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IL RAMO RUBATO

... e ogni giorno, avidamente, il mio lato oscuro cresceva, cresceva, cresceva...

 

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Il materiale fotografico pubblicato in questo sito è composto esclusivamente da mie fotografie. E' assolutamente vietata la pubblicazione, o la riproduzione, di foto o di porzioni di esse, senza la mia esplicita autorizzazione. Andrà comunque segnalato il riferimento all'autore.

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ULTIMI COMMENTI

Buona Pasqua 2014, sarà certamente favolosa! :-)
Inviato da: LePaghiTutte1Per1
il 20/04/2014 alle 13:34
 
Anche a te,carissima.un bacio. Ciao
Inviato da: il_ramo_rubato
il 20/04/2014 alle 09:46
 
Tanti auguri di una Pasqua serena.. Un sorriso :o) smack...
Inviato da: Sky_Eagle
il 20/04/2014 alle 00:29
 
A breve sarai sfamata... ;) un bacio, ciao
Inviato da: il_ramo_rubato
il 13/04/2014 alle 20:57
 
Un altro racconto? Ho fame!:)
Inviato da: REGINA.LEONESSA
il 13/04/2014 alle 20:41
 
 

AREA PERSONALE

 

 

PRENDIMI COME SONO

Post n°90 pubblicato il 10 Marzo 2014 da il_ramo_rubato

Nudo. Scatto febbraio 2012

 

E' incerta e mutevole la distanza a cui si possono disporre due intimità. Un solo passo in più o un solo passo in meno possono distruggere un intero universo.  L'amore ha leggi fisiche non dissimili dalla gravitazione con cui gli astri si sfuggono e si inseguono. E' la distanza che fa l'incontro tra due persone. Mi mandi il messaggio dal tuo ufficio. Stai arrivando. E il mio desiderio, in un solo istante, torna febbrile come un tempo.

 

Eravamo stati tu Anais Nin ed io Henry Miller, redivivi, nelle nostre lettere. Le parole infiammavano i desideri e alimentavano i nostri cuori. Esse possedevano la magia arcana della congiunzione carnale tra anime. E nulla poteva la lontananza contro questo potere. Sei la prima donna a cui ho detto "ti amo". Erano uscite da sole quelle parole, dopo 38 anni di vita. Non ho dovuto forzarle. Avevano aspettato te. Per la prima volta non sentivo il peso del dubbio. Mi avevi ubriacato del tuo corpo. Nuda e fiera, mi mostravi orgogliosa il tuo sesso ora glabro. Era un segno della tua trasformazione. Mi avevi raccontato l'importanza che aveva avuto nella tua vita posare per le mie foto. Quanto eri cambiata da allora? Eri un'altra donna. Più libera. Più consapevole. Pià determinata alla sfida. Amavi viaggiare per corpi, mi avevi confidato, rapace. E io avevo provato una fitta di gelosia per gli altri che di te avevano goduto. Quanto potevo desiderarti? Eri una calamita. Quando sei uscita dalla mia stanza, quel giorno, mi ero trovato a vagare per le strade della tua città. Ti cercavo nell'aria, se pure sapevo perfettamente che eri altrove. Perdermi per le strade della tua città era come perdermi dentro di te. Non eri più solo una persona. Eri diventata tutta la tua città. Io camminavo dentro di te. Mi perdevo in te, cercandoti. E ovunque ti trovavo, perchè tu eri dentro di me.

 

E poi nei mesi successivi i nostri incontri, sempre più folli, hanno colorato di vita le nostre esistenze. Poche ore d'amore e chilometri di lettere. Volevi vivermi come non avevi fatto in passato con nessuno. Volevi che io ti guidassi nel tuo volo verso l'affrancamento interiore. La tua anima era un aquilone libero di cui dovevo però tenere stretto il filo, e sempre teso. Ti amavo. Ti desideravo. Ti accudivo come meglio potevo attraverso le mie parole. Eppure non sono riuscito a rimanere con te. Ho lasciato che tu volassi via. Sono scappato. Il tuo fuoco mi stava bruciando troppo. Desideravo totalità. Non sopportavo di dividerti con altri. Non riuscivo a viverti per ciò che eri diventata anche grazie a me. Non potevo godere delle liberazione che avevo dato con le mie stesse mani alla tua anima. Ti volevo nella mia aurea gabbia, mentre tu mi chiedevi le ali. Sono andato  via. Ci saremmo ritrovati, mi avevi detto come fosse una necessità. Ma io non ti ho mai creduto. Qualcosa dentro di me si stava chiudendo a chiave. La nostra corrispondenza non è più stata quella di prima. Vi era una sorta di muro che avevo creato io andandomene. Non vi era più complicità. Non vi era più poesia. Ti raccontavo della presenza di una nuova ragazza importante, con cui stavo vivendo qualcosa di intenso. E mesi e mesi dopo, solo quando questa se ne è andata, mi sono reso conto di quanto avevi ragione tu. Ho sentito bisogno di rivederti, di fare l'amore con te, di parlare con te. Di ritrovarti. E sapevo, senza dubbio alcuno, che tu non saresti mancata.

 

"Non ci vediamo da molto tempo, ma non ho dimenticato come mi piace essere donna con te. Mi piace che reclami il tuo piacere e la tua nostalgia, in qualunque forma. Quello che volevo dirti io e' che se anche non le reclamo esplicitamente, ci sono. Sono  parte di me, la nostalgia e la presenza dei nostri incontri."


Non ti lascio il tempo di aprire bocca. Entri nella porta, ti sollevo e subito ti metto nell'angolo. Spalle al muro. Ridi. E io, serio, ti bacio di prepotenza, mentre ti guardo negli occhi. Continui a ridere, sorpresa. E' il miglior saluto, dopo tanto tempo. Mi guardi e mi abbracci forte. I tuoi occhi brillano spudoratamente di libertà e leggerezza. Li chiudi e addenti la mia mia bocca. Per un secondo rimaniamo in silenzio. Poi senza staccare le labbra ci tuffiamo nel letto. Sono passati due anni e mezzo dall'ultima volta che ci siamo amati, e chilometri di vita. Ma non è passato nemmeno un giorno. Le nostre strade parallele e silenziose nuovamente convergono in un istante. Porta sapori di nostaglia questo nostro nuovo incontro. Di intimità perdute. Di altre vite vissute. Di viaggi fatti o immaginati. Di odori conosciuti e amati. Di cieli aperti e stanze chiuse. E ora siamo di nuovo qui, nel tuo tempio dell'amore fuggitivo.


Ho fame di te. Ti giro attorno mentre ti spoglio. Sei fatta di carne e di sogno. Mi osservi sorridente. Accarezzo i tuoi seni con zampe circospette. Ti lecco. Ti annuso.  Il tuo odore lo riconoscerei in mezzo a mille. Fauci affamate ti esplorano. Tieni forte la mia testa sul tuo bacino, mentre  mi nutro del tuo sesso aperto come una ferita. Porto il tuo sapore con la lingua fino alla tua lingua. Lo divido con te. E all'improvviso ti assalto. Carne dentro la carne. Bocche che sbattono tra loro inseguendosi a morsi. Pelli che si sfregano. Sudori che si mescolano. Denti che azzannano le braccia. Artigli che lacerano la schiena. E i tuoi occhi, silenziosi e ipnotici, dentro i miei, mentre gridano estasi. Scivola nel sangue ferina la liberazione primordiale del piacere. E lascio soffocare in un gemito, un grido animale che si estingue al finir del respiro. Tu scorri nelle mie vene impazzita, moltiplicandoti.

