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Migranti. Solidarietà o benevolenza?

Post n°615 pubblicato il 02 Giugno 2016 da miglioriamo.vogogna
 

Riporto da Wikipedia: solidarietà ha come suo significato principale una forma di impegno etico-sociale a favore di altri. Il termine indica un atteggiamento di benevolenza e comprensione che si manifesta al punto di esprimersi in uno sforzo attivo e gratuito, teso a venire incontro alle esigenze e ai disagi di qualcuno che abbia bisogno di un aiuto.

Ne consegue che il principio di solidarietà è quel forte legame di interdipendenza che dà valore alla socialità e che lega ogni persone umana al contesto di appartenenza.

Tale principio ha a che fare con quel vincolo particolare che spinge ciascun individuo verso una sempre più convinta unità degli uomini e dei popoli, riconosciuti come uguali in dignità e diritti.

Il termine solidarietà si fa risalire all'espressione “in solidum” presente nel diritto romano: con essa si intendeva uno speciale vincolo giuridico, l'obbligazione solidale, che legava ciascuno dei contraenti a rispondere per l'intero e non solo per la propria parte.

La premessa di cui sopra mi sembrava piuttosto necessaria.

La questione migranti assume un connotato particolare: celandosi dietro allo spirito buonista della pseudo-solidarietà, la politica maschera tutti i propri limiti e difetti, trovando sempre, nella popolazione chi, disposto a non passare per “razzista”, in qualche modo, difende (magari involontariamente) il sistema che viene imposto dall'alto.
Preciso che personalmente sono vicino a persone che, in qualche modo (vuoi le guerre o anche solamente il miraggio di vivere in una società ove alla fine, i benefici superano i sacrifici, almeno per una buona parte della popolazione) costrette a lasciare il proprio Paese di origine per andare a cercar fortuna da altre parti. Questo solo al fine di non esser tacciato io di razzismo, dai buonisti di turno!

Perchè mi sento di fare delle osservazioni piu ad ampio raggio.

Sentire chi, oggi, paragona questo flusso migratorio a quello degli italiani dei secoli scorsi (da sud a nord o dall'Italia alle americhe) fa piuttosto sorridere (amaramente, ovvio!)

E' bene precisare, anzitutto, che il flusso migratorio delle popolazioni africane sta avvenendo da qualche decennio e non da oggi! E i primi “marocchini” non erano trattati come i primi terroni? Eppure, alla fine, abbiamo saputo far loro spazio, integrarli, dar loro case popolari e pari diritti. C'è da dire che, a molti che ho conosciuto, certi “diritti” (che rientrano si in un contesto sociale del “diritto di solidarietà”) non sono stati regalati: ci sono extracomunitari che svolgono lavori che noi italiani non vogliamo più fare (dal pizzaiolo ai lavori dei campi, giusto per fare degli esempi).

E pertanto, mi sento in dovere di rilevare come l'integrazione, seppure con qualche ovvia difficoltà (la solidarietà è un sentimento che non si acquista al mercato), è piano piano avvenuta e le varie comunità locali hanno saputo in qualche modo far spazio a persone che sono entrate (spesso) in punta di piedi.

Oggi però è tutto diverso.

Il cittadino medio osserva che, da un lato, dopo aver lavorato 40 e passa anni, arriva una Fornero e inizia a ridiscutere dei suoi diritti (che non sono solidali, ma egli ha lavorato anni e anni con la convinzione di garantirseli, versando mensilmente lauta parte del suo compenso, salvo poi capire, troppo tardi, che non era affatto così).
Il cittadino medio osserva che, per i servizi (ospedali, strade, scuole, ecc...) i soldi non ci sono più (salvo osservarli, ovvio, negli annunci e nelle previsioni delle campagne elettorali...).
Il cittadino medio osserva sbigottito che da qualche anno ormai, sta prendendo piede un sistema politico che non si basa più sulla riconoscenza della sovranità popolare (leggi elettorali assurde, governi imposti e non eletti, unioni dei comuni con rappresentanti non eletti direttamente, e in previsione pure un senato di non eletti), che ha un peso enorme nelle scelte che vengono imposte.
Il cittadino medio, osserva, infine, che sono sempre di più la tasse ed imposte che deve pagare, a fronte di tutto ciò.

