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Cgil in piazza: MARCO FERRANDO : serve uno sciopero vero

Post n°485 pubblicato il 28 Ottobre 2014 da zoppeangelo

 
 
 

Ucraina, Germania, missione militare

Post n°483 pubblicato il 10 Ottobre 2014 da zoppeangelo

Sotto tutela

Il governo tedesco sta preparando una missione della Bundeswehr, (sarebbero 200 paracadutisti di cui 150 dotati di droni "Luna", non armati; la Bundeswehr ne ha ora oltre 80), per l'Est Ucraina in appoggio alla missione OCSE di monitoraggio della tregua tra le truppe del governo di Kiev e i ribelli, missione che dovrebbe consentire il controllo tedesco diretto sulle attività militari in Ucraina, e impedire che la Russia fornisca altri armamenti ai separatisti ucraini.

- Dopo le operazioni di armamento e addestramento in Irak, e la creazione di un ponte aereo in Africa Occidentale, si tratta del terzo intervento deciso nell'ultimo breve periodo che esprime la volontà della Germania di accompagnare con una presenza militare le sue attività estere.

- Sarebbe la prima missione militare tedesca sul territorio dell'ex Unione Sovietica dalla Seconda Guerra Mondiale, e si accompagna a ipotesi di porre di fatto sotto la tutela tedesco-europea l'Amministrazione statale ucraina, avvalendosi di alcune parti dell'Accordo di Associazione con la UE (che non hanno provocato obiezioni da parte russa).

- Si prospettano divergenze, oltre che con i fascisti ucraini prima utili a Berlino, anche con forze che nel corso del conflitto hanno ottenuto posizioni di predominio con il consenso dell'Occidente.

- Le élite politiche ed economiche dell'Ucraina appoggerebbero solo formalmente la prevista revisione dell'Accordo. È dubbio che, soprattutto gli oligarchi, siano interessati al rispetto delle norme UE, ad es. sulla competitività o sul sistema di appalti pubblici.

- La missione della Bundeswehr avverrà in cooperazione con la Francia; essa segue una missione di esplorazione congiunta franco-tedesca di metà settembre, ed è stata discussa decisa dai capi di governo dei due paesi, a margine del vertice Nato in Galles.

- L'accordo con la Francia per la missione di supporto militare all'OCSE fa parte di una serie di misure che la UE, sotto la direzione di Berlino, ha concordato ad inizio settembre con Mosca e Kiev, e che nella sostanza contiene la promessa alla Russia di rinegoziare con l'Ucraina tutti gli elementi dell'accordo di associazione con la UE che danneggiano gli interessi economici della Russia.

- La Merkel l'ha ottenuto (anche questo ai margini del vertice Nato) con l'opposizione soprattutto dell'Ucraina. Ad inizio novembre 2013, la Merkel riteneva ancora superfluo questa bilancia con Mosca, sperando di poter legare Kiev alla propria sfera egemonica, una volta abbattuto il governo, ma che di fronte al rischio del crollo economico dell'Ucraina non ha più potuto evitare.

- Questo ha posto le basi per la tregua, concordata il 5 settembre tra Kiev e i ribelli dell'Est, e che prevede una ampia autonomia per l'Est Ucraina, che sempre Kiev a aveva cercato di evitare.

- I piani tedeschi incontrano un certo malumore a Kiev; già la tregua e le concessioni ai ribelli dell'Est avevano provocato scontento nella destra estrema che aveva dato un forte impulso alle proteste dei Majdan, alla caduta del governo e alla guerra civile.

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Gfp 141010

Radicalizzazione nel parlamento (ucraino)

Secondo alcuni esperti in Ucraina c'è il rischio che le prossime elezioni parlamentari del 26 ottobre prossimo producano una radicalizzazione nazionalista della "Werchowna Rada", il parlamento ucraino,

ma non per la possibilità di ascesa dei partiti fascisti noti, come Swoboda, per cui si prevede un 5%, o "Settore della destra", dato per 1-2%,

quanto perché nelle liste elettorali di diversi partiti, soprattutto del "Fronte Popolare" del primo ministro Arsenij Jazanjuk, si sono candidati noti fascisti e diversi capi delle milizie che operano nell'Est Ucraina,

che dovrebbero legare il loro "elettorato patriottico" ai rispettivi partiti.

Nel partito Fronte Popolare sono stati inseriti anche intellettuali della destra estrema, come lo storico revisionista Wolodymyr Wjatrowytch, che sotto la presidenza Jushenko aveva diretto l'archivio dei servizi segreti SBU, carica revocata poi dal presidente Janukovich; ora dirige il Centro per lo Studio dei Movimenti di Liberazione di Lviv, finanziato da OUN in Esilio, un successore di OUN che aveva avuto parte nell'Olocausto.

Il Fronte Popolare di Jazenjuk ha fondato un proprio "consiglio militare" per inserire i miliziani nelle strutture di partito.

