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Imperialismo italiano, fazioni libiche e assi internazionali

Post n°501 pubblicato il 28 Febbraio 2015 da zoppeangelo

Imperialismo italiano, fazioni libiche e assi internazionali


Da circa quattro anni le fazioni armate della Libia si scontrano. I servizi segreti italiani ne hanno censiti 200; al di là della connotazione tribale, ideologica o religiosa cuore del conflitto tra tribù e brigate è nell'accaparrarsi il patrimonio miliardario di Gheddafi e il business di petrolio e gas; per finanziarsi cercano di prendere il controllo di un pozzo petrolifero e di vendere più o meno legalmente il petrolio, oppure hanno coltivato come attività economica lo sfruttamento dei profughi, sottoposti ad estorsioni e arresti arbitrari.
In questo contesto l'imperialismo italiano ha espresso un'ambizione, parzialmente rientrata, di intervenire. Rispetto al 2011, la Francia è ancora nettamente favorevole a un intervento, gli Usa auspicano "una soluzione diplomatica", gli attori regionali presenti nel 2011, Turchia, Sauditi, Emirati, Qatar tendono a confrontarsi sul terreno attraverso i gruppi libici in armi che a loro fanno riferimento. Secondo Bashir al Kubti, un leader dei Fratelli Mussulmani, intervistato dal quotidiano al-Quds al Arabi, per ogni libico, neonati compresi, ci sono 2,5 armi circolanti nel paese, "Non esiste casa in cui non ci sia una pistola o un fucile. In strada si trova qualsiasi tipo di arma".
La novità è la scesa in campo prepotente dell'Egitto di Al Sisi, il possibile intervento di Tunisia e Algeria e la Russia a fianco dell'Egitto.

Le fazioni libiche
Secondo Bashir al Kubti, un leader dei Fratelli Mussulmani, intervistato dal quotidiano al-Quds al Arabi, per ogni libico, neonati compresi, ci sono 2,5 armi circolanti nel paese, "Non esiste casa in cui non ci sia una pistola o un fucile. In strada si trova qualsiasi tipo di arma".
Dall'agosto dell'anno scorso il premier al Thani (eletto il 25 giugno durante una elezione che ha visto la partecipazione al voto del 18% degli aventi diritto), ha abbandonato Tripoli, che è stata conquistata da "Alba Libica" (Libya Dawn, in arabo Faijr Libia), una diramazione della Fratellanza Mussulmana, proveniente da Misurata. Il nuovo governo "islamico" di Tripoli, guidato da Omar al Hassi è stato riconosciuto solo dalla Turchia, nell'ottobre 2014, in polemica con le monarchie del Golfo, e era copertamente appoggiato dal Qatar. Il recente spostamento diplomatico del Qatar, che si è allineato ad Egitto e Sauditi lascerebbe a fianco di Tripoli solo la Turchia, che ha ripreso i voli per Misurata, per condizionare la frazione di Alba libica ancora forte in quella città.


Il governo di Abdullah al Thani, riconosciuto come legittimo dall'Occidente, si è installato a Tobruk, all'estremo est del paese; questo governo è sotto la tutela del generale Khalifa Haftar, che ha lanciato una "Operazione Dignità" contro gli islamici dell'ovest (Tripoli e Misurata)
In Tripolitania Haftar può contare sul sostegno delle milizie di Zintan, una tribù insediata nel Jabal al-Nafusa, a sud di Tripoli, affine per legami tribali e storici all'emiro Mohammed bin Zayed, monarca degli Emirati Arabi Uniti ( UAE) e da mesi in lotta con Misurata. In questo modo l'appoggio degli emirati si è esteso ad Haftar. Zintan esprime due diverse milizie al-Qaaqaa e al Sawaaq
Haftar in più può contare sull'esplicito sostegno di Egitto, Emirati e Arabia Saudita, ansiosi di vedere cancellate le ultime vestigia della Fratellanza Mussulmana; il supporto logistico egiziano ha significato la fornitura di elicotteri e jet militari.

La comparsa dell'ISIS
Questa contrapposizione Tripoli-Misurata - Tobruk ha messo in ombra la la contraddizione Tripoli/Bengasi ereditata storicamente e riemersa con la rivolta del 2011. Dopo la caduta di Gheddafi, le città dell'est (Benghazi, Jalu, Darnah e Tobruk) hanno continuato a sentirsi sacrificate da Tripoli e a chiedere maggiore federalismo e autonomia; nel settembre 2013 la Cirenaica ha eletto un proprio governo di 20 membri non riconosciuto da Tripoli, con Abdrabbo al-Barassi come premier. Le richieste di questo governo ombra erano di avere anche a Benghazi la sede della National Oil Corporation (NOC), della Libyan Airlines e della Libyan Insurance Company. Ma intanto la Cirenaica è diventata sempre più povera e si sono moltiplicati i gruppi di protesta.
Cavalcando la delusione delle città della Cirenaica, l'ISIS si è insediata nel 2014 a Derna , che negli anni '90 era il terminal dei mujaheddin reduci dalle guerre in Afghanistan e in Iraq, introducendovi
esercito islamico, tribunale islamico, polizia islamica, tivù islamica, scuole islamiche, amministrazioni islamiche, assorbendo la Brigata Rafallah al Sahati e l'Esercito dei mujahedin

In seguito si è collegata ad Ansar al Sharia, prima affiliata ad al-Qaeda, che ha sempre avuto il controllo di Bengazi, dove ha guidato nel 2012 l'attacco terroristico in cui rimase ucciso l'ambasciatore Usa Chris Stevens. Anche Ansar al Sharia era nel mirino ddel generale Haftar.
Col recente sbarco a Sirte (13 febbraio), l'ISIS dispone di tre teste di ponte in territorio libico. Ma nel frattempo ha ottenuto l'adesione dei jihadisti del Sinai di Ansar al Bayt Maqdis e corteggia chi defeziona da
"Alba della Libia". Molti combattenti di Tripoli e Misurata sono attirati, più che dal messaggio politico, dai soldi del Califfato e dalle promesse di un buon stipendio (si parla di 7-800 dollari al mese), di poter accedere al bottino di guerra e di una buona sistemazione a fine conflitto.

