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La svolta nella politica turca scombina le alleanze in Medio Oriente

Post n°525 pubblicato il 25 Luglio 2015 da zoppeangelo

La svolta nella politica turca scombina le alleanze in Medio Oriente
25 luglio 2015

La Turchia ha bombardato il 23 luglio, postazioni dell'Isis in Siria e campi curdi in Iraq; il ministro degli esteri Cavusoglu ha dichiarato che le zone liberate dall'Isis in Siria potrebbero diventare campi di raccolta per i profughi siriani. In quest'area, analoga a quella che il 1 luglio hanno creato le truppe giordane a sud della Siria, Erdogan sta inviando preventivamente 18 mila soldati.
Con queste azioni il governo turco rompe apertamente con la politica di coperta complicità con l'Isis, dopo un accordo esplicito con gli Usa. La mutata posizione turca dipende ufficialmente dall'attentato a Suruc, rivendicato dall'Isis (32 morti, 100 feriti).
La stampa americana sottolinea che può essere anche frutto dell'accordo Iran-Usa, cioè nascere del timore che l'Iran diventasse l'alleato per eccellenza degli Usa a danno della Turchia.
Ma l'evento determinante è stata certamente la conquista, a metà giugno, della città di Tal Abyad, nella provincia di Hazakah, da parte delle milizie curde armate da Washington. Questa vittoria ha permesso di unificare due province curde limitrofe (Kobani e Jazeera) lungo il confine turco-siriano. Il governo turco ha dato grande risalto al fatto che i curdi del YPG hanno espulso la popolazione araba e turkmena, simpatizzante per l'Isis. Un buon pretesto per decidere l'intervento, che mira ad estendere la zona di controllo di almeno 33 Km oltre il confine con la Siria onde impedire la formazione di un nucleo di stato curdo autonomo.

Gli Usa hanno pilotato il mutamento di indirizzo turco; la svolta è stata preparata con cura durante la visita del generale Allen e del sottosegretario alla difesa Christine Wormuth ad Ankara all'inizio di luglio. Per gli Usa il grosso vantaggio è che le basi turche per l'aeronautica sono significativamente più vicine agli obiettivi dei raid Usa contro l'ISIS. Inoltre Giordania e Turchia stanno iniziando lo smembramento della Siria, una soluzione che di quando in quando gli Usa prendono in considerazione.

Il disegno nemmeno tanto nascosto dei turchi è quello di assorbire in forma federata tutta l'area curda ex siriana, stavolta col consenso Usa, visto che è fallito il piano di puntare sui ribelli siriani per rovesciare Assad. La Siria è per i Turchi il corridoio naturale per il commercio con l'Arabia Saudita; la guerra è un danno significativo per l'economia turca, ma il peggiore degli incubi è la possibile nascita di uno stato indipendente Curdo. Oltre all'approvazione di massima di una "buffer zone" ,zona cuscinetto, in territorio siriano, nei fatti la Turchia ha avuto il via libera ad attaccare i nazionalisti curdi, prima alleati degli Usa ora abbandonabili perché non più utili.

Fino ad oggi un velo di totale ambiguità oscurava le relazioni internazionali della Turchia.

Il governo che fino a poco tempo fa teorizzava il "nessun problema coi vicini", è al centro dei conflitti: Siria e Iraq a sud, Ucraina a nord, crisi greca a ovest; in quanto potenza regionale emergente avrebbe potuto colmare il vuoto di potere determinato dal ritiro statunitense, ma è stata controbilanciata da Iran e Arabia Saudita. In più Iraq e Siria sono diventati sempre più instabili e i rapporti con Israele non sono più buoni. Il recente asse costituitosi fra Usa e Iran accresce l'isolamento turco. Per contenere l'Iran infatti i Sauditi guardano principalmente a Israele e contemporaneamente fanno scelte tattiche non sempre coerenti nell'appoggiare l'uno o l'altro gruppo sunnita. Israele d'altronde ha una sola solida alleanza: quella con la dinastia hascemita (Giordania) e in Siria preferisce un debole Assad che l'insediamento di un qualsiasi governo arabo forte.

