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E’ passata ormai più di una settimana dal giorno del V-Day e sulle testate dei maggiori quotidiani, rimbalzano le considerazioni di politici e uomini di pensiero. L’opinione che mi sono fatto andando a curiosare sul sito di Beppe Grillo, dove come ultimo post troviamo il filmato di consegna a Prodi delle proposte dei cittadini, è che al di la di quelle che sono le motivazioni vere o false che gli vengono attribuite, al di la delle considerazioni sui modi e termini con cui si muove per portare avanti questa sua denuncia di inefficienza e malcostume della nostra classe politica, gli va riconosciuto il merito di scuotere gli animi e chissà che si riesca a dare una sferzata che ci permetta di cambiare rotta. Sicuramente prima e dopo il V-Day il mondo politico si muove, ma non sulla scorta di una propria volontà di “rinnovamento morale” o di un vero progetto di ristrutturazione dei modi di fare politica, ma solo spinto dallo spauracchio di un nuovo concorrente sulla scena politica, che grazie alla sua popolarità, derivante anche dalla sua esclusione volontaria o forzata dal mondo dei media raccoglie, almeno inizialmente, gli insoddisfatti di questo modo di amministrare il paese e di chi si alterna al potere. Ecco allora che, leggendo i quotidiani, si possono ammirare le eloquenze dei vari esponenti di questa nostra classe politica, che cercano di contrapporsi a questa già vista espressione del malcontento nazionale, o di farsene portavoce per dare una rispolverata alla loro immagine. Lasciando ad altri, molto più esperti di me, la valutazione di questa new entry, esprimo il mio pensiero di cittadino. Prendo spunto da un passo, dall’articolo di Curzio Maltese su Repubblica del 17-09-07, “Nessuna oligarchia per quanto spietata può reggere a lungo senza intercettare grandi flussi di consenso. Naturalmente guai a citare le responsabilità collettive…….” Certamente qualsiasi movimento, che nasca spontaneamente o quale figlio di interessi di parte, ha un percorso storico segnato perché alla fine rientra, nel bene o nel male, in schemi consolidati che sono il frutto della inerzia della collettività. Ma è altrettanto vero che l’esasperazione di comportamenti che rasentano l’oppressione e la coercizione, non finalizzata al vero raggiungimento del bene sociale, ha quale conseguenza l’inasprimento degli animi e fa nascere la voglia di ribellione. Se Masaniello ci ha insegnato che il potere lusinga e conduce ha sconfessare gli ideali che ci hanno caratterizzato, la Rivoluzione Francese, piazza Tian an men, perché no le 5 giornate di Milano, sono l’espressione di una capacità di reagire a quella che viene considerata un’ingiustizia. Non possono passare sotto silenzio le innumerevoli prese in giro, a cui siamo quotidianamente sottoposti da ambedue gli schieramenti politici. Ci chiedono di accettare sacrifici per il bene comune, per poi leggere che si aumentano lo stipendio e le spese del Palazzo (Giornale di Sicilia 17-09-07, Il Giornale 17-09-07), la cassazione condanna un dipendente Telecom per uso personale del cellulare aziendale, mentre si giustifica l’utilizzo di mezzi di rappresentanza per andare al gran premio, si vara la finanziaria dove è innegabile l’aumento della tassazione, a fronte di una volontà dichiarata di diminuire la spesa pubblica, ma alla fine si sono aumentati il numero dei ministri e non certo per necessità organizzative. E’ vero che poi recitano i mea culpa, ma sempre solo di parole si tratta perché nei fatti applicano il solito sistema: ciò che tolgo da una parte lo inserisco dall’altra. Queste sono alcune delle vessazioni a cui siamo sottoposti, ma di tutto questo dobbiamo dire grazie a noi stessi, perché alla fine accettiamo supinamente ciò che ci viene propinato e probabilmente ci va bene così. Ma una responsabilità va anche ai mezzi di informazione che potrebbero e dovrebbero fare di più. Non un’informazione legata allo scoop per aumentare le tirature, ma una informazione più obiettiva e che ci aiuti a vedere ciò che non vogliamo vedere e ascoltare ciò che non vogliamo sentire. A questo riguardo voglio citare una trasmissione degna di attenzione Reporter su Rai tre e le inchieste dell’Espresso, nuova veste annunciata sulle pagine di ItaliaOggi del 14-09-07 dal suo Direttore. Ma forse non tutto è perduto, la legge per una volta ci viene in aiuto, si perché l'articolo 121 del T.U.L.P.S. vieta espressamente il mestiere di ciarlatano, “colui che sfrutta la buona fede e la credulità altrui a proprio vantaggio”. Catalani Giuseppe |
