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Un viaggio in Taxi

Post n°164 pubblicato il 23 Giugno 2008 da liena67
 



Era il 15 marzo di quest'anno, il 2008 per esser precisi. Napoli si mostrò ai miei occhi quella sera come non l’avevo mai vista in quei primi 23 anni della mia vita in cui ci avevo vissuto. Certamente l’essermi allontanata da quella città e da quel popolo, da oramai quasi 20 anni, mi ha impedito di vedere ciò che piano è andato cambiando. Eppure ad occhi estranei potrebbe sembrare che nulla, ancora oggi, sia realmente diverso. Sempre gli stessi problemi. Sempre gli stessi uomini imbrigliati in affari poco trasparenti e soprattutto poco leciti, mentre fingono di guidare la città per il bene di tutti. Niente di nuovo sotto questo sole insomma.
Ma il 15 marzo del 2008 qualcosa cambiò, o quantomeno si mostrò diverso ai miei occhi.
Tutto ebbe inizio però a Gennaio a Roma, quando alla prima presentazione del mio libro una donna, decisamente in gamba, mi propose di presentare il mio primo romanzo anche a Napoli, presso la libreria delle donne Evaluna. Non che non ci avessi pensato, ma le mie conoscenze in quella città, oramai ridotte alla famiglia o poco più, non erano più tali da darmi questa possibilità. Il caso però volle che Lucia fosse presente a Roma quella sera. Il caso ancora volle che fosse di Napoli e che la sua associazione Le Maree fosse interessata a presentare il mio romanzo. Ecco quindi che il 15 Marzo 2008 presi un aereo da Milano la mattina per tornare nella mia città natale. Una terra, quella di Napoli, che non riesci a non amare anche quando finisci per odiarla.
Mia madre decise di farsi venire un febbrone a 40.
Si, esattamente quella settimana era a letto debilitata dall’influenza. Fu per questo che letteralmente costrinse mia sorella ad accompagnarmi la sera <<
per presenziare al posto mio>>, mi disse tra un colpo di tosse e un altro. Giuro che provai a farla desistere ma non ci fu verso <<qualcuno della famiglia deve essere presente>> e così fu. Non che mi dispiacesse l’idea che mia sorella venisse con me, ma temevo in fondo al mio cuore che le tematiche trattate dal libro o l’ambiente che avremmo trovato potessero metterla a disagio. Che stupidaggine vero? Anzi no, che fesseria proprio. Come potevo credere che mia sorella potesse non gradire lo stare tra tante donne lesbiche, quando mai neanche una volta ha pensato o agito in modo che io potessi temerlo? Ha accolto la mia compagna come, giustamente, una di famiglia. Non bastava questo? Forse è per la sua Fede. Lei unica in famiglia a credere e praticare una religione, quella cattolica, le cui gerarchie non sempre, anzi diciamo pure quasi mai, hanno parole benevole nei confronti di gay e lesbiche. Eppure avrei dovuto sapere che essere credenti non necessariamente comporta il credere anche pedissequamente a ciò che le gerarchie cattoliche predicano e impongono. Ecco quindi che ancora il caso, se caso si può chiamare, mi portò quella sera a scendere dal Vomero verso la Napoli centro dove si trovava la libreria. Niente auto figuriamoci. Troppo abituata oramai, da quando vivo a Milano, ad andare in giro solo in bici moto o mezzi pubblici.
O metro o morte! Meglio la metro quindi.
Ore 21.00 iniziò la presentazione
Ore 23.00 la presentazione ebbe fine. Il dibattito, nato dopo la lettura di alcuni brani, fu interessante e coinvolgente e tutto, insomma, andò per il meglio. Quanta bella Napoli vista in quella piazzetta, l’antica Piazza Bellini dietro Porta Capuana. Una Napoli intellettualmente vivace e presente a se stessa. Una Napoli che ha voglia di uscir fuori dall’abbandono totale delle istituzioni e rimboccarsi le maniche per ricordare al mondo intero che neanche le montagne di spazzatura possono seppellire la sua anima.
Ore 23.30 io mia sorella e il mio perenne amico Antonio decidemmo di fermarci a mangiare qualcosa in un bar per poi prendere un taxi e tornare alle nostre rispettive case. Ancora oggi ricordo il sapore forte e delicato allo stesso tempo di quel babà, sommerso da una montagna di panna densa e gustosa e da frutti di bosco che sembravano appena colti.