Sul piano internazionale il governo Erdogan ha raccolto solo fallimenti: in Egitto, coi Palestinesi, con l'ISIS. Le relazioni con gli Usa erano difficili dal 2003 ( = rifiuto di concedere le basi per l'attacco all'Iraq) e di recente gli Usa hanno puntato sui peshmerga curdi per indebolire l'Isis.. Di recente hanno concesso l'uso di Incirlik contro l'ISIS, ma in generale la collaborazione con Usa e Sauditi non era definita. L'esercito turco sulla carta è temibile, ma non si cimenta in battaglia da 30 anni. L'AKP è politicamente indebolito. L'instabilità mediorientale non è l'unica minaccia, perché anche il mar Nero, area strategica, è potenziale terreno di scontro militare: gli Usa si sono insediati sulle coste rumene e i Russi non intendono perdere il controllo del Mar Nero come corridoio vitale per il loro commercio. Dal trattato di Montreux la Turchia controlla il Bosforo e può rifiutare il transito alle navi di altri paesi o comunque imporre restrizioni, che finora ha applicato nei confronti dei russi, ma anche degli americani.
Le spinte economiche a integrarsi nell'Unione Europea sono oggi molto meno forti che dieci anni fa ( nel 2007 il 57% dell'export turco era rivolto alla UE, nel 2012 era calato al 40%; nello stesso periodo l'export verso il Nordafrica e il Medio Oriente è passato dal 18 al 34% del totale). La crisi mondiale ha reso meno appetibile l'adesione alla UE. Il trattamento riservato alla Grecia ha ridotto definitivamente gli entusiasmi, dopotutto le banche turche sono indebitate fino al collo, riescono solo a pagare gli interessi sul debito, che si aggirano intorno al 32%. E' solo grazie al sostegno delle petromonarchie del Golfo che lo stato turco non va in bancarotta, l'Europa sarebbe assai meno comprensiva. I destini di Europa e Turchia quindi vanno a divaricarsi, anche per il fatto che è probabile che il peso della Turchia rispetto al resto dell'Europa si accresca in futuro, facendone un polo di attrazione alternativo a quello europeo per aree come la ex Yugoslavia, il Nord Africa, le repubbliche asiatiche ex sovietiche..

La svolta turca potrebbe essere letta solo in chiave geopolitica, ma in realtà a noi interessa per i suoi risvolti sociali e politici, che sono pesanti

Erdogan ha approfittato della situazione (allarme attentati, mobilitazione per la sicurezza) per attaccare basi del PKK (gli accordi del 2012 sono evidentemente defunti), ma anche del PYG-YPG e anche le sedi del People's Democratic Party (HDP), il partito legale turco che ha vinto 13 seggi alle ultime legislative. Cinquemila poliziotti con elicotteri e carri armati, a Istanbul e province considerate "a rischio", stanno operando centinaia di arresti di sospetti membri del PKK, del HDP, ma anche di molte organizzazioni di sinistra o comunque oppositori del governo. L'AKP di Erdogan ha perso la maggioranza in Parlamento e cerca così di impedire che l'opposizione curda e di sinistra si rafforzi. Sotto il pretesto di legge e ordine si colpiscono anche sindacalisti e attivisti operai. La violenza interna del regime si conferma.
La repressione contemporanea di curdi e lavoratori è inevitabile dal momento che in futuro la maggioranza della forza lavoro turca, a causa dei diversi tassi di fertilità, sarà curda. E oggi la situazione di questa forza lavoro è pesante: salari taglieggiati dall'inflazione (25% annua), 43% dei posti di lavoro in nero, disoccupazione dei giovani al 28%. A questi problemi il governo, complice l'imperialismo americano oggi, quelli europei ieri, risponde solo con la repressione interna e la guerra

 

 

 

Pagine Marxiste

 

 

 

 
 
 

Condannare il massacro di Suruē

Post n°524 pubblicato il 22 Luglio 2015 da zoppeangelo

Condannare il massacro di Suruç! Trovare, perseguire e punire i colpevoli! Abbasso l'ISIS e i suoi alleati in Turchia! Riteniamo Erdoganan e il governo dell'AKP responsabili!

