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Creato da denizyuruk il 15/08/2007
L'Islam visto secondo un'ottica libera da ogni corrente di pensiero
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SHARIA E FEMMINILITA' : UN PERCORSO
Hartwig HKD (CC)
"La strada del biasimo è solo contro coloro che opprimono
l'umanità e spadroneggiano sulla terra senza diritto:
per costoro c'è una punizione dolorosa."
(Sura XLII, La consultazione, 42)
Omosessuali impiccati, adultere lapidate, donne segregate e private dei più elementari diritti: le immagini che vengono generalmente associate alla parola “shari’ah” sono quasi sempre scene di morte, violenza, sopraffazione, ingiustizia. Di una mascolinità egemonica che schiaccia senza pietà la femminilità, quella delle donne e quella degli uomini considerati non virili, perché omosessuali o travestiti. Ora che il tema dell’introduzione della shari’ah nei paesi della primavera araba è sulle prime pagine dei giornali, conviene proporre alcune riflessioni. Per capire meglio. E per smascherare ancora una volta (come in MOI Reading 7) quella perversa alleanza, prima di tutto semantica, che unisce gli estremismi uguali e contrapposti di Oriente e Occidente.
Tanto i musulmani dogmatici quanto gli islamofobi di professione vogliono farci credere che la shari’ah sia un codice giuridico organico e sistematico che ogni vero musulmano dovrebbe voler imporre come legge alla propria comunità. Un'assurdità, non solo perché il modello legale a cui si ispirano spesso gli stessi islamisti radicali per rendere la shari’ah fonte di diritto statuale fu importato in Oriente dalla colonizzazione europea, ma soprattutto perché l’Islam non ammette costrizioni in materia di fede, nessuna imposizione coercitiva può sostituire la libera scelta individuale: “L'Islam dà ai musulmani la libertà di scegliere tra diversi punti di vista e questa scelta la può fare solo il singolo credente, perché nell’Islam solo il singolo è responsabile delle sue scelte davanti a Dio” spiega il professor Abdullahi Ahmed An-Na'im.
Che cos’è allora la shari’ah? Il termine, che significa “via, percorso” (quanto di più lontano possibile da un’idea di dogmatismo legale, insomma), ha due significati. Da un lato indica la legge del Dio, la quale, appartenendo alla sfera del divino, non è direttamente conoscibile da parte dell’essere umano; dall’altro indica comunemente anche un insieme di prescrizioni che tentano di applicare la legge divina attraverso un tentativo (fallibile) di interpretazione. Non solo queste prescrizioni cambiano al cambiare della scuola di pensiero interpretativo a cui ogni fedele può liberamente fare riferimento, ma, in ogni caso, la maggior parte di queste indicazioni non sono neppure potenzialmente traducibili in norme giuridiche, avendo carattere etico, sociale, rituale, igienico, di galateo. Insomma, la shari’ah è un codice di comportamento morale.
Secondo la sociologa algerina Leila Babès pensare alla shari’ah come a un codice di diritto positivo è una forma di degradazione del messaggio etico della rivelazione islamica. E An-Na'im scrive: “Quando un paese dichiara di applicare la legge islamica, in realtà può solo applicare leggi selezionate dai legislatori tra diverse interpretazioni della shari'ah. Alcune leggi sono scelte rispetto ad altre in base alle preferenze personali del legislatore o perché tali regole sono utili agli obiettivi politici del legislatore. Il risultato non sarebbe considerato shari'ah da nessuna scuola di pensiero legale musulmana”. Anche Tariq Ramadan, noto islamologo e nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani in Egitto, considera la shari’ah ”una costruzione umana che ci dà orientamenti etici” e non “un codice strettamente normativo e divino”.
