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Creato da isolaviva il 28/07/2008

Isola di Sinistra

Un blog di sinistra nel Sud-Ovest della Sardegna:Sant'Antioco nel Sulcis

 

 

Licenziamenti facili

Post n°6266 pubblicato il 27 Maggio 2012 da isolaviva
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La crescita secondo la Fornero? Licenziamenti facili

26 Maggio 2012
Gianni Rinaldi (con premessa redazionale)

La crescita secondo la Fornero? Favorire i licenziamenti. Bando alle diseguaglianze! Perché licenziamenti facili solo nelle imprese private. Anche nel pubblico impiego si dovrebbe poter licenziare con facilità, senza giusta causa o giustificato motivo. In realtà, al di là della disinformazione, il licenziamento per giusta causa o giustificato motivo nel pubblico impiego esiste da sempre. Anzi è doveroso per le mancanze gravi e laddove il posto venga soppresso.Quindi la Fornero non vuole introdurre i licenziamenti giustificati, ma dare carta bianca alle dirigenze e ai politici di turno.
La Fornero ha chiarito il suo pensiero (invero elementare e rozzo) nel corso di un incontro con gli studenti di Economia a Torino (poveracci!). «Quello dei dipendenti pubblici non è un mercato, perché le regole sono diverse - ha detto Fornero -, ma auspico che qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati, relativamente alla possibilità di licenziare, sia inserito nella delega legislativa anche per i dipendenti pubblici».
«Non vogliamo ci siano difformità di trattamento con il privato - è la conclusione del ministro del Lavoro -, non è possibile che diciamo certe cose sul settore privato e poi non le applichiamo al pubblico». Non solo vuole uguaglianza, la ministra. Ma anche il contenimento della spesa pubblica. E quale miglior rimedio dei licenziamenti contro gli sprechi?
Nella storia della Repubblica, ma forse ancor prima del Regno non si sono mai sentiti, almeno a partire dai primi del ‘900, ministri più ottusi. In realtà, da allora c’è stata una lenta affermazione dei diritti del lavoro, prima nel pubblico impiego e poi, a seguire, nel rapporto subordinato privato. C’è stata sempre una linea ascendente, nel senso che la marcia dei lavoratori, salvi i periodi neri delle dittature, non ha registrato ritorni indietro. La Fornero, con Monti, riesce invece anche a far andare gli orologi all’indietro!
Ecco perché occorre una mobilitazione forte contro il governo e la sua politica del lavoro. C’è invece una certa tiepidezza nella risposta perfino dei sindacati, come mette ben in luce Gianni Rinaldini della minoranza interna della CGIL.
Ecco un suo intervento  tratto da IL Manifesto di giovedì scorso, dal titolo

“Chi si oppone alla controriforma?”

di Gianni Rinaldini

Nel silenzio più assoluto la Commissione lavoro del Senato ha dato il via libera e inizia così il percorso in aula del disegno di legge su precarietà, art. 18 e ammortizzatori sociali. Non si hanno notizie del movimento sindacale, ad esclusione della Fiom, se non che è prevista una manifestazione nazionale Cgil, Cisl e Uil il 2 giugno, festa della Repubblica, sul fisco. La concomitanza dell’annuncio della manifestazione unitaria sul fisco con i lavori parlamentari sulla controriforma del lavoro è stupefacente.
I lavori della Commissione, che ha completato il disegno di legge sulla base dei vari emendamenti presentati dalle forze politiche, si sono svolti come se il sindacato non esistesse, in assenza di una reale iniziativa di contrasto. È sempre più forte la sensazione e la forte preoccupazione con il crescere del disagio sociale della irrilevanza del sindacato di una delega alle forze politiche e agli equilibri politici esistenti della ridefinizione dell’assetto sociale e democratico della condizione lavorativa, contrattuale e legislativa. Nel migliore dei casi, una pura articolazione della dinamica tra i partiti politici. Questo è ciò che è avvenuto con una riforma delle pensioni, non soltanto socialmente ingiusta, ma che disegna un futuro dove le lavoratrici e i lavoratori sempre più precari che nel migliore dei casi dovranno fare ricorso ad enti assicurativi e fondi previdenziali per sperare di avere una pensione decente. Le roboanti dichiarazioni come «i 40 anni di anzianità sono il numero magico» sono servite soltanto a coprire mediaticamente l’assenza di una reale mobilitazione di massa. Questo sta avvenendo oggi, con un disegno di legge che recepisce e peggiora il piano Maroni del 2001, che fu bloccato dalla iniziativa della Cgil costruita nei territori e nelle categorie fino ad arrivare alla manifestazione nazionale dei tre milioni di persone. Dice la ministra Fornero: «La riforma del governo mira a rendere più stabili i rapporti di lavoro rendendo più facili i licenziamenti per ragioni economiche e disciplinari». Precarietà, cancellazione delle tutele nel lavoro, superamento dei contratti nazionali di Lavoro, in un contesto di crescita delle fasce sociali colpite dalla povertà. Queste sono le condizioni sociali e democratiche delle riforme strutturali del governo su cui costruire la fantomatica crescita del Paese. Adesso il disegno di legge è stato completato con la condivisione e il contributo di tutte le forze politiche che sostengono il governo Monti. Il sindacato, in particolare la Cgil, deve dire se condivide o meno quel disegno di legge. Se lo condivide lo dica esplicitamente, in modo tale che i lavoratori e le lavoratrici possano valutare questa posizione. Se non lo condivide deve aprire una fase di mobilitazione in tutto il Paese, compresa la proclamazione dello sciopero generale che si deve svolgere prima e non dopo la discussione parlamentare. Per fare questo bisogna essere credibili, nel senso che la nostra gente deve percepire che abbiamo scelto di fare sul serio e non una pura testimonianza come avvenuto per la riforma delle pensioni. La cosa peggiore sarebbe la solita litania del giudizio articolato, «ci sono luci ed ombre», con qualche iniziativa identitaria, per superare le ombre e via di questo passo. Non funziona, sarebbe un modo per tentare di coprire furbescamente quello che sta succedendo. Rispetto nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici vuole dire trasparenza e democrazia. Rispetto nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici vuole dire per esempio sapere se la posizione della Cgil sull’articolo che sostituisce l’art. 18 è quella espressa dalla Segreteria di sostanziale consenso o quella degli emendamenti presentati dalla Cgil nell’audizione parlamentare che chiedono modifiche sostanziali e decisive del testo. Oggi si usa dire «un passo in avanti» per coprire il tutto, ma quando si chiamano lavoratori, lavoratrici, precari a scioperare, essi hanno il diritto di sapere per che cosa e per quali obiettivi.

http://www.democraziaoggi.it/?p=2496#more-2496

 
 
 

Non si può morire entrando a scuola.

Post n°6265 pubblicato il 25 Maggio 2012 da isolaviva

Io non ho paura.

In piazza il 26 maggio 2012.

Per Melissa e per il nostro futuro.

Non si può morire entrando a scuola. Queste parole continuano a rimbalzare nella testa di ciascuno di noi nelle ultime ore.

Finora nessuno si era mai permesso di toccare la scuola in questo modo, con un atto che oltre ad essere assassino e criminale è vigliacco e vergognoso.

Colpire la scuola vuol dire colpire il futuro di un paese, la speranza di costruirne uno migliore.

Colpire la scuola vuol dire colpire la democrazia, soprattutto in un territorio come il nostro, in cui da anni lottiamo contro le Mafie e ci scontriamo contro l'assenza di lavoro, in un territorio in piena crisi ambientale. Le scuole, soprattutto nella nostra terra, rappresentano uno dei pochi luoghi collettivi e di partecipazione.

Hanno spezzato i sogni di Melissa ma non spezzeranno mai i nostri. I sogni di Melissa diventeranno anche nostri.

In questi giorni in tutta Italia si è parlato di Brindisi e delle nostre scuole, degli studenti brindisini e della paura di tornare a scuola, dopo il 19 maggio.

La paura non può essere una risposta alla morte di Melissa, la paura non può essere uno strumento di controllo di un territorio e di un paese stesso.

Non si può parlare di Brindisi solo quando scoppiano le bombe. Dobbiamo scendere in piazza non solo per semplice solidarietà, ma perché tutta l'Italia non deve dimenticare quello che è successo, che vive dentro un contesto sociale caratterizzato da una cultura violenta e individualista, dall'assenza di politiche di tutela del territorio, dai tagli alla scuola, dalla precarietà dilagante che attanaglia le vite e il futuro della nostra generazione.