- Tra costoro Andrij Bilezkij, il capo del battaglione fascista Asov (battaglione creato da Bilezkij e da Ljashko) che unisce fascisti ucraini e neonazisti di diversi altri paesi europei.

Nella Lista del Fronte Popolare al 1° posto Jazejuk,

- al 2° posto Tetjana Tchornovol, portavoce nel 2000 dell'organizzazione fascista UNA-INSO, che cooperava con il tedesco NPD; nominata nel marzo 2014 capo della commissione nazionale anti-corruzione; in agosto 2014 si è dimessa e ha aderito al battaglione fascista Asov;

- al 3° l'ex presidente ed oggi presidente del parlamento, Oleksandr Turchinov,

- al 4° posto Andrij Parubij, co-fondatore del "Partito fascita "Social Nazionale dell'Ucraina", divenuto nel 2004 Swoboda.

- Si prevede il successo del "Partito radicale" del deputato Oleh Ljashko, con oltre il 10%, sembra che stia attirando una quota consistente dell'ex elettorato di Swoboda. Nelle presidenziali del 25 maggio il "Partito radicale" era arrivato terzo con l'8,3%, dopo Poroshenko e Timoshenko. Il Partito Radicale è dato da tempo dai sondaggi come secondo subito dopo il partito del presidente Poroshenko.

- Il processo di radicalizzazione verso la destra estrema del'Ucraina è anche il risultato della politica tedesca: per riuscire ad abbattere il governo ucraino, Berlino ha collaborato strettamente con i fascisti, fornendo loro una legittimazione; ha inoltre contribuito alla intensificazione del conflitto fino a farlo divenire una guerra civile, che a sua volta ha radicalizzato le relazioni politiche del paese.

traduzione dalla stampa estera fornita da pagine marxiste

 

 
 
 

Come volevasi dimostrare

Post n°482 pubblicato il 03 Ottobre 2014 da zoppeangelo

C'è chi fa il sufficente :Lotta Comunista sono anni che dice sempre le stesse cose. Riduttivo.Ci sono cose che diciamo da decenni , se non da cinquanta o sessant'anni ,ossia da sempre . Che il mondo è un unico mercato per la contesa dei capitali e degli stati , l'imperialismo unitario .Che la Cina da giovane capitalismo sarebbe diventata un peso massimo dell'imperialismo . Che l'Europa si sarebbe unita in un blocco imperialista .Il fatto è che solo le tendenze vere , quelle che contano . Capirlo a tempo e tenere il punto è decisivo,per sapere cosa fare , per orientare gli operai più coscienti , per organizzare la difesa di classe .

Ora è il turno di MATTEO RENZI e del suo jobs act , il disegno di legge sul lavoro che forse diverra decreto .E' da decenni che studiamo lo squilibrio dell'Italia e il vincolo esterno che lega la sua politica e la sua economia all'Europa e alla Germania. E' da anni che analizziamo la ristrutturazione europea e la politica imperialista contro i salari , con cui l'Europa vuole affrontare quella contesa mondiale .Dice Renzi che deve avere il suo jobs act entro ottobre , per trattare in Europa e non farsi imporre una manovra restrittiva . La condizione operaia , la flessibilità salariale , i licenziamnti sono moneta di scambio al tavolo della ristrutturazione europea .  Come volevasi dimostrare .

Si dice che il segretario del PD voglia fare Margaret Thatcher , ma il suo modello più che la lady di ferro è Gerhard Schoder , già capo dei socialdemocratici tedeschi  e COMPAGNO DEI PADRONI  , com'è chiamato dopo il suo piano di ristrutturazione  di welfare e salari .Si vanta di aver creato in Germania il sistema a bassi salari più efficente d'Europa . un precariato ben ordinato . Se le burocrazie sindacali avessero messo il naso fuori d'Italia , oggi non cadrebbero dal pero davanti alla ristrutturazione europea e alla politica imperialista contro i salari . E se il PD non si fosse ipnotizzato nell'antiberlusconismo , si sarebbe accorto del giovane Berlusconi che si portava dentro .

 

Paolo Rivetti 

lotta comunista n.529 

 

 

 
 
 

Rivolta dei giovani a Hong Kong

Post n°481 pubblicato il 02 Ottobre 2014 da zoppeangelo

Giovani in piazza ad Hong Kong: "primavera asiatica", un'altra TienAnMen o cos'altro?

Per spiegare quanto sta avvenendo a Hong Kong i giornalisti tendono a usare questi due termini di paragone, le primavere arabe e la più grande rivolta studentesca mai vista in Cina. Ma la storia raramente si ripete uguale nello stesso paese o nello stesso tempo in luoghi diversi.