Non solo neppure i primi califfi imposero una legge prettamente religiosa (sebbene la commistione tra diritto, costume e religione sia stata una caratteristica inevitabile fino all’invenzione della laicità), ma nella stessa opera di interpretazione dei compagni del Profeta - il pensiero dei quali, al pari di una verità assoluta e immutabile, i musulmani dogmatici vorrebbero applicare letteralmente - fede e razionalità collaborarono ad una ricerca creativa (altro che dogmatismo!), traducendo il messaggio eterno del Corano in interpretazioni transitorie, inevitabilmente influenzate dalle contingenze storiche e culturali e dalla fallibilità umana. Per un monoteista, trattare il pensiero di alcuni esseri umani, per quanto illuminati dalla vicinanza con il Profeta, al pari delle parole del Dio dovrebbe essere considerato quasi un atto di idolatria.
L’inganno semantico degli estremisti è evidente: usano il termine shari’ah, che significa “percorso”, per indicare uno stato di immobilità, di rigidità estrema. E così si degrada l’Islam (che anche grammaticalmente è nome d’azione e non di stato e significa “sottomettersi volontariamente al Dio” e non “essere sottomessi”) in legge formalistica e coercitiva, la libera e felice ricerca del Dio in cupo dogmatismo, l’annuncio divino di giustizia e di uguaglianza in pratica tutta umana di dominio violento del più forte sul più debole. Per questo chi propone un’interpretazione progressista e liberale dell’Islam non sta cercando di venire a patti con la modernità, ma sta cercando di vivere più profondamente e sinceramente il suo rapporto con il Dio.
Non è un caso se sono sempre più frequenti nel mondo musulmano le voci che chiedono di ripensare la shari’ah, di riaprire il capitolo dell’interpretazione coranica, di confrontarsi a viso aperto con le nuove scoperte del pensiero scientifico e filosofico, strumenti essenziali di ricerca della verità e, quindi, per il credente che abbia una fede viva e non mummificata, di ricerca del Dio… Al centro di queste riflessioni si colloca il rapporto con la femminilità. Inevitabilmente, perché il dogmatismo degli uomini ha scelto come prima vittima la libertà delle donne.
Le parole del Dio tornano ad essere ascoltate e non più semplicemente sentite. Il Corano, come alle origini della religione islamica, diventa un libro da leggere con la volontà di capire, in un’opera di interpretazione personale e collettiva resa eroica dalla necessità di contrastare tanto l’ostilità scandalizzata dei musulmani dogmatici quanto l’ostilità scettica degli occidentali. Donne e uomini, eterosessuali e queer, danno vita ad una teologia “nuova”, aperta, in cui ciascuno offre i diversi talenti che il Dio gli ha donato. Il coinvolgimento delle donne negli studi teologici non deve sorprendere: accanto a Rabi’ah al-Basri, una delle fondatrici del sufismo, Mohammad Akram Nadwi è riuscito a trovare testimonianza dell’esistenza, nei primi secoli dell’Islam, di almeno 8mila studiose, alle quali occorre aggiungere sante e donne imam.
In questa teologia "nuova", eppure profondamente ancorata alle radici della storia islamica, la femminilità cessa di essere un bersaglio e diventa un’opportunità in più per tutti, tanto per le donne quanto per gli uomini, per ricercare la felicità e la vicinanza del Dio. Mentre alcune intellettuali musulmane usano gli strumenti classici degli studi coranici per rivelare la falsità di numerosi ahadith misogeni, nuovi filoni di ricerca influenzati dal femminismo e dalla teoria queer aprono scenari di lettura del Corano finora sconosciuti. Sarebbe una sconfitta su tutta la linea per i paladini dell’egemonia maschile, i quali però godono del potere politico ed economico. E della sacra alleanza, che distorce la shari’ah e inaridisce l’Islam, con l’islamofobia occidentale.