Molti commentatori politici sottolineano che in Libia l'ISIS può con relativa facilità procurarsi armi, mettere le mani sui pozzi abbandonati o sorvegliati da guardie mal pagate; dalla Libia può lanciare, in primo luogo, l'attacco ai Paesi limitrofi come Tunisia, Algeria e Marocco. A suo vantaggio gioca il caos politico a cui può contrapporre una forma di organizzazione del territorio e di ordine; possono allearsi via via con i piccoli gruppi delle varie città-stato, che si sono indeboliti in lotte fratricide. In Libia l'ISIS non trova a contrastarlo né un esercito efficiente come quello siriano, ma nemmeno un gruppo con un forte senso di appartenenza come i curdi; nelle milizie in armi non c'è senso dello stato o di un'appartenenza nazionale ma solo una appartenenza tribale. In cambio l'Isis può offrire una copertura islamica a un programma di rapina.
I commando dell'Isis per ora sono composti da algerini, siriani, tunisini ed egiziani, ma in tutti gruppi armati combattono mercenari provenienti dal Mali, dall'Iraq, dall'Afghanistan e dalla Siria.
Il calcolo di estendere la sua influenza su Misurata e Tripoli si basa sul relativo isolamento di Alba di Libia che la espone a una più o meno lenta erosione. Nei territori controllati l'Isis sembra in grado di imporre una qualche forma di organizzazione statale e di servizi.
Tutte queste informazioni ovviamente non sono di prima mano. Tanto che vengono messe in discussione dal commentatori anche autorevoli e da fonti libiche. Ad esempio le milizie di Misurata hanno dichiarato di aver ripreso con facilità Sirte il 19 febbraio. Caracciolo (Limes) sostiene che la minaccia ISIS è ingigantita ad arte, che si tratta di quattro scalzacani senza arte né parte.

Petrolio, gas e gli attori regionali
Sempre che si tratti di notizie attendibili, l'ISIS avrebbe subito iniziato gli attacchi agli oleodotti, ad es. a El Bahi, nei pressi del terminal costiero di Ras Lanuf, e a el Dahra, nel Sud Ovest; il 4 febbraio appoggiandosi a Ansar al Sharia, l'Isis avrebbe attaccato un altro pozzo controllato dai francesi della Total, ad al Mabrouk, a circa 170 km a Sud di Sirte facendo almeno 10 morti e prendendo ostaggi. La Total ha smentito.

La partita dei pozzi sottende tutti gli avvenimenti libici che riguardano le fazioni in lotta, ma anche chi li finanzia.

Fino ad un certo punto la rivalità fra Tripoli e Tobruk è stata ben vista dalle monarchie del Golfo: si trattava della neutralizzazione della Libia, un concorrente nella fornitura di gas e petrolio. Qatar e ed Emirati hanno ingaggiato una guerra per procura in Libia e addirittura in agosto 2014 gli Emirati hanno bombardato col supporto logistico dell'Egitto di al-Sisi Misurata e Tripoli. Lo scopo era di colpire le milizie di Alba Libica ree di aver scalzato le milizie di Zintan dall'aeroporto di Tripoli e poi dalla città e di aver insediato il governo islamico di cui sopra.
Molti commentatori sostengono anche che l'Isis sia eterodiretta e, in particolare ancora ospitata , sostenuta e foraggiata dalla Turchia. Cioè dallo stesso sponsor straniero di "Alba Libica".
La saldatura fra i due movimenti isolerebbe Tobruk e farebbe dilagare la "minaccia islamica" alle frontiere con Tunisia e Algeria.
Quindi se nella guerra del 2011 gli "attori regionali" sembravano più o meno al rimorchio dell'imperialismo francese e statunitense, oggi agiscono indipendentemente e in prima persona.
E si sono moltiplicati. Tunisia e Egitto furono le vittime dell'esodo biblico dei lavoratori stranieri cacciati dopo la caduta di Gheddafi, centinaia di migliaia di profughi. Oggi l'Egitto bombarda le aree di frontiera con La Libia, oltre a Derna e Sirte, fa l'elenco dei guerriglieri uccisi e parla di diritto alla vendetta. Osserva acidamente un giornalista di Al Jazeera che anche per l'Egitto "l'Isis è una minaccia ma anche una opportunità", perché legittima l'intervento armato egiziano e gli Egiziani hanno buone probabilità di ottenere un benevolo assenso dalla cosiddetta Comunità internazionale.
l'Algeria ha dispiegato 50 mila effettivi sulla frontiera e con la Libia e con il Niger; inolte il suo Stato maggiore ha firmato un accordo operativo con gli omologhi tunisini per una azione comune di intelligence sulle frontiere e per la caccia al terrorista anche oltre la frontiera, grazie a un corpo speciale composto da 6 mila tunisini e 8 mila algerini).

Secondo Paolo Scaroni ex ad di Eni, assai prima dell'intervento italiano, peraltro da lui giudicato tardivo, o dell'Onu, ritenuto improbabile , ad intervenire saranno Egitto Tunisia e Algeria, interessati ad evitare in ogni modo il "contagio islanìmico". L'Algeria in particolare ha già subito l'attacco e ha dato i natali a uno dei terroristi plutiricercati del Nord Africa, cioè Mokhtar Belmokhtar, la mente dell'attacco all'impianto di In Amenas in Algeria, che guida il gruppo El-Muwaqiin Bi Dam (Coloro che Firmano con il Sangue)

L'Italia e gli interessi "nazionali" in Libia
I generali italiani interpellati su un possibile intervento hanno subito sostenuto che i 5 mila uomini della Pinotti sono del tutto inadeguati, ne servirebbero almeno 100 mila. Ma soprattutto il problema dell'Italia è intervenire avendo scelto chiaramente un partner locale affidabile.
E non è facile, per i variegati interessi italiani presenti. Ad esempio Benghazi e Misurata, oggi su sponde opposte, erano fino a pochi anni fa centri economici di grande importanza, dove sono presenti strati di borghesia commerciale e finanziaria, che avevano legami profondi con l'imperialismo italiano.
A Tripoli d'altronde ci sono i rimasugli delle strutture del capitalismo di stato libico e a Tobruk l'unica struttura militare che sembra in grado di svolgere un ruolo unificante. Per quanto il parallelo con la Somalia sembri adeguato, la Libia non è la Somalia.
L'Eni ha potuto erogare rifornimenti di petrolio e gas con una certa regolarità almeno fino a ottobre del 2014. Fermi invece tutti gli appalti per opere pubbliche, come quella aggiudicatasi da Salini-Impegilo, nel 2013 (come da accordi del 2009), una maxi commessa dell'autostrada costiera (400 chilometri per una forza lavoro di 2 mila persone e un valore di 963 milioni di euro). Del tutto bloccata l'attività della Sme Task Force, 82 imprese italiane del Nord-Est), consorziatesi nel 2012 per operare nel mercato libico. Ma la Camera italo-libica di Tripoli è rimasta aperta nonostante tutto.
Nell'aprile 2014 si è comunque tenuta la Fiera di Tripoli, a cui hanno partecipato 650 società, molte italiane; 55 imprese italiane hanno partecipato in maggio alla Fiera dell'edilizia sempre a Tripoli.
La Lega, che aveva espresso le maggiori perplessità di fronte al conflitto del 2011, anche se poi Maroni, ministro degli Esteri, aveva scelto la partecipazione come male minore, oggi sui suoi giornali chiede a gran voce una reazione "forte" al caos libico, nell'interesse di queste imprese italiane. E combina nella sua attiva propaganda l'obiettivo di riaprire per l'Italia un mercato nel cortile di casa e l'obiettivo di bloccare gli immigrati e i profughi in Libia.