Il 20 giugno 2015 decine di persone, più di 50 da alcuni conteggi, hanno perso la vita a causa dell'attacco di un kamikaze nella città di Suruç, nella provincia di Urfa in Turchia, appena oltre il confine dal cantone di Rojava - Kobane, l'entità politica autonoma del Kurdistan occidentale fondata nel 2012, nel nord della Siria.
Questo attacco è stato portato al gruppo giovanile della ESP, una delle forze che compongono il partito ombrello HDP (Partito democratico del popolo), che ha raggiunto il 13 % del voto popolare nelle elezioni del 7 giugno e ha causato al partito di Erdogan, l'AKP al potere, una grave battuta d'arresto. Da questo punto di vista, questo attacco appare l'ennesimo episodio di una lunga lista di attacchi attentamente pianificati all'HDP già durante la campagna elettorale, che si è conclusa nel segno dell'esplosione di una bomba durante la manifestazione nella città di Diyarbakir, che si è tenuta due giorni prima delle elezioni e che ha causato quattro morti.
La 3 ° Conferenza Euromediterranea, che riunisce partiti, organizzazioni e militanti provenienti da 19 paesi di quattro continenti in una riunione internazionalista ad Atene, il 18-20 luglio 2015, condanna duramente l'attacco e chiede che sia fatto tutto il possibile per perseguire e punire gli esecutori e i mandanti. La conferenza prende atto che questo attacco alla HDP è anche inequivocabilmente un attacco contro il popolo curdo e coloro che agiscono in solidarietà con esso. Questi fatti ricordano l'orribile attacco lanciato a Kobane dalle forze dello Stato Islamico dell'Iraq e il Levante (ISIS) solo un mese fa, il 25 giugno, e che ha visto 146 vittime tra i civili, mentre contemporaneamente un'altra potente bomba esplodeva lo stesso giorno, come questo recente massacro in Suruç. Si può affermare senza rischio di errore che la forza alla base di questo nuovo massacro è di nuovo l' SIL, direttamente o tramite i suoi alleati takfiri in Turchia. Questa organizzazione barbara, a sua volta, è stata utilizzato da Erdogan e il suo governo AKP, come leva nella loro lotta per avere maggior potere in Medio Oriente e anche per perseguire l'obiettivo di porre fine all'esperienza di autonomia curda a Kobane.
La conferenza dichiara che è incondizionatamente dalla parte della nazione curda, oppressa nella sua lotta per i propri diritti nazionali nel contesto di una partizione del Kurdistan in quattro parti (Turchia, Iran, Iraq e Siria)che risale a quasi un secolo fa. Dichiara inoltre il suo sostegno a tutte le forze rivoluzionarie e progressiste in Turchia, Siria e Iraq che si battono contro il barbaro ISIS. Dichiara inoltre in modo inequivocabile la convinzione che a meno che Erdogan e il governo dell'AKP siano sconfitti in Turchia, l'ISIScontinuerà a godere del sostegno della Turchia, con la quale la Siria condivide una lunga frontiera di 900 chilometri, oltre che dell'Arabia Saudita e del Qatar, in termini di: logistica, finanza, armi, assistenza sanitaria per i suoi combattenti e un flusso di militanti oltre il confine. Erdogan e il governo dell'AKP sono stati colti in flagrante in ripetuti casi di incursioni da parte delle forze di sicurezza della Turchia stessa sui camion TIR del MIT, l'organizzazione di intelligence turca, nei cui depositi sono state scoperte armi dirette all'ISIS o altrigruppi armati settari. Tutti questi casi sono stati successivamente coperti attraverso le decisioni arbitrarie della magistratura turca sotto il controllo di Erdogan, ma l'evidenza è incontrovertibile.
La Conferenza estende il proprio supporto a tutte le forze che si battono contro Erdogan e il governo dispotico dell'AKP in modo coerente, in particolare al Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP), e mette in guardia contro le terribili conseguenze che possono derivare da ogni tipo di esitazione sulla questione della lotta contro queste forze.
La nostra solidarietà va in primo luogo, naturalmente, al popolo curdo che si batte valorosamente per la sua libertà e dignità.
Battere l'ISIS signore della guerra e la sua politica reazionaria!
Abbattere Erdogan e al governo dell'AKP!
Riconoscere incondizionatamente il diritto all'autodeterminazione dei Curdi!
Avanti per una federazione socialista del Medio Oriente e dell' Africa del Nord!