La partecipazione, la democrazia e la richiesta di giustizia sono la risposta ad un atto così grave che ha sconvolto il nostro territorio e tutta l'Italia.

Per questi motivi a una settimana dall'attentato chiediamo a tutti gli studenti di scendere in piazza a Brindisi, per stare accanto ai giovani brindisini e per affermare con determinazione che c'è bisogno oggi più di ieri di creare un fronte sociale forte che combatta la violenza scellerata, di QUALUNQUE MATRICE sia, con la speranza, la solidarietà e la giustizia e ci aiuti a ricostruire una cultura radicata di legalità e democrazia.

Pretendiamo Verità, Difendiamo la Scuola, Lottiamo per il Futuro.

 

Ritrovo ore 9 presso la Stazione di Brindisi.

Le studentesse e gli studenti dell'Istituto Morvillo di Brindisi (le rappresentanti Francesca D'Agnano e Vanessa Lapenna); Martina Carpani (Consulta provinciale di Brindisi);

Francesca Rossi (Coordinatrice UDS Brindisi)

Raccolgono l'appello e ne sono promotrici a livello nazionale le associazioni

Libera - Rete della Conoscenza (Uds e Link) - CGIL - ARCI - Flc - Fiom - Nidil – Adi - Cgil Puglia - Cgil Brindisi - Legambiente - Gd - Tilt - Gc - Fgci - Errori di Stampa - Fds - Run - Rete degli Studenti - UdU - Collettivo Cagliarimonamour - Condotta Slow Food Lucca - Compitese - Orti Lucchesi - Comitato Genitori Mezzago (MB)

per info e adesioni 26maggiobrindisi@gmail.com

 

fonte: Fiom-CGIL nazionale

 
 
 

In Italia, anche chi legge, legge molto poco.

Post n°6264 pubblicato il 22 Maggio 2012 da isolaviva
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Pochi leggono poco, l'Italia dei libri salvata dalle donne (del nord)

 

Istat: nel 2011 calano i lettori, dal 46,8% al 45,3%. Quasi 26 milioni hanno letto un libro

ROMA - Nel 2011 poco meno di 26 milioni di italiani di 6 anni e piu' dichiarano di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l'intervista, per motivi non strettamente scolastici e/o professionali. Rispetto al 2010 i lettori di libri diminuiscono, passando dal 46,8% al 45,3% della popolazione. Lo rileva l'Istat. In Italia, anche chi legge, legge molto poco: il 45,6% dei lettori non ha letto piu' di 3 libri in 12 mesi, mentre soltanto i "lettori forti", cioe' chi ha letto 12 o piu' libri nello stesso lasso di tempo, e' il 13,8% del totale.

Le donne confermano di essere lettrici piu' assidue degli uomini: leggono almeno un libro il 51,6% delle femmine rispetto al 38,5% dei maschi. Le differenze di genere sono massime tra i 15 ed i 44 anni e tendono a ridursi significativamente con l'avanzare dell'eta', dopo i 60 anni.

La quota piu' alta di lettori si riscontra tra i ragazzi e le ragazze con eta' compresa tra 11 e 17 anni (60,5%). Avere genitori che leggono rappresenta un fattore che influenza i comportamenti di lettura dei figli. Leggono libri il 72% dei ragazzi tra 6 e 14 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 39% di quelli i cui genitori non leggono.

A leggere di piu' sono laureati, dirigenti, imprenditori e liberi professionisti, direttivi, quadri e impiegati e studenti. Meno lettori si ritrovano tra chi possiede la licenza elementare o nessun titolo di studio, gli operai, i ritirati dal lavoro e le casalinghe.

SI COMPRA SU INTERNET - Oltre un milione e 900 mila persone con eta' compresa tra 16 e 74 anni ha comprato libri, giornali, riviste o ebook, su Internet: sono oltre un quarto (27,8%) di coloro che effettuano acquisti online. La quota di giovani lettori che scaricano giornali, news, riviste da Internet e' pari al 53,9% e quella di coloro che consultano un Wiki online e' del 69%.

SI LEGGE PIU' AL NORD - Si legge di piu' al Nord e nel Centro del Paese, dove la percentuale di lettori e' superiore al 48% della popolazione di 6 anni e piu'. La propensione alla lettura e' minore nel Sud e nelle Isole, dove la quota di lettori scende sotto il 35%. L'Istat sottolinea che oltre due libri su tre sono pubblicati (60,1% dei titoli) e stampati (65,5% delle copie) a Milano, Roma o Torino. Dal punto di vista territoriale, la Lombardia e' in assoluto la regione nella quale, nel 2010, sono stati prodotti il maggior numero di titoli (24.314) e sono state realizzate le tirature piu' significative (106 milioni); l'attivita' editoriale della Lombardia e' in crescita rispetto all'anno precedente (del 9,9% per i titoli e dello 0,6% per le tirature), ma risulta in flessione rispetto al 2005 (rispettivamente del 5,8% e del 28,3%).

La seconda regione piu' attiva per produzione libraria e' il Lazio, con 9.670 titoli per un totale di 12 milioni di copie diffuse. Diversamente dalla Lombardia, il Lazio segna nel 2010 un incremento complessivo, sia rispetto al 2009 (+32,6% nei titoli e +15,1% nelle tirature), sia rispetto al 2005 (+48,4% nei titoli e +4,2% nelle tirature).

La terza regione e' il Piemonte, dove nel 2010 sono stati pubblicati 7.185 titoli riprodotti in 30.578 copie, ma si sono registrati cali rispetto al 2009 e soprattutto rispetto al 2005.

Oltre alle robuste prestazioni della Emilia-Romagna e della Toscana, entrambe in crescita rispetto all'anno precedente e al 2005, merita una segnalazione l'Umbria, che, sebbene produca nel 2010 solo 809 opere in piu' di un milione e mezzo di copie, marca un incremento rilevante rispetto al 2005, in termini sia di numero di titoli pubblicati (+84,3%) che di copie stampate (+121,8%).

I dati penalizzano vistosamente il Mezzogiorno e le Isole, che, nel loro insieme, raggiungono appena 4.772 titoli e poco piu' di 8 milioni, e che in Puglia, Calabria e Sardegna mostrano contrazioni importanti della produzione editoriale. Solo l'Abruzzo si presenta in ripresa, con una crescita significativa rispetto al 2009 (+41,7% e +77,3%) e al 2005 (+9,8% e +144).

21 maggio 2012

 fonte «Agenzia Dire»

http://www.dire.it/HOME/pochi_leggono.php?c=44322&m=3&l=it

 

 
 
 

Anomalo è vivere, lavorare, fare politica sotto ricatto

Post n°6263 pubblicato il 20 Maggio 2012 da isolaviva
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Anomalia italiana

 

Norma Rangeri - 20.05.2012

 