Pier
(articolo preso da "ilgrandecolibri.com)
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ISLAM : RIFLESSIONI SUL FEMMINISMO PER COMBATTERE LA VIOLENZA
Quest’anno che sta per volgere al termine è stato segnato da diversi episodi di violenza contro le donne. Non tutte musulmane, se pensiamo a Sara Scazzi e alla giovane Yara. La violenza contro le donne continua a mietere vittime, a ogni latitudine, e forse vale la pena fare qualche riflessione sul femminismo. Nel nostro caso, sul femminismo islamico: lungi dall’accettare il sistema patriarcale e i suoi vincoli, le donne musulmane difendono a spada tratta i loro diritti.
Quali strumenti usano le donne per interpretare i diritti di genere? Lo chiediamo ad Anna Vanzan, docente di cultura araba e islamica all’Università Statale di Milano e autrice del saggio Le donne di Allah. Viaggio nei femminismi islamici.
Le musulmane puntano soprattutto a una rilettura del Corano e delle Tradizioni che tenga in considerazione lo spirito del testo sacro, ovvero il suo innovativo approccio nei riguardi dei diritti umani e delle donne, peraltro sviato e manipolato dagli uomini nel corso dei secoli.
Nel libro lei dà voce alle donne di diversi Paesi. Cominciamo dalla Turchia: quali sono le conseguenze, per i diritti delle donne, della crisi del sistema laico messo in atto da Ataturk, fondatore della moderna Turchia, e il nuovo corso islamico?
In realtà il sistema ataturkiano ha diverse falle per quanto riguarda i diritti delle donne, prova ne è il fatto che i codici civili e penali turchi in vigore fino a pochi anni fa contenevano articoli che sancivano l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, garantendo a quest’ultimo anche l’impunità in caso di violenza contro le donne. Ad esempio, l’art. 82 del Codice Penale prevedeva “l’omicidio motivato dalla tradizione”, offrendo un vero scudo a chiunque si macchiasse di un “delitto d’onore”. Tali protezioni sono state invece bandite solo in questi ultimi anni di governo “filo-islamico”.
Una parte del suo libro è dedicata all’Iran e alla figura di Ziba Mir-Hossein: perché questa studiosa è importante nella discussione sul femminismo islamico?
E’ stata una delle prime a cogliere questo fermento in seno alle attiviste del suo paese d’origine, l’Iran, e ne ha seguito gli sviluppi non solo come osservatrice esterna, ma aderendo lei stessa a questo movimento. Ora, è una delle animatrici di Musawah, un’organizzazione internazionale che abbraccia attiviste e studiose che sostengono la piena compatibilità fra fede e diritti delle donne in seno all’islam.
Poco si parla, in Italia, di malesi e indonesiane: in che modo queste attiviste combattono per maggiori diritti di genere?
Le indonesiane sono a rischio, in quanto i venti fondamentalisti che spirano nel mondo islamico sono purtroppo accolti anche in alcuni segmenti della società indonesiana, che ha invece sempre aderito ad una visione umana e pluralistica della religione. Nell’arcipelago indonesiano vi sono zone d’ombra, come quella rappresentata dalla grande isola di Sumatra, dove molti politicanti stanno imponendo una versione iniqua e falsa dell’islam con lo scopo di controllare la società: come sappiamo, in questi casi sono soprattutto i diritti delle donne a venire lesi. Le indonesiane si stanno pertanto organizzando, traendo ispirazione soprattutto dalle vicine malesi, già promotrici di un’associazione, le Sisters in Islam, attivissima nel promuovere una visione di islam compassionevole e giusto.
Anche in Europa, dove esistono tribunali islamici che impongono la sharia nelle questioni attinenti il diritto di famiglia, le musulmane portano avanti la loro battaglia: con quali modalità?
Innegabilmente, le musulmane in Europa godono di mezzi e libertà d’azione impensabile in alcuni dei Paesi d’origine. Vi è ormai un’ampia rete di donne immigrate, o di seconda generazione, acculturate e inserite nelle nuove società, che possono attingere a risorse economiche, organizzative e istituzionali grazie alle quali riescono a dare voce alle loro istanze.