Risoluzione della Terza Conferenza Euromediterranea di Atene

 

 

 

 

 

 
 
 

LA BARBARIE DEL CAPITALISMO EUROPEO. IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO DI TSIPRAS. LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA UNICA SOLUZIONE

Post n°523 pubblicato il 21 Luglio 2015 da zoppeangelo

I creditori strozzini dell'Unione Europea, della BCE, del FMI ( la famigerata Troika) hanno stretto il cappio al collo della Grecia. Un paese già condannato alla catastrofe umanitaria viene nuovamente messo a saccheggio: ulteriore taglio alle pensioni, nuove tasse sui beni alimentari, nuova svendita dei beni nazionali ai creditori, ulteriore distruzione dei diritti sindacali.
Il tutto sotto il commissariamento diretto degli strozzini.
Il NO di massa del popolo greco ai creditori è stato svenduto da Tsipras in sette giorni ai nemici dei lavoratori greci. Il capitalismo tedesco a guida Merkel è il capofila degli strozzini europei. Gli stessi capitalisti tedeschi che precarizzano il lavoro in Germania ( mini job) puntano a garantire le proprie banche e la cassaforte del proprio Stato con il saccheggio della Grecia.
Ma gli altri capitalismi europei non sono da meno. Il governo Renzi e i suoi amici capitalisti, gli stessi che tagliano i diritti sindacali ai lavoratori italiani, plaudono alla svendita dei lavoratori greci.
Lo stesso vale per il governo Hollande, grande architetto dietro le quinte dell'intesa greca. Tutti i capitalismi creditori sono complici della rapina, quale che sia il colore del proprio governo.
Se Renzi e Hollande "criticano" sottovoce la Merkel è solo perchè vorrebbero avere più ampi spazi nelle proprie manovre di bilancio per tagliare le tasse ai propri capitalisti e poter fare qualche altra concessione elettorale truffa. La campagna "per lo sviluppo e la crescita" riguarda solo crescita e sviluppo dei profitti. I populismi reazionari di Grillo e Salvini non sono meno ipocriti.
Le loro grida sul "colpo di Stato della Germania" in Grecia serve solo a dirottare contro il nemico esterno lo sguardo dei lavoratori italiani, distogliendolo dalla lotta contro i propri capitalisti e il proprio Stato. Come se un capitalismo nazionale, con propria moneta nazionale, non fosse ugualmente sfruttatore dei propri lavoratori, e creditore strozzino di altri popoli.
La Gran Bretagna della sovrana sterlina non è quella che vara in casa i contratti a zero ore e le peggiori leggi anti sindacali, mentre conserva diritti para coloniali su altre nazioni? La verità che emerge una volta di più dai fatti di Grecia è la crudeltà e il fallimento del capitalismo, in ogni paese e su scala continentale. Il sogno di riformarlo è una utopia.
La pretesa di Tsipras di un "compromesso onorevole" con il capitalismo strozzino della Troika ( e con gli armatori greci) si è risolta in una capitolazione vergognosa.
Che tradisce la lotta e le speranze di un popolo. I partiti della sinistra italiana ( Sel, Prc) già suicidatisi in passato nei governi di centrosinistra- votando precarietà del lavoro , tagli sociali, missioni di guerra- si sono aggrappati all'immagine di Tsipras per cercare di risorgere. Ma hanno impugnato la bandiera di Tsipras proprio mentre Tsipras la ammainava . E oggi arrivano a dire che se fossero nel Parlamento greco... voterebbero l'accordo di capitolazione.
Non dubitiamo. Chi tradisce una volta tradisce sempre: è la coerenza del suicidio politico. I lavoratori italiani, come i lavoratori greci, come tutti i lavoratori europei hanno bisogno di un'altra sinistra. Non la sinistra del capitalismo, ma una sinistra rivoluzionaria.
Che unisca i lavoratori al di là delle frontiere. Che avanzi un programma di ripudio del debito verso gli strozzini, di nazionalizzazione delle banche, di esproprio dei capitalisti, a favore di un governo dei lavoratori. L'unico governo che possa liberare il lavoro, nella prospettiva storica degli Stati uniti socialisti di Europa. Il capitalismo o lo si rovescia o lo si subisce.
Una volta di più, questo ci insegna la Grecia. Dare un partito a questa verità è l'impegno del Partito Comunista dei Lavoratori in Italia, e del Partito operaio rivoluzionario ( EEK) in Grecia.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

