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A proposito dei referendum sulla "privatizzazione" dell'acqua

Post n°161 pubblicato il 01 Giugno 2011 da noodless78
 

Diciamolo subito, senza ipocrisia: la gestione pubblica del servizio idrico fa acqua da tutte le parti…

Gli Enti locali che nel tempo hanno gestito l'erogazione del servizio si sono distinti per inefficienza, mancanza di investimenti nelle infrastrutture (le stime sulle falle della rete idrica parlano di perdite intorno al 40%, se non addirittura al 60%) e per la gestione clientelare delle risorse umane. Fino ad ora acqua pubblica ha significato essenzialmente acqua dei politici e dei partiti.

L'articolo 23bis della legge 133/2008 (di cui il primo quesito referendario richiede l'abolizione) nasce proprio dalla constatazione, da un lato, del fallimento della gestione pubblica dei servizi locali e, dall'altro, delle crescenti difficoltà degli Enti pubblici locali (impegnati in una disperata lotta per non sforare o rientrare nei limiti del patto di stabilità) di reggere i costi di questi servizi e, soprattutto, delle loro inefficienze. La soluzione individuata è quella della concessione di questi servizi, tramite gara pubblica, ad imprese pubbliche, private o a capitale misto. Le conseguenze virtuose dovrebbero essere almeno tre: da un alto, infatti, l'Ente pubblico si vedrebbe sgravato dei costi di manutenzione ed investimento richiesti dal servizio; questo risparmio, inoltre, potrebbe essere investito in altri servizi primari (scuola e sanità, per esempio); infine, il servizio sarebbe affidato all’impresa più efficiente, capace di offrire il miglior mix tra qualità e costo del servizio.

Ricapitolando:

1. Vincano i SI o i NO, o l'astensione, l'acqua rimane un bene pubblico. Ciò che viene privatizzato (non in via definitiva, ma secondo tempistiche determinate dai bandi di gara) è il servizio.

2. Il quesito referendario non interessa esclusivamente il servizio idrico, ma riguarda tutti i servizi locali (trasporti pubblici e raccolta dei rifiuti): questo rende più intricata la faccenda perché se l'acqua può essere considerato un elemento vitale patrimonio di tutti, lnon si può dire altrettanto delle strade o dei rifiuti... Inoltre, abbiamo quotidianamente sotto gli occhi quali scempi ha compiuto la gestione pubblica di questi servizi.

3. Tuttavia, l'affidamento dei servizi ad imprese private (o miste) non ci mette al riparo dagli stessi rischi e da altri ben più grandi: quali dispositivi di controllo (a parte la fantomatica Authority dell'Agenzia per le risorse idriche) ha il cittadino nei confronti di queste imprese? Quali procedure permetteranno di revocare la concessione all'impresa inadempiente? Quali accorgimenti potranno impedire ad aziende e personaggi legati alla criminalità organizzata di mettere le mani anche su questi servizi (come invece è avvenuto per altri servizi locali)? Come impedire che i vari politici locali possano utilizzare queste concessioni a scopi elettorali o clientelari? Quali linee guida regoleranno gli eventuali investimenti e costruzione di nuove infrastrutture: saranno pubbliche o della società che le ha costruite? E nel caso la concessione sia successivamente affidata ad una nuova società dovrà pagare un canone di utilizzo con conseguenti ricadute sul costo della bolletta? Queste ed altre zone d'ombra del decreto lasciano sospettare che la privatizzazione dei servizi convenga più alle imprese del settore che ai cittadini.

4. Per i motivi sopraelencati voterò SI sia al primo quesito sulla modalità di gestione ed affidamento dei servizi pubblici locali che al secondo sulla determinazione della tariffa idrica. Voterò SI consapevole che la natura abrogativa del referendum riproporrà la questione di trovare un'adeguata ed efficiente modalità di gestione ed erogazione dei servizi locali che non sia l'inaccettabile situazione di sprechi ed inefficienza fino ad ora sperimentata.

5. Voterò SI consapevole che la questione dell'acqua come preziosa risorsa umana che si sta consumando non può essere risolta semplicemente con la partecipazione a questo referendum, ma chiama ad un impegno in primo luogo personale, ma soprattutto politico, verso una cultura dell'acqua che riduca gli sprechi e ne valorizzi la ricchezza storica, culturale, religiosa e umana.

 
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