Tripoli è strategica anche per ENI, che fino a pochi giorni fa ha gestito il complesso di Mellitah, stretto fra le katibe (milizie) di Zintan e quelle berbere di Zuara, dove confluisce sia il gas prodotto nel pozzo desertico di Wafa, 520 chilometri più a sud al confine tra Tunisia, Libia ed Algeria, sia il gas, estratto dal pozzo off shore di Bahr Essalam situato davanti alle coste di Tripoli. Quel gas soddisfa per oltre il 12 per cento il nostro fabbisogno energetico, riscalda le nostre case e rappresenta, per l'Italia, un interesse strategico. Non a caso l'Eni ha investito nel 2004 oltre 7 miliardi di euro in Greenstream, il serpentone di tubi sottomarini che parte da qui e approda, 520 chilometri dopo, a Gela in Sicilia. L'impianto di Wafa è stato chiuso il 5 febbraio , come anche Bahr Essalam. Il personale tecnico italiani è stato rimpatriato, mentre il personale libico viene lasciato al suo destino. Bloccando Mellitah mezza Libia resterà al buio.
A seguito del danneggiamento dell'impianto di liquefazione di Marsa- al-Brega, il gasdotto Greenstream che collega Mellitah a Gela è rimasto l'unico canale di fornitura in funzione, sebbene a intermittenza, rendendo l'Italia il solo destinatario del gas libico
La maggior parte delle installazioni e dei giacimenti in cui opera l'Eni, insieme alla Noc, si trova in Tripolitania, ma una parte anche a est di Sirte, in tutto sei aree, di cui 2 offshore. Oltre a Wafa va ricordato anche, sempre al confine con l'Algeria, il grande giacimento di petrolio Elephant che ha una capacità di 100mila barili al giorno. Elefant si trova nel Fezzan che nel settembre 2013 ha dichiarato la sua indipendenza. Questo giacimento è una delle cause dell'intervento militare Usa: obama era inferocito per la cessione del 50% dei diritti di sfruttamento posseduti da Eni a Gazprom (accordo del 5 febbraio 2011 - cfr Wikileaks). Gli oleodotti che collocavano Elephant (in arabo El Feel) ai terminali di Zawiya e di Mellitah sono stati bloccati dalle milizie di Zintan nell'agosto 2013
Ras Lanuf (gestito da Winteeshall e Gazprom), Zueitina (gestito da Occidentale e OMV) e gli altri impianti di smistamento della Cirenaica, dove confluisce il greggio prodotto nel sud est del Paese, sono bloccati da mesi. Il giacimento petrolifero di Abu Attifel (Eni), a sud di Benghazi, è invece chiuso da un anno e mezzo. Con la presa di Sirte e della raffineria di El Bahi, l'ISIS ha tentato di mettere le mani sulle riserve di idrocarburi della Cirenaica

Giova ricordare che nel febbraio 2011 la Libia produceva 1,6 milioni di barili al giorno; dopo il crollo di produzione nel 2011 e 2012 (400 mila barili al giorno), nel 2013 c'è stata una parziale ripresa dell'export (875 mila barili al giorno); ancora di più nel 2014 per la riapertura dei terminali di Zueitina e marsa al Hariga: nell'ottobre 2014 la produzione era di più di 900 mila barili al giorno, ma nel gennaio 2015 è crollata a 300 mila e col bombardamento di El Sider (sfruttato dalla Conoco Phillips, Marathon e Hess) e l'attacco all'oleodotto di Hariga (12 febbraio 2015) la produzione è precipitata a 180 mila barili. Seconde le statistiche dell'Unione petrolifera, da gennaio a novembre 2014 l'Italia ha importato mediamente 3,3 milioni di tonnellate di petrolio libico, pari al 6,7 per cento del suo consumo totale totale. Per quanto riguarda il gas naturale, nel 2014 le importazioni italiane dalla Libia sono state di 6,4 miliardi di metri cubi, pari all'12 per cento del totale

Tutto questo ci fa comprendere che in Tripolitania l'Eni dovrebbe tener buoni rapporti con il governo di Tripoli, ma nel Fezzan con Zintan, alleato a Tobruk; per riaprire Abu Attifel dovrebbe contrattare con Isis o con Tobruk. Le PMI italiane sono invece interessate a Tripoli, Misurata e Benghazi
Evidente la difficoltà di scegliersi un alleato, a parte il fatto che la situazione di Tripoli e Misurata è estremamente fluida. A livello internazionale Finmeccanica preme perché si dia ascolto all'asse Egitto - Emirati- Arabia Saudita (e ora sembra anche Qatar). Se si esaminano le licenze di esportazione autorizzate di armi nel 2013, l'Arabia saudita è al 1° posto col il 13,8% del totale, pari a 296,4 milioni di €. l'Algeria al 3° con il 10,9% pari a 234,6 milioni, gli Emirati al 7° posto, con il 4,4% pari a 94,6 milioni. In percentuale in valore l'export di armi di questi 3 paesi equivale all'export italiano di armi verso Germania, Francia e Usa. Il recente acquisto di 24 Rafale dalla Francia da parte dell'Egitto ha evidentemente messo in agitazione Finmeccanica.