 
 
 

PAGINE MARXISTE N.38

Post n°522 pubblicato il 21 Luglio 2015 da zoppeangelo

 

N°38 Pagine Marxiste - Luglio 2015
  1. LAVORARE PER IL PARTITO (Editoriale)
  2. Contro la Fortezza Europa, per l’internazionalismo proletario (Immigrazione)
  3. Medio Oriente: i conflitti aumentano e s’incancreniscono
  4. Il 1° Maggio 2015 nel mondo
  5. L’INFAMIA DEL 24 MAGGIO (CENTO ANNI FA L’INGRESSO DELL’ITALIA IN GUERRA)
  6. LA GUERRA SPECIALE DEI GAP (Letture e recensioni - Una pagina controversa e poco conosciuta della lotta partigiana)
  7. La parabola del bordighismo (Letture e recensioni)
 
 
 

LA CRISI GRECA DI FRONTE A UN PASSAGGIO CRUCIALE.

Post n°521 pubblicato il 08 Luglio 2015 da zoppeangelo

Il NO plebiscitario alla Troika apre uno scenario nuovo. Nessun "compromesso onorevole" con gli strozzini è possibile. Il potere dei lavoratori è l'unica soluzione progressiva.

 

 

La vittoria referendaria del NO alla Troika, straordinaria nella sua ampiezza, apre una nuova fase della crisi greca. Una fase cruciale per il futuro del movimento operaio, non solo in Grecia ma nell'intera Europa.
E' utile dunque ricostruire una dinamica degli avvenimenti che ha spiazzato più volte tutti gli attori politici.


COME E PERCHE' SI E' GIUNTI AL REFERENDUM

A fine Giugno ( 25 Giugno) il governo Syriza/ Anel era a un passo dall'accordo con i creditori: un accordo ben poco "onorevole", che prevedeva l'aumento dell'età pensionabile, la cancellazione delle pensioni di anzianità, l'aumento dell'Iva anche su una fascia di consumi alimentari, l'aumento pesante della contribuzione pensionistica e sanitaria per i lavoratori. Quando Tsipras si preparava a gestire un difficilissimo passaggio interno e parlamentare su questa ipotesi di accordo, già di fatto accettata, ecco il colpo di scena. I creditori buttano all'aria l'accordo. La svolta dei creditori è dovuta all'effetto combinato di pressioni convergenti: l'irrigidimento improvviso della Lagarde capo del FMI, che per puntare ad ottenere i voti degli azionisti BRICS per la propria riconferma alla presidenza del fondo, avanzava nuove richieste ultimative; la sponda immediatamente trovata nella Spagna a guida PP, timorosa dell'ascesa di Podemos e interessata alla umiliazione di Tsipras; la corsa del blocco nordico ad appoggiare l'intransigenza FMI; le difficoltà crescenti della Merkel- sino al giorno prima impegnata nella mediazione col governo greco- di fronte alla differenziazione interna al proprio gruppo parlamentare. La corda dell'accordo ufficioso già scritto veniva dunque spezzata .