I giovani liceali e universitari che si sono mobilitati a H.K. in comune coi proletari e i giovani arabi del 2011 hanno poco, salvo l'età. Non sono l'avanguardia di una enorme massa di giovani disoccupati che rappresentano quasi la metà della popolazione come nei paesi del Nord Africa. La fascia 15-25 anni a H.K. raccoglie il 6,3% della popolazione, per quanto l'immagine di piazze gremite ci faccia pensare il contrario, ( in Italia la stessa fascia è il 9,9% della popolazione.....). La disoccupazione a H.K. è del 3,3% , per ora i giovani trovano con una certa facilità lavoro e sono altamente qualificati. Inoltre il PIL pro capite a H.K. è di 50.900 $. Sappiamo che si tratta della media del pollo, comunque il 20% della popolazione vive sotto il livello di povertà, sono per lo più immigrati illegali dalla Cina, dal Vietnam ecc. ma non mandano i figli all'Università. Dietro il movimento per la democrazia ci sono giuristi e accademici, i giovani che si sono mobilitati temono di non poter, come i loro padri, acquistare una casa, avere una confortevole carriera o dar vita a nuovi affari . Sono i rampolli di un ampio strato di piccola e media borghesia minacciati nei loro livelli di vita dall'abbraccio soffocante della Cina.

Può stupire un italiano, abituato all'infanzia prolungata di molti giovani, che il leader
abbia solo 17 anni e che a 15 abbia organizzato una manifestazione di 120 mila giovani contro la riforma scolastica improntata al modello cinese.
Ma appunto Tien An Men o la Rivoluzione Culturale Cinese ci spiegano che sempre dietro queste masse di giovani che protestano ci sono gruppi politici o economici che stanno ingaggiando una lotta contro il gruppo dirigente, per cambiarne la direzione.
I giovani di chiedevano un cambiamento sociale, più libertà ma anche più giustizia sociale, al loro fianco si schierarono decine di migliaia di operai.

Nel caso di H.K. la protesta sta maturando da anni ed è espressione di un forte desiderio di autonomia se non di indipendenza .

Per capire cosa sta succedendo il leader cinese Xi Jinping ha convocato il 22 settembre a Pechino 70 fra i più ricchi ed influenti tycoon di HK, fra cui Li Ka-shing, considerato l'uomo più ricco in Asia, l'armatore Tung Chee-hwa e altri rappresentanti degli interessi immobiliari, bancari, proprietari di giornali e televisioni, o di casinò dove si "lavano" migliaia di banconote "sporche" e i proventi del traffico di droga e prostituzione. Va da sé che i Tycoons si sono espressi contro l'occupazione simbolica ma anche concreta, del cuore del mondo degli affari; si sono dichiarati "patrioti" come è giusto dal momento che la loro patria è dove si fanno profitti ed è la China di Xi Jimping che garantisce i loro affari. Tanto più che uno degli obiettivi polemici della protesta è il gap, il solco che sta dividendo i pochi miliardari da strati borghesi che rischiano l'impoverimento. La parola democrazia evoca per questi tycoon come per Xi Jinping il rischio di dover adeguarsi allo welfare state di tipo europeo, di dover garantire agli operai servizi salute e pensioni.

H.K., colonia inglese per 150 anni, è tornata alla Cina nel 1997 e ha ottenuto lo status di Regione Speciale (SAR), con amministrazione propria, possibilità di intrattenere relazioni economiche (commercio, investimenti) e intergovernative proprie, as esempio H.K. ha consolati indipendenti firma accordi bilaterali con governi, una propria politica di immigrazione, tanto che fra H.K. e Cina si viaggia con passaporto, ma non una politica estera e una difesa proprie. Parlando di H.K. e della necessità di preservarne il tessuto capitalistico di successo, Deng aveva affermato "Cos'è un patriota? E' uno che rispetta la nazione cinese, appoggia sinceramente la riassunzione di sovranità su Hong Kong e ha cura di non impedire la stabilità e la prosperità di H.K, Non importa se il patriota crede nel capitalismo, nel feudalesimo o nella schiavitù. Non gli chiedo di credere nel sistema socialista della Cina, ma di amare allo stesso grado la Cina w HK"
"