L'Italia e i suoi concorrenti
Tra la major energetiche che operano nell'ex Jamahiriya islamica quella con la maggior presenza è l'Eni; ci sono tra le altre le americane Marathon e Conoco Phillips, la francese Total, la russa Gazprom, la spagnola Repsol; ma a parte il governo Hollande nessun altro governo sembra intenzionato a intervenire a difesa dei propri interessi nazionali. Si scopre l'acqua calda dicendo che «tra i principali motivi dell'intervento internazionale in Libia, al quale l'Italia si accodò, c'era l'interesse di Total, Bp e Shell di sottrarre all'Eni le royalties sul petrolio. " Ma la Shell ha ben presto gettato al spugna nel 2012, la BP lo stesso e fra l'altro è oggi al centro di un tentativo di spartizione da parte di Shell ed Exxon. La Total, in compartecipazione con Noc nell'impianto di al- Mabrouk, posto a sud di Sirte, attaccato di recente da Ansar al Sharia, aveva ritirato i suoi dipendenti francesi alla fine del 2013 e gli effettivi arabi nel luglio 2014. La Francia comunque non ha rinunciato a giocare un ruolo di primo piano in Libia e punta a un asse privilegiato con l'Egitto, orfano dei finanziamenti Usa all'esercito. Il contratto per i Rafales è stato firmato "per la Francia" dal ministro della difesa (quindi non un banale contratto ma una sorta di alleanza più larga). L'acquisto "permetterà all'Egitto di giocare appieno il suo ruolo al servizio della stabilità regionale".

L'Egitto comunque non sembra volersi far condizionare da un asse privilegiato con la Francia. Per quanto importante sia il contratto con la Francia, non si deve dimenticare l'accordo per acquisto di armi con la Russia del marzo 2014: Mosca si è impegnata a fornire elicotteri d'attacco Mi-35 e gli elicotteri multiruolo Mi-17 russi, i caccia MiG-29M/M2, i sistemi SAM anti aerei, i missili antinave, oltre ad armi leggere e munizioni. Di fatto al Sisi sta integrando l'arsenale egiziano finora rifornito solo di armi americane.
In questo modo il disegno di rientro nel Mediterraneo da parte di Putin parte dal Cairo e comprende la Grecia (il cui ministro degli esteri Kotzias ha incontrato Lavrov in Russia l'11 febbraio). Il giorno prima Putin in visita al Cairo a garantito la costruzione di una centrale nucleare per dare energia elettrica alla capitale ( cfr Ayah Aman su Al Monitor 19 febbraio). Al Cairo Putin ha incontrato anche gli alti papaveri di Tobruk e garantito rifornimenti anche a loro. Del resto appena prima della rivoluzione del febbraio 2011, abboccamenti in questo senso c'erano già stati fra Putin e Gheddafi, ha rivelato il colonnello Ahmed al Mismari (portavoce degli ufficiali libici a Tobruk).
Quindi i russi cacciati nel 2011 rientrano grazie all'embargo decretato con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu (17 marzo 2011) e fanno una scelta di parte logica e coerente (se la Turchia appoggia Tripoli, la Russia appoggia Tobruk). Quanto all'Egitto lo marcamento con gli Usa (non informati prima delle azioni di bombardamento su Derna e Sirte) non potrebbe essere maggiore. Ma soprattutto abbastanza trasparente il desiderio di mettere le mani sulla Cirenaica.

La Francia nel frattempo ha sollecitato l'Onu che avrebbe organizzato, tramite il suo inviato speciale Bernardino Leon, in Marocco, a Rabat un incontro fra Tripoli e Tobruk di riappacificazione.
Il ministro degli esteri Gentiloni, avrebbe invitato a questo summit anche Algeria ed Egitto. L'Algeria ha da anni cattivi rapporti diplomatici col Marocco, se accettasse sarebbe una svolta storica.
Renzi ha preso le distanze dall'azione di bombardamento egiziana, dicendo di comprendere lo sdegno per l'uccisione dei 21 copti, ma dichiarando di voler praticare la via diplomatica.


La guerra o un intervento italiano non sono dunque imminenti. Ma questo non ci deve far abbassare la guardia. I recenti avvenimenti ci confermano che nell'imminenza di un conflitto, l'azione di falsificazione dei fatti sui media (oggi non più solo giornali e telegiornali, ma ogni sorta di blog e sito) raggiunge elementi parossistici. L'informazione si confonde con la propaganda. Lo scopo è di rafforzare un "fronte interno" favorevole alle scelte dell'esecutivo. E' nostro compito riportare sempre e comunque le azioni dei governi agli interessi delle borghesie in lotta .

Nota
La crisi libica sta infiammando anche la stampa, che mai come in questo momento è al servizio dell'uno o dell'altro interesse imperialistico.
Un esempio che riguarda gli Usa è l'attacco alla gestione democratica della crisi libica del 2011 (in funzione di impedire un eventuale intervento oggi). A fine gennaio 2015 lo Washington Post ha rivelato che Gheddafi prima della caduta si era dichiarato disposto ad abdicare in cambio di un salvacondotto per lui e per la sua famiglia; la decisione di intervenire militarmente in Libia sarebbe stata presa da Hillary Clinton che appoggiava i gruppi islamici che si ispiravano ai Fratelli Mussulmani, una guerra che molti membri del Pentagono ritenevano non necessaria. Nella confusione dei primi mesi di guerra gli americani hanno finito per armare anche gruppi alqaedisti, hanno denunciato ufficiali della CIA alla Commissione che indaga sull'assassinio a Benghazi dell'ambasciatore americano. L'amministrazione Obama ha cercato in tutti i modi di nascondere le sue responsabilità; Hillary Clinton sarebbe stata influenzata dal responsabile del suo staff, Huma Abedin, i cui genitori in Arabia Saudita gestivano la Muslim World League, una organizzazione con sede alla Mecca, che funzionava , grazie ai pellegrinaggi, come anello di congiunzione fra le varie branche dei Fratelli Mussulmani. Il padrino della famiglia Abedin era Abdullah Omar Nasseef, fondatore del Rabita Trust, la fondazione che aveva finanziato i terroristi dell'11 settembre. Non ci interessa tanto verificare l'attendibilità di questa spiegazione, piuttosto semplicistica e complottistica della guerra in Libia, quanto leggervi il fatto che il primo imperialismo del mondo è normalmente influenzato da lobbies legate ad altri paesi considerati normalmente "minori", come Israele e l'Arabia saudita; conferma anche che la guerra di Libia è stata una guerra imperialista ( per responsabilità principalmente di Francia, Gran Bretagna e Usa), ma anche una guerra inter-araba per procura (Qatar, Emirati e Sauditi contro Libya, pericolosa concorrente in campo energetico).


www.combat-coc.org

 

 
 
 