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Mi sono letto la lettera di Don Giorgio a Beppe Grillo ed ecco le mie riflessioni. Sono perfettamente d’accordo nel ritenere le civiltà che ci hanno preceduto, da cui dovremmo trarre spunti e insegnamenti, notevolmente superiori alla nostra. Sono altresì convinto che sia necessario operare una radicale riforma dell’animo umano, affinché riscopra il concetto di morale in cui: rispetto degli altrui diritti e volontà di adempiere ai propri doveri, siano valori di caratterizzazione. Persuaso della necessità che qualsiasi bene debba essere amministrato nell’interesse della comunità, sono convinto che l’incompetenza e/o l’interesse personale non abbiano colore politico. Quando un bene di vitale importanza, quale è l’acqua, deve essere amministrato, la comunità ha il dovere di porre la massima attenzione sulle scelte che l’amministratore compie, ma ciò è sempre vero, perché scelte sbagliate causano danni a volte irreparabili. Fatte queste premesse non riesco a capire e di questo mi scuso con l’autore, se il problema sia nel concetto stesso di amministrazione o su chi debba amministrare questo bene. Nel primo caso, se i beni fossero lasciati alla libera utilizzazione sarebbe una cosa magnifica, perché il presupposto è un uomo in cui è vivo e radicato il rispetto per il prossimo, sentimento che permette una convivenza che va oltre il vivere civile e forse avremmo trovato l’Eden. Nel secondo caso mi permetto di esprimere il mio disaccordo, non tanto sulla necessità che un bene di tale importanza, quale è l’acqua, debba essere amministrato in modo eccellente e fuori dai contesti legati ad interessi meramente speculativi e politici , ma sul fatto che uno schieramento politico sia più idoneo di un altro. La storia, anche recente, ha portato alla ribalta casi di incompetenza e inefficienza e mi fermo qui nella valutazione, che sono segno evidente che non è un problema di schieramento ma di uomini. Si veda Alitalia, società pubblica, Parmalat, società privata e CGIL sindacato (Italia Oggi del 10 Agosto 2007). Ora non credo che per risolvere la questione si debba scomodare Dio; ne utilizzare indirettamente e spero involontariamente una posizione all’interno di un “Partito”, non la Chiesa in quanto tale ma lo spirito che anima i suoi Ministri, che storicamente vive la sua missione fuori dagli schemi della politica. Non critico lo sforzo per aprire gli occhi, oltre che il cuore, alla comunità su questioni importanti per tutta la collettività. Ma non ritengo corretto, pur nel rispetto delle idee e forse tendenze politiche dell’uomo spogliato dalle vesti di Ministro, che si mescoli la giusta opera di moralizzazione con una propria opinione politica e questo non quale privazione della libertà di opinione ma quale dovere per la posizione occupata. E’ come se il presidente della Camera facesse propaganda al suo schieramento. Non può una funzione che opera sopra le parti lasciarsi andare a considerazioni squisitamente di parte. Questa opera di moralizzazione deve scostarsi dai soliti proclami che la nostra classe politica ha eletto a suo emblema, e che hanno il sapore della sola ricerca del consenso; deve nascere dalla ricerca dalla valutazione critica, ma soprattutto onesta, di ciò che è bene e ciò che è male o meglio di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto per la comunità e per chi ne viene in contatto. Ben venga chi attraverso le sue parole cerca di dare una sferzata alla comunità perché sia attenta e partecipe alle scelte degli amministratori, costringendoli ad essere fedeli allo spirito del loro incarico, ma non si faccia uso della propria posizione per fare propaganda ad uno schieramento politico rispetto ad un altro, perché in ogni frutteto ci sono mele bacate, ma non per questo non si debbono mangiare più mele. |
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Riqualificazione dei centri cittadini e competitività commerciale Town Center management Il commercio al dettaglio vede l’egemonia dei grandi gruppi che si spartiscono il mercato dei consumatori, intervenendo in modo diretto ed indiretto nel settore del commercio. Grazie alla realizzazione di grandi superfici commerciali, dove attraverso una gestione diretta dei punti vendita o quali gestori delle superfici ne determinano lo store-mix, influenzano e a volte pilotano i nostri consumi. La realizzazione dei Centri Commerciali prima e degli Outlet poi, hanno trasformato il modo di fare shopping del consumatore italiano. Abbandonato l’acquisto