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Post n°448 pubblicato il 09 Agosto 2012 da issi85
di Stefano Pisani
L’Italia, con i suoi oltre ottomila chilometri di costa, è circondata da una gigantesca fonte di energia rinnovabile: il mare. Un’energia, quella talassica, di cui si sente parlare meno delle più celebri energie del sole e del vento, ma che potrebbe risultare fondamentale ora che il paese sembra aver intrapreso un cammino verso le fonti alternative. E la possibilità di produrre energia elettrica da onde e correnti marine non è ferma solo a livello teorico: gli studi intrapresi finora stanno infatti cominciando a portare oggi i loro frutti, con una serie di brevetti italiani legati a tecnologie che sono in una fase spinta della sperimentazione, quando non già effettivamente messe in opera.
A metà giugno l’Enea (Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente) ha organizzato a Roma un workshop dedicato proprio alle “Prospettive di sviluppo dell’energia dal mare per la produzione elettrica in Italia”, durante il quale i maggiori studiosi nazionali del settore hanno presentato le loro proposte per sfruttare questa immensa energia che avvolge l’Italia e che è equivalente «a quella di sei centrali nucleari come i modelli di centrali Epr da 1.600 Megawatt che si sarebbero dovute costruire qui e che sono state respinte dal referendum» ha spiegato l’oceanologo Marco Marcelli, fondatore del Laboratory of Experimental Oceanology and Marine Ecology e docente all’Università della Tuscia.
Uno dei mari più “generosi” sotto questo aspetto è il mar Tirreno. E’ infatti a Formia che verrà prossimamente installato il sistema Rewec 3, progettato e realizzato dal Natural Ocean Engineering Laboratory (Noel), dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Si tratta di un dispositivo che si innesta all’interno di una normale diga foranea e sfrutta l’energia delle onde attraverso un sistema di camere che comprimono o espandono l’aria in esse contenute per effetto del moto ondoso e quindi fanno azionare delle turbine che, a loro volta, producono energia elettrica.
«Il progetto pilota – spiega Felice Arena, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, intervenuto al workshop – dovrebbe essere pronto in un paio di anni nella diga foranea della Marina di Cicerone. Dai nostri calcoli abbiamo stimato che un chilometro di installazioni di questo tipo, per esempio lungo la nuova diga foranea di Genova potrebbero produrre circa 8.000 Megawattora ogni anno».
Ma è anche intorno alla Sicilia, e allo Stretto di Messina in particolare, che onde e correnti sono in grado di fornire grandi scorte di energia. Si calcola infatti che dal potenziale delle correnti marine dello Stretto di Messina si potrebbe produrre energia elettrica equivalente al fabbisogno di una città di due milioni di abitanti. Dal 2001, a Messina è stato varato l’impianto Enermar, basato sulla turbina Kobold, nato per lo sfruttamento delle correnti. Kobold (che è attualmente ancorata al largo di Ganzirri, parte nord dello Stretto di Messina, a circa 150 metri dalla costa siciliana) è una turbina idraulica ad asse verticale con pale liberamente oscillanti, brevettata dalla società Ponte di Archimede e sviluppata con la collaborazione del Dipartimento di Progettazione Aeronautica dell’Università di Napoli Federico II. Il sistema produce energia elettrica dalla rotazione della turbina che viene mossa dal mare e dal 2006 è collegato alla rete elettrica nazionale. L’impianto ha una potenza nominale di circa 80 kW con una corrente marina che tocca la velocità di 3 m/s, ma al momento produce circa 25 kW di potenza massima in quanto il punto in cui è installato non è raggiunto dalle correnti più elevate. Si tratta comunque di un progetto di successo che La Ponte di Archimede è riuscita anche a esportare: un secondo impianto di questo tipo sarà infatti installato in autunno in Indonesia e darà energia a un piccolo villaggio nell’isola di Lombok, ad est dell’isola di Bali, finora privo di corrente elettrica.
