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FIAT, sciopero ad oltranza in Serbia

Post n°572 pubblicato il 07 Luglio 2017 da zoppeangelo

L'astuzia della storia batte Marchionne

5 Luglio 2017

Nel 2008 la FIAT apriva un proprio stabilimento in Serbia comperando il vecchio stabilimento della Zavstava in Kragujevac. L'acquisto è stato un grande affare, una joint venture con il governo serbo, che detiene ancora il 33% delle quote. Governo che ha investito 200 milioni - più altri 500 milioni della Banca Europea - e ha concesso agevolazioni fiscali per 10.000 euro per ogni posto di lavoro creato; per non contare il salario medio degli operai serbi, che con i suoi 300 euro è ben al di sotto della media nazionale. In cambio di queste condizioni favolose per il capitale del Lingotto, la promessa di produrre 300.000 unità all'anno nello stabilimento serbo, grazie alla produzione della Punto, della Cinquecento e di una (allora) "nuova city car che FIAT sta progettando".

Cosa ne è stato di queste premesse? Una semplice illusione! L'azienda, che aveva dato speranze alla borghesia italiana, tanto che il Sole 24 Ore titolava nel luglio del 2010 "FIAT in Serbia: trentamila posti", ha disilluso tutte le attese. I 30.000 posti sognati si sono fermati ad uno zero mancante (3.668), con l'ulteriore aggrevante di 1.000 esuberi nel 2016; dei tre modelli promessi è rimasta solo la Cinquecento; delle previste 300.000 unità annue prodotte in Serbia, se ne sono prodotte solo 90.000.

Fino a qui nulla di particolare, trattasi semplicemente della cronaca di una delle tante rapine sociali da parte del capitale, in questo caso della Fiat Chrysler. Però all'improvviso irrompe nella scena un fattore inaspettato - pure se si tratta anche in questo caso di un fattore comune nella storia degli ultimi cinquecento anni - ossia la lotta di classe, la lotta dei lavoratori salariati in difesa dei propri interessi contro gli interessi (inconciliabili) degli industriali e dei bachieri. Perché 2.000 dei circa 2.500 dipendenti della FIAT in Serbia stanno scioperando da più di una settimana (a partire del 26 giugno) rivendicando aumenti salariali del 20%, il pagamento degli straordinari e dei bonus di produzione, il rispetto dei diritti sindacali e lo stop dei licenziamenti - anche se il sindacato Samolstani, fortemente legato al governo nazionalista, tenta di utilizzare lo sciopero e il malcontento degli operai per scoraggiare la FIAT a rinnovare il contratto, dando spazio alla Volkswagen, cosa che gioverebbe al governo.

L'astuzia della storia ha battuto Marchionne! Chi è andato a produrre in Serbia per poter fare ultraprofitti grazie alle condizioni di lavoro pessime, con salari miseri, senza diritti e tutele sindacali, affronta uno sciopero ad oltranza per conquistare diritti e tutele sindacali e per aumentare i salari. Chi è andato a produrre in Serbia sperando di superare così la propria crisi economica, conseguenza della crisi generale del capitalismo, smette progressivamente di produrre in Serbia per l'approfondirsi della propria crisi di vendite, e della crisi del capitalismo mondiale ed europeo.
Come si vede, le regole generali del capitalismo e della lotta di classe sono più forti delle manovre e dei magheggi di questo o quell'altro capitalista. In questo quadro è particolarmente positivo che delegati e lavoratori della FIAT in Italia abbiano espresso la loro solidarietà con la lotta dei lavoratori serbi. Questa lotta deve essere l'esempio per i lavoratori italiani, dimostrando che solo una lotta dura, fatta di scioperi ad oltranza ed occupazioni, può portare a casa risultati concreti - come è già successo con i lavoratori della Marelli in Serbia, che hanno conquistato aumenti salariali dopo cinque giorni di sciopero, al quale si sono ispirati i lavoratori FIAT.

Per questo, il Partito Comunista dei Lavoratori esprime tutta la propria solidarietà ai lavoratori serbi, e chiama tutti i sindacati e i lavoratori della FIAT a seguirne l'esempio.