presso i negozi di vicinato, il consumatore si è attrezzato per compiere il rituale dello shopping in luoghi extraurbani. Questo ha provocato lo spopolamento dei centri cittadini, soprattutto nelle realtà più piccole, o comunque alla diminuzione dei flussi nelle realtà maggiori. Grazie, alla novità della proposta e spinti da una giusta propensione al risparmio e dalla ricerca dell’affare, questi centri hanno polarizzato l’interesse del consumatore e con il tempo, anche grazie all’ampliamento dei servizi ludici, si sono trasformati in luoghi in cui trascorrere il tempo libero. Oggi, in virtù della crisi economica delle famiglie italiane, lo shopping, in questi spazi, è diventato un aspetto secondario, almeno per i generi non di prima necessità. Molti lavori che si interessano di ricerche sociali e di comportamento al consumo, attribuiscono a queste realtà commerciali una funzione di socializzazione, ma se frequentiamo questi luoghi, soprattutto nelle giornate di massima affluenza, ci accorgiamo che: o non si conosce il significato di socializzazione, o forse esiste una visione distorta di questo fenomeno. Infatti se ci si sofferma a guardare la moltitudine di persone che si aggirano lungo le gallerie, di un qualsiasi centro commerciale, ci accorgiamo che ognuno fa per se. Non esistono momenti di contatto e ognuno vive il luogo come se intorno a lui non ci fosse nessuno, in perfetta solitudine e indifferenza. Pur riconoscendo lo sforzo progettuale di rendere questi luoghi accoglienti mi trasferiscono, comunque, una sensazione di tristezza, pur riconoscendone l’utilità in termini di economicità. Diverso è il discorso degli Outlet, nati come spacci-aziendali, oggi sono centri commerciali a marca dove poter acquistare a prezzi scontati. Qui il contesto in cui si svolge il passeggio e l’atto d’acquisto è sicuramente gradevole ma, a lungo andare, esprime in modo preponderante la sua artificiosità. Da queste considerazioni parte il rilancio della rete commerciale di vicinato e dei centri cittadini, si perché a voler ben guardare, esistono una moltitudine di centri commerciali naturali su tutto il territorio nazionale. Ampie superfici che con un pò di sforzo, da parte dell’operatore pubblico e dei privati, possono diventare dei veri e propri generatori di ricchezza. Sto parlando dei centri cittadini, abbandonati dal consumatore in favore del modello di shopping-center extraurbano, che oggi devono ritrovare la loro originale funzione socio-economica, di luoghi di scambio commerciale e culturale. Il percorso passa necessariamente attraverso la riorganizzazione e il miglioramento, ambientale e infrastrutturale, dei centri cittadini. Lo sforzo da compiere è quello di creare luoghi piacevoli ed attrezzati, ricchi di opportunità culturali e per lo shopping “specializzato”, o quanto meno esclusivo in termini di proposta. Ma non si deve dimenticare il fattore prezzo, che deve essere percepito dal consumatore conveniente o quantomeno corretto, non tanto in termini assoluti ma in relazione al prodotto / servizio offerto. Da qui parte un opportunità importante in cui il business trova, nel soggetto pubblico, un partner con cui istaurare un confronto produttivo su temi, normalmente conflittuali, quali lo sviluppo e miglioramento del territorio e dei servizi. Le esperienze di Town center management, ormai consolidate in paesi quali Canada – Giappone – Inghilterra – Francia – Belgio, stanno, timidamente, facendosi largo anche in Italia, dimostrando come il concetto “l’unione fa la forza” non è da sottovalutare. Ecco quindi la nascita dei Centri Commerciali Naturali in zone dell’Italia quali Modena – Monza – Torino – Firenze – Val d’Elasa - Regione Lazio. In Lombardia, attraverso il “Programma Triennale per lo Sviluppo del Settore Commerciale 2006 – 2008", si continua sulla strada del precedente programma: agevolare la valorizzazione dei centri cittadini, soprattutto nelle zone montane o con scarse infrastrutture, attuare una politica di “riduzione” delle autorizzazioni alla realizzazione di ampie superfici commerciali. Questi segnali fanno ben sperare riguardo la riscoperta delle città, dei suoi centri e nella realizzazione di spazi a misura d’uomo, in cui i momenti di shopping siano anche momenti di vera socializzazione.
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Inviato da: Anonimo
il 23/03/2008 alle 17:14
Inviato da: Anonimo
il 25/12/2007 alle 23:11
Inviato da: Anonimo
il 21/12/2007 alle 16:04
Inviato da: Anonimo
il 25/10/2007 alle 00:25
Inviato da: Anonimo
il 25/10/2007 alle 00:25