Vi è una religione blasfema nel modo in cui mi rivolgo al tuo corpo dopo l'amore. Lo accarezzo. Lo venero. Potrei addirittura prostrarmi al suo cospetto. Altare profano e sacrale d'amore. Il contatto con esso genera parole nella mia mente per giorni. Continuo a parlarti senza sosta anche quando non ci sei più. Non mi capita con nessun'altra. Quanti amanti hai vissuto tra le pareti di questo albergo? Quanti uomini hai fatto gridare di piacere e quanti altri morire di gelosia? Eri titubante come una bambina la prima volta che ti ho incontrata. Ma già nelle prime foto che ti ho scattato sei anni fa ti avevo raccontato chi saresti stata. Eri incredula di te, allora, almeno quanto lo sono io ora. Sfuggi a me quanto a te stessa.

 

Sappiamo tutto l'uno dell'altra. Ti racconto ciò che ho vissuto. Dello sconvolgimento che sto attraversando dopo la fuga di quella ragazza. Sono stato morso dal serpente dell'amore. E ho come terra bruciata attorno. Ma mentre ti parlo mi accorgo che per la prima volta dopo tanto tempo ho ritrovato la giusta distanza per starti vicino. Ti offro la mia anima più sincera e non più il mio amore. Esso è andato perduto nelle strade in cui lo inseguivo. Ma tu sei ancora qui. E mi racconti della tua vita, il seno sopra il mio petto, le nostre bocche alla distanza di un bacio, le braccia sulle mie spalle. Siamo quello che cercavi un tempo. E penso ai protagonisti del libro che mi hai fatto leggere, "la separazione del maschio", che parlavano liberamente tra loro come noi. Mi racconti del tuo amante storico, che da mesi non senti. Parliamo delle nostre più intime storie, come non abbiamo mai fatto. E' paradossale quanto ci riesca facile ora. E quanto ci era difficile un tempo.

Domani inizierà il mio viaggio. Parti con me. Cammina con me. Scappa e seguimi. Mi guardi come se davvero fosse possibile ciò che con tanta convinzione ti dico. E per un attimo ti illumini. Ma poi sorridi e mi dici che non si può. Ma mi garantisci che mentalmente sarai al mio fianco in questo viaggio che devo affrontare.  


Mutande nere salgono con l'ascensore delle tue mani fino al bacino. Contemplo estasiato il tuo meraviglioso sedere, mentre ti rivesti. Mi dai appuntamento a domattina. Faremo colazione assieme. E mi saluterai come si conviene, mi dici maliziosa. Esci dalla porta. E mi illumino di te. Mi riempio delle tue parole. L'eco di una mail che mi spedisti, echeggia nella mia mente, e diventa musica di nostalgia e di infinito desiderio. Ero io il maestro che ti avrei dovuto insegnare la libertà. Ma tu, senza una solo parola, mi hai spiegato come la leggerezza dell'amore possa arrivare fino in profondità.

 

"Prendimi come sono, oggi. Sono come tu mi vuoi? Sono  fuoco e acqua allo stesso tempo, che brucia e che ti scivola tra le mani.
Hai dato vita a un'altra donna in un pomeriggio di dicembre, una donna libera, che balla coi lupi. Lasciami ballare, sei tu che mi hai dato la gambe. Prendile, come sono,
tremanti a tratti, ferme e decise, solide, doloranti, rosse di sangue. E' cosi, oggi, tra desideri, istinti, liberta', tenacia, paure (e oggi, grazie a te, le annovero per ultime le paure). Ti chiedo conferme che ti sembrano stupide. Sparisco, al contrario di altre tue donne in passato. Mi ancoro al reale istinto di vita, cerco la vita nel mio ventre, il pulsare di un'altra anima. Mi lascio trascinare da te. Le tue parole mi inebriano. Le tue voglie mi eccitano. Non so se e' amore, eppure mi entra nell'anima quando me lo scrivi, audace e impudente. I tuoi scritti sono vibrazioni nel mio corpo, nella mia anima.  Prendimi cosi', come sono,  come tu mi hai vista. Godi di me, come si conviene, come mi hai scritto.  E tu prendimi cosi'."


Il racconto è un ricordo di agosto 2013. Alcune parole di questo racconto sono state rubate a tue mail, mia magnetica amante. Abilissima scrittrice. Generosissima musa. Questo racconto è dedicato a te che ancora aspetti da tempo immemore un libro, e presto lo avrai. La foto ha titolo "Prendimi come sono". Ed è stata scattata nel febbraio del 2011. (http://www.ilramorubato.com/wp-content/uploads/2014/03/febbraio-2011-schiena-light_filtered-1024x659.jpg)

 
 
 

MORSI

Post n°89 pubblicato il 21 Gennaio 2014 da il_ramo_rubato
 

LA STREGA BAMBINA



Morde l'orgoglio di ogni cuore ferito. 

Quanto può uccidere la gelida distanza della persona con cui si è divisa la più grande intimità? Non volevo più vederla, ma dovevo chiudere con dignità una guerra con me stesso che trascinavo dentro da mesi.  Di quel rapporto un tempo vivo rimaneva solo il sordo rumore di una porta sbattuta in faccia. Respingevo chi mi voleva avvicinare, stupidamente attaccato ai brandelli di una vuota attesa ogni giorno più priva di senso. Mi hai sottratto alle mie ipocondrie, Strega Bambina. A quella oscura follia che in quei giorni mi perseguitava. Mi hai salvato da un cieco richiamo verso l'autodistruzione che mi stava consumando. Ero solo, come mai mi ero sentito prima e mi hai dato il tuo calore nel momento più difficile. Avrei rivisto lei per l'ultima volta, quel giorno, mentre stavo toccando il fondo della mia esistenza. Ti ho chiesto di starmi vicina, e non ho dovuto chiederlo due volte. Ti ho domandato tutto ciò che avevi. Il tuo corpo, il tuo sangue, il tuo amore, tutta quella te stessa che nemmeno sapevi di possedere. Senza riserbo e senza aspettative, ti ho chiesto di prestarmi la tua vita. Saresti dovuta essere "mia", per il tempo necessario a dimenticarla. Tu, folle come nessuna, hai accettato. A distanza di tanto tempo, oggi mi chiedo ancora il perchè. Non ero stato forse proprio io all'origine di tutti i tuoi problemi? Grazie a te avrei fatto pace con me stesso, e mi sarei lasciato alle spalle il passato che mi perseguitava.

Morde la nostalgia di un amore sfiorato.

