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Maledetto colui che pende dal legno (Gal. 3,13 // Dt 21,23)

La manfrina sul crocefisso si ripete stancamente ogni anno (io, ad esempio, ne avevo già parlato quasi un anno fa): ad ogni latitudine o tempo c'è sempre una persona così sensibile da essere turbato dalla presenza del crocifisso, col risultato che ci dobbiamo sciroppare i vari La Russa, Mussolini, Fisichella, Socci, Ostellino, Magris... a discettare su quanto è bello il crocifisso, sui valori che raggruma e varie amenità del caso. Su Facebook, poi, impazzano i gruppi più disparati, da «salviamo ilo crocefisso» (che è un metalogismo fantastico) a «rimettiamo il crocifisso nelle scuole» (in realtà si tratta di un gruppo ambiguo: a rigor di logica, infatti, per rimettere il crocifisso, bisogna prima averlo tolto; siccome la cosa non risulta avvenuta, il gruppo si presenta favorevole alla momentanea rimozione del crocifisso in modo che, successivamente, possa essere rimesso al suo posto…) fino a «tu stacchi il crocifisso dal muro? Io ti stacco le mani» (il mio preferito perché evidenzia di aver capito tutto della logica del crocifisso, ossia di quello che è morto su quella croce…).

Nelle discussioni di questi giorni noto che c'è una certa confusione tra l'elemento di fede (il crocifisso è, in primo luogo, il simbolo della fede cristiana), l'elemento culturale (il crocifisso diventa il simbolo di una sedicente cultura occidentale) e l'elemento universale (il crocifisso icona dell'umanità e della sua sofferenza), una confusione che alimenta e genera, a sua volta, altra confusione e che non permette giudizi o riflessioni di merito coerenti. Non mi fermerò a discettare dell'elemento di fede, né della simbolica universale della sofferenza, perché, a ben vedere, sono solo elementi accessori, e già questo argomento dovrebbe mettere in guardia qualsiasi credente dall'eccessivo zelo su questa battaglia.

Il crocifisso, si dice, è un simbolo dell'Europa, della cultura europea e delle sue innegabili radici giudaico - cristiane. Si tratta di un'affermazione incontrovertibile, a prima vista, ma che, ad un attento esame, rivela la propria matrice ideologica. La questione delle origini, infatti, è molto più complessa e meno pacifica di come la si descrive: all'inizio della nostra civiltà, infatti, abbiamo Atene e Roma, abbiamo il logos e la laicizzazione del diritto; il cristianesimo delle origini, invece, è qualcosa di fortemente in contrasto con tutto questo mondo che è alle radici della nostra civiltà. Non a caso, uno che di cristianesimo se ne intende, Paolo di Tarso, scriveva che la croce (ma guarda un po’!) era «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23). Solo quando il cristianesimo ha iniziato a dialogare con la cultura (prima per rispondere alle accuse, poi riformulandosi a partire dalle categorie aristoteliche, in una storia che va dai padri apologisti fino alle grandi sintesi tomiste), solo allora, parallelamente al consolidamento della struttura ecclesiale (non solo quella centrale, ma soprattutto la sua germinazione periferica grazie al monachesimo e alla nascita delle abbazie che assorbirono anche una funzione culturale), esso divenne un centro nevralgico di irradiazione culturale. Ma era un cristianesimo geneticamente mutato, che aveva assorbito e fatto propria la tradizione filosofica pregressa. D'altronde, l'Europa non termina con il medioevo. Al contrario, da allora, sono intervenuti grandi processi di emancipazione dalle premesse metafisiche della religione: insomma nel dna dell'Europa c'è il cristianesimo modificato di cui parlavamo, ma c'è anche un lungo cammino di riscatto da questo cristianesimo. I nostri diritti, anche le nostre comodità, di oggi nascono dal fatto che qualcuno ha combattuto perché l'Europa non fosse «solo» cristiana. Perché dimenticarlo? Perché ricordare solo una delle molteplici radici culturali dalle quali veniamo? Perché quella delle radici cristiane è il modo migliore per mentire in maniera socialmente accettata: è la bella favola (o autonarrazione) che ci siamo cuciti addosso. Basta guardarsi attorno per rendersi conto di come la nostra società ha completamente sradicato ogni valore cristiano (non a caso la settimana scorsa con grande enfasi tutti per le strade: dolcetto o scherzetto?). Solo che ha un disperato bisogno di dirsi cristiana: in un periodo in cui tutte le certezze politiche, metafisiche, sessuali, e, in definitiva, identitarie sono scomparse, il richiamo a valori che evidentemente non hanno più una vitalità, perché non interessano più a nessuno, possono essere, però, evocati e raggrumati nel feticcio pendente nelle nostre aule, nella speranza che possa ri-costruire una qualche identità, anche se solo di facciata.

La società di oggi è profondamente anticristiana: basti pensare alla criminalizzazione dello straniero, del povero e del debole, all'idea di classi speciali per i bambini extracomunitari o di schedatura dei senza fissa dimora e di rilevazione delle impronte dei minorenni, alle ronde, ai respingimenti degli immigrati (tutti quei politici come La Russa che sbraitano parole violente in nome di un pezzo di legno dovrebbero andare a rileggersi la parabola del buon samaritano), ma anche alla messa in discussione della gratuità del pronto soccorso, alla perversione della scansione del tempo cristiano che ha il suo centro nella domenica (perché l'on. La Russa non sbraita altrettanto violentemente contro un mercato del lavoro che ha sterilizzato la domenica?).

In conclusione, la manfrina sul crocifisso non è altro che l'icona di una sedicente cristianità di facciata, funzionale ad un modello di società totalitaria che rappresenta proprio l'antitesi del cristianesimo e che utilizza come mero feticcio conservatore i simboli di un mondo perduto. Basta non essere fessi per comprendere che nelle scelte quotidiane, nelle aspirazioni, nella gerarchia dei valori che presiede i nostri giudizi e le nostre scelte, i valori cristiani sono stati, da tempo, rimossi. Il crocifisso, invece no, quello deve rimanere lì dov'è! Contenti voi…

 

 
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