Anomalo. Dalla ministro dell'interno al magistrato incaricato di condurre le indagini è questo l'aggettivo che ricorre nelle dichiarazioni, il più usato nei commenti sull'attentato che ieri ha ucciso una sedicenne e ferito una decina di ragazze davanti a una scuola professionale di Brindisi intitolata alla memoria di Francesca Morvillo Falcone. Colpire una scuola, puntare alla strage di studenti è certamente un'anomalia. Ma se riflettiamo sulla nostra storia, davanti a noi sfila una lunga teoria di anomalie, così numerose da diventare, invece, il connotato prevalente della nostra comunità nazionale. L'anomalia come il male italiano. Siamo stati e continuiamo a essere un paese anomalo, un territorio di frontiera attraversato, dal dopoguerra a oggi, da fatti sanguinari incastrati dentro un'anomalia politica sovrastante che ci accompagna ancora adesso con lo stato d'eccezione di un governo tecnico, effetto dell'anomalo ventennio berlusconiano. Anomalo è vivere, lavorare, fare politica sotto il ricatto delle mafie che si fanno stato e con lo stato trattano. Nell'anniversario della morte di Falcone e Borsellino stiamo facendo un doveroso esercizio di memoria. Spesso isolati, questi magistrati al costo del massimo sacrificio hanno difeso la società che si esprime nelle istituzioni dello stato. Come ci ricordava Falcone quando sottolineava, con un ragionamento lontano da facili semplificazioni, che lo stato o è l'espressione della società o è un'altra cosa. E quest'altra cosa ha fatto strage di innocenti con le bombe nelle stazioni e nelle piazze in complicità con il terrorismo nero. Senza mai ottenere una giustizia piena e riparatoria, lasciando invece ferite aperte, così da sommare all'anomalia di uno stragismo di stato, l'anomalia di una giustizia ingiusta. Poi l'anomalia di un terrorismo che per anni ha ucciso in nome del popolo nella speranza di innestare un impossibile consenso, ottenendo, al contrario, uno stato d'emergenza che ha limitato l'agibilità politica di tutti. Appena una settimana fa, al primo turno delle elezioni amministrative, un dirigente dell'Ansaldo è stato gambizzato in un attentato rivendicato da gruppi anarchici con un volantino dal linguaggio anomalo. Ed ora, alla vigilia del secondo turno delle elezioni amministrative, siamo colpiti dal sangue mescolato ai quaderni e agli zaini degli studenti. Un'ondata di terrore che fa evacuare le scuole e terrorizza i ragazzi, le famiglie, la società. Tutti sperano nel gesto isolato di un pazzo, nella mano di un folle. Non lo sappiamo. Sappiamo che per decifrare la nostra follia ci manca lo sguardo di Pasolini, sappiamo di essere dentro una straordinaria emergenza sociale, davanti a una politica mai così debole e screditata, incapace di indicare una via d'uscita in uno dei passaggi più difficili, in un momento di massimo allarme. Il paese, a cominciare dai ragazzi di Brindisi, è in piazza. E' la nostra migliore gioventù, il presidio presente e futuro della nostra democrazia.

http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7471/

 
 
 

E' necessario approvare una nuova legge sulla cittadinanza

Post n°6262 pubblicato il 16 Maggio 2012 da isolaviva
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Ius soli nel comune di Scandicci

16 maggio 2012 - Tonio Dell'Olio

I bambini che sono nati in Italia, anche se figli di genitori stranieri, sono italiani. Lo chiediamo da tempo con la campagna “L’Italia sono anch’io” (www.italiasonoanchio.it).
Il comune di Scandicci (FI) si prepara a fare un gesto che, pur non avendo alcun valore giuridico rispetto all’acquisizione dei diritti di cittadinanza, racconta al Paese che c’è un’altra Italia. Il giorno della Festa della Repubblica concederà la cittadinanza onoraria ai 196 figli di stranieri dai 6 ai 18 anni che abitano nel proprio comune. “Abbiamo scelto di fare la cerimonia di consegna nel giorno della Festa della Repubblica, proprio per il forte significato che ha per tutti noi questa giornata – ha scritto il Sindaco Simone Gheri in una lettera alle famiglie dei ragazzi, con la quale invita genitori e figli all’appuntamento del 2 giugno - i vostri figli nella nostra Repubblica sono venuti alla luce, qui frequentano tutti i giorni la scuola, i giardini pubblici, le strade, le piazze, i luoghi e i servizi che appartengono a tutti noi. Con il suo voto il Consiglio Comunale ha voluto dare un segno e portare il proprio contributo nel dibattito politico nazionale, con la convinzione che sia necessario approvare una nuova legge sulla cittadinanza, perché venga riconosciuta ai bambini che qui nascono e crescono”
(www.comune.scandicci.fi.it).

http://www.mosaicodipace.it/

 

 
 
 

I referendum dell'antipolitica voluti dalla politica.

Post n°6261 pubblicato il 05 Maggio 2012 da isolaviva
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6 maggio: referendum anti-casta o pannicelli caldi?

3 Maggio 2012
Andrea Pubusa

Com’era facilmente prevedibile, il Tribunale di Cagliari, dopo il Tar, ha rigettato il ricorso dell’Unione province sarde contro i referendum che le riguardano. Dunque, il 6 maggio, con un’unica convocazione degli elettori, si svolgeranno in Sardegna tutti i referendum proposti: 5 abrogativi di leggi regionali e altrettanti consultivi.
I 5 referendum abrogativi recano quesiti volti ad eliminare le leggi istitutive delle province regionali, Sulcis, Medio Campidano, Gallura e Ogliastra. Non potendo sottoporre a referendum le leggi costituzionali, per le province “storiche” si pone solo un quesito consultivo sulla loro abolizione.
Voto consultivo anche per la riscrittura dello Statuto speciale ad opera di  un’Assemblea Costituente eletta a suffragio universale da tutti i cittadini sardi.
Poi un quesito sull’elezione diretta del Presidente della Regione Autonoma della Sardegna, ma con la scelta dei candidati attraverso elezioni primarie normate per legge”.
L’ottavo referendum vuole sopprimere le indennità dei consiglieri regionali, da ridurre a 50 rispondendo sì al decimo referendum, mentre il nono mira ad abolire i consigli di amministrazione degli enti e agenzie regionali.
Che dire di questa consultazione? Che senso ha? Cosa esprime?
A detta dei promotori è un attacco senza ritorno alla casta e ai costi della politica. Vuole essere uno stimolo o una spallata in questa direzione. In realtà, in alcuni punti è demagogico. Come si fa a sopprimere i consigli di amministrazione? Si possono eliminare una serie di enti poco utili. Si possono e si debbono ridurre i consigli di amministrazione pletorici, ma eliminare gli organi collegiali di governo in favore di autocrati lascia perplessi. Sembra un rimedio peggiore del male e alimenta la convinzione che sia la collegialità il male e non l’assenza di capacità di scelta di persone all’altezza. In realtà, non si capisce perchè un autocrate di un ente dovrebbe far meglio di un organo collegiale. Non c’è invece il pericolo che una guida monocratica presti il fianco a gestioni incontrollate e sbilanciate? 
La riduzione dei consiglieri regionali a 50 è un’inutile idiozia. Le assemblee, senza essere pletoriche, non sono ampie per elargire prebende. Lo sono per consentire una rappresentatività territoriale, di idee e d’interessi. 50 membri è poco, rischia di trasformare le commissioni consiliari in minuscoli organi, che facilmente possono divenire comitati d’affari. Giusto invece ridurre il trattamento economico dei consiglieri regionali, ora del tutto sproporzionato rispetto alla funzione. Ma qui il problema è di prevedere una procedura partecipata per la quantificazione dell’indennità. Salvo un clima di grande rigore, fissarsi lo stipendio reca il pericolo di una lievitazione ingiustificata verso l’alto. Un organo popolare ben formato potrebbe contemperare l’esigenza a indennizzare l’esercizio della funzione rappresentativa, onde consentirlo a tutti e in modo dignitoso, con l’esigenza di non trasformare il trattamento in una prebenda. In questa direzione perché non eliminare l’indennità per i consiglieri comunali e provinciali, salvo un rimborso spese rigorosamente a piè di lista?
Il quesito sulle province è poco utile su quelle storiche per le quali può disporre solo una legge costituzionale; per quelle regionali forse l’abolizione è utile, ma occorrerebbe prevedere istituzioni di coordinamento sovracomunale. A metà degli anni ’70 si sperimentarono, senza successo, i “comprensori”, mantenendo però le province. I circondari previsti dal testo originario della Costituzione come organismi di decentramento provinciale potrebbero risolvere i problemi amministrativi delle attuali province regionali con circoscrizioni troppo ampie. Bisognerebbe riflettere su questo. Certo è che tra comuni e regione un ente intermedio sembra necessario.
I referendari poi non mettono in discussione la forma presidenziale e il bipolarismo. Vogliono solo le  primarie sulla scelta dei candidati alla presidenza. Ma non vedono che il presidenzialismo e il bipolarismo non consentono un’accettabile  capacità di governo? Non vedono il deficit democratico che il presidenzialismo ha creato, dai comuni al governo centrale? Ne è un esempio l’ineffabile Cappellacci, che, anziché proporre la riforma delle istituzioni regionali con adeguate iniziative legislative, da presidente della Regione si agita e fa mostra come uno dei più convinti referendari. Che pena e che tristezza! Ed allora perché non fare uno sforzo di fantasia e pensare ad un sistema proporzionale corretto. In Germania ha funzionato. Forse potrebbe andare bene anche da noi.
Quanto alla revisione dello Statuto speciale per la Sardegna l’assemblea costituente è poi una sparata demagogica, se non si precisa ch’essa è un organo consultivo o propositivo verso il Consiglio regionale. Al più si può dire che si tratta di un rinforzo, ma senza un Consiglio regionale forte, è difficile trovare in un’assemblea esterna il toccasana per una classe politica senza slanci e senza iniziativa.  Non sarà questa una nuova occasione di prebende per la tanto vituperata casta? Dovranno anche questi “costituenti” avere un trattamento economico e il riferimento “naturale” è l’indennità dei consiglieri. Non c’è il rischio, per un certo tempo, di avere nell’Isola due caste regionali ben remunerate?
Che dire in estrema sintesi su questa mega-consultazione? Al di là delle buone intenzioni dei promotori, sembra un modo superficiale e talora privo di fantasia e senso pratico per dare sbocco agli umori antipolitici dell’oggi. Ma i problemi veri questa consultazione popolare non sembra neanche sfiorarli. Può darsi che andare a votare e votare “sì” sia un sasso gettato in uno stagno melmoso. Ma per ridare forza alle istituzioni occorre uno scatto in termini di analisi e di proposta. Comunque tutti alle urne, poi si vedrà.