Mi aspetti alla stazione coprendoti come puoi. Fa freddo, e ti stringi al tuo cappotto grigio. E' un anno e mezzo che non ci vediamo, ma basta appena un sorriso a cancellare quei mesi. I tuoi occhi mi accolgono con la festa di un sorriso. Sono gemme verdi di pazzia incastonate nel tuo viso innocente e perso. Ritrovo il senso della felicità, mia temporanea "amante". Ti sbrano con lo sguardo e non te lo nascondo. Entriamo nell'albergo più vicino alla stazione. Anonimo, spoglio, in un questa città fredda e lontana. La vita è di nuovo fatta di cose belle come la tua presenza. Ti getto sul materasso, di forza. Tu ridi come una bambina. Sgomiti, mentre piombo su di te. Ti dimeni. Dici che sono cattivo. Lo sono molto più di quanto non pensi.

Morde il desiderio per il tuo corpo, e non concede tregua.

Ti spoglio, ti esploro. Ti tocco ovunque. Mi lasci fare del tuo corpo tutto ciò che desidero. Sono mesi che non vivo una donna come sto vivendo te in questo istante. Porto la mia bocca sulla tua e vi faccio girare la lingua impazzita. Tu sei mia, magari solo per un mese o un giorno, ma ora sei completamente mia. Mentre ti bacio mi torna in mente il folle modo in cui ci eravamo conosciuti. Per tre volte ci eravamo visti, ed ero stato il tuo diavolo. Il tuo traviatore. Corruttore senza scrupoli e senza riguardo. Avevo spalancato con non curanza il tuo vaso di Pandora, e ti avevo avvertita: attenta, bambina, perchè dopo di me non tornerai più indietro. Sarebbe stato l'inizio della tua fine, e non saresti più stata la stessa. Ti avevo mostrato gli abissi della tua anima nel buio di una benda, ti avevo fatto intravedere tutto l'inferno che essa poteva contenere. Pendevi dalle mie labbra. Ascoltavi ogni mio gesto rapita. Ti immolavi al mio altare blasfemo, senza alcuna prudenza, affamata di vita. Avevo lasciato segni di lame sulla tua carne. Ovunque sul tuo corpo avevo lasciato il mio piacere. Tu folle ed io crudele, esploravamo fino a dove avevi il coraggio di farti portare. Mi avevi dato tutta te stessa, fino al delirio.

Mordo la carne della tua schiena, come se ti stessi sbranando. 

Vi lascio ben definite le impronte dei miei denti. Gridi. Dici che sono pazzo. E allora te ne do un altro.  E poi inizi a mordermi tu e non ti fermi più. C'è qualcosa di meravigliosamente infantile in ogni tuo gesto. Ti prendo di forza e di egoismo. Ti doni meravigliosamente al mio bisogno di sentirmi di nuovo vivo. E mentre il piacere contrae i muscoli di tutto il mio corpo, le tue unghie mi graffiano la schiena. Sospiro mugolando a lungo, quasi soffocato dalla prepotenza del mio godere. E' la liberazione della mia anima, dopo mesi di solitaria prigione. E' la risalita dopo una lunga apnea, fino ad un nuovo me stesso. Mi stendo al tuo fianco, e tu ti aggomitoli a me, come solo la più affiatata delle amanti sa fare. Ti stringo a me, forte e ti bacio. Rimango in silenzio, a gustarmi l'infinita bellezza di questo istante. Dentro di me penso che ti vorrei per tutta la vita. Poi guardo il mio polso, e ti dico che sei pazza. Ti mostro i segni che mi hanno lasciato i tuoi denti. Mi hai fatto perfino sanguinare. Sorridi orgogliosa e divertita. Mi dici che non riesci a trattenerti. Lo fai fin da bambina. Quando hai qualcuno davanti non resisti e mordi. Poi rimani per un istante in silenzio. E mi mostri il tuo braccio destro. Due cicatrici sormontano pallidi corsi blu del tuo avambraccio. Mi racconti che è stato il tuo secondo tentativo di suicidio. Ti hanno fermato in tempo, all'ultimo minuto. Io ti guardo e ti chiedo come stai ora. Tu mi dici bene. Sorridi. Poi cambi subito discorso. Mi dici che hai fame. E' un rimprovero. Dovevo prendere io il pranzo, ma non ho avuto tempo. Ma forse qualcosa invece ce l'ho, anche se è poco.

Mordiamo in due la stessa arancia, spicchio dopo spicchio.

Mastichiamo assieme ogni boccone in un bacio. Litighiamo i pezzetti con la lingua. Accarezzi il mio sesso, mentre lo facciamo. Hai voglia di sentirmi di nuovo dentro di te. E io non mi faccio pregare. Ti aiuti con le mani, carezze delicate, e le tue grida di piacere sono inenarrabili. Invadono festanti l'aria, quasi dolorosamente. Richiamano tutto il piacere e allo stesso tempo tutto il dolore che porti dentro. Sfacciata, impudica, divertita e libera. Non eri così, quando ti avevo conosciuta. E mi piace questo tuo nuovo modo di essere. Urli sempre più forte, fino al delirio. Ascolto questo tuo concerto meravigliato ed altrettanto estasiato. E poi ti appoggi al letto, esausta. Ti rannicchi sotto le coperte. Mi guardi e mi dici che erano tre anni che non venivi davanti ad un uomo, e io mi gonfio di tutta l'intimità che questa frase si porta dietro. Poi esigi che le mie mani ti massaggino la schiena, dolcemente. Ascolta le mie mani, Strega Bambina. Vogliono parlarti. 
Vogliono proteggerti. Vogliono che tu sia felice come mai lo sei stata in vita tua. Ti godi il mio massaggio. Ti dico di farmi le fusa, e mi regali tutta la tua felinità. Guardo il tuo piercing al naso, fatto con un brillantino verde: è il tuo colore preferito. Era il tuo compleanno, ieri. Ti ho preso due regali. Ti spiego che ho detto alla commessa che erano per una sciroccata, e che volevo qualcosa di verde. Lei mi ha consigliato un portafoglio di pelle. In un secondo pacchetto ti do "Non ti muovere" della Mazzantini. E' uno dei miei libri preferiti, e ha pure la copertina verde. Guardiamo l'ora.

Morde il tempo, che ci è sfuggito tra le dita.

Ti accompagno alla stazione, di corsa, perchè il treno sta per partire, e noi persi in chiacchiere non sospettavamo che fosse così tardi. Corri con ansia. Arriviamo col fiatone al binario. Ricordi quella volta che avevo rubato, senza accorgermene, il tuo reggiseno? Anche quella volta mi avevi inseguito fino in stazione di corsa, prima che il mio treno partisse. Ridiamo. Era finito in mezzo alle mie cose. Te l'avevo ridato dal finestrino. Eri arrivata mezza nuda e paonazza. Penso a quello che avevamo vissuto, in quei giorni. E mi domando quanta colpa abbia io in ciò che ti è capitato nei mesi successivi. 
Sto con te fino all'ultimo minuto. Rimango a guardarti partire, dal vagone. Immobile. E per un istante ti amo, come solo un bambino può amare qualcuno. Senza orgoglio, nè riserva. Guardo dentro me stesso. Sto di nuovo bene, dopo tanti mesi. Finalmente.

Morde la vita, infame e dolorosa, e i suoi verdetti non hanno mai appello.