Il ricorso di Tsipras al referendum del 5 Luglio è stata la risposta alla rottura dei creditori. Non l'effetto di una diretta pressione di massa sul governo, quanto un calcolo politico del suo premier. Tsipras, già in difficoltà, non aveva lo spazio politico per aprire una nuova negoziazione al ribasso sull'ultimatum della Troika . Avrebbe significato la rottura interna di Syriza , la disgregazione della base parlamentare del governo, la rottura dello stesso asse con Anel. La convocazione del referendum, esclusa pubblicamente pochi giorni prima, diventava nella nuova situazione l'unico modo di cercare di salvare Syriza e il proprio governo; l'unico modo per cercare di ottenere con la vittoria del No il rilancio del negoziato conclusivo con i creditori. La pubblica promessa di Tsipras di "un accordo in 48 ore" dopo la vittoria del No significava esattamente questo: l'accordo ufficioso pre referendum era già stato raggiunto, si trattava solo di recuperarlo e siglarlo.


LA VITTORIA PLEBISCITARIA DEL NO SPIAZZA TUTTI GLI ATTORI

Tuttavia lo scontro sul referendum ha complicato il gioco di tutti gli attori politici.

La mancata estensione della copertura finanziaria della BCE alle banche greche ( ELA) determinava la chiusura delle banche e una drammatizzazione brutale dello scontro.
Un vasto fronte imperialista, economico e politico, puntava apertamente alla vittoria del Si attraverso la pressione drammatizzata del ricatto. L'obiettivo diventava la crisi politica del governo Syriza/ Anel, pur nella difficoltà di individuare con chiarezza una soluzione parlamentare di ricambio. La Merkel si schierava apertamente per questa prospettiva. Sull'altro versante lo stesso Tsipras dopo la chiusura delle banche ha temuto il rischio di una sconfitta e ha cercato, con la sponda francese, una riapertura negoziale a pochi giorni dal voto. Un varco rapidamente chiuso dal veto tedesco.

La vittoria del NO, per la sua ampiezza plebiscitaria, ha dunque sorpreso tutti i protagonisti del braccio di ferro. In Europa e nella stessa Grecia.
La vittoria ha avuto un ampiezza straordinaria nelle città e nella gioventù, con percentuali superiori all' 80%. Ha sancito il rifiuto di massa della continuità della rapina da parte dei lavoratori, dei disoccupati, della popolazione povera di Grecia. L' enorme manifestazione di massa in piazza Syntagma a conclusione della campagna del No ( 4 Luglio) era il preannuncio della vittoria nelle urne. Una sua fotografia anticipata. In questo senso la grande vittoria del NO è stata il sottoprodotto di una ripresa di radicalizzazione politica dei sentimenti di massa e della mobilitazione popolare. Per cinque mesi la negoziazione estenuante del governo Tsipras con i creditori strozzini, col continuo preannuncio di nuovi possibili sacrifici, aveva agito come fattore di congelamento e demotivazione della mobilitazione . La rottura degli accordi da parte dei creditori, e il conseguente scontro referendario, ha costituito viceversa il principale catalizzatore della ribellione. Non è la prima volta nella storia che la reazione diventa l'involontaria levatrice di una possibile rivoluzione.


TSIPRAS PROMUOVE L'UNITA' NAZIONALE COI PARTITI BORGHESI SCONFITTI

Il quadro è ora assai complicato, anche per Tsipras.

Tsipras ha mantenuto fede al copione. Un minuto dopo la vittoria referendaria contro i creditori , il governo ha subito riproposto... ai creditori strozzini l'accordo già ipotizzato, secondo il piano preventivamente deciso. Non solo. Tsipras ha invocato l'unità nazionale di tutti i partiti e di tutte le classi. Ha chiesto e ottenuto la benedizione del Presidente ( reazionario) della Repubblica già a suo tempo designato in funzione della politica di distensione a destra. Ha promosso l'incontro di caminetto con i capi dei partiti borghesi battuti e umiliati dal voto, chiedendo a tutti la "solidarietà nazionale" , promettendo a tutti "responsabilità istituzionale", offrendo così ai creditori la certezza dei voti parlamentari ai sacrifici connessi all'accordo. Ha coinvolto le gerarchie militari nella funzione di affiancamento della polizia per la "gestione dell'ordine pubblico", per lisciare il pelo dell'Esercito. Ha messo sul piatto del negoziato con i creditori persino la testa del fedele Varoufakis, per offrire agli strozzini un utile premio simbolico di consolazione e favorire politicamente l'accordo.