Insomma, il cittadino medio, è stanco. E' impaurito. E' sconfortato o quantomeno disorientato. Personalmente, ho 42 anni: quando prenderò la pensione? Non mi è dato di saperlo: intanto, però, so quanto sto pagando all'anno per quel miraggio...
Come si fa, pertanto, a sostenere con troppa leggerezza che l'italiano deve essere “solidale” nei confronti dei migranti?
L'italiano, ne sono sicuro, non ce l'ha direttamente con queste persone, però mi pare piuttosto scontato che se la prenda “contro” un sistema che non riesce più a garantire nulla se non questi pseudo diritti di mantenimento sociale (e, attenzione, non solo ai migranti, ma anche a buona parte di noi italiani, dai politici in primis ma non solo...).

E la prima cosa che dovrebbe garantire un Paese, è il diritto al lavoro (non certo ai sussidi, ai contributi, ai rimborsi ecc... solite “manne” italiche su cui troppi ancora contano di campare): oggi lavorare in Italia è diventato difficile.
Ora: i flussi migratori sud-nord o Italia-America erano basati alla ricerca di condizioni di lavoro migliori, oppure alla ricerca di sussidi, mantenimento, benefit ecc...?

Oggi siamo divisi, non sulla solidarietà, bensì su due aspetti: c'è chi si indigna perchè alla fine “noi italiani non riceviamo lo stesso trattamento” (e a questi auguro quanto prima di ripercorrere il flusso migratorio al contrario e di andare in Africa a vivere in condizioni ben peggiori) e chi, invece, “ci sono grosse difficoltà di lavoro e di welfare, come facciamo a mantenere ancora (anche) queste persone, e per quanto le dovremo mantenere?”.

Pertanto, per questo parlare di “solidarietà”, oggi, ha poco senso: la solidarietà sta avvenendo da decenni. Oggi è, invece, un qualcosa di diverso: una parte di popolazione è molto preoccupata. I segnali di ripresa economica stanno solo negli annunci (pre elettorali o pre referendari, non a caso) di Renzi e ministri vari: quotidianamente il riscontro non è così tangibili, anzi.
E riempirsi la bocca di paragoni con il passato e con altri flussi migratori, anche per quanto poi si osserva nel merito di “affari” delle cooperative, di comportamenti mondiali (destabilizzazione della Libia), diventa quanto meno un esercizio di buonismo di basso profilo.

Insomma, ci sono grossi problemi di lavoro, e dall'altro canto, gestione di enormi flussi di denaro che alla fine gravano su troppe poche persone. Fino a quando reggerà questo sistema?

C'è poi, infine, un aspetto non secondario.

I sindaci che non sanno nulla e che vedono imporsi dai prefetti l'arrivo di queste persone, in strutture messe a disposizione da privati.
Di certo, mi suona strano che pure i parlamentari, quali esponenti più vicini a quel governo di cui il Prefetto è un rappresentante diretto sul territorio, siano proprio del tutto all'oscuro... (e non è una polemica: la cosa è grave e preoccupante! Se davvero sono all'oscuro, c'è da porsi qualche domanda in termini di democrazia, e avrebbero dovuto farsi sentire pesantemente, se invece non lo fossero, c'è da porsi qualche domanda sul perchè mentono alla cittadinanza)

Personalmente, ciò che rilevo e trovo ancor più grave, è che il parere del popolo non sia più richiesto né necessario. Tutto viene imposto direttamente dall'alto. Sia la convivenza con i migranti (sulla quale, fine a se stessa, a mio avviso non ci sarebbe nessun problema) sia con i loro benefit (sui quali gli italiani, come detto, hanno avuto modo di avere ampia informazione televisiva e di comprendere come ci sarebbe anche del marcio dietro).
Ma soprattutto, le comunità non si rendono conto che dietro a questo disagio, e dietro all'auspicio che richiama ad una (presunta) solidarietà sociale, la politica nasconde tutti i propri fallimenti: da sindaco mi sarei indignato e avrei lottato (non “contro i migranti” ma “contro il prefetto”) per ribadire il concetto di sovranità popolare. “Devo” ospitarli? Ok, va bene, lasciatemi parlare  PRIMA con i miei concittadini, e assieme DECIDIAMO come, dove e per quanto!
Anche perchè una comunità informata e partecipe è una comunità che trova unità di intenti.
Rabadisco quanto espresso in apertura ove ho citato la definizione di solidarietà: essa è prima di tutto un atteggiamento di benevolenza e comprensione!