Non sono riusciti a fermarlo, stavolta, il tuo terzo tentativo. Non può essere vero. Non deve essere vero. Appena l'ho saputo mi sono precipitato incredulo in macchina e ho schiacciato l'acceleratore con tutta la rabbia che avevo nel cuore. Alla camera ardente il tuo viso sorride per me di nuovo, come quando mi aspettavi alla stazione. Sono passati sei mesi. Non ci siamo più visti dopo quel giorno: troppo diverse le nostre vite. Ciascuno di noi ha preso la propria strada. Avrei dovuto rimanere con te. Ora lo capisco. Ti hanno trovata in un lago di sangue. E io non c'ero. Non ho saputo proteggerti da te stessa, come ti avevo promesso quel giorno. Perchè non mi hai chiamata? Maledetta stupida! Perchè non l'hai fatto? Io ti dovevo la vita nuova che mi hai dato. Come posso ora ricambiare quello che hai fatto per me? Ti sfioro per un istante. Ti bagno involontariamente con una lacrima.  Resta accanto a me anche oggi, Strega Bambina, come sei stata quel giorno che mi hai donato tutta te stessa. Restami accanto, perchè mi sento di nuovo solo. Restami vicino ogni giorno in cui mi sentirò triste, perchè solamente tu hai il potere di guarire le ferite della mia anima.


Forse bisogna essere morsi
da un'ape velenosa
per mandare messaggi
e pregare le pietre
che ti mandino luce;
Per questo io sono scesa
nei giardini del manicomio,
per questo di notte saltavo
i recinti vietati
e rubavo tutte le rose
e poi ...
prima di morire al mio giorno
o notte, lunga notte
di solitudine assente,
o devastati giardini
dove io sola vivevo
perchè l'indomani sarei
morta ancora di orrore
ma la sera, oh, la sera
nei giardini del manicomio
a volte io facevo l'amore
con uno disperato come me
in una grotta d'orrore.
(Alda Merini)

Il racconto "Morsi" è stato scritto nel gennaio del 2014, ed è una storia completamente di fantasia, vagamente ispirata al ricordo di un racconto di Bukowski. Ogni riferimento a cose e persone è puramente casuale. La foto abbinata al racconto si intitola "Strega Bambina". La poesia citata è della grandissima Alda Merini, e si intitola "Forse bisogna essere morsi."

 
 
 

BREVI ETERNITA'

Post n°88 pubblicato il 09 Gennaio 2014 da il_ramo_rubato
 


Non hanno mai forma definita le storie degli amanti. Viaggiano libere. Mutano il proprio volto. Seguono caoticamente l'andamento curvilineo della nostra esistenza, ignorando le sterili prospettive della logica. Leggiadre e instabili. Ridefiniscono la propria dimensione ad ogni nuovo incontro.  Profonde. Devastanti. Rimangono vive solo fino a quando sono gonfie della propria energia. E appena il loro fuoco si spegne inevitabilmente sfioriscono, come rose al cambio della stagione.  Le storie degli amanti un giorno muoiono. Non ci sono appelli. Inesorabilmente cadono senza lasciare alcuna speranza. Diventano all'improvviso deserti aridi là dove c'erano prati rigogliosi. Un giorno si fanno silenzio, dove un tempo c'era assordante musica. Diventano teatri a sipario chiuso, senza più luci, senza più attori. Senza più storia. E io rimango in platea, stordito ed incredulo, a domandarmi quale senso avesse il finale. Mi chiedo sempre se questa davvero fosse l'ultima scena. Perchè a volte, negli anni, una nuova commedia sboccia nuovamente da un ricordo. Rifiorisce dalla nostalgia. Ripopola la nostra anima delle melodie di un desiderio consumato, che si perpetua nell'anima come un'eco immaginaria. Allora basta una telefonata. Basta un fortuito incontro. E per magia, talvolta, riprendono vita, come se mai si fossero chiuse. Un altro giorno di vita. Un'altra eternità pronta a sfuggirci dalle dita. E non vi è mai nessuna certezza, perchè le storie degli amanti si dipingono di indefinito. Le verità le svuotano, le sicurezze le inaridiscono. Esse si nutrono solo di precarietà, e costruiscono il proprio più vivo presente soprattutto nell'assenza di un futuro certo.

Da sempre ami giocare come una gatta con il  gomitolo. Seduttrice bambina. Fata dalle ali strappate. Sottile dominatrice delle mie fantasie. Sei accovacciata felina sopra il divano. Ingenua. Seducente. Dispettosa. Prendi, vieni. Vai. E mi domandi perchè ritorno da te. Vuoi farti dire cosa hai più delle altre. Oggi fragile, domani cinica. Il tuo cuore è di ghiaccio e appartiene sempre e solo a chi sa scioglierlo. Sai dare tutta te stessa come nessuna. Sai trattenere i tuoi pensieri dentro di te, come fossero impenetrabili misteri. Ho portato in tasca per mesi la chiave del tuo cuore e ora che ci siamo ritrovati non mi interessa più il suo possesso. Noi siamo solo un giorno, e forse già domani più non saremo. Noi siamo tutti i giorni in cui in futuro ci ricorderemo di questo giorno.

Hai letto tutti i miei racconti, mi avevi detto a telefono, qualche giorno fa. Il mio blog era nato per raccontare di noi, ti avevo risposto io. Il mio libro lo custodisci ora gelosamente sulla mensola della nuova casa. Mi avevi chiesto perchè in quelle storie finisco sempre per legare qualche donna. E poi avevi aggiunto che, oltretutto, non ti nemmeno ho mai legata. Hai annuito maliziosa come solo tu sai fare. Forse bisognerebbe rimediare, ti ho detto. Ma con te non ci si può riuscire, amica mia. Perchè nessuno sarà mai capace veramente di legarti a sè.

E oggi sono qui. Dopo mesi di assenza, e di infinita lontananza. Straziante attesa piena di atroci dubbi. Sono qui consapevole che domani già più non ci sarò. Ma ora sto entrando nella TUA casa. Finalmente tua. Il tempio della tua consacrata libertà. In tanti anni che ci siamo visti, ci siamo amati in ogni buco possibile, ma mai in una casa. Hai lasciato tuo marito dopo mesi di lotte. Quanti anni hai aspettato questo momento? Quando dolore hai dovuto ingoiare? Quante odissee hai dovuto attraversare prima di arrivare qui? Mi avvicino a te. Sotto la benda ti trovo tremante. Non mi vedi e ti trattieni malamente dal ridere. Mentre ti sfioro sei pervasa da un fremito di eccitazione. Ti accarezzo i capelli. Ti rassicuro. E mentre lo faccio ricordo quando, quattro anni fa, mi avevi affidato tremante la tua intimità, per la prima volta. La tua voce a telefono era titubante e incredula di sè stessa. Mi avevi detto che non sapevi quello che stavi dicendo. Ma che volevi vedermi. E che eri sconvolta di te stessa, e di quello che stavi pensando. Ma che me lo dovevi dire ad ogni costo. Pendevi dalla mie labbra come il condannato di fronte al proprio boia. Quel giorno era stato l'inizio della tua libertà. Era stato un doloroso incontro con te stessa, dopo tanti anni spesi a recitare un ruolo che non sentivi più tuo. Avevi preso coscienza che qualcosa nella tua vita doveva assolutamente cambiare. Che dopo aver sopportato per anni ogni genere di sopruso, dovevi ritrovare te stessa. E avevi affidato a me le chiavi di questa tua svolta. Ti eri sposata poco più che diciottenne ad un uomo che ormai detestavi, nella grettezza, nelle parole, nell'incapacità di comprenderti. Ti è costato sangue liberarti da quella catena. E ora sei qui. Finalmente libera, a chiedermi di legarti. Ti bacio. E il sapore delle mie labbra torna sulle tue dopo così tanto tempo. 