Se lo Stretto di Messina è così prodigo di energia, è il mare di Sardegna ad avere il maggiore potenziale energetico (Guarda la mappa su www.marescienza.it) fra i mari italiani. In particolare, la costa occidentale sarda e Alghero, dove non a caso è installato in prova il sistema ISWEC (Inertial Sea Wave Energy Converter), progettato dal Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Torino. Si tratta di un dispositivo di tipo galleggiante che utilizza l’inclinazione del fianco dell’onda per produrre energia elettrica. L’onda che lo investe induce un moto di beccheggio e in questo modo si crea una oscillazione da cui un generatore elettrico opportunamente controllato estrae energia. Una delle caratteristiche del sistema è che esso è “tarato” proprio per il mar Mediterraneo e, in generale, per tutti i mari chiusi. Gli oceani, infatti, hanno solitamente onde che sono molto diverse da quelle del nostro mar Mediterraneo. Sono infatti onde molto alte e molto potenti e i dispositivi che convertono la loro energia in energia elettrica sfruttano proprio queste caratteristiche. Ma sono inadatti per mari come il Mediterraneo, in cui il parametro più rilevante non è l’altezza dell’onda, ma la frequenza delle onde. Il sistema ISWEC sfrutta appunto questo aspetto, riuscendo ad estrarre energia dal moto ondoso in modo proporzionale al quadrato della frequenza delle onde incidenti. Attualmente, il sistema è in prova in tre località: oltre ad Alghero, appunto, anche a La Spezia e Pantelleria, ed è riuscito a fornire una media di 2600 Megawattora all’anno.
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Post n°447 pubblicato il 09 Agosto 2012 da issi85
Un nuovo gene responsabile della malattia di Parkinson è stato scoperto in Sardegna. E' il risultato di uno studio coordinato dalla Neurologia dell'azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari
CAGLIARI. Un nuovo gene responsabile della malattia di Parkinson è stato scoperto in Sardegna. Uno studio, coordinato dalla Neurologia dell'ospedale Brotzu di Cagliari, diretta da Maurizio Melis, e a cui hanno partecipato neurologi dell'ospedale San Francesco di Nuoro, in collaborazione con i neurogenetisti del Dipartimento di Genetica Clinica dell'Erasmus di Rotterdam, ha permesso di scoprire un nuovo gene responsabile della patologia neurodegenerativa che colpisce, in Italia, 200.000 persone, di cui 10.000 sotto i 40 anni.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Neurogenetics, ruota attorno a un gene, il "Tardbp", che codifica la TDP-43 (transactive response - Tar - DNAbinding protein-43). Questa proteina mutata rappresentava, sino a oggi, la principale componente delle lesioni istopatologiche in malattie neurodegenerative, come la Frontotemporal lobar degeneration (Ftld) e la sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Inclusioni contenenti la TDP-43 erano state riscontrate in associazione ai Corpi di Lewy, in studi autoptici su cervelli di pazienti affetti da varie forme di parkinsonismi.
La Sardegna, con il suo corredo genetico, è apparsa lo scenario ideale per la ricerca di una disfunzione del gene in pazienti col Parkinson e in altre persone portatrici di mutazioni genetiche del Tardbp e affetti da patologie neurodegenerative, come la Sla. Il lavoro è stato condotto su 327 pazienti con malattia di Parkinson (88 casi familiari, 239 sporadici) e 578 controlli sempre di origine sarda, ed è stato possibile grazie a una banca dati del Dna, nata nel 2005 al Centro Parkinson dell'ospedale Brotzu, responsabile il dottor Giovanni Cossu con la collaborazione della dottoressa Daniela Murgia, e che oggi può contare su quasi 1.000 campioni.
La mutazione è riscontrata in una proporzione significativa di pazienti (otto casi). I risultati oltre a indicare che, ad oggi, la mutazione Tardbp rappresenta il più frequente singolo fattore di rischio genetico per il Parkinson nei sardi, supportano l'ipotesi che patologie apparentemente dissimili potrebbero rappresentare diverse facce di un unico spettro clinico.