Michele Amura

 

 

 
 
 

DOPO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Post n°571 pubblicato il 26 Giugno 2017 da zoppeangelo

Renzi perde le amministrative ed il centro-destra espugna comuni dove non aveva mai governato, come Genova, o cosiddette roccaforti rosse, come Sesto San Giovanni. Il dato più interessante, per quel che ci riguarda, non è la débâcle di Tizio o di Caio ma l'astensionismo in crescita. Meno di un italiano su due si è recato alle urne, tra il 47 ed il 49% degli aventi diritto. Ciò dimostra che il sistema democratico non è il governo del popolo ma quello di minoranze disciplinate dalla militanza o condizionate dai vari poteri (partiti, gruppi economici, mezzi d'informazione) che imbucando una scheda in una scatola decidono per tutti(delegando sempre i soliti), anche se rappresentano una piccola parte dei cittadini.
La democrazia, sotto questo aspetto, è ormai nuda ed ha perso qualsiasi contatto col suo significato etimologico o storico-concettuale. Come ha detto il mio maestro Gianfranco La Grassa: ""La democrazia ...è un semplice e schematico sondaggio d'opinione, in cui si tratta solitamente di rispondere sì o no a poche semplici domande su questioni che tutto toccano salvo il reale potere dei grandi centri strategici, che si battono tra loro con ben altri mezzi e massima incisività (magari anche con il metodo dell'assassinio se occorre). Non è un caso che l'opinione ‘pubblica' muti d'accento con una certa facilità e frequenza; ne vengono premiati ora questi ora quelli fra i cosiddetti partiti, vere accozzaglie informi dirette da manigoldi, che rappresentano la copertura e la maschera ‘pubblicitaria' dei suddetti centri strategici, i reali poteri da cui si irradiano poi le principali decisioni, molto spesso ignote al ‘popolo' o comunque assai differenti da quelle su cui si era svolto il sondaggio. Non vi è dubbio che una simile ‘democrazia' presenta alcuni svantaggi in fatto di celerità ed efficacia delle decisioni, poiché a volte bisogna avvolgere queste ultime in una ‘bella confezione' in grado di meglio ingannare, compiacendo, i cittadini elettori".
Anzi, se vogliamo dirla tutta, la democrazia è il sistema che coinvolge di meno il popolo nella vita politica. E' una maniera di far aderire passivamente le moltitudini a decisioni, già prese sulla loro testa, presentate (e solo presentate) diversamente dai competitori in lizza. La democrazia si fonda sulla distrazione della cittadinanza dalle faccende pubbliche più importanti per un tot di anni meno un giorno, quello in cui si viene improvvisamente risvegliati dal sonno profondo della ragione e della mistificazione e richiamati a scegliere da chi essere governati. Cito ancora La Grassa, nei sistemi democratici "i cittadini vengono invitati a eleggere questo o quello senza alcun particolare impegno e rischio che non sia l'andare al voto, magari perfino rinunciandoci talvolta se il tempo è particolarmente brutto o invece specialmente bello per andarsene in vacanza, ecc. In altri assai meno miserabili contesti, i cittadini, e facendo magari specificatamente appello alla loro appartenenza a dati gruppi sociali, vengono chiamati alla vera lotta mediante ben altre ideologizzazioni, che sollecitano a volte la loro ira e sempre la speranza di un futuro migliore, perfino l'intelligenza di una decisa fuoriuscita da condizioni di oppressione e di miseria (non solo materiale), ecc."
Cioè, il popolo è decisamente più responsabilizzato da una dittatura che chiama a raccolta le folle oceaniche per le grandi decisioni riguardanti la sovranità e lo Stato. Ancora La Grassa: "In questi casi [dittature], però, masse imponenti di esseri umani (senza che si possa calcolare se rappresentano il 50% + 1 della popolazione, per di più quella al di sopra di una data età) si muovono anche a rischio della loro vita, danno il meglio di se stessi, non vanno a bighellonare nei seggi elettorali. Affermo con decisione che questa situazione è mille volte più "democratica" dell'altra. E la "dittatura" è solo nella testa di chi ci rimette, in casi come questi, l'intero suo potere di spremere quella gran massa popolare per i suoi bassi interessi, senza bisogno della benché minima ideologia di supporto: ideologia non come falsa coscienza, bensì come forte credenza che qualcosa di meglio possa essere conquistato. Senza dubbio, in casi del genere viene in evidenza la crudezza dei moti "di massa" e spesso tante altre miserie, perché in simili contingenze s'insinua nel movimento un po' di tutto; tuttavia, ripeto che chi si muove in tale contesto rischia qualcosa di suo (fino appunto alla pelle). Tale situazione è mille volte migliore della falsa, miserabile, spenta, "democrazia" elettorale dei sedicenti liberali".
Che il voto non conti nulla lo dimostra quello che sta già accadendo, a poche ore dalla contesa tra centro-destra e centro-sinistra. Renzi e Berlusconi sono pronti ad accordarsi per la legge elettorale e per un'eventuale larga intesa, se dalle prossime elezioni politiche non dovesse uscire una maggioranza parlamentare autosufficiente. Le persone, non votando e restandosene a casa, hanno cercato di testimoniare la loro disaffezione a questa politica basata sui giochi di Palazzo e questi cosa propongono all'indomani delle amministrative? L'ennesima truffa politica chiamata legge elettorale che non è una priorità per una nazione in sofferenza economica e perdita di centralità geopolitica. Le precedenza dovrebbe essere data ai temi dell'occupazione, della crescita industriale, dell'assistenza sanitaria, della politica estera. Invece, i coglioni litigano per lo ius soli, i diritti dei gay, i vaccini, i metodi di voto, le "battaglie di civiltà" a favore dei migranti, imponendo nel dibattito collettivo materie secondarie o di nessun interesse strategico, che servono a fottere gli italiani su tutto il resto, ovvero su ciò che è fondamentale per i loro destini. Fanno molto rumore per tutto, non concludendo mai niente. Piuttosto, cominciamo noi a ragionare fuori dagli schemi democratici, creando movimenti di opinione e aggregazioni politiche (non partitiche, assolutamente inutili in questo momento in cui si sarebbe fagocitati dalle regole del "giogo" sistemico) che ribaltino gli ordini del giorno e tolgano argomenti ai poteri dominanti. Non facciamoci trascinare nelle discussioni superficiali e teniamo la barra dritta sulle problematiche fulcrali della fase, come la sovranità nazionale, la fine della sudditanza dall'Ue e dagli Usa, il supporto all'industria strategica, che rischia di essere svenduta allo straniero. Infine, prepariamoci a sferrare calci nei denti ai partiti tradizionali che però non possiamo battere sul loro stesso terreno democratico...Diceva E. L. Masters che la democrazia è un gioco da banditi. Noi non siamo banditi ma vorremmo essere almeno giustizieri di questi furfanti e sicofanti.