http://www.democraziaoggi.it/?p=2463

 

 
 
 

Perchè la Lega al governo non ha mai fatto obiezione?

Post n°6260 pubblicato il 05 Maggio 2012 da isolaviva
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A proposito della disobbedienza civile della Lega...

2 maggio 2012 - Renato Sacco

Ci risiamo. Niente di nuovo, purtroppo! Puntuale come i debiti arriva il tormentone della Lega sullo ‘sciopero fiscale’, sul ‘non pagare le tasse’, sulla ‘disobbedienza’. In questi giorni il riferimento è all’IMU.
Già nel 1996 la Lega Nord fece lo stesso appello accompagnato da un “manuale di resistenza fiscale”. Nel 2006 fu l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a parlare di “sciopero fiscale”. Poi ancora Bossi nel 2007.
Già anni fa avevo scritto che “è grave che queste affermazioni si ripetano, in momenti in cui la crisi della legalità sembra crescere e dove l’individualismo, anche fiscale, sembra diventare una regola di vita, un criterio etico”.

Nel 2006 sul sito di “Mosaico di Pace” erano state pubblicate alcune mie considerazioni sulla differenza abissale tra la proposta di Bossi e la Campagna di Obiezione alle spese militari, che vede anche Pax Christi tra i promotori. Le ripropongo, con qualche aggiornamento:
1. L’obiezione alle spese militari nasce da motivi di coscienza, di fronte a valori grandi, come la vita o la morte. Valori talmente grandi da superare anche le leggi di uno Stato in nome di una legge più grande, scritta nella coscienza di ogni persona. Qualcuno sottolinea giustamente che le tasse oggi sono questione di vita o di morte, al punto che molti si sono addirittura tolti la vita per questo motivo, pur dovendo ancora ricevere dallo Stato cifre molte alte, che non arrivano mai.
Bisognare rammentare a chi parla oggi di ‘disobbedienza’ che la Lega è stata al Governo per molti anni e non ha certo fatto molto né ha obiettato ai tempi lunghissimi dello Stato nel pagare i propri creditori.
Perché quando erano al Governo i vari Ministri Bossi, Maroni, Calderoli non hanno fatto obiezione in prima persona?
2. Gli Obiettori alle Spese Militari si rifiutano di pagare la somma destinata alle armi ma non la trattengono per sé: questa somma viene versata sul conto della Tesoreria Provinciale dello Stato a Roma o ad altri enti per attività di pace, senza armi. Del resto anche i lavoratori, quando scioperano, ci rimettono parte dello stipendio. Gli obiettori poi, come è successo anche a me e a molti altri, vengono pignorati, e pagano di tasca propria questa scelta, dimostrando che hanno a cuore il bene dell’intera comunità, non il proprio interesse.

Dobbiamo ricordare la testimonianza dei primi cristiani, obiettori in nome di una coscienza profonda, disposti anche al martirio, per non violare il comandamento divino ‘non uccidere’ e per non riconoscere la divinità dell’Imperatore, davanti al quale si bruciava l’incenso come a un dio.
Certo che la Lega con i vari riti del battesimo con l’ampolla dell’acqua del fiume Po, (“il dio Po”) dimostra di essere lontana anni luce dalle radici cristiane tanto difese a parole, e anche tremendamente lontana dalla testimonianza di chi per aver disobbedito ha pagato con la vita!
Forse, come molti hanno fatto, l’obiezione ha un senso profondo nei confronti di certe leggi razziali che Maroni & C. hanno varato quando erano al Governo. Quelle sì interpellano la coscienza e chiedono di non essere rispettate per la difesa della vita. Così come le varie spese per la guerra e le armi (ad es. gli aerei F35, punto di orgoglio per la Lega, che lanciano missili per uccidere e che lo stesso Maroni ha definito ‘non intelligenti’. In quel campo ci aspettiamo un gesto di disobbedienza civile di Maroni & C.!
Infine ricordo che in Italia gli obiettori di coscienza al servizio militare, prima che ci fosse la legge 772 del 1972, finivano in carcere.
E per finire - scrivevo già nel 2006 - invitare a non pagare le tasse è un reato previsto dal codice penale. Il sottoscritto, insieme ad altri 2 amici, è stato processato il 4 giugno 1991 con la seguente imputazione: “art. 415 codice penale per avere, nel corso di un pubblico dibattito, (a Villadossola il 15 maggio 1987) istigato i presenti a disobbedire alle leggi di imposizione fiscale, invitandoli a non versare parte delle imposte dovute.” Il riferimento era alle spese militari. Pena prevista: da 6 mesi a 5 anni di reclusione.
Abbiamo accettato il processo senza vittimismi e senza agitare lo spettro di un complotto o di una Magistratura corrotta o.. colorata di rosso.La sentenza, nel nostro caso e in altri processi come il nostro, fu di “assoluzione perché il fatto non sussiste”.

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In Italia si registra la chiusura di 13.000 aziende agricole nei primi tre mesi di questo anno.

Post n°6259 pubblicato il 25 Aprile 2012 da isolaviva
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Cagliari. 870 aziende agricole sarde hanno chiuso i battenti nel primo trimestre 2012.

Scritto il 25/04/2012 da Leyla Manunza

http://www.sardegnareporter.it/photos/big-thumbs/4742-confagricoltura-1.jpg

In Italia la serrata, ha riguardato 13 mila aziende nei nei primi tre mesi di questo anno. Il settore primario presenta il saldo negativo maggiore (-13.335 unità). Segnale di sofferenza ma anche di razionalizzazione. Scarso ricambio generazionale, solo il 5% delle aziende è costituito da giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni.
847 aziende agricole sarde, nel primo trimestre 2012, sono fuori uscite dal settore. 245 sono allevamenti ovi caprini (29%), 144 si occupano della coltivazione di ortaggi (17%) e 101 sono aziende cerealicole (12%).
“Un primo trimestre preoccupante - sottolinea il direttore di Confagricoltura Maurizio Onorato - che scandisce la situazione di forte criticità che attanaglia soprattutto il settore ovicaprino. Su 34.019 imprese totali, a fronte di 336 nuove iscritte, si è registrata la cessazione di 847. Anche sul nazionale assistiamo alla stessa tendenza, con la chiusura di 13.000 aziende agricole nei primi tre mesi di questo anno, segnale di una sofferenza in cui si trovano ad operare numerose imprese che non trovano margini di reddittività”.    
Lo scorso anno il settore ha perso 960 aziende su un totale di 34.471  registrate alla Camera di Commercio. E’ quanto emerge da un’analisi effettuata da Confagricoltura sui dati di  Unioncamere che sottolinea il differenziale negativo tra le 1.060 nuove iscrizioni e le 2.020 cessazioni.  La provincia di Cagliari, con 11.967 aziende, risulta  quella con il maggior numero di cessazioni, 703 in totale. Seguono Nuoro con 493 chiusure, Sassari 475 ed Oristano 349. Se il dato viene rapportato al numero di aziende per provincia, il record negativo  del 5% spetta ad Oristano, superiore anche a Cagliari 3%.          
“Sono numerose le aziende agricole che chiudono anche in Sardegna - sottolinea la presidente di Confagricoltura Elisabetta Falchi - indubbiamente una fase drammatica, ma se confrontiamo il documento del Crel 2010 rapportato ai dati del 2000, emerge che la chiusura è contestuale ad un rilevante aumento del 13% della Sau (Superficie Agricola Utilizzata). La elevata dimensione media delle aziende sarde, pari a 19,2 ettari, è il segnale che anche nell’isola, come nel resto d’Italia, si sta seguendo un trend di razionalizzazione. Dal 2000 al 2010 è aumentata anche la presenza femminile in agricoltura, passata dal 19,8% al 23,9%. Notevolmente incrementato anche il tasso di scolarizzazione e il numero di laureati tra i capi azienda, mentre invece è scarso il ricambio generazionale. La gestione dell’azienda appare più moderna  ed evoluta - conclude Falchi - ma la politica deve lavorare per rendere l’esistente ancora più vitale,  investire su programmi mirati  in grado di far emergere le potenzialità ancora inespresse del settore.”   
Dall’indagine di Confagricoltura, si evince che il 92% delle imprese agricole, pari a 31.657, sono ditte individuali. Il maggior numero di aziende ( 11.967) si concentra nella provincia di Cagliari:  (11.059) sono ditte individuali e (632) società di persone.
Questa ultima tipologia si rileva soprattutto nella provincia di Sassari (817), mentre hanno scarsa diffusione le società di capitali dove è ancora Sassari a detenere il numero maggiore (120), seguita da Cagliari (117). Interessante anche il dato sull’età delle persone registrate, secondo cui l’80% ha un’età compresa tra i 30 e i 69 anni, il 15% è costituito da ultra settantenni mentre i giovani dai 18 ai 29 anni, sono solo il 5%.

