MAGGIO

LA PRIMA VOLTA DI GENOVA

 

Genova. Sarà un primo maggio anomalo per Genova quello di domenica dove per la prima volta da decenni il tradizionale corteo di Lotta comunista sfilerà insieme alle bandiere di Cgil, Cisl e Uil i cui vertici hanno scelto la Lanterna per la manifestazione nazionale dei lavoratori. In altre città come Milano o (in piccolo Savona), già accade ma a Genova la piazza del primo maggio è stata da tempo abbandonata dai sindacati e conquistata come un fortino, anno dopo anno, dal partito extraparlamentare per eccellenza.
A Genova Primo maggio, piaccia oppure no, significa corteo di lotta comunista. Forse per questo i confederali, tramite un invito formale firmato dalla segretaria Cgil Susanna Camusso, hanno chiesto a Lotta comunista di sfilare insieme. Ma il rischio, si sussurra tra i corridoi, è che le bandiere e le coccarde rosse di ‘Lotta' , oscurino numericamente e mediaticamente quelle di Cgil, Cisl e Uil che faticano a portare in piazza lavoratori e pensionati abituati a trascorrere la festa dei lavatori tra barbecue e pic nic a base di fave e salame. E molti confederali del Nord sfileranno nelle loro città a partire da Milano e Monza. A tutto questo occorre aggiungere il volantino ‘gaffe' fatto stampare da Roma che invita i lavoratori alle 11.30 in piazza De Ferrari, come se non ci fosse prima alcun corteo. Dal canto suo Lotta comunista lavora come ogni anno al corteo almeno da due mesi con il tradizionale laborioso ‘porta a porta' trascinando con sé in piazza militanti e sostenitori.
Di numeri in anticipo è difficile parlare, ma Lotta comunista, come si è visto alle celebrazioni del 50ennale, dovrebbe portare in piazza 2-3 mila persone. Da vedere se i confederali riusciranno a fare di meglio. Il concentramento è previsto per i Cgil, Cisl e Uil in piazza della Vittoria alle 9.30. Lotta comunista invece formerà il suo quadrato rosso in via Brigata Liguria, all'incrocio con via XX Settembre: attenderanno il corteo e si metteranno in coda. Tra i principali esponenti del partito sfileranno come ogni anno l'ex segretario della Fiom Franco Grondona, il console della Culmv Antonio Benvenuti, e i tanti funzionari e delegati che Lotta comunista ha piazzato sul territorio genovese soprattutto nel sindacato dei metalmeccanici della Cgil che per l'occasione lasceranno a casa le amate felpe per giacca, cravatta e l'immancabile coccarda rossa e l'accompagnamento di due bande musicali a intonare l'Internazionale come da migliore tradizione.
Dopo una sosta sotto il ponte monumentale per rendere omaggio al Sacrario dei Caduti Partigiani, il corteo arriverà in piazza De Ferrari. Dal palco parleranno Segretari Generali Confederali Susanna Camusso, Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo, ma ci sarà spazio anche per altri tre interventi, quello di un pensionato e di due delegati sindacali tra cui un metalmeccanico dell'Ilva.

da Genova24.it

 
 
 

NO al terrorismo No ai respingimenti

Post n°548 pubblicato il 22 Marzo 2016 da zoppeangelo

Gli attentati terroristici sono sempre vili, perché colpiscono nel mucchio, e politicamente reazionari perché indeboliscono l'organizzazione dal basso dei lavoratori e danno un alibi norme liberticide da parte degli stati in cui avvengono. Quelli di Bruxelles confermano questa tesi.
In risposta agli attentati, dopo che unanimemente i 28 stati europei avevano la scorsa settimana varato l'Europa dei respingimenti (accordo con la Turchia, euro in cambio di profughi), Hollande vara l'Europa dei gendarmi.

Nessuno dei reportage di oggi collega gli attentati all'accordo siglato a Bruxelles pochi giorni fa, tutti fanno riferimento alla cattura tardiva di Salah Abdeslam
Eppure come non pensare alla mediatica messa in parallelo dei due fatti qualche giono fa: la "efficiente" /si fa per dire) polizia che arresta il terrorista da un lato e i burocrati europei che "con mossa audace" (parola di burocrate europeo) arrestano il flusso molesto dei migranti ricacciandoli a suon di euro nei lager turchi.
Ed è tuttavia lecito chiedersi se ci sarebbe stati un Sala Abeslam senza il ghetto di Molenbeek, la sua miseria ed emarginazione a poca distanza dalle rutilanti vetrine di un centro storico fra i più lussuosi ed esclusivi del mondo e a poca distanza anche dai centri del potere europeo. Questo prima che qualche benpensante, di quelli che pensano che Giulio Regeni se l'è voluta andando a dar voce ai lavoratori egiziani, ci dica che meno male che hanno rallentato il flusso dei migranti, perché è lì che passano i terroristi, mentre forse sono i ghetti a dare una mano alle centrali terroristiche consentendogli di reclutare in luoghi dove l'integrazione non l'hanno mai vista neanche dipinta.
E non ci stanchiamo di ribadire che senza le guerre di spartizione combattute anche dagli stati europei sulla pelle di libici, siriani, afghani e quant'altro non ci sarebbero un milione di profughi che bussano alle porte dell'Europa. E non ci stanchiamo di riprendere la protesta di tutte le ong, da Medici senza Frontiere a Oxfam contro l'accordo con la Turchia che nella migliore delle ipotesi sarà di difficile attuazione e nella peggiore si tradurrà in un accordo sotto banco per delegare al gendarme turco la soluzione finale e ai gendarmi marocchini, tunisini e algerini di rimettere le mani su chi è fuggito per evitare il carcere e le torture. Quanti piccoli Sala Abeslam nasceranno dalle migliaia di profughi che dopo inenarrabile sofferenze saranno ricacciati indietro?
Come scrive Meltingpot "I milioni di siriani, iracheni, afghani, che si trovano in transito verso l'Europa non verranno fermati dai respingimenti sommari, come in passato non sono stati fermati dai muri, dal filo spinato e da altri respingimenti. Quelle persone, quei rifugiati, sceglieranno semplicemente altre strade, magari più pericolose, magari più costose, magari più lunghe, ma di certo non si fermeranno, per la semplice ragione che non possono tornare nei Paesi da cui sono fuggiti."

Non lasciamoci spaventare dalla difficoltà di reagire in questi frangenti in nome dell'umanità e dei diritti, non facciamoci tappare la bocca alla paura del terrorismo, non avalliamo la tesi che più polizia e più respingimenti ci salveranno dagli attentati!
No alle guerre, no ai rifugiati trattati come i rifiuti tossici, no all'accordo con la Turchia!

 

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