La benevolenza, che nella comunità vogognese va sicuramente per la maggiore, è oggi l'unico motivo di positivo comportamento civile: però manca la comprensione, altro sentimento fondamentale, che poteva far gestire meglio tutta questa situazione e quindi farla sfociare in vera solidarietà!
Pertanto, nessuno oggi può dire di essere “solidale”, in quanto manca uno dei requisiti fondamentali! E sfido chiunque a dire di essere "informato" e di avere "capito" la situazione!
E, anche ad averla tardivamente, la comprensione, potrebbe far scattare si il sentimento della solidarietà (con il rischio, che non è da escludere, anche del contrario!), ma di certo, rimane quell'amaro in bocca sul fatto che, nella gestione di questa vicenda, non c'è stato alcun principio democratico e, cosa che a me fa ancora più male, nessun risentimento con volontà di ribadirlo con forza! Non sarebbe servito comunque a nulla? Magari non nella scelta imposta (che credo sarebbe stata tale) ma di certo avrebbe fatto capire alla comunità che è viva e consapevole che, al di sopra dei rappresentanti (eletti o non) ci dovrebbe essere sempre il cittadino e mai il contrario.

Fino a che non capiremo questo, continueremo a subire le scelte dall'alto, arrivando, come oggi, a digerirle attraverso il buonismo o la benevolenza, nel migliore dei casi, ma capo chino e a spirito ferito.

 
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Referendum trivelle. Ebbene?

Post n°614 pubblicato il 18 Aprile 2016 da miglioriamo.vogogna
 

Dopo il "fallimento" del referendum di ieri, rimangono i fantastici strascichi tipici della politica italiana: "Ha vinto Renzi", i "perdenti hanno nomi e cognomi" ecc...ecc...

Ancora una volta il popolo italiano è stato usato (e si è fatto usare) come strumento di lotta politica dei partiti.

Perchè?

Perchè viviamo in una immensa cloaca dalla quale, ogni tanto, ci viene chiesto se vogliamo togliere una palata di fango: e noi su questo ci accaldiamo, di scaldiamo, fino ad arrivare a metterci gli uni contro gli altri.

Poi, vedi privatizzazione della RAI (che non solo non è avvenuta, ma da quest'anno sarà un ulteriore balzello per tutti) o finanziamento pubblico ai partiti, nonostante gli esiti referendari, alla fine la volontà popolare viene mai minimanente presa in considerazione!

Tralasciando, ovviamente, tutte quelle leggi e leggine dove non viene attivato lo strumento abrogativo referendario e a noi non rimane che subicercele tutte nei loro effetti distruttivi (e, sono sul tema europeo, monetario e finanziario, ne troviamo uno dei principali)

Quindi, chi ha vinto e chi ha perso ieri?

Ieri, come l'altro ieri, e come oggi, a perdere è solo il popolo.

Un popolo che non sa (e non vuole?) essere SOVRANO! Come posso incidere sulla vita politica quando un Presidente della Repubblica decide chi deve governare in barba ad ogni minima logica democratica?

Come posso incidere sulla vita politica quando i governi, ripetutamente e quotidianamente, fanno leggi "contro" la volontà popolare, e poi, ogni tanto, chiedono se abrogare un piccolo articolo di una sola di esse?

Ci sono strumenti chiari che indicano cosa sia la Sovranità Popolare e come la si può esercitare!

"La “sovranità”, in quanto potere di fare o di legittimare le leggi che riguardano tutti, appartiene al Popolo e non può essere alienata, limitata, violata o disattesa dai rappresentanti eletti nelle istituzioni. Gli aventi diritto al voto possono delegare la parte minore della loro sovranità ai rappresentanti, ma devono sempre restare liberi di modificare le regole della delega e di revocare il mandato."

Ieri (intendendo il 17 aprile, o i 70 anni di Repubblica italiana, fate voi), abbiamo avuto il potere di "fare" le leggi?
Abbiamo avuto il potere di mandare a casa chi ha violato o disatteso la nostra volontà popolare?
Abbiamo avuto (e, soprattutto, abbiamo voluto) la possibilità di delegare la parte minore della nostra sovranità ai rappresentanti, di modificare le regole della delega?

NO.