24 giugno 2011
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Post n°446 pubblicato il 09 Agosto 2012 da issi85
di Vito Laudadio e Andrea Postiglione
Dopo la rivoltra dei giorni scorsi, arriva la collaborazione dei napoletani che si sono imposti una rigida autoregolamentazione. Via i cassonetti: i rifiuti in strada si portano al passaggio del camioncino dell’Asia, la municipalizzata del Comune incaricata della raccolta della monnezza Dopo la clamorosa protesta, arriva la collaborazione dei cittadini napoletani. Proprio dai Quartieri spagnoli, il dedalo di vicoli che affacciano su Piazza del Plebiscito, da dove nei giorni scorsi era partita la rivolta più dura. Armati di mascherine e tute bianche, i cittadini esasperati dai miasmi avevano trascinato cassonetti colmi e sacchetti abbandonati giù fino a via Toledo, la strada dello shopping. Immagini che hanno fatto il giro dei siti internet di tutto il mondo. La notte scorsa, la scena è stata di tutt’altro tenore. I cittadini del popolare quartiere del centro storico della città, si sono imposti una rigida autoregolamentazione: via i cassonetti, i rifiuti in strada si portano al passaggio del camioncino dell’Asia, la municipalizzata del Comune incaricata della raccolta di rifiuti. Così, all’arrivo del mezzo, il caratteristico passaparola delle massaie per ritirare dentro i panni stesi in caso di pioggia si è trasformato in segnale per portar giù la spazzatura. Per molti, è il segnale di nuovo risveglio del senso civico di una parte della città. Ma è ancora presto per parlare di svolta.
Nella notte, in altri quarteri, non sono mancati momenti di tensione e di protesta. Il cliché resta sempre lo stesso: cassonetti ribaltati, strade invase dai sacchetti, traffico bloccato. Gli incendi di cumuli di spazzatura sono stati oltre 40 ieri, poco meno della notte precedente (Leggi la cronaca di ieri). “È evidente che c’è una strategia dietro ai roghi e ai blocchi stradali” ha dichiarato questa mattina il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. “Qualunque cittadino – ha proseguito – sa che l’incendio di un cassonetto causa diossina e che i rifiuti incendiati diventano speciali e occorrono giorni per rimuoverli”. Un disegno preciso, messo in atto, secondo l’ex pm, “quando noi dal Comune abbiamo emanato quattro ordinanze, avviando una rivoluzione”.
Sul fronte della raccolta, intanto, alle venti di ieri sera, i mezzi dell’Asia, scortati dalle pattuglie della Polizia municipale, erano riusciti a togliere dalle strade quasi 1800 tonnellate di munnezza, sfruttando i siti di stoccaggio temporaneo individuati dal Comune e tenuti top-secret per evitare blocchi. La produzione quotidiana riesce ad essere smaltita tutta, la giacenza cala di circa il 10 per cento ogni giorno. Di questo passo, ci vorranno ancora una decina di giorni prima della fine di questa crisi, la più brutta dal 2008 a oggi. Ma Luigi De Magistris non vuol parlar più di scadenze. Dopo lo scivolone mediatico con la promessa di ripulire Napoli in 5 giorni il sindaco misura le sue parole: “Le tonnellate in strada, anche se lentamente, stanno scendendo, ce ne sono 100 in meno al giorno – ha dichiarato in un’intervista al Mattino di Napoli – Dico che stiamo uscendo dal tunnel, non dirò mai quanti giorni ci vogliono, i napoletani devono stare tranquilli non saranno mai soli, ci sono io. Il sindaco ha vinto per cambiare questa città e questa città sarà cambiata”.
Ottimismo distillato anche questa mattina, a margine di un incontro pubblico, specie dopo l’incontro istituzionale di ieri a Roma, con il ministro Prestigiacomo, dove l’ex pm ha avuto le garanzie che chiedeva: no allo stato di emergenza, impegno del Governo per garantire lo smaltimento fuori regione fino a quando la Provincia di Napoli non allestirà una nuova discarica. Ma se De Magistris dice ai napoletani di stare tranquilli che “Roma ci vuole bene” – più con un occhio rivolto al Capo dello Stato, in verità, che al governo – un ostacolo sull’uscita dal tunnel viene dalla Lega, che minaccia di non votare il decreto-rifiuti.