Nel villaggio globale Internet esercita un ruolo di rilievo: in che modo le femministe musulmane riescono a usare la rete?
Internet ha portato benefici incommensurabili al movimento, che è divenuto tale proprio grazie alla rete, allo scambio di informazioni e ai contatti che essa rende possibili. Le donne si parlano da un capo all’alto del globo via internet, organizzano incontri virtuali, lanciano appelli, si informano e danno informazioni su quanto accade all’interno delle singole realtà del variegatissimo mondo islamico. Anche una donna che non appartenga a nessun gruppo o associazione può però tenersi informata su quanto stanno elaborando le compagne di fede e lotta.
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ADDIO A MOHAMMED ARKOUN, IL DIFENSORE DELL ' UMANESIMO ISLAMICO

Il filosofo algerino Mohammed Arkoun, tra i maggiori studiosi e pensatori dell'islam, considerato uno dei padri del dialogo interreligioso, e' morto a Parigi all'eta' di 82 anni. Era professore emerito di storia del pensiero islamico all'Universita' della Sorbona di Parigi. Arkoun ha saputo mettere in luce le tensioni e le inquietudini presenti nel mondo arabo ed e' stato al tempo stesso un coraggioso intellettuale, difensore del modernismo e dell'umanesimo islamico.
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All'età di 82 anni ci lascia Mohammed Arkoun. Nato in Algeria nel 1928 ma residente in Francia da molti anni ha sempre alternato vita accademica e impegno nel dialogo interreligioso e nel campo dei diritti civili. Moussaoui del CFCM lo ricorda come un "traghettatore fra le culture".
Il professore Mohammed Arkoun, grande islamologo e “traghettatore” fra le religioni, è morto nella serata di martedì 14 settembre a Parigi all'età di 82 anni. L'ha annunciato il “parroco di Minguettes”, Christian Delorme, che era una delle persone a lui più vicine.
Era professore emerito di Storia del pensiero islamico alla Sorbona e uno degli iniziatori del dialogo interreligioso.
Mohammed Arkoun era nato nel 1928 a Taourit-Mimoun, piccolo villaggio della Cabilia, in un contesto molto modesto. Dopo aver frequentato la scuola elementare del suo villaggio, ha proseguito gli studi dai Padri Bianchi ad Oran e ha continuato all'Università di Algeri studiando letteratura araba, diritto, filosofia e geografia.
Professore emerito alla Sorbona
Grazie all'intervento del professore Louis Massignon, ricorda Christian Delorme, ha potuto preparare il concorso per la cattedra di insegnamento in Lingua e Letteratura araba alla Sorbona. Successivamente ha insegnato in varie università e nel 1980 è stato nominato professore alla Sorbonne Nouvelle – Parigi III, dove ha insegnato Storia del pensiero islamico. E' stato lì che ha sviluppato una nuova disciplina: l'islamologia applicata.
Dal 1993 è stato professore emerito della Sorbona. Ha continuato a intervenire alle conferenze in varie università del mondo. Mohammed Arkoun era convinto che l'evento storico della “parola coranica divenuta testo” non aveva beneficiato dell'interesse scientifico che meritava e che rimanevano immensi cantieri ancora da aprire. Per lui, le “tre definizioni della rivelazione”: la definizione ebraica, la definizione cristiana e quella musulmana non potevano essere dissociate e il loro studio portava a ciascuna dei chiarimenti salutari.
Formare “la coscienza civica”
Nel 2008, ha guidato la realizzazione della “Storia dell'Islam e dei musulmani in Francia dal Medioevo ai nostri giorni”, un'opera enciclopedica alla quale hanno partecipato numerosi storici e ricercatori (edizioni Albin Michel) e che racconta e spiega una storia comune e millenaria.