Questa situazione di "Un paese, due sistemi", definita dalla Dichiarazione Congiunta anglo-cinese del 1997 prevedeva che HK conservasse il suo sistema economico e le sue istituzioni sociali fino al 2047. Questo è stato scritto anche nella Costituzione di HK (la cosiddetta Nasic Law). Ma l'interferenza di Pechino è cominciata da subito; tutti i premier sono stati scelti da un Comitato formato da 1200 cittadini scelti nella elite politica e degli affari, preferibilmente yes-men nei confronti di Pechino: così è stato per C. H. Tung (1997-2005). Donald Tsang (2005-12) fino all'ultimo, C.Y.Leung, che ha raggiunto impressionanti vertici di impopolarità, soprattutto dopo che ha tentato di introdurre nelle scuole curricula e piani di lavoro, testi di studio simili a quelli cinesi. Il premier ha anche tentato di costruire intorno alle università un cordone sanitario di polizia che impedisca i contatti con giornalisti e uomini politici di altri paesi. Molti professori considerati non in linea sono stati allontanati. Ancora più dure le misure prese contro giornali e giornalisti troppo indipendenti (ad esempio il South China Morning Post e stato messo sotto tutela con la complicità del proprietario malaysiano Robert Kuok; allontanati dei veterani delle inchieste come Paul Mooney e Kevin Lau del Ming Pao Daiky; Lau è poi sfuggito a un attentato come Jimmi Lai del Apple Daily, Chen Ping del Sun Affaires w Tony Tsoi del House News. I giornali stavano denunciano come i servizi segreti cinesi stiano collaborando attivamente con la malavita locale.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la comunicazione che nelle elezioni del 2017 il premier di HK sarebbe sì stato eletto a suffragio universale dai cittadini, ma dentro una rosa di 2-3 nomi pre-selezionati da Pechino.

L'ostilità verso la Cina è diffusa in tutti gli strati sociali per ragioni spesso molto concrete.
I cinesi della terraferma, ovviamente appartenenti agli strati alti, acquistano il 30% delle merci di lusso, sono i principali clienti dei gran hotel; la loro corsa all'acquisto di case ha fatto crescere in maniera esorbitante i prezzi delle abitazioni, tanto che nemmeno i giovani della classe media può più aspirare a un appartamento in proprietà. Centinaia di migliaia di migranti dal continente cercano di piazzare i figli nelle scuole di HK che sono considerate migliori, impedendone l'accesso ai nativi. Addirittura fanno incetta di latte per i neonati, (dopo lo scandalo del latte avariato nel 2008 i genitori cinesi hanno la psicosi di vedere i loro piccoli avvelenati) e le madri dei quartieri poveri di HK ne restano prive. Un numero spropositato di donne incinte cerca di partorire a HK per dare ai figli la doppia cittadinanza, tanto che le madri locali non trovano più posto nelle cliniche e devono partorire in casa (l'ultimo dato disponibile è del 2010 e parla di un 37% di bambini nati a HK da genitori del continente). Il gruppo Facebook che ha convocato i dimostranti delle ultime settimane ha definito i cinesi del continente "locuste". Un docente universitario di Pechino ha contraccambiato chiamando gli abitanti di H.K. "cani bastardi aggiogati al carro dell'imperialismo inglese" .

Gli studenti a H.K. diventati bersaglio di gas urticanti e pallottole di gomma, con a difesa solo gli ombrellini di seta, non possono non suscitare simpatia, ma è inevitabile chiedersi se vanno incontro al massacro come a Pechino nel 1989?
Ci sono molte ragioni che potrebbero spingere Xi Jinping a una sanguinosa repressione e altre che la sconsigliano

HK è tuttora la porta principale della Cina, un hub finanziario di importanza senza pari piazzato al centro del Delta del Fiume delle Perle a ridosso del Guangdong. Né Shanghai né Shenzhen possono raggiungere in pochi anni un tale grado di internazionalizzazione, infrastrutture, competenza e organizzazione per gli affari.
HK ha venti volte i visitatori di Singapore.
Il 77% degli investimenti diretti esteri cinesi nel 2011 hanno preso la via di HK. Il resto è distribuito fra Taiwan, Giappone, Singapore, Usa, Corea e Germania. Viceversa provengono da HK il 47,7% di tutti gli investimenti esteri diretti in Cina.
A HK hanno sedi 71 fra le 100 più importanti banche internazionali e 290 fondi di investimento Di lì passa il 53% di tutta la massa degli yuan che circolano all'estero e l'80% del commercio estero in yuan. Si vocifera che HK abbia riserve in yuan pari a 160 miliardi di $ ( e cioè mille miliardi di yuan).
HK fornisce servizi e informazioni di ogni tipo allo straniero che vuole investire in Cina e comunque è il secondo partner commerciale con la terra ferma (finisce in Cina il 45,6 % dell'export di HK e finisce a HK il 17,4% dell'export cinese).
La città ha alti standard di qualità della vita e di ambiente ben curato, ha i migliori professionisti asiatici in tutti i campi (dagli albergatori ai broker), formati in 60 università che offrono più di 1000 diversi corsi per rispondere a qualsiasi esigenza professionale; garantisce la massima tutela legale e trasparenza nelle transazioni d'affari.
Infine HK è il principale centro logistico dell'Asia, la logistica produce il 24,1% del PIL e garantisce il 24% dei posti di lavoro, grazie alla qualità e all'ampiezza del porto, terzo nel mondo per il traffico di container (ne passano 60 milioni in un anno), mentre l'aeroporto è il primo per i cargo. Nel 2010 per l'aeroporto sono passati 50 milioni di persone (pari a un giro d'affari che copre l'9% del PIL); vi iniziano o terminano 880 voli al giorno. Soprattutto HK è nota per i livelli di sicurezza garantiti agli uomini di affari che vi si recano.