 

http://www.sardegnareporter.it/giornale/associazioni/6885-cagliari-870-aziende-agricole-sarde-hanno-chiuso-i-battenti-nel-primo-trimestre-2012

 

 
 
 

Alla fine non rimane che il baratto

Post n°6258 pubblicato il 25 Aprile 2012 da isolaviva
Foto di isolaviva

In Sardegna si torna al baratto  

 

Il baratto sta tornando in Ogliastra (Sardegna) come credo in molte altre parti di Italia e del mondo. Schiacciati dalla crisi, dalla disoccupazione e dai debiti, il baratto mi pare la cosa più sensata e nobile su cui possiamo fare affidamento. Qualche giorno dopo la pubblicazione della mia lettera sul blog L’isola dei cassintegrati, in cui invitavo a rinverdire questa pratica, mi chiamò una giornalista del Tg2 per chiedermi se potevo farle da Cicerone per un servizio sull’argomento.

Non ho avuto molta difficoltà a trovare testimonianze, chiaramente è stato più difficile trovare persone disposte a parlarne davanti alle telecamere. Come accade spesso, infatti, alcune persone hanno una sorta di atavico pudore a toccare certi argomenti, come se parlare di certe pratiche svilisca o dia una cattiva immagine di sé e del proprio territorio.

Nel servizio del Tg2 appaiono un pescatore, un allevatore, un agricoltore e una titolare di albergo, ma questi sono solo la punta di un icebearg sempre più grande.

Appena iniziata la mia microindagine alla ricerca di testimoni, il mio edicolante mi ha confessato che suo cognato, possessore di un piccolo escavatore, lavora per il 40% ricevendo beni materiali, cibo e altri servizi in cambio delle sue prestazioni professionali. Un albergatore mi ha confidato che un cliente ha pagato il suo soggiorno di agosto dando come contropartita tre frigoriferi “nuovi di pacca” del suo negozio recentemente fallito.

La cosa stupefacente è che il servizo sul baratto in Ogliastra ha spinto un intelligente ogliastrino, Giangiacomo Pisu, tra l’altro autore di vari libri sulla Sardegna, a creare un gruppo su Facebook chiamato ‘Baratto Ogliastra che conta con più di 2200 iscritti. In questo gruppo la gente offre libri, olio, soggiorni turistici, moto, lezioni di lingue e le cose più disparate. Dopo pochi giorni hanno cominciato a nascere altri gruppi anche in altre parti della sardegna. Pian piano la piattaforma di Facebook è servita a un fine nobilissimo, un esempio di integrazione, tra saggezza e pragmaticità popolare e tecnologia.

Dopo il servizio di rai2 molte persone dell’Ogliastra si sono sentite poco rappresentate da Romano il pescatore, da Andrea e Basilio da Urzulei e da Patrizia l’albergatrice, in quanto artefici, secondo loro, di una pratica desueta e di cui vergognarsi. Ma questi contestatori sono stati smentiti da un coro sempre più nutrito di questa realtà che crea inaspettati fermenti. Qualche giorno dopo, infatti, uno dei detrattori del servizio al Tg2 ha pubblicato un annuncio nel gruppo ‘Baratto Ogliastra‘ per barattare una sorbettiera.

Alla fine il baratto ha vinto.

A proposito io offro un soggiorno di due settimane in un appartamento a Santa Maria Navarrese in cambio di uno in un’altra località balneare. Baratto signori, baratto… e la paura dello spread passa subito!

di Pietro Mereu | @pietromereu
(16 aprile 2012)

- Sul blog di Dario Salvelli potete leggere anche altri casi italiani di baratto -

http://www.isoladeicassintegrati.com/2012/04/16/in-sardegna-si-torna-al-baratto-video/#more-15255

 

 
 
 

Le ricette del governo Monti si rivelano un fallimento

Post n°6257 pubblicato il 25 Aprile 2012 da isolaviva
Foto di isolaviva

Nichi Vendola: pronti a mettere insieme ogni nuova energia

25/04/2012Rassegna Stampa

Daniela Preziosi – Il Manifesto 25 aprile 2012

«Su Hollande in Italia si fa una discussione tutta allusiva, il suo programma è chiaro, Monti sta anche più a destra di Sarkozy. Bersani mi ascolti: in Italia c’è una miscela esplosiva anche più che in Francia, le politiche di rigore del governo sono un fallimento. E il prezzo rischia di finire tutto sulle spalle del centrosinistra». «Sel sabato sarà a Firenze, vogliamo interloquire con il ‘non-partito’»