Gianni Petrosillo

Conflitti e Strategie

 

 
 
 

I COMUNISTI ITALIANI E LA GUERRA CIVILE SPAGNOLA.

Post n°570 pubblicato il 06 Giugno 2017 da zoppeangelo

 

La bibliografia sulla guerra di Spagna si arricchisce della dettagliata ricerca storica di Mirella Mingardo, che si concentra sull'azione dei volontari italiani in particolare i comunisti, da quelli "ufficiali" agli eretici, questi ultimi inquadrati nella Colonna Lenin del POUM, con l'obiettivo di aprire la strada, tramite la lotta armata rivoluzionaria contro le truppe di Franco, alle collettivizzazioni e alla rivoluzione sociale.
Col filo conduttore del ruolo della stampa clandestina, l'autrice analizza le fasi del conflitto fino al tragico esito, che contribuì anche tra gli oppositori italiani a far crollare le speranze, generare stanchezza e rassegnazione alla vigilia di nuovi sconvolgimenti.
Dopo l'esaltazione per la proclamazione dell'impero con la conquista dell'Etiopia, nel maggio 1936, il regime fascista, contrariamente alle aspettative, era entrato «in una fase di logoramento organico» sia al vertice che in periferia. La dittatura imboccava la via del declino proprio negli anni in cui procedeva con maggiore decisione al processo di fascistizzazione, che avrebbe dovuto condurre al definitivo superamento del vecchio modello liberal-borghese, e favorire una più concreta totalitarizzazione del Paese.
La guerra di Spagna si insinuò nel declino del comune consenso al regime e si rivelò il primo mattone nella costruzione del rifiuto; essa fu l'inizio del tardo abbandono dell'esaltazione fascista a favore di un atteggiamento maggiormente critico nei confronti del governo di Mussolini, premessa a una reazione più generalizzata e progressiva.
Gli italiani giunti in Spagna come volontari (oltre cinquemila) appartenevano un po' a tutte le classi sociali, anche se in gran parte erano operai. Erano in maggioranza persone non più molto giovani, provate da lunghi anni d'esilio, animate dalla precisa volontà di lottare finalmente contro il fascismo.
Dei volontari italiani che partirono per la Spagna allo scoppio della guerra civile, molti erano fuoriusciti, rifugiatisi all'estero per sfuggire alle persecuzioni fasciste; tra i comunisti, non pochi furono coloro che raggiunsero il fronte anticipando le indicazioni di partito e la stessa Internazionale.
La decisione dell'URSS di inviare armamenti alla repubblica non stava a significare "solidarietà internazionalista", ma la volontà di condizionare la politica del governo e dei partiti del fronte popolare.
Con l'infiltrazione degli agenti dell'NKVD - la polizia segreta sovietica - nei posti chiave nella polizia segreta repubblicana, gli stalinisti riuscirono a formare «una polizia nella polizia, con proprie carceri, proprie sedi, proprie comunicazioni». In tale contesto fu «un gioco eliminare silenziosamente dissidenti ed avversari politici», anarchici, poumisti, trotskisti. In tal senso si distinsero anche gli agenti stalinisti italiani: i "Carlos Contreras", i Codovilla ...
Come scriveva «Prometeo», la Russia, senza dubbio, temeva una vittoria del fascismo, ma ancor di più una successiva lotta del proletariato spagnolo contro il suo governo democratico, lotta che se avesse trionfato avrebbe riportato «in modo più acuto ed ineluttabile il problema dell'intervento internazionale armato, cioè la guerra, per schiacciare la vittoria proletaria».
La guerra civile di Spagna fu la "prova generale" del secondo macello mondiale. La guerra imperialista poi scoppiò ugualmente, ma dopo l'avvenuta demolizione del proletariato spagnolo e internazionale.
Oggi, anche e soprattutto in questa fase convulsa di scontro e di ridefinizione degli assetti tra le singole potenze nel mondo, gli insegnamenti della guerra civile spagnola continuano ad essere più che mai attuali.