LA NUOVA GUERRA DI LIBIA

Post n°500 pubblicato il 16 Febbraio 2015 da zoppeangelo

L'ITALIA in pista per un intervento militare in Libia
Scendiamo in piazza contro le guerre dell'imperialismo

Nel 2011 sull'onda della primavera araba che aveva contagiato anche la Libia, l'imperialismo francese e statunitense scatenarono l'attacco al paese con l'obiettivo dichiarato di proteggere la popolazione civile dalle ritorsioni del "tiranno" Gheddafi. L'obiettivo non dichiarato ma reale era in primis di scalzare la posizione predominante dell'Italia nel gas, nel petrolio e nel settore dei lavori pubblici, ma anche di espellere russi e cinesi diventati concorrenti pericolosi. L'iniziativa ebbe subito l'entusiastico sostegno delle monarchie del Golfo, in primis del Qatar, interessato alle enormi riserve di gas della Libia, ma comunque complessivamente ben liete di eliminare un concorrente di peso nel settore energetico. L'allora governo Berlusconi - Maroni, con la piena collaborazione di Napolitano si allineò all'intervento per cercare di conservare il controllo di un'area che dalla metà dell'800 l'imperialismo italiano ha visto come "cortile di casa"

L'intervento militare del 2011 ha avuto effetti devastanti: caduto Gheddafi, la Libia si e disintegrata, è iniziata una guerra intestina fra gruppi tribali, "laici" contro islamismi, seguaci dei Fratelli Mussulmani contro salafiti integralisti. Una guerra in cui i paesi del Golfo hanno patrocinato gli uni contro gli altri (vedi da ultimo l'episodio dei bombardamenti di agosto 2014) in una sorta di guerra interna per procura. Fiumi di armi hanno dilagato nel paese, mentre centinaia di migliaia di lavoratori africani e asiatici erano costretti a lasciare la Libia, dove lavoravano. Nazioni africane come il Ciad, il Mali, sono stati a loro volta destabilizzate, con una serie di guerre, su cui la Francia è pesantemente intervenuta, con l'appoggio attivo degli Usa. In Libia oggi buona parte della popolazione è a rischio fame, non funzionano più scuole e ospedali, manca l'acqua e la luce elettrica. I gruppi armati spadroneggiano, arrestano arbitrariamente, vessano e taglieggiano gi emigrati, reclusi in piccole prigioni per lo più private, mandati a morire sui gommoni. Certo le imprese russe e cinesi sono state espulse, ma il caos dilagante non ha permesso a europei e statunitensi di godersi i nuovi spazi economici conquistati.

Questo è stato il risultato dell'intervento "umanitario" e non c'è motivo di pensare che un prossimo intervento produrrà qualcosa di meglio.
Non dobbiamo stancarci di denunciare questo fatto perché oggi è partita una campagna esplicita per preparare gli italiani a una nuova guerra, questa volta non dal cielo, ma anche direttamente sul terreno in Libia.

L'Italia, l'Eni in primo luogo, meglio attrezzata perché presente nel paese da più lungo tempo, ha resistito fino a qualche giorno fa, tenendo aperti i pozzi e l'ambasciata di Tripoli; nel frattempo un centinaio di imprese grandi e piccole italiane se ne è andata, con un miliardo di euro di crediti non riscossi. Il 14 febbraio l'Eni ha ritirato i tecnici e i lavoratori italiani e l'ambasciata e stata chiusa.
La nostra stampa, ma non quella straniera, ha dato grande rilievo al fatto che l'ISIS, lo Stato islamico che sembrava confinato nel conflitto siriano e iracheno, ha conquistato Sirte "a 200 chilometri dalle nostre coste".
Gentiloni, ministro degli esteri italiano, Roberta Pinotti per la Difesa e Renzi hanno proposto un intervento di peacekeeping, naturalmente sotto l'egida dell'Onu, in cui l'Italia abbia un ruolo preminente.


Non è un piano scaturito all'improvviso, nell'urgenza seguita all'arrivo ufficiale dell'Isis in Libia.
Lo si prepara da tempo. Il grande capitale italiano, ma anche le piccole medie imprese del Nord-est hanno degli interessi oggettivi da difendere in Libia. L'Italia del "semestre europeo", l'Italia nel corso della crisi ucraina, dove pure ha grossi interessi oggettivi da difendere, non è riuscita a svolgere un ruolo di primo piano. Ma in Libia si ritiene di avere delle carte in più da giocare.
Ce lo spiegano il Sole 24 ore e Analisi di Difesa, organo che spesso veicola l'opinione delle alte sfere dell'esercito italiano. Entrambi nettamente interventisti. Ma con alcuni distinguo.
Si deve scegliere l'alleato giusto sul terreno, con Tobruk (quindi col "legittimo" premier Al Thani e col "laico" generale Haftar) o con Tripoli (e quindi con gli islamismi moderati di "Alba della Libia"). Analisi di Difesa preme per l'alleanza con Tobruk e consiglia di non aspettare l'Onu e gli "alleati regionali". L'Italia può costruire un asse suo con i paesi del Golfo e africani. E qui è intervenuto un fatto nuovo: il Qatar, prima in netto contrasto con Sauditi ed Emirati, ha fatto pace con loro e con l'Egitto, per affrontare "Isis", che prima Sauditi , statunitensi, europei hanno finanziato e che oggi si è rivelata una scheggia impazzita. Quindi l'Italia può uscire dall'immobilismo perché non rischia più di perdere le lucrose vendite di armi alle monarchie del Golfo, ora compatte, né di mettere a rischio i loro investimenti in Italia. E costoro stanno con Tobruk . Solo la Turchia sta con Tripoli. Anzi è probabile che Erdogan foraggi e protegga ancora all'Isis (parola delle alte sfere militari turche). E' vero che anche la Turchia è un partner commerciale importante dell'Italia, ma in una guerra qualche amicizia bisogna sacrificarla.
Da mesi Egitto, Arabia saudita e paesi africani chiedono a gran voce l'intervento dell'Italia in Libia. Gli africani chiedendo specificamente come mediatore Romano Prodi. I paesi arabi suggerendo l'alleanza con la Francia (al Arabica), che ha appena venduto i Rafale all'Egitto ed è un grande fornitore di armi alle monarchie del Golfo. A dicembre 2014 la Francia aveva minacciato di intervenire dal Ciad nel sud della Libia, poi ci aveva ripensato. La Francia, ben più abituata a interventi militari, non lascerà facilmente che l'Italia intervenga da sola, per i grossi interessi che ha in Africa.
L'importante, sottolinea il Sole, è non combattere una guerra degli altri, cioè farsi utilizzare da uno o degli altri contendenti in campo per interessi che non sono "i nostri". E il Sole aggiunge, pensando all'atteggiamento non proprio guerresco dell'italiano medio, che "l'Isis è un mostro, ma non deve farci paura".