Ore 24.00 cercammo disperatamente un taxi. Beh non si può certo pretendere che di sabato sera i taxi siano lì a mezzanotte ad aspettare te che arrivi. Neanche uno all’orizzonte. Del resto l’area riservata a parcheggio di taxi era seppellita da macerie per lavori in corso. La nuova area adibita a parcheggio taxi era invece seppellita da auto, moto furgoni e quant’altro. L’unica soluzione fu quella di incamminarci a piedi nella speranza di prenderne uno al volo, nel fiume di macchine che anche a quell’ora invadevano le strade del centro. Eccolo, un taxi libero ci vide e con una manovra alquanto “alternativa” fece inversione e si accostò per farci salire. Avremmo dovuto intuire già da questo primo ed evidente segnale quello cui saremmo poi andati incontro, ma il pensiero di farsela a piedi fino in cima al Vomero, nella certezza che non avremmo incontrato altri taxi né tantomeno autobus notturni (questi sconosciuti), ci fece abbandonare ogni prudenza. Fu così che io e mia sorella salimmo sul sedile posteriore e Antonio di fianco all’autista. Ora giuro, tutto quello che racconto non è frutto di un sogno fatto dopo aver rivisto “Così parlò Bellavista”, ma solo pura incredibile realtà.
Il taxi era una vecchia auto, una familiare. Il predellino che copre il bagagliaio non c’era e nel bagagliaio doveva esserci tutto quello che rimaneva dello smantellamento della Italsider di Bagnoli, perché io e mia sorella con quel rumore di ferraglia a stento riuscivamo a sentire i nostri pensieri. L’autista, per come era vestito, sembrava uscito da un film degli anni 50 sui piloti americani della seconda guerra mondiale e forse un americano sarebbe riuscito a capirlo meglio di me, visto il dialetto tipico di qualche paese vesuviano. Si sa, tra una Vomerese oriunda prima a Roma e poi a Milano e un sessantenne della provincia di Napoli c’è di mezzo solo un interprete. Meno male che il mio amico Antonio, napoletano d.o.c., fece da mediatore, altrimenti ora saremmo ancora in balia dell’autista “alternativo”. Infatti non bastò il taxi rumoroso, per gli oggetti non identificati che trasportava (forse il suo precedente mezzo di locomozione, un bimotore della seconda guerra appunto) e per la ferraglia che era diventata quell’auto con i decenni che certamente aveva accumulato, a rendere la serata davvero “estrosa”. Ci si mise anche l’autista, il quale probabilmente soffriva di una qualche sindrome da s.p.q.n. (sono pazzi questi napoletani). Nel traffico decisamente intenso, il che a Napoli significa immobilità quasi assoluta, guidò per la maggior parte del tempo con mezzo busto fuori del finestrino, nell’improbabile tentativo di vedere al di là del fiume di macchine che si stendeva all’infinito o quasi. Cambiò strade e stradine, facendo inversioni continue, almeno una decina di volte, mentre discuteva con Antonio di donne e amore. Antonio dal canto suo annuiva e ricordava in tutto e per tutto Troisi nel suo “Ricomincio da Tre”, mentre ripeteva come un mantra <<si, ma andate piano>>. Sul sedile posteriore invece si andava consumando una vera tragicommedia, perché per me e mia sorella decidere se scoppiare a ridere per le uscite dell’autista (dal finestrino e dalla sua mente) o buttarci fuori dalle portiere tra una manovra “alternativa” ed una “estrosa” fu un bel dilemma. Per non considerare che abbandonare il povero Antonio al suo destino sarebbe stato davvero vile. A dire il vero fu proprio così che andò a finire, ma non per nostra volontà. Provammo a convincere Antonio a scendere dal taxi con noi <<rimani a dormire da noi Antò>>, che sottotesto significava <<scendi finchè sei in tempo che ti accompagniamo noi a casa con la nostra auto>>. Ma lui fu stoico e coraggioso e si sacrificò per noi povere donzelle, che decidemmo di scendere un bel po’ di isolati prima di casa, pur di aver la certezza di arrivarci con lo stomaco ancora intatto. Anche perché dopo la salita di Via Tarsia (pendenza da Everest) in prima e seconda e freno, prima e seconda e freno, prima e seconda e freno e <<ma t’rai nà mossa!!>> urlato a mezzobusto, era già un miracolo che lo stomaco di entrambe ancora fosse con noi e non lungo la strada o nel taxi a far compagnia ad Antonio e all’autista “alternativo”.
Che i lettori e gli amici stiano sereni. Antonio arrivò sano e salvo a casa, dopo ovviamente una lunga contrattazione tra la cifra da petroliere chiesta dal taxista e quella da proletario proposta da lui.


 
 
 
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