Le storie degli amanti sono brevi eternità. Fuori da ogni logica del tempo. Durano un giorno, un mese e al tempo stesso tutta la vita. Sopravvivono dopo mille anni nel cuore. Sanno riempire la nostra memoria con tanta potenza da farla straripare in dirompente nostalgia. Non sanno cosa sia il possesso, perchè affondano radici nella libertà. Non sanno cosa sia il calcolo, perchè gli amanti sanno dare sempre più di ciò che possono permettersi. Le storie degli amanti non conoscono le frazioni, e fanno del loro voler darsi senza riserve il monolitico segreto della complicità. Tutto o niente, perchè i compromessi appartengono soltanto alla ragione.

Ti accompagno in camera. Segui cieca i miei passi, a tentoni, mentre trattengo le tue mani dietro alla schiena, prigioniera del tuo desiderio e della mia fantasia. Ti spoglio. Ti stendo sul letto. Con le mani nuda proteggi il tuo seno. E io mi gusto di nuovo nudo il tuo corpo, bello come l'avevo lasciato mesi fa. Lo sfioro. Lo massaggio. Ascolto il tuo respiro come se fosse musica. E poi all'improvviso prendo i tuoi polsi. Tu provi a sottrarti alla corda, ma io tengo saldamente le tue mani. Stringo un nodo intorno ai tuoi polsi. Fai una smorfia di stizza. Ora qualcuno ti ha legata, ti sussurro all'orecchio. Ridi e provi a ribellarti. Giochi come una bambina. Mentre trattengo i tuoi movimenti nelle mie mani, mi nutro del tuo corpo mordendolo. La mia mano blocca i tuoi polsi sopra la testa, e tu non puoi farci nulla. Torturo con morbide carezze il tuo sesso, che si squaglia come neve al sole. Fai finta di dimenarti nella mia ragnatela. Ma la tua lotta è un caloroso invito a raccoglierti, ad usarti, ad abusare di te.

Anni fa mi dicevi che ero troppo delicato. E sento in qualche modo di dovere rimediare. Oggi posso. Sei legata. Sei in balia della mia fame di te. Ti prendo di forza, col più nobile degli stupri. E la tua voce, libera e dilatata dal piacere, rimbalza ad ogni mio sobbalzo in un canto proibito. Strappo la benda con i denti. E guardo i tuoi occhi. Lune nella notte, chiamate nell'amore a prendere una luce grigia ed arcana. Gemi di piacere, e io osservo divertito le trasformazioni del tuo volto, che raccontano il trance dell'amore. Senza alcuna pietà, senza alcuna giustizia, senza alcuna verità ti riempio del mio piacere, e ne faccio il tuo piacere. Ti bacio e mi stendo al tuo fianco, a contemplare attento il nulla sopra di noi.

Le storie degli amanti sono fatte di nulla, eppure sanno contenere il tutto. Saturano il passato col cinema della nostalgia. Colorano il futuro di sogni e dei più combattuti dubbi. Trovano nell'attimo la dimora festante del piacere e della felicità. Sfidano caparbiamente l'infinito nel non ammettere mai la fine. Ma poi svaniscono.  Ci sfuggono tra le dita mentre ancora non ti sei accorto di averle in mano. Mai ovvie. Mai prive di dolore, esse sono voli dell'anima sopra la parte più sensibile della nostra esistenza. Le storie degli amanti sono una libertà che non tutti sanno conquistarsi e trattenere.

Mi dici che hai fame mentre mi mostri i tuoi polsi ancora legati. Ti guardo negli occhi, serioso, e ti dico che potrei intercedere per la tua libertà. Ma solo se cucini qualcosa di buono. Mi siedo al tavolo della tua cucina. Osservo i mobili appena montati della tua casa. Guardo il tuo culo, mentre arrangi per me un piatto di spaghetti, e mi racconti i tuoi progetti e le tue difficoltà da superare. Cuore libero. Occhi orgogliosi e caparbi. Ostinata e mai doma combattente. Spoglia nel corpo e nell'anima nuovamente davanti al mio desiderio. Ti guardo mentre scoli la pasta e trovo qualcosa di infinitamente erotico nel vederti cucinare nuda. La pasta è scotta. Il sapore è triste. Il servizio è scadente. Ci guardiamo negli occhi sorridendo, mentre mangiamo questi tremendi spaghetti, e in quell'istante, per quanto mi sforzi, non mi viene in mente una cena più bella in tutta la mia vita.  

(dedicato a tutti gli amanti che non sanno ancora di essere amanti)

Il racconto "Brevi Eternità" è stato scritto nel gennaio del 2014. La storia è un ricordo vissuto nel "lontano" 2010.

 
 
 

FANTASMI

Post n°85 pubblicato il 04 Agosto 2013 da il_ramo_rubato

<..>
Boccate di un nero dolce sangue,
ombre. Qualcos’altro
mi tira su nell’aria
cosce, capelli;
Bianca godiva, mi spoglio -
morte mani, morte stringenze.
E adesso io spumeggio al grano,
scintillio di mari.
E io sono la freccia,
rugiada che vola
suicida dentro il rosso occhio,
cratere del mattino.
(Silvia Plath.)


Ti osservano con severità fin quando sei entrata in questa casa i miei avi. Domandano con occhi seriosi chi sei, perchè siamo qui, cosa faremo noi stanotte in questa casa abbandonata. E tu, ben sapendo la risposta,  guardi altrove imbarazzata. La loro presenza nei quadri alla parete incombe su di noi. Mi fai presente che questa casa ti sembra popolata da fantasmi. Ti rispondo che effettivamente lo è, e di non preoccupartene. Ho già parlato con loro di te e non ti faranno nulla, se farai la brava. Ma vieni con me, ora te li voglio presentare.
Scorrono tra le tue mani le loro vite. Guerre. Matrimoni. Povertà. Emigrazione e ritorno. Pure un suicidio per un amore finito male. Si intrecciano di nuovo le storie vissute tra queste pareti, dimenticate da decenni rivivono ora integre nelle foto ingiallite di un vecchio cassetto. Ascolti con grande interesse soprattutto il mio racconto della triste fine di una donna, morta in giovane età. La senti da subito profondamente vicina a te. Quasi la invidi nella pace che ora sprigiona la sua immagine.

Fuori cala la luce. E si avvicina l'ora del nostro morboso rito. Vai a sistemarti. Io preparo la camera per la notte, poi ti aspetterò qui, in "Sala".