Lo scontro nel governo è andato avanti fino a notte fonda, con Berlusconi messo in un angolo dagli alleati leghisti. “La responsabilità, ora più che mai, pesa sulle spalle del premier – dice de Magistris – La disponibilità delle altre Regioni a prendere rifiuti c’è, spetta a Berlusconi fare il decreto sbloccaflussi ed evitare rischi per la salute dei napoletani”. Così, quel Governo che sui rifiuti di Napoli aveva raccolto il massimo del gradimento, rischia di rimanere seppellito sotto una valanga di munnezza. Per sempre.
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Post n°445 pubblicato il 09 Agosto 2012 da issi85
di ALBERTO CUSTODERO, ENRICO DEL MERCATO Si chiamano Forza Italia, Alleanza nazionale, Democratici di sinistra, Margherita, Nuova Sicilia... Molti sono stati sciolti, altri bocciati dagli elettori, eppure continuano a incassare nel quinquennio di una legislatura una cifra molto alta soprattutto rispetto alle spese documentate. Per quale meccanismo
ROMA - Di alcuni non è rimasto che il simbolo, assemblee di ex che vengono convocate di tanto in tanto e, forse, il ricordo di qualche elettore nostalgico. Altri, invece, hanno sedi, strutture, impiegati ma da anni non hanno nessun rappresentante in parlamento. Eppure, i "partiti fantasma" continuano ad incassare soldi dallo Stato. L'ultima rata, relativa ai rimborsi per le elezioni regionali del 2007 in Molise, arriverà prima della fine di quest'anno. E così, la cifra incamerata dai partiti che non ci sono più, toccherà la vertiginosa quota di 500 milioni di euro nell'arco del quinquennio 2006-2011. Spicciolo più, spicciolo meno.
Per intendersi, è una somma pari allo stanziamento annuo del governo per Roma capitale, quella che è finita in questi anni nella pancia di sigle che si supponevano scomparse dalla scena della politica, come Forza Italia, Alleanza nazionale, Democratici di Sinistra, Margherita, oppure di partiti che gli elettori hanno cancellato dal parlamento e che sono stati smontati e rimontati da scissioni e nuove aggregazioni come Rifondazione comunista, i Verdi, perfino l'Udeur di Mastella o un partito personale come "Nuova Sicilia", il cui dominus è Bartolo Pellegrino - un ex deputato dell'assemblea regionale siciliana recentemente assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa - che fino allo scorso anno ha percepito circa centomila euro di rimborso elettorale.
Nulla, se confrontato a quanto ha potuto iscrivere nei propri bilanci il più ricco dei "partiti fantasma", Forza Italia. Quella che fu la creatura di Silvio Berlusconi, nata nel 1994 per accompagnare la discesa in campo del Cavaliere e sacrificata nel 2007 sull'altare del bipartitismo per fare posto al Pdl, ha continuato ad incamerare i rimborsi elettorali fino ad arrivare, nel 2010, alla cifra monstre di 96 milioni di euro. Più sotto, in questa classifica, quelli che furono i Democratici di sinistra che hanno potuto iscrivere in bilancio 74 milioni di euro e spiccioli. Soldi che - per ammissione del tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti - sono stati rapidamente pignorati dalle banche e adoperati per chiudere la partita dei debiti ereditata dal vecchio Pci.
Alla Margherita, altro partito formalmente cancellato, è andata meglio. I 42 milioni di euro di rimborsi incassati, malgrado la scomparsa dalla scena politica, sono tutti lì. E, anzi, intorno a quella eredità sta per accendersi una disputa alla quale partecipano pure parlamentari che, nel frattempo, hanno preso differenti direzioni, accasandosi in altri partiti o inaugurandone di nuovi. Ma come è stato possibile che partiti scomparsi dalla scena o bocciati dagli elettori abbiano continuato ad incassare soldi pubblici a titolo di rimborso elettorale? Quanto hanno pesato i rimborsi ai "partiti fantasma" sulle tasche dei cittadini? E, soprattutto, che fine hanno fatto quei soldi?