“Il filo conduttore - aveva detto allora - non è solamente quello di ricordare dei fatti o dei personaggi ma quello di raccontare la storia di uno sguardo, una storia psicologica e culturale delle relazioni fra la Francia e l'Islam”. L'obiettivo era di formare “la coscienza civica con uno sguardo storico critico dalle due parti su tutto ciò che è successo”, per far sì che il musulmano non fosse più un Altro ma un cittadino a tutto tondo.
Il presidente del CFCM (Consiglio francese del culto musulmano) Mohammed Moussaoui ha reso omaggio in un comunicato a “questo grande pensatore musulmano e vero traghettatore fra le culture, che ha sempre sostenuto la libera pratica intellettuale in cui il “diritto di pensare” deve essere rispettato”.
“Convinto delle virtù del dialogo fra il mondo musulmano e quello occidentale, Mohammed Arkoun ha sempre rifiutato le opposizioni semplicistiche fra le culture d'Islam e d'Europa (…) Resterà sempre nella memoria come colui che ha contribuito a far meglio conoscere in Francia e in Europa l'Islam illuminato”, scrive ancora Mohammed Moussaoui.
itnews.it e minareti.it
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AISHA E’ STATA UNA FONTE PRINCIPALE DI HADITH
di Arif M Khan Il Profeta Muhammad sposò Aisha Siddiqa dopo la morte della sua prima moglie Khadija. Si sostiene che lei fu la sua promessa sposa all’età di 6 anni e si sposò quando ne aveva 9, ma successivamente gli studi hanno dimostrato con certezza che lei aveva più di 19 anni al momento del matrimonio. Viveva con il marito a Medina fino al suo ultimo respiro; un periodo di dieci cruciali e formativi anni nella storia della nuova religione. Tutti i resoconti biografici di Aisha dimostrano che la sua personalità era una ricca combinazione di bellezza e cervello. Possedeva una mente indiscreta e mostrò grande attitudine nell’apprendere non solo la religione e le sue leggi ma anche la letteratura,la poesia,la storia e la medicina. La Legge Islamica riconosce il Corano e la Sunna,compresi gli hadith,come le principali fonti della legge religiosa e morale e Aisha fu reputata di essere competente in entrambi. Nella letteratura Hadith, più di 2.210 narrazioni sono attribuiti a lei mettendola, così , nei “piani alti” con altri tre che avrebbero dato relazioni credibili dei detti e delle azioni del santo Profeta. La cosa interessante è che in molti casi,Aisha non esitò a dubitare l’autenticità della versione data da alcuni dei suoi contemporanei di spicco,offrendo la propria versione e il contesto in cui il Profeta aveva fatto un’osservazione,per mettere la relazione sulla giusta strada. In questi casi,era solita introdurre la sua versione con la frase: “Io non dico che queste persone mentono, ma spesso le orecchie commettono un errore nell’udienza”. Alcune persone dissero ad Aisha che Abu Huraira riferì che il Profeta disse: “Il cattivo auspicio sta in tre cose: nelle donne,nei cavalli e nelle case”. Aisha rispose che questo non era corretto e che Abu Huraira aveva sentito solo una parte del discorso. La dichiarazione del Profeta era: “Gli ebrei dicono che il cattivo auspicio sta in tre cose: nelle donne,nei cavalli e nelle case”. Allo stesso modo quando sentì che Abu Huraira aveva detto che se un asino,un cane o una donna passa davanti all’uomo mentre sta pregando,la preghiera viene annullata,Aisha protestò con forza dicendo che lei è stata spesso nella stanza e vicino al Profeta quando lui pregava. Abu Dawood(1638) riporta come Aisha rimproverò pubblicamente Abu Huraira per le sue rapide e vaghe narrazioni. Ricordò,poi,il modo di parlare del Profeta e disse che era così misurato che se qualcuno volesse contare il numero delle sue parole,avrebbe potuto farlo. Bukhari(5.316) riferì che Ibn Umar e Ibn Abbas,sull’autorità del Califfo Omar,riportarono un detto profetico che