Una repressione violenta nel centro degli affari rischia di uccidere la gallina dalle uova d'oro, HK potrebbe essere disertata dai businessmen stranieri.
Molti degli alti papaveri dell'attuale Comitato Centrale non vedono l'ora di mandare un segnale duro alla enclave che dal 1997 è diventata il rifugio di dissidenti politici e religiosi, di capi sindacali e attivisti per i diritti umani, per giornalisti non allineati.
Ma è significativo che tutte le notizie sul movimento a HK siano state accuratamente censurate sulla terraferma. Instagram è stato bloccato.
Al di là di uno stretto lembo di mare ci sono il Guangdong, con le città di Guangzhou (=Canton) e sShenzhen con le loro centinaia di fabbriche e fabbrichette, con una classe operaia che, nonostante repressione e censura, da vita continuamente a scioperi e proteste.
Lo scontento è in costante crescita anche sulla terra ferma. HK può essere un esempio pericolo. D'altro canto raggiungere HK dalla Cina è sempre più facile. E trasmettere da HK in Cina non del tutto impossibile.

Secondo Pechino i manifestanti sono poche migliaia, i manifestanti con raro rispetto per la verità hanno parlato di 80 mila (da noi si sarebbero...... dati i numeri , a centinaia di migliaia), ma potrebbe essere la punta di un iceberg. E soprattutto a togliere il sono ai boss di Pechino non sono solo gli educati, english style studenti di HK, ma le masse proletarie della grande Cina


analisi cinesi da Pagine Marxiste

 

 
 
 

nota su referendum scozzese

Post n°479 pubblicato il 28 Settembre 2014 da zoppeangelo

Demografia e paura del cambiamento determinano la vittoria del NO in Scozia

Negli anni '90 abbiamo assistito al secessionismo di varie aree dell'est Europa in Cecoslovacchia, nella ex Juguslavia. Quasi sempre aree le cui borghesie ritengono, una volta indipendenti, di diventare più ricche; aree quindi che godono di qualche primato (più materie prime, più industria ecc) rispetto al resto del paese dal quale vogliono separarsi. E' il caso oggi della Scozia il cui National Scottish Party mirava alla autonoma gestione del paese ma soprattutto delle risorse in idrocarburi del Mare del Nord.
Il tutto condito con la sottolineatura da un lato delle tradizioni culturali e religiose differenti, che indubbiamente ci sono, dall'altro inalberando la tesi che si trattava di una battaglia dei "poveri" derubati dal resto del paese più ricco. In realtà con lo scopo di creare più spazio di manovra per la classe politica e la burocrazia "locale". Il risultato del referendum del 18 settembre (sul quesito secco "Volete che la Scozia diventi una nazione indipendente") non era scontato e ha profondamente coinvolto gli scozzesi.

Lo dimostra l'alto tasso di registrazione al voto (97%, pari a 4,2 milioni) e il gran numero di votanti (84,59% pari a 3,6 milioni di voti). Un record storico come da record è stato il bassissimo numero delle nulle: 3429 schede. L'analisi disaggregata del voto dimostra che chi era propenso al NO è andato massicciamente a votare, al contrario dei favorevoli alla secessione: dove il NO ha superato il 60% la partecipazione al voto ha superato il 90-91%, dove ha prevalso il SI, come a Glasgow, la partecipazione al voto è stata del 75%. Inoltre il 20% di elettori che nel 2010 avevano optato per lo Scottish National Party, primo promotore dell'indipendenza, e il 14% di quelli che lo avevano votato nel 2011, hanno votato NO al referendum. Quindi molti scozzesi hanno dato fiducia al SNP per governare la Scozia, sono favorevoli a un proprio parlamento, a una certa autonomia, ma non alla separazione.

Quindi, nonostante i pronostici della vigilia, ha vinto di buona misura il NO all'indipendenza col 55,3% dei voti (2 milioni di elettori), mentre al SI sono andati 1,62 milioni, pari al 44,7%.
Il Si è prevalso solo in 4 circoscrizioni elettorali, di cui tre non molto estese (il Dundee col 57,35%, lo West Dunbartonshire col 54% e il North Lanarkshire col 51% ) , una sola importante, Glasgow, che rappresenta l'11% dell'elettorato e dove il Si ha prevalso col 53,5%.

Il risultato è dipeso da molti fattori. Il 60% al NO arriva dalle aree rurali, mentre le aree urbane non superano il 53%. Il NO ottiene il 60% o più nelle aree in cui manager e professionisti sono almeno il 30% della popolazione. Ma pare determinante per la vittoria del NO la percentuale di anziani: dove il 25% della popolazione ha più di 65 anni il No ha raccolto più del 60% dei voti, mentre dove gli over 65 sono il 21% il No ha preso il 51%. In Scozia gli ultra 65enni sono il 17,4% della popolazione, contro il 15,8 nel Regno Unito.