 
 
 

2 Giugno, i lavoratori non festeggiano

Post n°569 pubblicato il 30 Maggio 2017 da zoppeangelo

 

2 Giugno, i lavoratori non festeggiano

La ricorrenza del 2 Giugno, col suo carico di retorica nazionalista e borghese, è occasione per celebrare le Forze Armate e fare sfoggio del proprio potenziale bellico in ottica imperialista. Un rito pesantissimo sulla testa dei lavoratori, dei migranti in fuga dai paesi in guerra e dei ceti più poveri della popolazione. Il 27 aprile il presidente del consiglio Gentiloni ha ribadito l'impegno dell'Italia nella Nato rassicurando il segretario Stoltenberg sul rispetto degli impegni presi nel 2014 al vertice dei Paesi membri in Galles. Questa "fedeltà atlantica" si traduce in un aumento netto delle spese militari: l'Italia nel 2017 spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro(64 milioni al giorno), il 10% in più rispetto al 2016 e il 21% in più rispetto a 10 anni fa. Dall' 1,2 all'1,4 per cento del Pil. Quasi un quarto della spesa, 5,6 miliardi (+10 per cento rispetto al 2016) andrà in nuovi armamenti (altri sette F-35, una seconda portaerei, nuovi carri armati ed elicotteri da attacco) pagati in maggioranza dal ministero dello Sviluppo economico. L' Italia era nel 2016 all'11° posto tra i paesi con la maggiore spesa in armamenti, ma è riuscita a far schizzare le spese militari addirittura al 2 per cento del Pil. Senza contare che aumenterà anche la spesa per le missioni militari all'estero: 1,28 miliardi nel 2017 (+7 % in più rispetto al 2016).Sono cifre spropositate a carico dei lavoratori che ne pagheranno le pesantissime ricadute sociali. Mentre si tagliano le spese necessarie alla sanità, all'istruzione, alla previdenza, mentre si tolgono ai giovani le prospettive di un futuro dignitoso e si abbandonano lavoratori di aziende portate in crisi dal becero capitalismo italiano (come nei casi di Alitalia e Ilva), il Governo italiano trova le risorse per incrementare le spese militari. Come se non bastasse, tramite il Ministero dello Sviluppo economico, il Governo italiano è uno dei principali esportatori mondiali di armamenti tramite l'azienda di Stato Finmeccanica/Leonardo che ha guadagnato 7 miliardi solo nel 2016. Un fiume di denaro proveniente in larga parte da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, Paesi coinvolti direttamente nella guerra in Yemen. Con la partecipazione del suo apparato militare industriale nel grande business delle armi il governo risulta essere un attore di primo piano con evidenti progetti imperialistici.

 

Partito Comunista dei Lavoratori sezione di Pavia

 

 
 
 
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