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Creato da ilmaestrodeisogni il 27/07/2009

iL Maestro Dei Sogni

...

"Noi siamo eterni, perché siamo manifestazione di Dio" (...) "Ecco perché attraversiamo molte vite e molte morti, uscendo da un punto che nessuno conosce e dirigendoci verso un'altro parimenti ignoto(... )" (...)
"In alcune reincarnazioni noi ci dividiamo. Proprio come i cristalli e le stelle, le cellule e le piante, anche le nostre anime si dividono".
"La nostra anima si scinde in due, e ciascuna di queste nuove entità si divide in altre due... E cosi nel giro di poche generazioni, ognuno di noi si trova ad abitare gran parte della Terra" (...)
"Noi facciamo parte di ciò che gli alchimisti chiamano Anima Mundi, l'Anima del mondo".
"In realtà se l'anima Mundi dovesse soltanto suddividersi, si indebolirebbe sempre di più, nonostante la diffusione e l'accrescimento. Ecco perché mentre la nostra anima si divide, contemporaneamente si ritrova. E questo incontro si chiama Amore. Allorché si scinde, l'anima origina sempre una parte maschile e una parte femminile. "(...)
"In ogni vita abbiamo il misterioso obbligo di ritrovarci con almeno una di queste Altre Parti. L'amore sommo, quello che le ha separate, si rallegra per l'amore che le unisce di nuovo."
"E come posso sapere chi è l'Altra Parte di me? "(...)
"Correndo dei rischi" "Correndo il rischio del fallimento, delle delusioni, delle disillusioni, ma non cessando mai di cercare l'Amore. Chi perseverà nella ricerca trionferà" (...)
"Esiste una sola essenza della Creazione""E si chiama Amore. L'Amore è la forza che ci permette di ricongiungerci, per condannare l'esperienza sparsa in molte vite e in molti luoghi del mondo..

- P. Coelho -

 

 

 

Pensieri Di Maestri....

Post n°21 pubblicato il 20 Novembre 2009 da ilmaestrodeisogni

"PERCHE' LE PERSONE GRIDANO QUANDO SONO ARRABBIATE?"

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:"Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?" "Gridano perché perdono la calma" rispose uno di loro. "Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?" disse nuovamente il pensatore. "Bene, gridiamo perché desideriamo che l'altra persona ci ascolti" replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: "Allora non è possibile parlargli a voce bassa?" Varie altre risposte furono date ma nessuna
convinse il pensatore.
Allora egli esclamò: "Voi sapete perché si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l'uno con l'altro. D'altra parte, che succede quando
due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E' questo che accade
quando due persone che si amano si avvicinano." 
Infine il pensatore concluse dicendo: "Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare."
Mahatma Gandhi

Leggendo questo pensiero bellissimo,mi sono accorto di quanto sia semplice e logico. Ma per questa sua semplicità mi sono fatto delle domande....Da cosa nasce un concetto simile?...Quale è la condizione psichica necessaria affinchè si pronuncino parole così piene?....Penso che solo una mente serena possa pensare e perseguire certi concetti, una serenità a prescindere dalla felicità che resta solo una condizione momentanea successiva a un momento infelice. Perchè c'è grande differenza tra le due parole. La serenità la si raggiunge quando attraverso una introspezione sincera, un uomo o una donna, sono certi di aver vissuto secondo i loro Credo, agli insegnamenti ricevuti, alle esperienze acquisite a prescindere dalle regole dalle leggi e dai giudizi esterni. La felicità invece sembra dipendere da come ci si sente inseriti nel contesto di vita...fatto di posizioni economiche, di cultura, di estrazione sociale, di ideali politici e di tantissime altre cose. Se si riesce bene in più campi di quelli citati,allora uno si sente felice, e tale lo è per tanti. Per tutto questo penso che ognuno dovrebbe perseguire la serenità, la stessa che si potrebbe leggere negli occhi di un barbone,di un malato nel letto di un ospedale,di un bambino o di una mamma africana.....Spero di avervi fatto arrivare il messaggio.Io mi sento sereno,anche quando le avversità della vita mi sferzano.La felicità?....L'ho conosciuta, la rivedo spesso,fugacemente,mi concede attimi, a volte vicini tra di loro, a volte un po piu lontani. Non mi porta ansia la sua assenza, non mi fagocita l'anima.....sono spudoratamente...sereno.