A monte di tutto va considerato il ruolo internazionale che la crisi ha svolto nel crearsi di questa situazione: da un lato i migliaia di giovani arabi e non, disoccupati o sradicati dal loro contesto sociale a causa delle guerre, che hanno trovato nell'Isis e nelle sue omologhe la soluzione al problema della sopravvivenza, dall'altro ha aumentato la tendenza dei capitalismi maturi o giovani a trovare nella produzione vendita e consumo di armi la soluzione ai problemi di mercato

Questa è la realtà. Quello che in tutte le salse ci verrà detto è che "l'Italia non può abdicare alle sue responsabilità nel Mediterraneo", che dobbiamo impedire ancora tragedie come i 300 profughi morti da pochissimo nel Mediterraneo ( meglio che muoiano nelle prigioni libiche lontano dalle telecamere), che l'Isis porterà il terrorismo nelle nostre case.
Come abbiamo detto un possibile intervento in Libia è in preparazione da tempo.
Quello di cui il governo e il capitale italiano hanno bisogno è di preparare il terreno nell'opinione pubblica. Dobbiamo perciò aspettarci una campagna di stampa su questo.
La risposta non può essere "purchè ci sia l'approvazione dell'Onu" come certa sinistra parlamentare agita. Chiediamo la complicità degli altri predoni internazionali, quelli responsabili di guerre "umanitarie" sanguinosissime che si sono lasciate dietro solo morte e rovine, per coprire le mire dell'imperialismo guerrafondaio di casa nostra?
Evidentemente no!

E' urgente una campagna capillare di informazione e di agitazione fra i lavoratori, i giovani per cosa e per chi sarebbero eventualmente mandati a morire, perché oggi certo ci andranno i 5 mila soldati di professione, ma se il conflitto si allargasse potrebbe essere esteso a tutti gli altri.
Occorre riportare alla luce del sole e nelle piazze la lotta all'imperialismo che è in casa nostra!


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Lotta Comunista Verso il partito strategia. 1953-1965

Post n°499 pubblicato il 13 Febbraio 2015 da zoppeangelo

Prosegue con questo secondo testo la storia di Lotta Comunista. A metà anni Cinquanta la crisi dello stalinismo porta i GAAP, i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria, a interloquire con Azione Comunista - una formazione di impronta massimalista che inizialmente opera come gruppo di pressione interno al PCI - fino alla confluenza nel Movimento della Sinistra Comunista.
Nel giro di pochi anni l'essenziale della parabola di Azione Comunista è compiuto. La corrente più legata alla tradizione libertaria alla fine proporrà di traghettare il movimento nel PSI di Nenni. Una scheggia massimalista milanese rimarrà ancora nella Sinistra Comunista, e verrà afferrata poco dopo dal mito maoista. Il grosso rifluirà nel PCI o nella passività. Una piccola pattuglia, con Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi, salvaguarderà l'autonomia politica e darà vita nel 1965 a Lotta Comunista.
Da una parte una sconfitta, un gruppo dimezzato rispetto a quanto raccoglievano i GAAP nel 1952. Dall'altra una vittoria nell'elaborazione strategica e nella teoria del partito, che permetterà di collegarsi di lì a poco al ciclo di lotte operaie tradeunionistiche e alle agitazioni studentesche di fine anni Sessanta

€ 10,00

 

 
 
 