La discussione italiana sulla vittoria di Hollande, dice Nichi Vendola al telefono, dalla macchina con cui in questi giorni sta girando l’Italia per la campagna elettorale ogni volta che può lasciare la Puglia, «è tutta allusiva e simbolica, non considera i programmi. C’è la gara a intestarsela, fino persino all’hollandismo di Tremonti. Non ci si accorge che il profilo politico-programmatico di Monti è quanto di più distante da Hollande. È anche un po’ più a destra di Sarkozy. E questo perché i politici liberisti, a differenza dei tecnici liberisti, un qualche problema di rapporto con il welfare ce l’hanno. Le cose che dice Hollande, per esempio la tassazione dei patrimoni, l’abbassamento dell’età pensionabile, la rinegoziazione del fiscal compact, in Italia sarebbero definite ‘una deriva estremistica’».
Sta dicendo che Bersani dovrebbe decidere se stare con Hollande o con Monti?
Dobbiamo riflettere sul Front national, su quei 6 milioni e mezzo che hanno scelto la politica della collera e del sentimento. Anche in Italia siamo in presenza di una miscela esplosiva: recessione senza un varco di luce, disoccupazione di massa, crollo di credibilità dei partiti. A Bersani dico: le ricette del governo Monti si rivelano un fallimento, e il prezzo può essere messo per intero sulle spalle del centrosinistra. Occorre dare un segnale forte, non con la politica-spettacolo o con il marketing elettorale. Occorre convocare gli stati generali del futuro con tutti i soggetti portatori di domanda di alternativa. I partiti del centrosinistra debbono mobilitare tutte le forze in campo, connettersi ai mondi che nell’associazionismo, nel volontariato, nell’intellettualità, nell’università, nella fabbrica, nelle reti degli amministratori, provano a ragionare sull’uscita dal liberismo.
Oggi Bersani dice: sì a ratificare il fiscal compact, purché integrato con politiche di crescita.
Io sottoscrivo il programma di Hollande che critica il dogma liberista. Che comanda, per esempio, agli stati nazionali di mettere in Costituzione il pareggio di bilancio.
Altro provvedimento a cui il Pd ha detto sì.
Errore gravissimo. E comunque ormai è evidente che le ricette dell’austerità sono catastrofiche. Portano alla Grecia, un paese che dopo gli incalzanti salassi sociali ed economici si ritrova con un debito doppio rispetto all’inizio della crisi. Infatti è scomparsa dai Tg. Molti si vergognerebbero di parlarne.
In Francia Mélenchon dice cose simili a queste, sulla Grecia.
Mélenchon ha fatto un risultato importante. Ma la mia priorità è l’idea di invertire la tendenza in Europa. Puntando sul fatto che le sinistra in Europa cominciano a mettere a tema la fuoriuscita dal liberismo. L’Italia è in ritardo. Se io dicessi le cose che dice un premio Nobel come Paul Krugman, qualche cicisbeo presunto progressista mi taccerebbe di radicalismo.
Questi suoi stati generali sono parenti del soggetto politico nuovo che farà la sua prima assemblea a Firenze sabato prossimo?
Sel è nata sulla pratica di una ricerca senza paletti, nominando l’inadeguatezza della forma partito, inclusa la propria. Sono interessato al soggetto nuovo. Chi lo promuove ragiona in chiave metodologica e con molti argomenti, alcuni dei quali condivisbili, altri meritevoli di approfondimento. Un asse culturale che Rossana Rossanda ha criticato con veemenza, segnalando uno scivolamento fuori dalla centralità della questione del lavoro.
La pensa anche lei così?
Voglio discuterne. A Firenze non ci sarò, in questi giorni sono in campagna elettorale. Ma Sel ci sarà. Ascolteremo, parleremo. Vogliamo essere interlocutori. Lo siamo sempre di chi si chiede come aggregare forze, energie, massa critica di esperienze e desideri per mettere in campo una sinistra libertaria, non testimoniale e anche affascinata dalla sfida del governo.
Ma l’obiettivo di Sel resta quello di un’alleanza più vasta?
Al centro della costruzione dell’alleanza bisogna metterci che Italia vogliamo. Occorre un supplemento di riflessione a proposito dei moderati e del moderatismo, categorie assunte dalla discussione pubblica alla stregua di formule magiche. La realtà ci dice che non ci sono più spazi di compromesso con il liberismo, e che il liberismo è una minaccia per gli equilibri ambientali, sociali e democratici.
La campagna delle amministrative del Pd si intitola «Italia bene comune». I «beni comuni», asset programmatico del «soggetto politico nuovo» fanno nuovi adepti, oppure Bersani si è appropriato di uno slogan che funziona?
Sono contento dell’arricchirsi del vocabolario del centrosinistra. Ma se il lavoro è un bene comune bisogna lottare contro la legge 30 e in difesa dell’art.18. E se l’Italia è un bene comune bisogna salvarla dal rigorismo furioso di chi la sta portando in una drammatica depressione economica. E bisogna avere il coraggio di imporre la tassazione patrimoniale sui grandi redditi e le grandi ricchezze. Non è possibile ascoltare da un esponente del governo che ‘la patrimoniale l’abbiamo già fatta con l’Imu’, come ha detto il viceministro Grilli. Quella è la patrimoniale sui ceti medio-bassi: ma ne aveva già fatte Berlusconi.
Il manifesto del ‘soggetto nuovo’ fa una dura critica ai partiti.La sentite anche su di voi?
Siamo un ‘soggetto’, non gonfio di boria di partito, nato tematizzando la necessità della ricerca per un nuovo soggetto politico. L’obiettivo di Sel non è Sel, è contribuire alla nascita di una sinistra popolare, plurale, innovativa. Possiamo portare un contributo. Intanto dicendo che i rischi da evitare sono due: un dibattito tutto metodologico e le scorciatoie organizzativistiche.
Fate parte di un’area, un ‘quarto polo’ in cerca, come dice Arturo Parisi, di un nuovo Prodi?
Abbiamo bisogno di leader e non di leaderismo. Di progetti collettivi più che di demiurghi. Il carisma necessario al cambiamento dev’essere quello della democrazia, non quello delle virtù individuali.
Il Bersani che ha appoggiato Monti ma ora tifa per Hollande è ancora l’uomo giusto per guidare la prossima alleanza di centrosinistra?
Bersani è un interlocutore prezioso, il popolo democratico è fondamentale per la prospettiva di alternativa di governo. L’alleanza non è un fermo-immagine, è un processo politico. Come è successo nei referendum, l’irruzione di un protagonismo largo e orizzontale può spostare in avanti l’asse programmatico e culturale di una coalizione. Per questo parlo di stati generali del futuro. Anche il centrosinistra ha bisogno di proiettarsi nel futuro.
Berlusconi dice che la sinistra, intendendo però Bersani, vuole andare al voto a ottobre senza fare nuova legge elettorale. A lei l’idea non dispiacerebbe.
A proposito della legge elettorale, ricordo che il mestiere della politica non è quello del Gattopardo. Quanto al voto, l’inconcludenza del governo Monti dal punto di vista delle politiche di sviluppo e di crescita, e la pesantezza depressiva delle sue scelte, implementa la sofferenza del paese. Prima si interrompe quest’esperienza meglio è.

http://www.soggettopoliticonuovo.it/2012/04/25/nichi-vendola-pronti-a-mettere-insieme-ogni-nuova-energia-d-preziosi-il-manifesto/

 

 
 
 

A causa della mancanza di risorse economiche.

Post n°6256 pubblicato il 17 Aprile 2012 da isolaviva
Foto di isolaviva

Giovani costretti a vivere con i genitori

16 Aprile 2012

Nel 2010, il 42% dei giovani italiani tra 25 e 34 anni, viveva ancora con i genitori. Nella maggior parte dei casi, essi avevano già completato il proprio percorso di studi.

Una percentuale superiore rispetto a 15 anni prima quando era pari al 36%. La ragione di questo fenomeno può essere rintracciata nella mancanza di risorse economiche, che rappresenta l’ostacolo principale all’uscita da casa per le nuove generazioni del Bel Paese.

Questi alcuni dei dati illustrati dal Vice Direttore della Banca d’Italia, durante il suo intervento al convegno “La Famiglia: un pilastro per l’economia del Paese”, che si è svolto il 4 aprile a Genova.

Fonte: West, 05/04/2012

 
 
 

Aiutiamo a bloccare questo disegno di legge.

Post n°6255 pubblicato il 15 Aprile 2012 da isolaviva

No al carcere per la contraccezione

 

ooooIl Congresso dell’Honduras sta per votare un progetto di legge che prevede il carcere per le donne che abbiano assunto la pillola del giorno dopo, anche se vittime di violenza sessuale. Il Presidente del Congresso è il solo in grado di impedirlo: il suo interesse a tutelare la propria immagine internazionale e il futuro della sua carriera politica possono indurlo a bloccare questo attacco alle donne a fronte a una mobilitazione di massa

 

 

Cari amici,

L’Honduras è a un passo dall’approvare una legge che condannerebbe al carcere chiunque abbia assunto la pillola del giorno dopo, anche se in seguito a uno stupro. Possiamo unire le nostre voci per bloccare questa legge e garantire alle donne il diritto di evitare una gravidanza indesiderata. Alcuni membri del Congresso sono contrari a questa legge che prevede il carcere anche per i medici che prescrivono la pillola e per chiunque la venda, ma si piegano alla potente lobby religiosa che definisce erroneamente “abortiva” la pillola del giorno dopo. Solo il capo del Congresso, interessato a difendere la propria reputazione all’estero in vista della corsa alla presidenza, può fermare questo abominio. Se faremo pressione su di lui ora potremo chiudere per sempre questa legge reazionaria in un cassetto. Il voto è imminente: dimostriamo all’Honduras che il mondo non starà a guardare mentre le donne rischiano il carcere per evitare una gravidanza anche dopo una violenza sessuale. Firma la petizione urgente che chiede al Presidente del Congresso dell’Honduras di difendere i diritti delle donne. Avaaz sosterrà gruppi di donne locali per consegnare personalmente il nostro grido di protesta:http://www.avaaz.org/it/no_prison_for_contraception_global/?vl Alcuni paesi, compreso l’Honduras, hanno proibito la pillola contraccettiva d’emergenza, che ritarda l’ovulazione e impedisce la gravidanza, come le normali pillole anticoncezionali. Ma se questo disegno di legge sarà approvato, l’Honduras diventerà l’unico stato al mondo a punire con il carcere l’uso o la vendita di un contraccettivo d’emergenza. Adolescenti, vittime di violenza sessuale e medici, colpevoli della diffusione o dell’uso della pillola del giorno dopo, potrebbero finire dietro le sbarre, in palese contravvenzione con le linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità. L’America Latina ha già fin troppe leggi che limitano i diritti riproduttivi delle donne. Il Congresso dell'Honduras ha approvato per la prima volta questa misura draconiana nell'aprile 2009, ma solo un mese più tardi l'allora Presidente José Manuel Zelaya, cedendo alla pressione dell’opinione pubblica, ha posto il suo veto alla legge. In seguito però Zelaya è stato destituito con un colpo di stato e il nuovo regime, interferendo con il processo giudiziario del paese, ha imposto una nuova votazione del disegno di legge. Il tempo stringe, ma se agiremo subito potremo fermare questa proposta odiosa. Il voto definitivo spetta al Congresso e il Governo non può rischiare la sua già precaria reputazione internazionale. Chiediamo al Presidente del Congresso di non fare dell’Honduras il paese più repressivo del continente latino-americano nei confronti delle donne. Firma questa petizione urgente ora: http://www.avaaz.org/it/no_prison_for_contraception_global/?vl