 
 
 

Libero Bovio

Post n°20 pubblicato il 11 Novembre 2009 da ilmaestrodeisogni

Figlio di un filosofo con ideologie repubblicane (da qui il suo nome) e di una brava pianista, Libero Bovio nacque l'8 Giugno 1883 a Napoli. Anche se frequentava i corsi universitari di Medicina non arrivò mai alla laurea perché appassionato di teatro in lingua. Infatti la sua prima realizzazione risale al 1902, appena diciannovenne. Morto il padre fu esortato a trovarsi un impiego che gli consentisse il sostentamento. Prima in un quotidiano locale (Don marzio) poi al Museo Nazionale di Napoli fino a diventare direttore dell'Ufficio Esportazioni, lavori che gli consentiranno di scrivere molto.
Gode di una popolarità strepitosa e gli aneddoti raccontano delle scene di vero e proprio entusiasmo al suo passaggio per le strade della città. Con la sigaretta sempre tra le labbra diventa ben presto uno dei più grandi personaggi della Napoli d'inizio secolo. Amore, gioia e dolore si alternano continuamente nella sua produzione e nella sua vita. Sempre pronto alle battute, in possesso di una grande comunicabilità rappresenta a lungo uno stimolante interlocutore nei salotti di una Napoli alla ricerca della sua identità.
Grandissima la varietà dei temi, trattati sempre con immediatezza popolaresca, anche nelle poesie non destinate alla musica. Perché, se è vero che si ricorda come autore di versi intramontabili, è anche vero che fu poeta  che, pur scrivendo in vernacolo, evidenziò condizioni e temi comuni ai grandi poeti del decadentismo italiano ed europeo. La sua poesia, "Vespero", ad esempio, è fondata ed occupata dal tema della solitudine, il quale si ritrova, com'é noto, nei poeti del nostro Novecento con le stesse connotazioni connesse alla contemplazione stupita del paesaggio, alla fugacità della vita e alla ricerca fanciullesca del linguaggio della natura. Fu giornalista, autore di teatro e novelliere. I titoli, molti e tutti indimenticabili, sono: "Passione",  "Silenzio cantatore", "Chiove", "Guapparia", "Signorinella". I musicisti furono i maestri Gaetano Lama, Nicola Valente, E. Nardella, E. de Curtis, Rodolfo Falvo, etc. Nella canzone napoletana Bovio inventò anche il genere drammatico. Si racconta che un giorno Libero Bovio, nella sede della casa musicale "La canzonetta" di Francesco Feola, seduto alla scrivania, leggeva a Mario Spera, direttore della rivista omonima, una sua nuova lirica. Entra un gerarchetto fascista, inviato dal federale per informare il poeta che era arrivato Edmondo Rossoni, un alto esponente del partito, il quale desiderava vederlo; avanza fino alla scrivania e pronunzia con molto sussiego il suo nome preceduto dal grado. Bovio, che vuole terminare la lettura della poesia, gli dice : "Pigliatevi una sedia". Il gerarchetto, con tono offeso, dice:  "Non avete capito chi sono?" E ripete il proprio nome e grado. E Bovio senza alzare la testa: "Ah!... Allora pigliatevi ddoi segge!".