Guardo fuori dalla finestra, prima di chiudere le ante, come a voler chiudere il resto del mondo fuori da queste mura. Preparo la nostra camera con la stessa dedizione con cui tu nel frattempo stai preparando te stessa per il  nostro precipizio. Nessuno sa del patto. Nessuno sospetta della follia senza fine che ci lega. Di quella tua incosciente curiosità attorcigliata alla mia. Perchè per persone come noi, il più autentico dei piaceri può prendere vita solo nella deriva. Nell'abbandono incondizionato alla nostra natura ultima. Nell'estatico viaggio verso la parte più oscura ed intima della nostra esistenza. Dimenticati chi sei stata finora, mia sconosciuta, e ascolta le mie parole. Scopri con me la dolorosa necessità di ciò che portiamo dentro.

Esci dal bagno indossando solo una lunga camicia da notte bianca, simile alla tunica sacra di una vestale. Ti vengo incontro, sulla soglia della porta, ti accarezzo dolcemente prima i fianchi, poi il seno. Tu rimani in silenzio impassibile, senza guardarmi. E' il tuo modo per dirmi che sei pronta. Che non hai paura di ciò che ti farò. Non indossi  mutande, e a questa scoperta un fremito di eccitazione mi invade nel profondo. Eppure i patti sono estremamente chiari. Non ci dovrà essere sesso tra noi stanotte, e  io intendo mantenere l'impegno preso. Ti mostro la benda che ti ho fatto preparare dalla sarta, con un giro di pizzo nero. La guardi compiaciuta, è fatta su misura per te. Ti copro gli occhi, e tu rimani impassibile, come se dentro di te avvertissi già tutto ciò che ti sto per infliggere. Come se le nostre menti stessero maturando una sorta di oscura telepatia, in questo buio che è calato sui tuoi occhi. Ti accarezzo con fermezza le spalle e ti guido verso la vecchia ottomana in ferro battuto. Mentre ti spoglio, lentamente, sento vibrare nelle mie vene i tuoi pensieri più inenarrabili.

Ha sbarre invisibili la tua gabbia. Robuste aste fatte di ricordi ostili, di desideri irrisolti, di parole che muoiono in gola nell'incapacità di uscire dalla tua bocca. E' come se la felicità ogni ora ti fosse negata. Come se la paura di vivere e di essere amata ti paralizzasse. Come se ti fosse precluso ciò che per tutti gli altri sembra così naturale. Odi questo mondo. Questa tua esistenza ti è estranea fino al punto di voler morire. Mi hai chiamato a te perchè desideri fare esperienze,  scolpite da sempre nella tua fantasia. Ma soprattutto perchè vuoi allontanarti da te stessa. Da quell' eccesso di perfezione che ha il sapore amaro di una catena. Da quel fondo di dolore che sempre ti accompagna. Perchè vuoi che in te cambi qualcosa, nel profondo. E io abbatterò questo muro invisibile che ti rende prigioniera. Passerò oltre di te, fino alla tua più intima esistenza. Rigida carceriera di te stessa, ora allenta la tua guardia. Fammi entrare negli antri più segreti della tua oscura prigione. Lascia che io sia per te come l'unghia di un segreto graffio. Perchè questo è l'unico modo che conosco per farti evadere dalla tua gabbia. Se vuoi uscire, devi lasciarmi entrare dentro di te. Tanto in profondità da farti toccare il fondo.

Ti faccio accomodare su un morbido cuscino. Ti rassicura il buio, in cui sei ora accudita. Ti protegge dalla ben più dolente realtà. E' un ponte diretto tra le nostre anime, questo gioco perverso e sconsiderato. Tu dovrai rimanere solo immobile, come una piccola bambola di porcellana. Lascia che il mio desiderio di distruzione si fonda col tuo.Come una corda che lega le nostre anime in un legame strettissimo, fino a stritolare le nostre esistenze. Stenditi. Lasciati accarezzare. Lasciati toccare ovunque, senza alcun riguardo. Ti percorro come una strada impazzita. Frugo la tua nudità, invadendo con le mie dita la pelle che sta sotto la camicia. Tu trattieni il respiro, concentrata su te stessa e non su ciò che ti sto facendo.

Sono "sconosciuto", e tale intendo rimanere. Ma tu non mi hai mai avvertito come tale. Fin dal nostro primo incontro, fin dalla nostra prima lettera, è come se io sapessi tutto di te, e tu di me. E' come se le nostre anime mutilate fin da subito si siano unite per creare una più forte creatura. Ti aggiusto la testa. Ti accarezzo i capelli. Sfioro il viso con tutta la delicatezza che possiedo. E poi all'improvviso rompo il silenzio con un forte schiaffo sulla guancia. Rimani immobile, sprezzante del dolore. Con il viso proteso in avanti, in attesa. Mi avvicino per baciarti. E allora tu indietreggi. Non vuoi essere baciata, me l'hai detto. La mia mano colpisce con fermezza di nuovo il tuo viso. Lascio impronte rosa sulla tua pelle bianca. Stringo con autorità le punte dei tuoi seni, fino a farti sussultare. Posso farti tutto ciò che voglio, stanotte.  La mia anima si gonfia di spiriti oscuri a questo pensiero.

Vivi fuori della vita. Insensibile all'amore, come al dolore. Nell'eterna spinta ad uscire da te stessa, rimani incompleta e allo stesso tempo distante. Ora a cercare protezione in un abbraccio. Ora a scalciare quando avverti il sentimento di qualcuno che ti incalza. Mi hai scelto per la mia follia, per la mia capacità di mantenermi distante. Mi hai scelto per la sconsideratezza impunita con cui mi muovo abitualmente nei gesti più scellerati. Come se io fossi un vero Serial Killer, che finisce per uccidere la donna che desidera, nella totale incapacità di amarla.

Il gelo di due sottili catene circonda lentamente i tuoi polsi, uno alla volta. Questa improvvisa sensazione di freddo ti eccita nel profondo. Senti rumore di ferro che si muove sul ferro,  e uno dopo l'altro due piccoli clic-clac. Con due lucchetti ti ho fissato le braccia alle sbarre dell'ottomana. Provi a muovere le tue braccia, per capire se sto facendo sul serio. Le catene non ti concedono quasi movimenti. Tengo ora le chiavi, dei lucchetti e della tua vita, nella stessa tasca dei  pantaloni. Posso farti ciò che voglio. Nella costrizione a cui ti sottopongo, io divento libertà da te stessa. Fidati di me come mai hai voluto fidarti di qualcuno. Aprimi le porte della tua esistenza, e lascia che scivoli dentro di te.

Lego tra di loro le tue caviglie. Poi spalanco le tue cosce, divaricando le tue ginocchia, e legandole agli estremi dell'ottomana. Non puoi muoverti, nell'indecente posa in cui ti ho disposto. Guardo compiaciuto il tuo sesso, che spudoratamente mi trovo davanti aperto e nudo. Lo adoro, nella sua meravigliosa sproporzione al tuo esile corpo. Ci cammino intorno, con le mie mani. Per sfidare il tuo pudore. Mentre lo accarezzo il tuo corpo si ribella ed indietreggia, ma le tue mani nulla possono. Il bacino si divincola, ma sei bloccata ovunque. Le gambe restano aperte, e non puoi che subire il mio gioco perverso. Io accarezzo e tu ritrai. Non dici una sola parola, nell'umido combattimento della tua vergogna.
Sto facendo tutto io. Sto facendo esattamente quello che vuoi tu.