Al contrario i giovani, dai 16 ai 25 anni hanno votato Si al 71%. Sicuramente su questo orientamento ha pesato la promessa del SNP di creare posti di lavoro per i giovani, ma anche il voto contrario alla guerra del SNP, e la sua propaganda per l'energia pulita e l'ambiente. Il Guardian aggiunge che hanno votato Si soprattutto i giovani operai e descrive le notti passate in piazza da questi giovani, ad es. a Glasgow, per discutere, cantare e ballare e fare propaganda per il SI, in aperto contrasto con le scelte della direzione del Labour Party, tradizionalmente votato dagli strati operai. Il Guardian cerca di analizzare questa generazione nata dopo il crollo del comunismo, per cui il sistema neoliberista è pratica quotidiana, che vivono la distruzione del sistema industriale e un destino di bassi salari. Gli fa eco il Financal Time irritato perché il Labour Party non ha saputo evitare che la classe operaia scozzese fosse conquistata dalle sirene "nazionaliste". La separazione di questi giovani dalle generazioni precedenti è data dal fatto che tra loro non c'erano bandiere rosse, ma grandi logo con Yes, bandiere di tartan dai colori psichedelici, quindi non i veri tartan, ma tartan di fantasia, con al centro Robert the Bruce, l'eroe della battaglia di Bannockburn che diede nel 1314 l'indipendenza alla Scozia (nota 1), e infine la estelada, la bandiera rosso gialla dei separatisti catalani (nota 2).

L'SNP ha profuso grandi energie organizzative e propagandistiche, utilizzando fra l'altro le tematiche sociali un tempo agitate dal Labour, ma sul NO si è concentrato tutto il peso di grandi banche e le assicurazioni , tutti e tre i grandi partiti e .... i produttori di whisky.
Le grandi banche d'affari sono state categoriche nel prevedere, dopo un eventuale si, il calo del PIL inglese, una svalutazione della sterlina e dei titoli di stato. britannici. Lloyds banking e Royal Bank of Scotland hanno minaccìato di trasferirsi da Edimburgo a Londra. La Goldman Sachs invece ha fatto foasche previsioni sul futuro economico di una Scozia indipendente, che non sarebbe in grado di rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più anziana. Credit Suisse ha agitato il rischio di una fuga di capitali (quelli depositati nelle banche scozzesi equivalgono a 12 volte il PIL del paese, a dimostrazione che la Scozia non è un paese di oppressi, ma che la sua borghesia ha condiviso la corsa al profitto della sorella borghesia inglese.) Le banche scozzesi sono state le principali beneficiarie dei salvataggi operati dal governo Brown nel 2008, a spese ovviamente dei lavoratori che pagano le tasse.
Quanto al whisky è il secondo prodotto per importanza sull'export, dopo il petrolio, e i produttori temono che una interruzione anche temporanea dell'appartenenza alla Ue li danneggerebbe molto perché l'appartenenza alla Ue e la presenza capillare di ambasciate britanniche agguerritissime hanno non solo aperto nuovi mercati al whisky scozzese, ma lo hanno anche tutelato da dazi punitivi e protetto dalle imitazioni a basso costo. La Scozia indipendente non avrebbe lo stesso peso nelle dispute commerciali (come è successo all'Irlanda per il suo whisky). A schierarsi contro l'indipendenza della Scozia sono stati quindi sia i grandi gruppi Diageo e Pernod Ricard, che controllano brand come Johnnie Walker, Glenlivet e Lagavulin, che i produttori locali di whisky come Macallan e Glenfiddich. (nota 3). Il resto degli imprenditori era spaccato in pratica a metà fra il Si e il No.
Il massiccio in termini economici schieramento unionista è stato in grado di mobilitare (e pagare) un ampio ventaglio propagandistico a favore del NO, anche utilizzando toni piuttosto terroristici. E il No ha prevalso in 28 su 32 circoscizioni, a partire da Edimburgo.

Negli elettori, in particolare anziani, ha prevalso la paura dell'incertezza e del cambiamento, sia a livello economico che politico.
Le analisi di voto dicono che, in ordine di importanza, hanno pesato:
1) la paura di non poter conservare la sterlina e dover creare una moneta propria.
Infatti gli indipendentisti ritenevano di poter continuare ad agganciare la propria moneta alla sterlina, mentre non volevano in alcun modo ancorarsi all'euro. Ma gli unionisti hanno sostenuto che per ragioni di sovranità, ci sarebbe stato una totale separazione delle due monete.
2) il timore per il proprio futuro pensionistico,