Abbiamo partecipato al voto, convinti che esso fosse uno strumento democratico: e intanto i partiti ci hanno addirittura messo dei nomi a scatola chiusa, senza la possibilità di scegliere un individuo a nostro rappresentante. Voti la lista, Ti prendi chi in essa è inserito (e quindi, condannati, inapaci, burattini, affaristi?)

Se oggi capissimo che ieri non ha "vinto Renzi", ma nemmeno ha perso il popolo (se non, per il semplice fatto che aveva già perso prima e sta perdendo da lungo tempo...), oggi potremmo calvalcare l'onda di chi ci ha creduto, di chi si è attivato, di chi oggi è indignato, per poterlo inserire in una lotta che arrivi a sancire una vera Sovranità Popolare!!

E invece no.

Chi sa che lo strumento referendario può essere inserito negli statuti comunali? (Chi sa cos'è lo Statuto Comunale...verrebbe da chiedersi, prima). Chi sa che potrebbe incidere da subito partecipando attivamente nel proprio comune?
In pochi, davvero in pochi. Troppo pochi!

Vi do un consiglio, leggete qui http://sovranidade.org/?p=4441. Ma trovate in rete altra documentazione e su Facebook, l'Amico Paolo Bonacchi, uno dei principali sostenitori ed esperti di questa lotta per la sovranità!

Anzitutto: se vogliamo essere un popolo che decide e incide, dobbiamo attivarci proprio laddove possiamo incidere direttamente. Ovvero, nei comuni! Fare aggiornare gli statuti e iniziare ad insteressarci attivamente!!

Se non iniziamo dai comuni, come possiamo pensare di incidere qualcosa contro i governi di turno?

Nei bar, per le strade, con gli amici, sento più parlare di Renzi che di quello che avviene nei nostri comuni. Come possiamo pensare di incidere?

Necessiterebbe un cambio di visione politica. Partendo dal basso per arrivare in alto.

Lottare per ottenere uno strumento referendario pieno, quindi che dia la possibilità al popolo di decidere COSA e COME vuole, relegando ai rappresentanti solo l'obbligo di eseguire, e non di decidere su tutto (e spesso anche contro gli esiti referendari...).

Capire che non è uno strumento referendario abrogativo, su di una infinitesimale parte, poi, di tutta quella vita politica che sta facendo di tutto tranne i nostri interessi, che potrà migliorare la nostra vita.

Capire che non è con la partecipazione al voto di questo strumento referendario che dimostriamo senso civico e facciamo valere i nostri diritti (anzi, non viene in mente di pensare che possa essere esattamente il contrario?).

La Sovranità Popolare è tutt'altra cosa. La lotta politica la si fa quotidianamente e partecipando attivamente, senza delegare, senza timori riverenziali nei confronti di chi sta più in "alto", ma soprattutto senza accettare passivamente gli attuali strumenti che ci sono  lasciati in mano.
"Se con il voto avessimo la possibilità di incidere, ce lo lascerebbero fare?". E' sicuro: no!

Personalmente ho già provato nel recente passato, anche con alcuni amici di varie parti d'Italia, ad iniziare un percorso per riuscire ad arrivare ad ottenere la Sovranità Popolare, sia nel mio comune sia a livello nazionale: ho e abbiamo riscontrato che i tempi non sono maturi. Che le persone si fanno prendere e coinvolgere dalla lotta politica in corso, senza capire che basterebbe fare un passo di lato e si otterrebbero moltissime cose.

Agli amici che leggono queste due righe (che non vogliono essere null'altro che la base di un ragionamento), ribadisco la disponibilità personale ad intraprendere un percorso che, partendo dai Comuni, arrivi a sancire la Sovranità Popolare vera.

Invito chi ha avuto la pazienza di leggermi, ad approfondire le letture sulla Sovranità Popolare.

Strumenti, esistenti, che permetterebbero al popolo di cambiare le cose in pochissmo tempo:  la cosa difficile è però che buona parte di noi preferirà, ancora, delegare ai rappresentanti, rimanendo, fino alla prossima volta, chiuso nel proprio orticello, salvo poi indignarsi se le cose non andranno come vogliamo.

Sono solo 70 anni che funziona così: e ancora siamo lontani dall'imparare!

E poi, sempre attenti a non urtare la sensibilità del politico di turno: teniamo famiglia...
 