http://inchieste.repubblica.it/
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Post n°444 pubblicato il 05 Novembre 2011 da issi85
http://www.lettera43.it/articolo/4368/la-shoah-diventa-gioco.htm
di Federica Zoja Non cessano le polemiche divampate intorno al videogame sull'Olocausto realizzato da un programmatore israeliano e messo sul mercato la seconda settimana di dicembre. Per la verità, il suo autore (di cui non è noto il nome neanche agli utenti più esperti, a quanto si evince da una ricerca nel mondo dei blog specializzati in games 3D), se non si fosse occupato di Shoah e non avesse ambientato il suo gioco nel campo di concentramento di Auschwitz, non avrebbe avuto neanche un'ora di notorietà visto che, secondo gli esperti, è anche poco curato nella grafica. La Lega anti-diffamazione (Adl), associazione che ha per fine la difesa degli ebrei nel mondo, ha definito il gioco, intitolato Sonderkommando revolt, «orribile e inopportuno», e ha minacciato di azioni legali gli autori, sostenendo che «L'Olocausto dovrebbe essere un argomento off-limit per i videogame». E come dare torto all'associazione, visto che nell'anteprima si vede un cane da guardia nazista accanirsi sul corpo di un prigioniero, presumibilmente ebreo?
Il precedente americano di Train Eppure non si tratta della prima volta che l'industria del divertimento prende di mira uno degli argomenti tabù per l'ironia mondiale. All'inizio del 2010, una designer americana di fama come Brenda Brathwaite è incappata in una gaffe internazionale realizzando Train. Ed ecco la sorpresa per gli acquirenti: il giocatore può avere a disposizione vagoni dal nome esplicito di Dachau. Brathwaite non si è fatta intimidire dalle critiche e ha spiegato con chiarezza i propri intenti: «Volevo vedere se è possibile utilizzare i meccanismi dei videogiochi per spiegare soggetti complessi. Ogni singola atrocità, ogni migrazione di popoli hanno alle loro spalle un sistema e se lo si riesce a individuare, si possono trasformare in giochi».
Ma non è tutto. La designer americana non ha mai nascosto il simbolismo della propria creatura, evidente fin dalla copertina: finestre dai vetri spaccati, vagoni merci, binari del treno che puntano verso l'ingresso di un campo di lavoro, pedine vestite da prigionieri con tanto di numero di matricola. E il vincitore è colui che riesce a mandare più prigionieri possibili al campo di lavoro, un obiettivo finale se non altro discutibile. Eppure l'autrice si è ostinata a ripetere che per vincere i giocatori sono «costretti a condividere con gli altri, in un clima di complicità, le regole del sistema. E quindi sviluppano la consapevolezza delle loro responsabilità». Per Sonderkommando revolt, lo sfondo storico è quello di una vera sollevazione dei prigionieri di Auschwitz nell'ottobre del 1944, mentre il design è lo stesso di Wolfenstein 3D, un gioco del 1992 in cui il protagonista uccideva soldati e ufficiali nazisti, attentando anche alla vita di Adolf Hitler. Nel mirino anche Bastardi senza Gloria "Bastardi senza gloria", discussa pellicola di Quentin Tarantino del 2009, che affronta in modo dissacrante Olocausto e Nazismo. Prima dei suddetti videogiochi, è bene ricordare un precedente tentativo del 2008 della casa Alten8, dal titolo L'immaginazione è l'unica via di fuga. Il suo ideatore, un 21enne britannico di nome Luc Bernard, sosteneva che quello potesse essere il modo giusto per insegnare ai ragazzini la storia. Ma le critiche furono così accese, e alimentate da scene in cui bambini venivano torturati da aguzzini nazisti, che alla fine il produttore giapponese Nintendo, che aveva mostrato interesse, rifiutò di distribuire il gioco negli Stati Uniti e in Europa. Nel caso di tutti e tre i giochi citati, le accuse della Adl sembrano avere un fondamento, ma per capire l'attualità del dibattito e le ragioni della parte avversa è necessario ricordare che anche l'ultima pellicola di Quentin Tarantino, Bastardi senza gloria (2009), è stata bersaglio di attacchi feroci da parte dell'associazione in quanto «provocatoria» nel suo modo dissacrante di affrontare un periodo storico doloroso. A dimostrazione della delicatezza dell'argomento e della difficoltà di affrontarlo a distanza di 60 anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale.
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il 27/04/2013 alle 14:46
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