La contraccezione d’emergenza è vitale per le donne ovunque, ma soprattutto nei paesi in cui la violenza sessuale nei confronti delle donne è fuori controllo, i tassi di gravidanze indesiderate sono elevati e l'accesso ai normali metodi contraccettivi è limitato. Avaaz è cresciuta molto in America Latina: siamo più di 2,5 milioni in questa parte del mondo! Schieriamoci dalla parte delle donne honduregne e aiutiamole a bloccare questo disegno di legge.

Con speranza e determinazione,

Alex, Laura, Dalia, Alice, Emma, Maria Paz, David e tutto il team di Avaaz

 

Maggiori informazioni: Honduras: carcere per chi prende la pillola del giorno dopo (Pangea news)

http://pangeanews.net/politica/honduras-carcere-per-chi-prende-la-pillola-del-giorno-dopo/

 
 
 

Notizie tristi

Post n°6254 pubblicato il 12 Aprile 2012 da isolaviva
Foto di isolaviva

Minori: sempre più poveri in Europa

12 Aprile 2012

Scritto da Redazione

In Italia, il 25% dei minori è a rischio povertà. Un dato che ci mette sullo stesso piano di Grecia, Estonia, Lituania, Polonia e Slovacchia. Peggio di noi solo Portogallo, Bulgaria e Romania.

Mentre gli Stati più virtuosi del Vecchio Continente sono quelli nordici (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia) più i Paesi Bassi. Con tassi al di sotto del 10%. A metà di questa speciale classifica troviamo Germania, Francia, Spagna e Regno Unito con percentuali che vanno dall’11% al 20%.

E’ quanto emerge dalla pubblicazione “Child deprivation, multidimensional poverty and monetary poverty in Europe”, realizzata dal Centro di Ricerca Innocenti prendendo in considerazione gli indicatori di deprivazione materiale, culturale, sociale e relazionale.

Fonte: West, 04/04/2012

http://www.educare.it/j/community/laltranotizia/1860-minori-sempre-piu-poveri-in-europa?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+Educareit+%28Educare.it%29

 
 
 

Una maggiore istruzione per un vita migliore.

Post n°6253 pubblicato il 08 Aprile 2012 da isolaviva
Foto di isolaviva

Il diritto all’istruzione contro i falsi miti del liberismo

6 Aprile 2012

 

Rosa Maria Maggio - Cidi

 La Banca d’Italia ha dimostrato che investire in istruzione conviene, che il rendimento dell’investimento in istruzione è superiore al rendimento dei titoli di Stato, che il reddito dei più istruiti è maggiore rispetto a quello dei paesi meno istruiti, che il PIL cresce se cresce l’istruzione di un paese.
Ora però stiamo assistendo al fenomeno inverso, e cioè al fatto che i ragazzi istruiti e più istruiti non trovano occupazione, che l’istruzione non è più un fattore di crescita sociale nel nostro paese.
Che cosa sta succedendo? Dall’Unione europea s’invoca la riduzione della spesa pubblica, la privatizzazione dei servizi pubblici, l’aumento della flessibilità nel mercato del lavoro, la liberalizzazione del commercio, dei servizi finanziarii, dei mercati dei capitali, l’aumento del livello della concorrenza.
Nel “Manifesto degli economisti sgomenti”, Philippe Askenazy, Thomas Coutrot, André Orléan e Henri SterdyniaK, tutti ricercatori francesi, mettono in discussione alcune certezze neoliberiste da loro definite “false”: dall’efficienza dei mercati finanziarii al fatto ch’essi favoriscano la crescita economica, dalla credenza che i debiti pubblici siano il risultato di una spesa pubblica eccessiva al fatto che il debito pubblico si scarichi sui nostri nipoti.
A queste false certezze ci si può efficacemente opporre solo con l’istruzione, ovvero solo l’istruzione ci consente di mettere in discussione quelle false certezze. Dice Baumann: “Comprendere la propria sorte significa essere consci della sua differenza rispetto al proprio destino. E significa anche conoscere la complessa rete di cause che determinano quella sorte e la sua differenza rispetto a quel destino. Per operare nel mondo (anzichè essere da questo manipolati) occorre conoscere come il mondo opera…”.
E’, dunque, importante l’educazione perché mira a preparare i giovani alla vita nelle realtà in cui sono destinati a vivere. Per dirla con De Mauro, i ragazzi hanno bisogno di un’istruzione, utile, dei saperi pratici, concreti, spendibili. Per Baumann sarebbe necessaria una “rivoluzione culturale”. Nel bel libro “Conversazioni sull’educazione”, egli dice che una delle ragioni che rendono più urgente una rivoluzione culturale deriva dal fatto che l’esposizione massiccia ai programmi televisivi di intrattenimento che chiama lo strip-tease-emotivo, rappresenta un modo analogo all’uso dei metodi indispensabili all’egemonia culturale del popolo di cui parla Gramsci, ma rovesciato e diretto a rendere il popolo stesso riluttante a impegnarsi nella cultura e nel pensiero critico; a questo va aggiunto lo svilimento della scuola e la disconferma degli insegnanti.
Invece bisogna ripartire dalla scuola come dice De Mauro.
In questa società di Neet, “la tecnica usata per produrre legioni di NEET è proprio la depravazione usata come strategia di deprivazione” dice ancora Baumann, perchè sposta l’attenzione dalle cose importanti della vita alle cose più seduttive in grado di rendere piacevole la deprivazione. Ciò nondimeno si diffonde anche il fenomeno di stuoli di studenti laureati che non trovano lavoro e per i quali lo studio non è più un ascensore sociale.
I Governi non investono in istruzione e ricerca. Ai giovani viene negato un futuro. Il fenomeno, oramai diffuso a livello mondiale, di laureati che non trovano lavoro o che svolgono lavori meno qualificati rispetto al loro titolo di studio, ci porta a mettere in discussione le certezze di taluni economisti liberisti, compresi quelli della Banca d’Italia precedentemente citata.
Quindi non una maggiore istruzione per rinforzare uno sviluppo economico funzionale alla crescita del capitale finanziario, al mercato globale, ma una maggiore istruzione per comprendere la realtà e ideare nuovi modelli economici e culturali che consentano un vita migliore. Osserva Bauman nel suo “Vita-liquida” che “un tempo la direzione delle traiettorie di un’arma balistica erano già determinate. Ora si usano armi intelligenti che seguono una traiettoria fluida, capace cioè di adattare la loro traiettoria ai bersagli che verranno selezionati durante il percorso stesso. I missili intelligenti cioè apprendono mentre si spostano. Così come apprendono, essi dimenticano e possono essere in grado di riprogrammarsi all’occorrenza”.
Questo esempio vale anche nella formazione, che, nell’ambiente liquido moderno, deve essere continua, anzi permanente, cioè protrarsi per tutta la vita. Ciò non ha a che fare con l’adattamento dell’uomo alla velocità dei cambiamenti ma col rendere il mondo più ospitale per l’umanità. Non è solo la formazione orientata al lavoro che deve essere aggiornata, e quindi non solo le abilità tecniche che cambiano velocemente e devono essere adeguate, ma anche la formazione alla cittadinanza. Solo una pedagogia laica, all’interno di uno spazio ampio del sapere umano, aperto alle discussioni, alle domande, alla ricerca, al dubbio, consente allo studente, a colui che si forma, che cresce, di sentirsi libero di operare le scelte che ritiene più opportune per sé stesso, laddove la scuola sia però uno spazio dove intraprendere il percorso della scoperte e della conoscenza senza pregiudizi, senza i limiti imposti da una visione dogmatica.
Abbiamo bisogno della formazione permanente e laica, anche sui temi economici, per darci una alternativa.