La ragione di tutto questo è una sola: dopo l'atto clamoroso del referendum e la straordinaria vittoria, Tsipras pensa di essersi coperto a sinistra e di potersi sbilanciare a destra. Ritenendo di poter far accettare più facilmente all'intero corpo di Syriza e alla propria base di massa le contropartite di un accordo con gli strozzini. Meglio se combinato con una ristrutturazione del debito o un allungamento dei tempi di pagamento.


MA LE CONTRADDIZIONI PRECIPITANO.

Ma la promessa di un accordo "in 48 ore" si rivela temeraria .
La vittoria referendaria del NO ,per la sua portata, ha infatti moltiplicato le contraddizioni interne al fronte imperialista. La partita non è solo economica, ma politica, oggi più di ieri.

Dal punto di vista economico diversi fattori militano a favore dell'accordo fra la Troika e la Grecia. Gli Usa e la Cina vogliono l'accordo perchè temono come la peste un aggravamento della crisi capitalistica in Europa. (Oltrechè per ragioni geopolitiche, nel caso in particolare degli Usa). La Bundesbank tedesca chiede alla Merkel di non perdere i miliardi di crediti verso la Grecia. Francia e Italia, potenze creditrici, chiedono di "aiutare" la Grecia a rimborsare.. le casseforti di Francia e Italia. Un'ammirevole generosità. Persino il FMI fa filtrare alle spalle della Lagarde una ragionevole e possibile ristrutturazione dell'impagabile debito greco, per continuare a sorreggere il debitore con la propria corda usuraia. Le proporzioni economiche relativamente modeste della crisi greca, misurata su scala continentale, suggerirebbero dunque un 'equa soluzione di ordinario strozzinaggio , come rivendica candidamente, da osservatore, Romano Prodi.

Ma dal punto di vista politico, il quadro è destabilizzato.
Sale la pressione populista nazionalista in diversi paesi capitalistici "contro i soldi ai greci",da parte di quelle stesse canaglie che hanno finto di applaudire la vittoria del No "contro la Merkel" ( Salvini e Le Pen). La Germania e i paesi nordici hanno ancora più difficoltà a far digerire alla propria "opinione pubblica" e ai propri compositi Parlamenti nuove "elargizioni alla Grecia" dopo che l'hanno dipinta nei giorni dello scontro referendario come "inaffidabile scroccona" e "sanguisuga parassitaria" . La Spagna del PP teme ancor più di ieri l'effetto di trascinamento della vittoria di Syriza sull'ascesa di Podemos , e dunque l'effetto politico di nuove concessioni a Tsipras che possano ulteriormente arrotondare la sua vittoria. Un pezzo centrale della Socialdemocrazia europea, a partire dal SPD ( Gabriel), è terrorizzata dagli effetti di ricomposizione a sinistra che un'ulteriore vittoria simbolica di Tsipras potrebbe determinare ai suoi danni ( ascesa della Linke in Germania ad esempio) e si schiera pertanto sul versante anti greco.

E' dunque evidente, tanto più in questo quadro, che un eventuale accordo con gli strozzini prevederebbe contropartite punitive per i lavoratori greci di certo non minori che prima del referendum. Perchè solo misure punitive potrebbero controbilanciare agli occhi dei creditori gli inconvenienti politici dell'accordo. Ma questo diverrebbe un nuovo problema per Tsipras e per i suoi rapporti di massa. Dov'è finito più che mai oggi quel "programma riformista di Salonicco" su cui Syriza vinse le elezioni?


IL CONFRONTO DELLE LINEE A SINISTRA NEL VIVO DELL'ESPERIENZA GRECA

L'idea che Syriza riuscisse in qualche modo a stabilizzare il quadro politico greco è naufragata in cinque mesi. Questa è la prima lezione di fondo degli avvenimenti. Tutte le contraddizioni sono precipitate sul fronte economico, politico, sociale. In Grecia e in Europa. L'idea di un compromesso "onorevole" tra lavorati greci e capitale finanziario internazionale è relegata sempre più nel mondo delle fiabe. Mentre la crisi greca mette alla prova l'intero equilibrio politico istituzionale della UE, tra spinte all'integrazione e spinte alla dissoluzione.