Attualmente gli scozzesi usufruiscono delle pensioni di stato (dopo i 65 anni il pensionato riceve 113 £ alla settimana). Gli scozzesi hanno una quota di popolazione anziana più alta rispetto alla quota di popolazione in età lavorativa, perché la presenza degli immigrati è molto inferiore al resto dell'UK. In più questo squilibrio aumenterà nei prossimi anni. Quindi se il sistema pensionistico fosse separato, quello scozzese andrebbe velocemente in deficit.
Gli indipendentisti hanno negato questa eventualità, appellandosi anche al fatto che la speranza di vita degli scozzesi è più bassa di due anni rispetto al Regno Unito. Hanno anche tentato di collegare la minor speranza di vita con redditi inferiori e condizioni di vita peggiori. Il Telegraph ha ribattuto con i dati sul reddito: il salario settimanale medio scozzese è di 498 £ contro quello inglese di 506 £.
Inoltre uno studio recente analizza i consumi delle famiglie e afferma che gli scozzesi spendono in media meno del resto del paese in cibo, affitto, trasporti e cultura, ma molto di più in tabacco e alcool. Anche il tasso di disoccupazione in Scozia è del 7,5% contro una media dell'UK pari al 7,8%, nelle altre aree il tasso è più alto. Infine la spesa pubblica pro capite è più alta in Scozia che non nel UK (nel 2013 12.300£ contro quella inglese di 11 mila £) proprio a causa di pensioni e spesa sanitaria. Il dibattito ha allarmato gli elettori in età, già in pensione o prossimi ad andarci che hanno ritenuto di essere più tutelati dentro il Regno Unito che separati.
3) il timore che da separati i costi dell'energia aumentino invece che diminuire
I secessionisti hanno centrato la loro propaganda sull'idea che se la Scozia sfruttasse in proprio il tesoretto di gas e petrolio del Mare del Nord potrebbe ridistribuire più reddito ai soli scozzesi migliorandone nettamente la vita. Il dibattito pre elettorale ha ruotato quindi sulle stime molto diverse che i due fronti pesentavano riguardo alle riserve ancora da sfruttare: pari a 120 miliardi di £ secondo fonti inglesi, 1500 miliardi di £ secondo fonti scozzesi. In più oggi il governo inglese versa alla Scozia il 30% dei sussidi per le energie rinnovabili; una scelta fortemente popolare nel paese. Ma in caso di separazione gli inglesi hanno minacciato di interrompere questi sussidi e anche di non comprare più l'elettricità prodotta in Scozia (che copre il 26% dei bisogni di Galles e Inghilterra). Sostenendo che per la Scozia sarebbe complicato piazzarla altrove mentre Galles e Inghilterra potrebbero rivolgersi all'Europa e ottenere anche prezzi migliori.. Anche gli investimenti cambierebbero direzione; gli inglesi investirebbero nelle rinnovabili nelle proprie aree e in Galles.
Infine potrebbe esserci una disputa legale sull'appartenenza del petrolio e del gas del Mare del Nord, il che congelerebbe i profitti per entrambi i paesi.

Molto dibattuta è stata anche la questione dei Trident, i sottomarini equipaggiati con i missili nucleari situati nella base di Faslane in Scozia. Lo SNP aveva dichiarato che una Scozia indipendente sarebbe anche stata denuclearizzata, Ma spostare la base più a sud sarebbe stato un costo proibitivo e si sarebbero persi migliaia di posti di lavoro (6 mila nella base altre migliaia nell'indotto). A ciò si è aggiunta la minaccia di Bae Systems di togliere ai cantieri di Glasgow la commessa per tre navi da guerra di recente attribuita e spostarla ai cantieri di Portsmouth.
Ancora più difficile, secondo Londra dividere l'esercito: le unità scozzesi (che occupano 12 mila persone) resterebbero escluse dalla rete di supporti tecnici e non sarebbero funzionali.

Il peso politico della propaganda per il No è pesata prevalentemente sul Partito laburista, nella persona di Alistair Darling, anche se tutti danno per decisivo l'intervento dell'ex premier Gordon Brown cha ha fatto valere il suo prestigio e i legami organizzativi con la Scozia. Ma pur avendo ottenuto il risultato sperato questo rischia di diventare un autogol. La vittoria del no secondo gli unionisti indebolisce lo Scottish National Party di Alex Salmond non solo perché è stata sconfitta l'ipotesi indipendentistica, ma anche perché toglie credibilità alla sua rappresentanza parlamentare nel UK. Ma in realtà ad essere ulteriormente indeboliti saranno i laburisti con cui lo SNP era da tempo alleato. Il referendum ha creato una spaccatura fra il Labour e gli strati operai che hanno prevalentemente votato per il SI e una parte di questi potrebbero optare per lo SNP. (nota 5)

Siamo certi che se il Si avesse prevalso (ma non c'erano le condizioni oggettive) quello della classe operaia scozzese e dei giovani sarebbe stato un brusco risveglio rispetto alla reale natura del NSP e del suo progetto indipendentista (l'unico obiettivo definito proposto da Salmond nella sua piattaforma era la detassazione per le imprese private che volessero investire in Scozia).
Ora c'è solo da sperare che chi, fra i giovani e i lavoratori, si è avvicinato alla politica e all'organizzazione sperimentando per la prima volta l'impegno diretto, utilizzi questa esperienza per difendere i suoi interessi, che non sono quelli rappresentati dal Parlamento scozzese o dal Parlamento di Londra.