Grazie a compagnie di prosa farà del resto conoscere a tutta l'Italia la sua personale inesauribile vena poetica così come quella dell'intera città. Poi, costretto da una malattia a rinchiudersi in casa, come definitivo poetico atto d'amore dedica alla sua compagna il suo ultimo canto: Addio Maria.
A raccogliere l'eredità il figlio Aldo, giornalista de "Il Mattino" ed autore oltre che di canzoni e sceneggiature di colonne sonore. Organizzatore e regista da molti anni rappresenta il polo di numerose manifestazioni artistiche della città.
carulì Carulì; 'A canzone 'e Napule; Nun volio fa niente; Sona chitarra; Tarantella luciana; Carufanella; Guapparia; Nonna nonna; Tu ca nun chiagne; Fron' 'e cerase; Regginella; Ncoppa 'a ll'onna; Brinneso; Silenzio cantatore; Chiove; Lacreme napulitane; 'O paese d'0 'o sole; Tarantella scugnizza; Zappatore; Guappo song'io; Passione.

 

LIBERO BOVIO

Libero Bovio non fu solo un grande poeta: fu il più grande poeta della canzone napoletana. Se Salvatore Di Giacomo - sempre concentrato su se stesso - scrisse versi ch'erano già musica, difficili da rivestire di note, il più generoso Bovio vergò rime altissime eppure ben adatte a favorire il lavoro del compositore. Ecco il segreto dell'armonia.
 Il talento di Bovio spuntò all'inizio del Novecento e alla fine del ventennio d'oro della canzone, quando si dava per morta questa straordinaria espressione di arte popolare. Salvò la canzone, la tenne in vita, la riformò. Fu uno dei tanti modi in cui onorò la lezione del padre Giovanni, filosofo della democrazia ed esempio perduto di moralità nella vita pubblica e privata.
Il suo genio lirico e ironico, straripante e pudico, dominò su un ambiente gonfio di retorica, grondante lacrime. Sua una frase meravigliosa: "L'aggettivo è il solo responsabile di tutte le nefandezze umane". Avendo avuto il dono di farsi capire e di farsi amare dal popolo, riuscì ad abbinare chiarezza e cultura: un democratico, come il padre.
Lligi Pirandello scrisse alla moglie di Bovio, Maria, che Silenzio cantatore valeva quanto i suoi Sei personaggi in cerca d'autore. Napoli non ha reso a Bovio altrettanto onore, ma lui se l'aspettava: "Napoli tutto tollera e perdona tranne l'ingegno" annotò, beffardo.
L'immerse senza paura negli umori della città e li sorvolò. Al tempo della guerra, pur senza diserzioni, in 'A guerra e Canzone 'e surdate cantò la vera faccia del fronte: lutti e dolore. Al tempo degli emigranti, quando tutti cantavano di lontane nostalgie, lui diede invece corpo alla sofferenza e all'ingiustizia: I'so' carne 'e maciello: so' emigrante poetò in Lacreme napulitane.
Perfezionista, sceglieva i musicisti e i cantanti delle sue canzoni. Dopo, troppi gli hanno fatto torto, interpretando ad esempio con un sorriso Guapparia, che all'opposto è il dramma di un uomo e di un ambiente. Troppi hanno ritenuto Zappatore soltanto una sceneggiata, mentre, all'opposto, è la denuncia, in tre minuti, della fine del mondo contadino, è la folgorante percezione dell'affiorante egoismo - del consumismo - da cui sono avvolti i nostri giorni.
"Per fare una buona canzone nce vo' nu fatto dinto" diceva, ma la concretezza dell'ispirazione mai frenò la limpidezza di una vena straordinariamente ampia.
Fu tra i creatori della canzone italiana, Reginella, Signorinella. Dimostrò possibile far teatro napoletano d'arte senza risate sguaiate o singhiozzi impudichi. Scrisse epigrammi strepitosi. Tutta la sua vita, tutta la sua arte, fu leggerezza. Prendete un episodio minimo, la corte fattagli dall'attrice Dirce Marella. A un biglietto della signora - "Inseguimi, sono l'ombra" - rispose "Non posso, tengo i calli": era il modo di sdrammatizzare un rifiuto, perfino elegante nell'apparente prosaicità.
Uq él salotto di via Duomo il figlio Aldo conserva linee di un pentagramma di Pietro Mascagni che, al pianoforte di casa, abbozzò un inno al lavoro e chiese a Bovio di apporvi versi. Don Liberato scrisse: "O lavoratore, sii benedetto / quanno te stienne 'ncoppa a nu lietto". Due versi, una lezione di solidarietà per chi fatica, svestita di ogni retorica. Grande, grandissimo.