A VENT’ANNI DALLA MORTE DI ARRIGO CERVETTO: IL SENSO DELLA MILITANZA RIVOLUZIONARIA

Post n°498 pubblicato il 04 Febbraio 2015 da zoppeangelo

In questi giorni ricorrono vent'anni dalla morte di Arrigo Cervetto, teorico marxista fondatore e ideologo del gruppo "Lotta Comunista" oggi ancora attivo in molte città italiane e presente, in particolare, proprio nei luoghi della sua fondazione tra Genova e Savona facendo registrare un'importante militanza operaia.
E' appena comparso in libreria, e diffuso attraverso i consueti canali militanti, un testo di Guido La Barbera "Lotta Comunista, verso il Partito Strategia 1953-1965" per le edizioni dello stesso gruppo, nel quale si analizza il periodo nel corso del quale maturarono, dopo alterne vicende, le condizioni per la formazione del gruppo stesso.
Si trattava di una fase molto complessa nell'estrema sinistra italiana, dove persistevano ancora gruppi di estrazione bordighista, era in grande fermento all'interno del PCI l'area legata a Pietro Secchia (con la clamorosa vicenda della fuga di Giulio Seniga) e ai sussulti seguiti alla morte di Stalin con la conseguente lotta di potere in corso nell'URSS, si era da poco verificata la rottura dei "titoisti" Cucchi e Magnani (i "due pidocchi nella criniera del cavallo") che avevano formato Unità Socialista, si avvertivano fermenti di passaggio dall'area anarchica a quella del "comunismo libertario" e ancora i primi vagiti del processo di autonomizzazione del PSI dalla logica frontista del "patto d'Unità d'azione" con i comunisti e l'avvio dell'esperienza di centrosinistra e della riunificazione socialdemocratica che poi fallirà clamorosamente nel cuore degli anni'60.
Un periodo di grande fermento, di confronto politico molto serrato che avrà il suo culmine nell'indimenticabile '56 con il XX congresso e l'Ungheria da cui il PCI togliattiano uscirà, con l'VIII congresso, rinnovando i quadri ed elaborando la teoria del policentrismo e della "via italiana al socialismo".
Cervetto fa parte in quel momento dei GAAP e si sta avvicinando al progetto di formazione di "Azione Comunista" promossa, tra gli altri, dallo stesso Seniga mentre si sta provando anche una sorta di riunificazione di tutte le forze della galassia della "Sinistra Comunista" che vede protagonisti anche i due Partiti Internazionalisti di Bordiga e di Damen e i gruppi trotskisti di Livio Maitan.
Il rivoluzionario savonese, fiero autodidatta proveniente direttamente dalla fabbrica, sta già elaborando i passaggi più importanti dell'impianto teorico che ne caratterizzerà la presenza sulla scena politica italiana nei decenni futuri e costituirà il nerbo della posizione storica di "Lotta Comunista": dall'imperialismo unitario, al partito - scienza, alla difficoltà nell'individuare la "questione dei tempi" di un possibile scenario della rivoluzione, al processo in atto di complessiva socialdemocratizzazione dell'intera sinistra italiana anche in relazione alla prospettiva del "miracolo economico".
Elementi diversi, alcuni sicuramente di fortissima intuizione, altri opinabili e discutibili perché portavano già in nuce elementi di conservatorismo nell'analisi, di estraneità (voluta ma a personale giudizio di chi scrive non positiva) rispetto alle dinamiche del quadro politico.
Lo stesso sviluppo che i successori di Cervetto hanno fornito alla teoria dell'imperialismo unitario, che rimane ancor oggi il "nocciolo duro" dell'elaborazione di Lotta Comunista andrebbe a questo punto rivisitata.
Si tratta però di giudizi soggettivi che non si intende, in questa sede, approfondire più di tanto perché l'argomento che si vuol toccare è diverso e riguarda proprio il tema della militanza rivoluzionaria, prendendo spunto da un mirabile passaggio contenuto proprio nel testo di La Barbera, appena sopra citato.
Il volume, infatti, contiene il resoconto, minuziosamente redatto dallo stesso Cervetto e riportato nei suoi "Taccuini" poi pubblicati tra il 1981 e il 1982, di un "Viaggio in Italia" compiuto tra il 2 maggio 1954 con partenza da Livorno e il 23 Maggio giorno del rientro a Savona.
In 20 giorni Cervetto tocca Roma, si trasferisce in Sicilia a Siracusa, Acireale, Catania (dove sono forti i richiami letterari, Brancati, e cinematografici, "La terra trema" di Luchino Visconti), rientra in Continente a Reggio Calabria poi Catanzaro e Crotone. Arriva a Taranto l'11 Maggio, si reca a Foggia, riunisce alcuni compagni a Roma e risale a Perugia il 15 Maggio. Poi Firenze, Bologna fino a Vicenza e l'estremo Nord a Bolzano. Dopo Cremona il 21 Maggio è a Milano, traccia un bilancio del viaggio, passa da Vercelli e Torino, il 23 maggio rientra a Savona.
Un viaggio compiuto con poche lire in tasca, utilizzando in gran parte treni "accelerati" (del resto al Sud le ferrovie non disponevano d'altro) con lunghi pernottamenti nelle sale d'aspetto con improbabili compagnie occasionali, in attesa di estenuanti coincidenze.
Cervetto, in ogni località, è atteso da piccoli gruppi di compagne e di compagni: accompagnato a casa di qualcuno, gli viene offerta la cena. Oppure attende in qualche bar l'attesa dei suoi interlocutori. Si tratta di operai di bassa estrazione culturale ma di forte impegno e preparazione politica: si avverte il livello elevato della discussione , l'analisi attenta dei vari aspetti in particolare di quello internazionale.
Si direbbe quasi una "scuola di partito" itinerante, prima ancora che di un contatto di tipo organizzativo: tutti consapevoli, però, che si stava lavorando all'idea della rivoluzione, del grande cambiamento sociale.
Cervetto avverte, nelle sue note, tutto ciò ed esprime in una maniera che oggi potrà apparire del tutto incomprensibile ai più l'orgoglio, la fierezza di sentirsi "rivoluzionario professionale": anche se in realtà non lo è, non ci sono le condizioni per i soggetti di riferimento di costruire un apparato a tempo pieno.
Una descrizione affascinante per chi, ancor oggi, pensa alla militanza politica come all'atto più nobile che possa essere compiuto nell'ambito di un impegno soggettivo.
Si immagina davvero, scorrendo le pagine, questa Italia neo-realista dove gli operai si sentono ancora protagonisti del loro destino: sovvengono alla mente le immagini della clandestinità, della fatica dell'organizzazione e, insieme, del sentimento orgoglioso dell'appartenenza di classe.
Si riportano di seguito, per concludere, le frasi del testo del volume citato in chiusura di capitolo.
Le abbiamo prese a prestito perché siamo convinti che meglio di così non si possa sintetizzare questo passaggio aggiungendo che, pur nella diversità delle opinioni su specifici e fondamentali passaggi d'interpretazione e di passaggio politico, rimane un fortissimo punto comune: quella della militanza espresso con e accanto le compagne e i compagni. In questo caso non contano troppo i numeri, vale soprattutto la comunanza della tensione rivoluzionaria. Ieri come oggi.
" ..Si può stimare che in venti giorni Cervetto abbia parlato con poco più di cento persone in colloqui o in relazioni. E' la misura della difficoltà estrema di tenere assieme un pulviscolo d'insediamenti locali che spesso non va oltre la presenza dei singoli. I "giri di collegamento" servono a questo, altrimenti ci sono le circolari e i contatti per lettera, altrettanto lenti e faticosi. Si misura la spesa per i viaggi in treno, si contano i francobolli. A volte un giro è interrotto perché mancano i soldi. A volte bisogna rimandare una riunione del Comitato Nazionale, per la stessa ragione.
Detto questo è palese che questa faticosa tessitura di contatti e di relazioni, spesso una fatica di Sisifo, è un passaggio cruciale nella vita di Arrigo Cervetto. E' un momento di formazione. Cervetto colpito da Siracusa "Italia Greca", o "incantato" davanti al tramonto delle Dolomiti, certo è anche un giovane meno che trentenne che, per la prima volta, ha modo di vedere l'Italia, letteralmente dalla Sicilia alle Alpi.
Ma Cervetto che tesse le fila dell'organizzazione, che tiene relazioni a Catanzaro, a Perugia, a Vicenza o a Bolzano, è un militante afferrato definitivamente dalla passione politica.
Ha scelto e si sente un "rivoluzionario di professione".
Franco Astengo

 
 
 

Turchia: uno sciopero contro l’ineguaglianza e la collaborazione di classe

Post n°497 pubblicato il 01 Febbraio 2015 da zoppeangelo

In Turchia il 29 gennaio è iniziato uno sciopero, che si può definire storico, quello degli operai metalmeccanici di 22 fabbriche. Lo sciopero è organizzato dal sindacato Birlesik Metal-Is, considerato "di sinistra", aderente al DISK. Dal 19 febbraio altre 20 fabbriche si aggiungeranno portando il numero degli scioperanti a 20 mila, di cui i tre quarti sindacalizzati, nelle province di Osmanye, Hatay, Mersin, Konya, Kocaeli, Bursa, Izmir, Bilecik e Istambul.
E' uno sciopero che viene da lontano