diceva: “La persona morta è punita a causa dei pianti e dei lamenti della sua famiglia”. Quando questo fu segnalato ad Aisha, lei lo negò e disse che ciò che il Profeta aveva detto era: “La persona morta è punita per i suoi crimini e peccati,mentre la sua famiglia piange su di lui”. Aisha, inoltre,aggiunse: “Il Corano è sufficiente per farvi chiarire questo punto,come Allah dice: ‘Nessuno porterà il peso di un altro’(35,18)”. Aisha non solo possedeva grandi doti mentali,ma usò il suo fascino e la sua arguzia per conquistare l’amore di suo marito. Una volta lei chiese al Profeta: “Quanto è forte il tuo amore per me?” e lui rispose che era come il nodo di una corda,il che implica che era forte e sicuro. Più tardi,lei lo avrebbe spesso preso in giro dicendo: “Com’è il nodo?” e lui avrebbe risposto: “Ala halihi” che significa “come sempre”. The Sunday Guardian
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MOUHANAD KHORCHIDE : “PER ME, E’ UNA QUESTIONE DI TROVARE UN ‘ INTERPRETAZIONE CONTEMPORANEA DELL ‘ ISLAM”
Mouhanad Khorchide,originario del Libano,è stato nominato Professore di Educazione Teorica Religiosa Islamica presso l’Università di Münster,dove prenderà il posto di Sven Kalisch,una figura controversa negli ambienti musulmani.
- Come vede il rapporto tra Islam e mondo moderno? Quali sono,secondo lei, i principi di una moderna interpretazione dell’Islam?
Khorchide: “Il Corano è considerato come la Parola di Dio. Come teologo,mi preoccupa la questione di come noi trattiamo con questa Parola di Dio. Come facciamo a capirla correttamente? Dovremmo prendere l’intero Corano alla lettera? Dovremmo trasferire parola per parola fino ad oggi tutto ciò che è stato rivelato nel settimo secolo,comprese le singole istruzioni legali – nel diritto penale,per esempio? Non penso. Per me,è una questione di trovare un’interpretazione contemporanea dell’Islam.
Questa interpretazione dovrebbe interrogarsi su quali risposte sono state fornite..in che contesto sociale e a quali domande. Dobbiamo capire quali erano le preoccupazioni della gente a quel tempo e qual’era il significato delle risposte che hanno avuto in quel tempo. Sulla base dell’ermeneutica possiamo,allora,chiederci che significato hanno i testi sacri per noi oggi.
Come religioso e teologo musulmano, la mia ipotesi è che il Corano non è solo la Parola di Dio per la gente del settimo secolo..ma lo è anche per noi oggi. Ma per rispondere a questa domanda dobbiamo leggere il Corano nel suo contesto storico. Se trascuriamo di farlo, non possiamo comprenderlo in modo corretto.”
- Questo tipo di ermeneutica è accettato nel mondo islamico?
Khorchide: “I musulmani avevano già sviluppato la loro propria ermeneutica nell’ottavo secolo. Si consultò sulle circostanze della rivelazione. Purtroppo questa tradizione non è stata perseguita; si spense. Ecco perché,oggi, perorerei più forte a favore di un approccio storico-critico. Abbiamo assolutamente bisogno di questo. Tuttavia,ritengo che molti musulmani fraintendono il termine. Pensano che “storico-critico” significa che il Corano è diventato storico e pertanto non è più rilevante per noi oggi e che “critico” significa solo che è consentito confutare il Corano. Questo è un grosso equivoco.
Il vero significato del termine è,in realtà,che noi dobbiamo indagare a fondo il contesto storico. Il nostro compito deve essere quello di trovare lo spirito dietro le lettere. E’ una questione di principi generali proclamati dal Corano. Come,poi,le persone implementano questi principi nella loro vita quotidiana dipende dal contesto specifico.”
Qantara.de
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il 07/05/2012 alle 23:24
Inviato da: denizyuruk
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Inviato da: denizyuruk
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