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Una delega in bianco

Post n°613 pubblicato il 31 Marzo 2016 da miglioriamo.vogogna
 

Grazie alla amicizia ed alla collaborazione con Agostino Roncallo, ho avuto l'opportunità, negli scorsi mesi, di partecipare con un mio racconto alla scrittura di un libro riguardante "I mestieri" che è ormai prossimo all'uscita.

Il mio racconto si chiama "Una delega in bianco", e sotto riporto un estratto che rappresenta un po' il sunto del mio pensiero e della mia esperienza.

Ringrazio ancora l'Amico Agostino per l'opportunità, che mi ha regalato davvero una bella esperienza.

UNA DELEGA IN BIANCO (estratto)

 

"Una situazione simbolica del primo mandato che ricordo riguarda alcune persone che mi dichiararono di essere entrate in Consiglio Comunale per “aggiustare due cosette personali”. Oggi ho due figli, piccolissimi. E ho una triste consapevolezza che il loro futuro non potrà essere garante di quella libertà di scelta, e di qualità della vita, che invece hanno avuto persone che hanno deciso o decideranno ancora della loro vita. Ho sempre inteso, e sempre intenderò la politica come quell’attività svolta da un insieme di persone (mai un singolo!) che, mettendo da parte ogni interesse personale, diventino capaci di impostare ogni azione sapendo guardare con umiltà e lungimiranza al futuro. Anche e soprattutto a quel futuro che vada ben oltre i canonici cinque anni di mandato elettorale. La mia idea è molto semplice: la famiglia è la prima cellula, il primo nucleo di una comunità. Solo un insieme di famiglie sane, felici, è indice di una comunità sana e felice. Pertanto, se io, padre di famiglia, facessi il mio interesse personale “aggiustando solo le mie cosette”, senza pensare al futuro dei miei figli, o comunque solo pensando al futuro della mia famiglia, senza essere il quotidiano garante del loro autonomo diritto di crescita e di vita (e della qualità della vita della mia famiglia vista però anche nell’insieme di quelle che compongono la mia comunità) come potrei pretendere che questo Paese possa avere un futuro?

 

L’obbligo morale di un politico, è quello di lavorare con e nell’interesse di tutti, garantendo i diritti e sviluppando le occasioni. Questo mio modo semplice di ragionare, che a livello teorico ha sempre trovato consenso (“Hai ragione”, “Ben detto”, “Pensiero nobile”), nella quasi totalità delle persone, all’atto pratico ha trovato spesso (e trova ancor oggi) una forte chiusura."

 
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Ai correntisti della Veneto Banca

Post n°612 pubblicato il 06 Agosto 2015 da miglioriamo.vogogna
 

Come credo ormai tutti sapranno, è prossima la chiusura della filiale vogognese della Veneto Banca (Ex Banca Popolare di Intra)

Tutti i conti saranno automaticamente trasferiti a Pieve Vergonte oppure, su indicazione del titolare del conto corrente, su altra filiale della Veneto Banca.

Personalmente, nell'ambito del traferimento dei conti correnti gestiti dal sottoscritto, ho chiesto alla responsabile se a Vogogna sarà mantenuto almeno il servizio Bancomat (un po' come avveniva a Piedimulera prima del tentato furto di qualche anno fa).

La cosa non è, però, nè automatica nè garantita: personalmente suggerirei a tutti gli interessati (ed a Vogogna o anche a Premosello credo ve ne siano parecchi) di inviare una email alla propria filiale di riferimento, chiedendo di mantenere tale servizio.

Con una richiesta piuttosto estesa, vi sarà qualche possibilità in più.

 
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Il silenzio è d'oro

Post n°611 pubblicato il 11 Maggio 2015 da miglioriamo.vogogna
 
Foto di miglioriamo.vogogna

Da un po' di tempo ho smesso di scrivere sul Blog, e non è mancato qualche amico che mi ha chiesto il perchè, oppure che ha osservato come non sia giusto che io all'improvviso abbia smesso di scrivere.

Questo Blog è nato per supportare la mia attività di consigliere che si è chiusa lo scorso anno, prima di tutto: da allora ho ritenuto di sospendere anche la mia parallela attività di "critica" sull'operato politico amministrativo locale.

Per questo motivo ho smesso di scrivere. Non perchè io "me ne freghi", oppure sia rimasto male dell'andamento delle elezioni, oppure per altri motivi che mi sono stati riferiti.