Ti ha portato qui una forte attrazione malsana verso qualcosa che sta dentro  di te. Non ti inquieta più di tanto l'idea di essere torturata. Non è il dolore fisico che temi, ma il confronto con te stessa. Ti fai paura, nei tuoi desideri osceni che prepotentemente traboccano anche nei tuoi sogni. Sei tu che hai voluto essere qui. Sei tu stessa ad aver messo un coltello nelle mie mani. E ora i nostri differenti modi di essere sbagliati si intrecciano in una sola più compiuta verità. Noi siamo due voci stonate e stridule, che unite in coro sanno diventare melodia. Noi affianchiamo sconnessamente le nostre maledizioni, mescoliamo la distruzione che da sempre portiamo nel fondo dell'anima. Noi siamo incontro di lati oscuri, esplorazione dei nostri abissi più sommersi. Io sono il tuo assassino, sottraggo solo alla solitudine la voce assordante della tua distruzione, fino a renderla la mia stessa voce.

Porto il nostro rituale su un improprio altare di legno. Ti lego con lunghe corde. Ti immobilizzo completamente. Poi, con religiosa dedizione scrivo ovunque sul tuo corpo parole di rosso sangue. Sfriorandoti con la lama di un rasoio, traccio piccoli segni rossi sul tuo corpo, come fossero pennellate. E poi, senza la minima esitazione, ti frusto, con tutta la spietatezza che avresti tu nei tuoi confronti. E' più forte di me, non riesco a non eccitarmi, in questo rito assassino. E tu immobile a respirare tutto il silenzio. A trovare la tua nuova forma, attraverso lo scalpello del dolore. Gioca con me, folle bambina, fino a quando la ragione non scalcerà così forte i nostri giochi, che noi dovremo scappare. Lascia che le nostre menti si leghino l'una all'altra, nel nostro precipitare, fino a quando non toccheremo il fondo dei nostri deliri. Fino a quando, le nostre vite ora unite nella follia, saranno strappate crudelmente dalla ragione.

Ti pulisco. Ti disinfetto. Mi prendo cura di te, con premura. E infine ti slego. Rimaniamo quasi in silenzio. E non sapremmo forse nemmeno cosa dire. Mi accerto che tu stia bene. E poi ti accompagno in camera con me, per la notte. Ci stendiamo uno di fianco all'altro. Spengo la luce, e ci auguriamo la buona notte, come se nulla fosse successo.
Non so cosa pensi tu, ma io non ho alcun secondo fine, sopra queste lenzuola. E ho dentro di me ho la coscienza dell'impegno che ho preso con te. Ma le mie mani non seguono la mia ragione. Vanno per conto loro. Ti accarezzano. Ti toccano nel buio. Ti tornano a spogliare. Senti il mio corpo che struscia contro il tuo. E tu mi lasci fare tutto. Come possono i corpi non unirsi, mia sconosciuta, quando le anime tra di loro sono un'unica cosa? Fermami tu, perchè io non riesco a fermarmi. Ti bacio. E senza che ci diciamo una sola parola, entro dentro di te. E dentro di te mi consumo. Lentamente. Dolcemente. Fino ad una eterna piccola morte, che mi si libera della schiena e dirompe come un fulmine nella mia esistenza.
Non mi dici una sola parola. Ma ti stringi a me.  Nessuna donna mi ha mai abbracciato così forte. Mi stritoli. Mi avvolgi. Rimani stretta a me per ore, fino a quando non ci addormentiamo.

Nella lunga notte di questa follia la casa si riempie di luci ed ombre che si muovono. Di voci che camminano nelle pareti. Di passi sussurati al pavimento. Di scricchiolii nei cassetti. Sono i miei avi, che disapprovano per ciò che abbiamo fatto e ci maledicono. Sono le voci della ragione, che ci incalza e ci domanda il perchè delle nostre azioni. Ma tu non ascoltare questi rumori, mia sconosciuta.  Rimani abbracciata a me tutta la notte. Ti proteggerò dai fantasmi che popolano questa casa. Rimani stretta a me per sempre, forte come ora. Perchè allora scaccerò perfino i fantasmi, ben più crudeli, che si annidano nelle tue paure. Ti proteggerò da te stessa. Dal desiderio mai domato di distruggerti. Dalla tua invisibilità al mondo. Dai tuoi pensieri più indomabili, rivolti contro di te come coltelli.

Non mi muovo. Non ti muovi. Rimaniamo nel buio abbracciati per ore. Alla luce dell'alba scompaiono i fantasmi. Ti alzi, e percorri la casa, nell'eco dei tuoi passi, alla ricerca del bagno. Ti ascolto in dormiveglia, mentre rientri in camera. Monti sul letto, ti metti alle mie spalle e, come se io fossi il tuo diario, scrivi compiaciuta con le dita sulla mia schiena due parole che da tempo avevi dimenticato.

"Sto bene".

Poi ti attacchi al mio braccio sinistro. E io silenziosamente mi domando se sia più profondo il solco di una lama, o quello delle tue parole sulla mia pelle.




Il racconto è stato scritto nell'agosto del 2013.

 
 
 

ZUCCHERO A VELO

Post n°84 pubblicato il 25 Maggio 2013 da il_ramo_rubato


Mano con nastro

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"Là dove i fuochi oscuri si confondono.
Lontano. Lontano. Là dove non v'è altro che la notte,
l'onda di un disegno e la croce di un desiderio."
(Pablo Neruda)

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Zucchero a velo. A volte lo senti nel vuoto, quando sono lontano. E allora per un istante ti fermi. Mi cerchi stupita intorno a te, e ti domandi cosa stia facendo in quel momento. Ti domandi perchè tu mi stia sentendo così vicino, quando in realtà sto a chilometri di distanza. E' come se fossi invisibile, nascosto dietro alla porta della tua camera. Come se fossi un fantasma dispettoso, che si diverte a rivelare la sua presenza attraverso intangibili segni. E rimani sospesa a cercare il perchè. Ma ora invece sono qui davvero. Di nuovo. Per poche ore appena. Mi vieni incontro. Ti dico di seguirmi, ma tu non mi guardi negli occhi. Ci conosciamo da mesi, tanto in profondità come mai era capitato. Mi hai dato le chiavi della tua vita stessa, ma ancora non il tuo sguardo. E in questo pudore racchiudi tutta la tua sensualità. Hai smesso di pensare alla follia di ciò che facciamo. Hai smesso di opporti alla parte di te che vorrebbe scappare via. Ha ceduto la ragione, di fronte all'evidenza di un'intima necessità. E' un patto crudele, quello che ci lega, che trova nel dolore la sua ragion d'essere. L'infelicità è la nostra divisa, e il nostro giardino cresce rigoglioso, solo se annaffiato di lacrime.