E non finisce mica qui......

 

 
 
 

Omaggio alla Napoletanitą...

Post n°19 pubblicato il 09 Novembre 2009 da ilmaestrodeisogni
 
Tag: Napoli

Vincenzo Russo: il poeta
Vincenzo si sorprendeva poeta di notte, quando febbricitante per una grave malattia polmonare, veniva assalito da strani incubi che gli imponevano di fissare immediatamente sulla carta quei versi destinati alla celebrità in tutto il mondo.

Figlio di un ciabattino e di una modesta operaia, Vincenzo Russo, nacque nel 1876, povero e incolto. E sarebbe rimasto del tutto analfabeta se, rincorrendo un disperato sogno di benessere, non si fosse ostinato, ormai adulto, a frequentare i corsi serali di una scuola elementare per lavoratori. Ricco soltanto di cinque fratelli da sfamare cominciò a lavorare presto nella bottega del padre, poi come guantaio nel laboratorio dei fratelli Partito in via S. Giuseppe.

Fu sempre povero Vincenzo Russo, tanto è vero che fu costretto ad un secondo lavoro: faceva la maschera (il sediario si diceva allora) in quei teatri dove artisti ricchi e famosi cantavano le sue canzoni: a quei tempi i diritti d’autore erano insignificanti.

L’aneddoto dell’incontro con il papà di Roberto Murolo
Le sue canzoni erano notissime e lui, come poeta, era stimato anche da autori colti come Ernesto Murolo (padre di Roberto e autore di numerose canzoni di successo). A tal proposito esiste un aneddoto riportato in vari libri: un giorno il nostro timido Vincenzo incontrò Ernesto Murolo e lo chiamò maestro. Murolo lo guardò e gli disse:”Russo, chi ha scritto – arapete funesta / famme affaccià a maria – nun adda chiammà maestro a nisciuno!”

Chi è la Rosa di "I te vurria vasà" ?
I te vurria vasà, è certamente dedicata ad una ragazza di nome Rosa, ad una ragazza che il poeta vorrebbe baciare: “ma o core nun m’ho dice e te scetà”. Una Rosa alla quale il poeta si rivolgerà anche in altre canzoni. Sembra proprio che il poeta fosse stato innamorato, timidamente e non corrisposto, di una sola Rosa. Una Rosa che incontreremo anche nel suo ultimo giorno di vita, una Rosa alla quale Vincenzo si rivolge in tutte le sue canzoni, anche quando per ragioni fonetiche o di accenti, la chiama Maria. Ed è solo questa Rosa, che è però innamorata di un altro uomo, ad ispirare al poeta i versi più sofferti e più profondamente sentiti.

 L’ ultimo anno di vita
Vincenzo Russo entrò, nel 1904, nel ventottesimo anno di età. Non poteva sapere si essere arrivato al suo ultimo anno di vita. Immobilizzato nel letto della vecchia casa paterna di piazza Mercato, riceveva ora solo le visite dei suoi fantasmi, quelli ai quali l’ingenuo Di Capua aveva creduto di poter strappare un terno. Appoggiatosi al braccio del cognato Gennaro Scarpato volle affacciarsi alla finestra per vedere entrare in chiesa, vestita dell’abito bianco di sposa, la coinquilina che lui, ammalato di tisi, non aveva mai avuto il coraggio di avvicinare. “Quanto è bella”, disse, “se non avessi avuto questa tosse, ora forse sarei io su quell’altare”. Ritornò a letto, chiese carta e penna e, con mano tremante, scrisse L’URDEMA CANZONE MIA. Poi morì, era l’11 giugno del 1904.