Onestamente, ho sentito - e sento - solo la necessità di stare in silenzio.

Oggi viviamo in un sistema ove, grazie ad internet ed ai social network, è diventato facile per chiunque scrivere qualcosa, esternare il proprio pensiero, pubblicare le proprie opinioni, i propri giudizi, la propria critica. Anche e soprattutto quando non sono richieste.

Insomma: è facile "dire". Un po'  meno "fare". E' diventato forse ancora più difficile "ascoltare".

Se ho fatto un errore, ad esempio con questo Blog (e con la mia attività politica, in passato) è proprio stato quello di non "ascoltare" a sufficienza: è quello che oggi intendo fare.

Un errore che mi hanno anche rinfacciato in passato (...e mentre me lo rinfacciavano, mi parlavano "sopra"...).

E' l'errore principe di quella politica che tanto ho condannato e alla quale ho cercato, nel mio piccolo, di trovare un alternativa: parlare, imporsi, "farsi vedere". Quella politica che ha sempre un sacco di cose da dire, da fare, da proporre, da discutere, ma che poi, alla fine, non fa nulla...

Da critiche e da osservazioni, ho sentito questa necessità, ho capito che non tutto e per forza deve essere legato alla parola: non "vomitare" tutto su internet (troppo facile), bensì ascoltare, rimanendo in silenzio. Aiuta a riflettere.

Stare in silenzio è il cardine fondamentale del saper ascoltare: onestamente, non sono capace sia a parlare che ad ascoltare. Perchè quando parlo, alla fine, tolgo il tempo all'interlocutore. E se colui che ho di fronte (singolo o massa che sia) ascolta me, di sicuro perde molto di ciò che ha da dire. Quindi, parlando lo sminuisco. Se poi parlo addirittura troppo...

Oggi preferisco osservare, ascoltare e, soprattutto, non esternare opinioni. O, comunque, mi sforzo il più possibile per non farlo.

Mi serve per prendere fiato. Per prendere consapevolezza di ciò che mi ruota attorno. Per capire, sempre di più, anche il significato di quei "rumori di fondo" o di quelle voci che, spesso, quando si è presi dal voler dire qualcosa a tutti i costi, non si sentono. E quindi non si capiscono.

Questo serve a realizzare come non sia facile tacere, in particolare quando ascolti opinioni diverse dalle tue.

Perchè nel silenzio si ritrovano spazi e dimensioni nuovi, molto spesso anche difficili: non è facile stare composti e zitti di fronte a molte situazioni di vita. Soprattutto per persone come me, abituate comunque a dire la propria in ogni circostanza.

E dato che c'è da imparare dal silenzio, esso mi serve per imparare a migliorare.

E su questa strada vorrei continuare. Osservare ed ascoltare. In silenzio.

C'è sempre tempo per parlare, e, soprattutto per chi parla troppo, sempre di meno per imparare ad ascoltare (questo è l'insegnamento principe che mi hanno dato 15 anni di politica e di esperienza "sociale").

Ci sono bellissimi aforismi che mi affascinano, in proposito, e mi fanno riflettere:

Parlare bene ed eloquentemente è una gran bella arte, ma è parimenti grande quella di conoscere il momento giusto in cui smettere.
(Wolfgang Amadeus Mozart)

Guarda come la natura – gli alberi, i fiori, l’erba – cresce in silenzio; guarda le stelle, la luna, il sole muoversi in silenzio… Abbiamo bisogno di silenzio per riuscire a toccare le anime.
(Madre Teresa di Calcutta)

Il silenzio è attento a ogni suono e, appena lo ascolta, lo sottolinea
(Lorenzo Olivan)

Impara a metterti in contatto con il silenzio dentro di te e scoprirai che tutto in questa vita ha uno scopo.
(Elisabeth Kubler-Ross)

È silenzioso non chi ha le labbra cucite ma colui che, potendo parlare, non proferisce alcuna parola inutile.
(Mahatma Gandhi)

Parla soltanto quando sei sicuro che quello che dirai è più bello del silenzio.
(Anonimo)

In un atteggiamento di silenzio l’anima trova il percorso in una luce più chiara, e ciò che è sfuggente e ingannevole si risolve in un cristallo di chiarezza.
(Gandhi)

 

 

 
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