Cammini veloce, senza guardarti intorno. Come se la gente sospettasse ciò che siamo venuti a fare. E mentre ti porto al tuo patibolo penso a te come ad una bambina indifesa. Io sono il cavaliere senza macchia, pronto a morire per difenderti. Io sono l'orco cattivo, che si nutre ogni volta della tua carne. E tu qui con me. Protetta e al tempo stesso minacciata dalla mia ombra imponente. Porto nel cuore un gigante crudele e assassino, ma sulle spalle il baluardo della tua esistenza più segreta. Al di là della più licenziosa morale. Della più degradata giustizia. Più a fondo dei sensi. Più in alto del pensiero.

Impera un letto a baldacchino al centro della stanza. Regnano silenzio e penombra, fuori e dentro di noi. Ti provo a spogliare, ma tu me lo impedisci. Ti accarezzo il seno. Ti sfioro le mani. E poi nessuna tenerezza. Mentre ti spogli ti guarda il lupo che dimora nella steppa della mia coscienza.
Stai ferma. Fai fare tutto a me. Assisti partecipe alle mie più scellerate azioni. Nessuna parola dalle labbra, ma un fiume di parole che confuso ti straripa dentro fino ad annegare. Le ascolto tutte le tue mute parole, mentre ti accarezzo. Vinco di forza le tue ultime resistenze per legarti polsi e caviglie.Ti accavallo lo membra nello spostarti. Ti dispongo in ginocchio. E poi rumore di cinghia, nel buio, a cercare la tua carne. A cercare il mio piacere. Sangue, che esce dalle ferite. Sangue che pulsa nel mio sesso, fino a rendere dolorosa la sua vana ricerca di piacere. Parole sussurrate nell'orecchio a scavare nel tuo segreto. Mani tra le cosce, ad impregnarsi della tua eccitazione. E poi il demone dentro, a raccogliere il sacrificio offerto dal tuo corpo. A gonfiare la mia anima del tuo annichilimento. A sprizzare fino al cielo e alle lacrime, tutta la sua volontà di distruzione.

Io sono un abisso. Su questo lato della mia anima non si può che affondare. Io sono l' amplificatore impazzito del tuo dolore. Del peso insostenibile della vita.
Io sono il coltello che divertito lacera la tua pelle alla ricerca del colore rosso. Nessuno ci vede. Nessuno ci sente. Noi non esistiamo. Non siamo. Non saremo, nè siamo mai stati. Ma qui vive il riflesso più autentico ed abissale delle nostre nature. Noi qui siamo tutto ciò che gli altri non potranno mai sapere. Tutto ciò che gli altri non potrebbero mai capire. Noi siamo il tutto che racchiudiamo nella nostra bolla silenziosa. Noi siamo il niente che non lascieremo mai trapelare. Indissolubilmente uniti nel nostro più immorale segreto. Nel tuo dolore si compenetra meravigliosamente il mio piacere. Le corde stringono, mentre ti opponi all'amore. Ti tengo per i capelli, mentre affondo dentro di te. Ti tengo la mano, mentre il mio corpo martella il tuo. Assiduo. Vertiginoso. Estraniante. L'esplosione del piacere si trascina via tutto il nero della mia anima.
E allora ti torno a guardare. Come se fossi un'opera d'arte ti contemplo. Ti venero. Mi stendo al tuo fianco a guardare il soffitto, pieno di te. E senza dirtelo penso che ti amo. Come mai ho mai ho saputo amare qualcuno, così ti amo. Per quello che siamo, nella nostra follia. Per il nostro percorso così scellerato.
.
Mi avvolgi delle tue braccia e mi stringi come nessun'altra saprà mai fare. Racchiusa tra le mie spalle, come nelle mura di un castello, per un attimo sorridi. Mi dici che una cosa, più di ogni altra, ti piace in me. Il mio odore. Lo dici, poi mi respiri. Mi trattieni a te con un abbraccio immenso e mi riveli. "Zucchero a velo! Si. Mi piace perchè assomiglia all'odore che fa anche la mia pelle al sole."
Mi annuso. Ti annuso. Non sento assolutamente nulla che ricordi lo zucchero a velo. Sorrido e ti dico che sei completamente pazza. Ma non mi faccio più domande su di te. Su di noi. Semplicemente mi inebrio del tuo abbraccio e di tutta la follia che porti nella tua intimità. Mi chiedo cosa siamo. E per quanto potremo vederci in questo modo.
Guardi altrove, mentre ti rivesti. E io mi chiedo la differenza tra dolore e piacere, senza darmi risposte. Noi non siamo nulla, se non il punto di incontro delle nostre follie. Non siamo altro che quell' effimero odore di zucchero a velo nell'aria. E un fiume impazzito di parole disperate. Non siamo che la manciata di minuti che rubiamo alle nostre esistenze. Noi non siamo che l'eco di quei pensieri che popola la nostra corrispondenza. Ma tu così bella. Così fragile. Così invisibile. Così delicata. Il tuo dolore è diventato il cibo della mia anima.

Andiamo alla stazione. E quasi non ti riesce di salutarmi che sei già sfuggita. Ogni volta che parti mi chiedo se ci rivedremo. Noi siamo sbagliati, e il futuro ci taglierà le gambe. Mentre il treno parte, alle mie spalle, per un secondo appena mi riempio di eternità. Si. Un giorno moriremo di ragione. Saremo chiamati di nuovo a render conto ai nostri destini. Ma tu per me sempre sarai rifugio ossessivo della memoria. Sarai gli abbracci che ho strappato al tuo pudore. Sarai tutto il sangue che ho fatto scivolare dalle tue vene. Sarai l'incertezza contradditoria delle tue intimità più nascoste. Sarai gli sconvenienti segreti che nel silenzio abbiamo rivelato. E, nell'assenza, trainerai questi pensieri verso l'oblio di ciò che più non appartiene. Un giorno, senza saperlo, sarai il piacere doloroso di un'abissale nostalgia.

 
 
 
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INFO


Un blog di: il_ramo_rubato
Data di creazione: 28/10/2006
 

IL RAMO RUBATO

Nella notte entreremo
a rubare un ramo fiorito.

Passeremo il muro,
nelle tenebre del giardino altrui,
due ombre nell'ombra.

Nella notte entreremo
fino al tremulo firmamento,
e le tue piccole mani e le mie
ruberanno le stelle.

(P.Neruda)

 

SE VUOI POSARE PER ME...

Le foto che trovi in questo blog sono tutte miei lavori. Se ti interessa posare per le mie foto, contattami. Le modelle che vedete in queste foto non sono professioniste, e io stesso non lavoro come fotografo. Amo fotografare chi ama essere fotografata. 

Il servizio richiederà circa mezza giornata, e salvo casi particolari, sarà in bianco e nero, per  scelta stilistica. Le foto non saranno in alcun modo volgari, e saranno studiate insieme a te.  Tutte le spese per la realizzazione del servizio saranno a carico mio (il servizio è completamente gratuito). A fine lavoro sarà dato un DVD con tutte le foto del servizio, e circa 20 stampe in formato 20x30 cm del servizio, su carta fotografica professionale, o volendo qualche stampa in formato gigante.


Non sono un professionista della fotografia, lavoro in un altro settore. Scatto solo perchè mi piace farlo. Non cerco quindi top model, ma soprattutto ragazze a cui piace l'idea di posare, e che amano il mio modo di fotografare. 

Per avere altre informazioni in merito, scrivi all'indirizzo di posta:
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