In questo quadro, tutte le opzioni strategiche delle sinistre riformiste, socialdemocratiche o staliniste, sono polverizzate una dopo l'altra dai fatti di Grecia.

La pretesa della "Riforma sociale e democratica" dell'Unione capitalistica continentale- avanzata dalla Sinistra Europea e da Tsipras- ne esce a pezzi, sotto ogni versante. L'Unione tra Stati imperialisti del vecchio continente, a partire dal nucleo fondante franco tedesco, si regge sulla spoliazione della classe operaia e della popolazione povera di ogni paese. Nessuna riforma può cancellare la sua costituzione materiale. Lo stesso NO agli strozzini del popolo greco segna di fatto un rifiuto del capitalismo europeo.

L'idea di una possibile via d'uscita attraverso una ricollocazione geostrategica del capitalismo greco al fianco dei BRICS- sostenuta da correnti neostaliniste, anche all'interno di Syriza- è anch'essa ridicolizzata dalla vicenda greca. Non solo ignora la natura capitalistica o neo imperialistica dei paesi chiave dei BRICS, a partire da quella Cina che oggi acquista a prezzi di saldo settori chiave dell'economia greca ( il porto del Pireo). Ma ignora lo spiacevole dettaglio che ha visto proprio i BRICS tra i principali usurai del FMI ai danni del popolo greco, in prima fila nel rilanciare i peggiori ultimatum del Fondo all'ombra di Lagarde. Il NO greco agli strozzini europei non chiede di cambiare padrone.

Infine esce distrutta nella propria credibilità la corrente stalinista del KKE greco e la sua filiera internazionale. Questo partito, impegnato in una metodica divisione del movimento operaio greco, è giunto a boicottare il referendum contrapponendosi al NO . Si è dunque opposto alla dinamica di ribellione di massa contro la Troika. Le frasi sull'"opposizione sia a Syriza sia alla Troika" sono penose. La verità è che lo stalinismo greco si è comportato nelle urne come nelle piazze. Con una logica autocentrata di apparato, unicamente preoccupato di conservare il proprio spazio, in aperta opposizione alla domanda popolare di massa. La vittoria plebiscitaria del No ai creditori è il crollo politico e morale dello stalinismo greco.


LA RIVOLUZIONE, UNICA SOLUZIONE

L'unica soluzione progressiva della crisi greca passa per la rottura anticapitalista. Per il ripudio del debito ai creditori strozzini: perchè ogni negoziazione del debito espone a vergognosi ricatti e contropartite. Per la nazionalizzazione delle banche greche e la loro concentrazione in una unica banca pubblica: perchè è l'unica via per bloccare la fuga dei capitalisti, proteggere i risparmi popolari, rifondare la società greca. Per l'esproprio degli armatori e dei poteri forti del paese: perchè è l'unico modo per fare piazza pulita dei parassiti sfruttatori, concentrando nelle mani dei lavoratori le leve della ricchezza. Solo un governo dei lavoratori, imposto dalla forza di massa, può attuare simili misure. Solo l'EEK ( Partito operaio rivoluzionario) - la sezione greca del CRQI- si batte coerentemente per questa prospettiva.

La straordinaria vittoria del NO alla Troika merita un'alternativa anticapitalista. Il No alla Troika e ai capitalisti ha il diritto di governare la Grecia, liberandola da oppressione, sfruttamento, umiliazioni. Ogni pretesa di subordinare il NO a un nuovo accordo con gli usurai significherebbe vanificare la vittoria. L'EEK si batterà sino in fondo contro ogni possibile tradimento della vittoria popolare, per il potere dei lavoratori in Grecia, per la rivoluzione socialista in Europa.

Ai nostri compagni greci va tutto il sostegno del PCL. La loro lotta è la nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

 
 
 
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