Il primo obiettivo è cancellare l'ultimo accordo firmato dai sindacati Türk Metal (affiliata alla Türk -Is) e il Celik-Is (affiliato a Hak-Is). Valido tre anni, prevede la diminuzione dei salari bassi e la crescita di quelli alti con un aggravamento delle differenze retributive. Ad esempio il salario iniziale di un neoassunto passa da 5,80 a 5,66 lire turche all'ora. Un salario che colloca questi operai al disotto della linea di povertà.
In Turchia i contratti nazionali sono proibiti per legge e gli accordi che superino il livello meramente aziendale sono davvero rari. Questo firmato dalla Turk Metal è un classico contratto da sindacato giallo funzionale alle esigenze padronali, cioè di rendere permanente una situazione di bassi salari, addirittura con salari più bassi del minimo stabilito per legge e precarizzazione del rapporto di lavoro. L'altro elemento estremamente funzionale del nuovo contratto è che a lavoro uguale corrispondano paghe diverse, ad arbitrio della direzione della fabbrica (Hurryet 29 gennaio).
In Turchia il settore metalmeccanico occupa circa un milione e mezzo di lavoratori ed ha uno dei tassi di sidacalizzazione più alti per il paese, pari al 16% . La Türk Metal organizza il 12,26% dei dipendenti del settore (pari a 177 mila), Celik-Is il 2% e Birlesik Metal-Is l'1,78%.
Il 70% dei metalmeccanici è costituita da operai sottopagati e ora gli scioperanti vogliono che innanzitutto si alzino i bassi salari.
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Un accordo di svendita la Türk Metal aveva tentato di firmarlo già nel 2009 quando accettò un taglio del 35% nei salari alla Eregli Iron e alla Steel Factories a Zonguldak (Mar Nero). Ma gli operai occuparono i suoi uffici e bloccarono la manovra.
La Türk Metal ci ha riprovato nel novembre 2012 alla Renault di Bursa, a nord est della Turchia. Ma è stata stoppata dai 1.500 operai suoi tesserati, indignati perchè il loro sindacato ha firmato senza consultarli. Ben presto tutti i 5 mila operai della Renault , che è la seconda fabbrica automobilistica del paese, posseduta al 49% da Oyak, cioè il Fondo Pensioni delle Forze Armate turche, in infuocate assemblee tenute a volte davanti agli uffici del sindacato, hanno rigettato l'accordo e chiesto le dimissioni dei burocrati firmatari, minacciando di rompere la tessera. In Turchia scegliere un sindacato è quasi farlo per la vita, perchè la legge rende difficoltosissimo lasciare la tessera e passare ad altro sindacato (ci vuole un notaio, una richiesta in 5 copie, si paga una penale equivalente a più di una settimana di lavoro). Contro gli operai sono intervenute le guardie giurate della Türk Metal, a cui hanno dato man forte gruppi fascisti e polizia. Ci sono stati parecchi feriti. Anche i giornalisti della stampa di sinistra sono stati malmenati. L'Esercito-padrone e la polizia appoggiano i gruppi fascisti che sono del tutto infiltrati anche nei vertici sindacali (la Turk Metal ha un lupo come simbolo, un totem preislamico scelto anche dai famigerati Lupi Grigi) nota 1.
Nel 2012 gli operai della Bosch sono scesi in sciopero di solidarietà e ben 6 mila di loro (il 75% degli iscritti) hanno disdetto la tessere Türk Metal.

Gli avvenimenti degli ultimi due anni dimostrano che gli stessi operai che in passato, essendo dipendenti di grosse fabbriche, godevano di un trattamento un tantino migliore e quindi si adattavano alla guida di sindacati venduti e perfettamente collaborativi con il padronato (che in alcuni casi coincide con l'Esercito), oggi stanno scivolando verso la condizione degli operai delle piccole fabbriche, mal pagati, in condizioni di lavoro precarie e pericoilose. La crisi ha mangiato i piccoli vantaggi e anche gli operai delle grandi industrie sono alla frutta (dal 2009 al 2013 il salario reale metalmeccanico è calato dell'11%) e scendono in lotta contro il padrone e, se serve, anche contro il loro sindacato.

Lo sciopero va a colpire gli interessi dei padroni grandi e piccoli turchi, sia la ricca e consolidata borghesia di Istambul, che I rampanti "giovani leoni" dell'Anatolia, ma anche una serie di multinazionali straniere che in Turchia hanno trovato il loro bengodi, come
Schneider, Alstom, Mahle, Aperam, ABB, Bosal, Bekaert, Delphi Automotive, Federal Mogul, Prysmian, Isuzu, Candy Group, S.C.M. E questa borghesia ha il pieno appoggio del Erdogan, che ha potuto essere rieletto, nonostante le agitazioni di piazza perchè finora ha garantito i profitti dei nuovi e vecchi borghesi turchi e anche degli investitori stranieri.
Iniziare uno sciopero del genere in Turchia non è uno scherzo. Quando si comincia, si va avanti, non si interrompe per trattative parziali, ma fino a quando si conclude; spesso, se non si vince, buona parte degli operai vengono licenziati e il sindacato organizzatore perde il diritto a trattare. MESS la Cinfindustria locale, ha minacciato la serrata, ma poi ha rinunciato. A rendere più dura la lotta c'è anche l'inverno, quest'anno rigidissimo e la fine dei risparmi, dopo anni di crisi e su questo contavano i bonzi sindacali per svendere gli operai. Ma hanno fatto male i loro conti.
I metalmeccanici turchi si apprestano a una dura lotta. E giustamente hanno chiesto la solidarietà internazionale degli operai degli altri paesi (nota 2).

Nota 1 - L'ex leader di Turk Metal Mustafa Ozbek è stato arrestato per complicità in una cospirazione golpista. La sua fortuna personale è mitica, fra l'altro possiede hotels a cinque stelle nelle principali città, Tv e agenzie turistiche, oltre al 40% del Kemalist Cumhuriyet daily. Il suo successore Pevrul Kavlak , dopo essere stato per un decennio un fedelissimo degli alti papaveri dell'esercito, adesso tratta AKP e Erdogan con untuosa venerazione
Nota 2 - In Italia l'anno avuta dalla Fiom, in Europa da industriAll Europe e da Alstom EWC.
Le mail di solidarietà vanno mandate a eyupozer@gmail.com<mailto:eyupozer@gmail.com>


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