Nota 1 -
La Scozia è unita all'Inghilterra dal 1603, quando Giacomo I di Scozia (figlio di Maria Stuart), divenne re di Inghilterra alla morte di Elisabetta I. Si trattava però solo di una unione sotto lo stesso re. L'unione politica vera e propria avviene nel 1707 con l' "atto di Unione". Ma gli scozzesi restarono riottosi finche nel 1746, con la battaglia di Culloden, vennero definitivamente sconfitti e la loro cultura messa al bando. Nell'800 l'indipendentismo scozzese fu assai meno vivace di quello irlandese; in quella fase gli scozzesi delle classi alte parteciparono al saccheggio delle terre ierlandesi, mentre gli irlandesi poveri andavano a cercare fortuna in Scozia, tanto che metà della popolazione di Glasgow ha antenati irlandesi, che costituirono il grosso del proletariato.
I primi vagiti dell'indipendentismo risalgono al 1970, poi si irrobustì fino a ottenere nel 1997 il primo referendum che portò alla formazione di un Parlamento indipendente (1998). Nel 2011 il partito nazionalista scozzese ha conquistato la maggioranza di questo Parlamento grazie al leader Alex Salmond, il promotore del referendum di oggi. La Scozia attuale oltre a un parlamento autonomo, ha anche un sistema giuridico indipendente, gestisce autonomamente la scuola e la sanità, ma non il sistema pensionistico, ne il sistema fiscale, I suoi cittadini hanno passaporto britannico

Nota 2 - il SWP e il voto dei giovani
Anche il Socialist Worker Party, sottolinea questa propensione attiva dei giovani per l'indipendenza, sostenendo che il referendum ha mobilitato per la prima volta migliaia di giovani e questo movimento può cambiare la Scozia; i giovani sono usciti dall'apatia, perché hanno avuto l'impressione di poter cambiare qualcosa e fare la differenza (ecco perché l'alta percentuale di adesione al voto). Secondo il SWP il SI ha vinto dove più alta è la disoccupazione e la deprivazione sociale, dove è più forte la delusione verso i laburisti. Quindi il Labour ha salvato l'unità dello stato borghese, ma ha perso migliaia di sostenitori. Questi giovani hanno dato vita a una mobilitazione che non segue le chimere del nazionalismo scozzese, ma che vede nell'indipendenza la separazione da un imperialismo, dalle sue guerre (il Partito Nazionale Scozzese ha votato contro l'invasione irachena del 2003), dal prevalere dei grandi affaristi, quindi il voto giovanile è stato un voto di classe., contro il razzismo, l'oppressione, per una società migliore.

Scheda 3 -
I secessionisti scozzesi hanno ribadito di voler continuare a fare parte della UE, ma La Commissione Europea custode dell'interpretazione dei Trattati aveva ribadito che qualsiasi regione europea che si proclamasse Stato sovrano dovrebbe ricominciare da capo l'iter di adesione all'Ue. In ogni caso il paese secessionista deve ottenere l'unanimità, basta un voto per non essere ammessi e per la Scozia avrebbero votato NO non tanto la Gran Bretagna, quanto i paesi europei che hanno questioni analoghe irrisolte al loro interno, dalla Spagna (Catalogna , Paese Basco, Canarie), all'Italia (la "Padania"), Cipro, Grecia, Romania, Belgio.

Nota 4
Il referendum scozzese ha avuto grande eco in Europa sia nella sinistra sia nei partiti che rappresentano tendenze separatiste. E' interessante che su molti blog "di sinistra" italiani che simpatizzavano per il Si in Scozia, c'era poi l'evidente imbarazzo di dover spiegare perché l'indipendentismo scozzese aveva una sua dignità e quello padano no, visto l'entusiasmo dei leghisti per il Si (vedi lo slogan "adesso in Scozia, poi in Veneto"). In Europa hanno tifato per il SNP oltre alla Lega Italiana, anche Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), il Partito nazionalista Basco (Pnv), il Bloque Nacionalista Gallego (Bng), la Coaliciòn Canaria (CC), il partito basco Amaiur. Spaccati i democratici Usa con Obama per il NO e i Clinton per il SI

Nota 5
Il voto ha avuto un seguito nei disordini a Glasgow: i sostenitori del SI ( che nella città infatti è prevalso) riuniti a Gorge Square sono stati aggrediti da unionisti armati di razzi, che cantavano "Rule Britannia". Lo SNP ha ricevuto nel giorno successivo al voto 4000 richieste di adesione da parte di laburisti delusi.

 

 

note e analisi del referendum fornite dai compagni di Pagine Marxiste

 

 
 
 
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