Di Capua musicò postuma L’URDEMA CANZONE MIA. E non resistette alla tentazione di ricavarci i numeri: 48 morto che parla, 63 la sposa e 82 la canzone. Ma non uscirono su nessuna ruota.

Comincio da questo personaggio a illustrarvi un pò i figli sani di questa tanto bistrattata città mia che è Napoli. Le sue poesie, tali sono definite le sue canzoni, son cantate ogni momento, fischiettate, ma forse, anzi, sicuramente ,pochi sanno quale mano o quale cuore ha saputo creare quel capolavoro che sembra essere esistito da sempre. Alla prossima....

 
 
 

A Fulvio...

Post n°17 pubblicato il 28 Ottobre 2009 da ilmaestrodeisogni

Io non sò dove tu sia in questo momento

ma ovunque tu possa essere

sappi che mi manchi

e se puoi......

restituiscimi quello che ti sei portato via

( P. G )

 
 
 

Marachelle di sinistra......

Post n°16 pubblicato il 24 Ottobre 2009 da ilmaestrodeisogni

E adesso?.... E adesso come lo salvano il Marrazzo? Hahahhaha, onestamente, preferisco un Premier che fa festini a Palazzo Grazioli con una escort, che un Presidente della Regione (Lazio) che li fà con un trans, e che si prepara con zelo le pistette di cocaina con il tesserino personale. Non so davvero se godermela questa notizia o avvilirmi ulteriormente. Ora staremo a vedere Repubblica come si comperterà in merito, hanno fino ad ieri martorizzato il Berlusca per una scopatina, nota bene, naturale e direi pure fisiologica con una escort che,per quanto mi stia sui maroni è pur sempre una bella gnocca. Moralisti dei miei stivali, eccovi serviti. Predicate bene e razzolate malissimo, peggio, molto peggio dei vostri inquisiti.

Poi c'è il caso Santoro. Compra villa ad Amalfi, per 800.000 euro. Tutto normale fino a qui, solo che, la villa stessa,aveva una parte costruita abusivamente che il vecchio proprietario,ha cercato invano di sanare dal lontano 1986. Una pratica ferma 23 anni. Poi arriva Lui e, come recita l'articolo su "il giornale",quotidiano notoriamnete a supporto di questo governo....paff,immediatamente l'ufficio tecnico del Comune di Amalfi rilascia tutte le certificazioni necessarie affinchè il condono possa effettuarsi. Inutile aggiungere altro,ma se ne avete bisogno posso essere ancor più preciso.

Rita Borsellino, sorella di cotanto fratello a cui mi inchino....al fratello dico. La signora acquista proprietà direttamente da mano di un imprenditore pluri indagato e già condannato per atti mafiosi, stando attenta chiaramente a dichiarare solo la metà dei soldi pagati per poter evadere almeno parzialmente le tasse.

Tre casi, ma sono solo gli ultimi di una lunga serie, sempre debitamente celata ad arte dal sistema informativo di sinistra. Quelle stessa sinistra che ieri gridava allo scandalo per i fatti di Palazzo Grazioli,oggi tace e chiede la privacy per Marrazzo. Tra l'altro, a supporto delle accuse fatte a Berlusconi, non ci sono elementi confermanti, quali foto, video eccetera.Viceversa il buon Marrazzo, vittima di 4 malfattori in divisa, è stato sfortunato e su di lui ci sono addirittura video che lo ritraggono senza nessuna possibilità di errore. Squallida vicenda senza dubbio,ma a differenza degli Inquisitori della sinistra,io non demonizzo Marrazzo che è libero di fare ciò che vuole della sua vita, vorrei però che nemmeno si ergersero a santi, anche perchè per antonomasia mangiano preti e bambini.

Detto questo, a voi ogni giudizio.Vi ricordo che queste notizie potete trovarle su qualche quotidiano di seconda mano,non su quelli giganteschi tipo Repubblica....quelli appartengono agli Inquisitori, tutti. Vi auguro un felice week end.

 
 
 
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