http://www.democraziaoggi.it/?p=2425

 

 
 
 

Cambia tutto, è vero, ma in molto peggio

Post n°6252 pubblicato il 08 Aprile 2012 da isolaviva
Foto di isolaviva

 

Licenziamenti economici, corsa a ostacoli per il reintegro

 

Pubblicato venerdì 6 Aprile 2012

Una «riforma di portata storica« davvero, se l’attuale Parlamento di «nominati» la farà passare così com’è. In estrema sintesi: cambia realmente tutto - in molto peggio - per quanto riguarda le tutele dei lavoratori dipendenti, quasi nulla sulla precarietà. Vediamo dunque le partite principali, tenendo conto del testo e non delle parole spese in conferenza stampa.

Licenziamenti. Era il punto più atteso e il ministro l’ha lasciato per ultimo come si conviene quando bisogna dire le cose crudeli (ma senza lacrima). Grazie alla tecnica dello «spacchettamento», i licenziamenti diventato praticamente liberi; come dice Gianni Rinaldini (coordinatore de «La Cgil che vogliamo») «l’art. 18 non esiste più». L’unica accortezza che devono avere le aziende è nell’indicare come causale «per motivi economici» e non aver lasciato troppe tracce (o testimonianze) di «discriminazione». Ma del resto nessun imprenditore ha mai addotto motivi «discriminatori», sanzionati peraltro dalla Costituzione prima che dalla legge 300/70. In dettaglio, le uniche ragioni ammissibili sono quelle «disciplinari» oppure «economiche». Nel primo caso, è il giudice a stabilire se - quando riscontra che l’azienda non ha detto il vero - si deve procedere al reintegro del dipendente sul posto di lavoro (con ovvia restituzione degli stipendi e dei contributi non pagati) oppure al semplice indennizzo economico, tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità (15-27 nel vecchio testo, devono essere sembrate «eccessive»). Finora la scelta è stata lasciata al singolo lavoratore.
La vera rivoluzione è per i licenziamenti «economici». Una volta comunicata la risoluzione del rapporto, impresa e dipendente devono presentarsi entro sette giorni presso la Direzione territoriale del lavoro per addivenire a una «conciliazione» in cui viene stabilita l’entità dell’"indennizzo». Se entro 20 giorni l’accordo non si trova, l’azienda può procedere al licenziamento effettivo. Se invece c’è, parte «l’affidamento del lavoratore ad un’agenzia» per la ricollocazione sul mercato del lavoro. Il lavoratore che non trova l’accordo può ancora ricorrere al giudice (i tempi della procedura vengono notevolmente accelerati, con una sorta di «corsia preferenziale»), ma questi non potrà entrare nel merito delle ragioni economiche addotte dall’azienda; e solo nel caso ne riscontri l’«insussistenza» procederà al «reintegro». Vi sembra contorto? Lo è. In pratica il lavoratore dovrà decidere subito se accettare l’indennizzo che gli viene proposto oppure correre il rischio di una causa in cui, se non vince, può perdere anche il risarcimento. I media ieri riportavano che proprio su questo punto si era esercitato il massimo di pressione da parte del Pd per «correggere» il testo originario. A voi giudicare se ha avuto un successo, come dice Bersani. Oppure no, come ci sembra evidente.

Precarietà. Cambia ben poco. L’apprendistato viene «valorizzato» come modalità prevalente di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro». Le aziende possono però continuare ad assumere «apprendisti» solo se nelle precedenti chiamate hanno finito per assumerne almeno il 50% in pianta stabile (soltanto il 30%, nei primi tre anni della legge). In compenso, potranno assumerne tre ogni due lavoratori con contratto a tempo indeterminato (oggi il limite è 1 contro 1; quindi «più apprendisti per (quasi) tutti».
I contratti a termine non dovranno essere più giustificati col «causalone» per la prima chiamata, ma sarà loro applicata un’addizionale contributiva per finanziare in parte l’Aspi (il nuovo nome dell’assegno di disoccupazione); successivamente sarà obbligatorio motivarli, ma scattano incentivi contributivi se si passerà all’assunzione a tempo indeterminato.
Scatta poi la «presunzione di abuso» per i co.co.pro. o le partite Iva monocommittenti prolungate, così come per altre due o tre forme contrattuali «atipiche». Ma non ne viene abolita nemmeno una.

Ammortizzatori sociali. È l’altra «modernizzazione reazionaria» in atto, che conferma sostanzialmente il primo testo presentato due mesi fa. Si passa da un «sistema duale» che prevede varie forme di cassa integrazione più «mobilità» per una platea di circa 4 milioni di lavoratori, e nulla per gli altri, ad un altro in cui ci sarà ben poco, ma per tutti (in teoria e comunque non uguale per tutti). Resta la cig solo per le «crisi aziendale temporanee», mentre scompaiono progressivamente quelle per «cessazione di attività», «ristrutturazione», ecc. Scompare anche la mobilità. In sostituzione di tutto ciò arriva l’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego), che dura però solo 12 mesi per gli under 55 anni e 18 per gli over. In pratica; se fin qui si poteva contare su due anni di cig più la mobilità (2 anni per gli under 50, tre per gli over, totale: 4 o 5), alla fine del «periodo di transizione» (da qui al dicembre 2015) resterà soltanto un misero anno, massimo un anno e mezzo per gli anziani.

Ma, almeno, è stato dato un reddito di continuità ai precari? In teoria sì, ma solo se hanno lavorato dodici mesi negli ultimi due anni (un sogno, per il precario medio). Altrimenti - se hai cumulato tre mesi di contributi nell’ultimo anno - ti spetta solo un «mini-Aspi», che dura la metà dei mesi per cui hai i contributi. Sia chiaro.

Il ddl è di 79 pagine; ci dovremo certamente tornare sopra.

Di Francesco Piccioni- il manifesto, 05/04/2012

http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article3847

 
 
 

L'interessante intervista a Luciano Gallino

Post n°6251 pubblicato il 08 Aprile 2012 da isolaviva

La nuova lotta di classe dei ricchi contro i poveri.

  

oooLa flessibilità aumenta l'occupazione? Tagliare le spese dello Stato aiuta l'economia? La competitività valore assoluto? Tutte bugie. Un saggio di Luciano Gallino illustra le disastrose conseguenze economiche e sociali del neoliberismo, che ha elevato la disuguaglianza a ideale di sviluppo.

colloquio con Luciano Gallino di Matteo Pucciarelli

Il povero ragioniere Ugo Fantozzi, reduce da una delusione amorosa in ufficio, prese in mano le “letture maledette” del compagno Folagra, il rivoluzionario con la barba lunga e la sciarpa rossa emarginato da tutti. Mesi di studio, e all'improvviso, curvo sui libri accatastati in salotto, sbatté il pugno sul tavolo: «Ma allora mi han sempre preso per il culo!». Quasi come una rivelazione divina: Fantozzi aveva capito tutto.

Ecco, la lettura dell'ultimo lavoro di Luciano Gallino "La lotta di classe dopo la lotta di classe" (intervista a cura di Paola Borgna, editori Laterza) può sortire lo stesso effetto. Anche in un pubblico colto, sobrio e moderatamente di sinistra. Perché smonta uno a uno i dogmi dell'idea, anzi dell'ideologia moderna liberista, così trasversale, così apparentemente intangibile, come se non ci fossero altri schemi possibili all'infuori. E Gallino lo fa mettendo in fila dati, studi, e non opinioni. Senza facili populismi, senza scorciatoie preconfezionate. Spiegando che la lotta di classe esiste, eccome. Solo che si è ribaltata: è il turbo capitalismo che ha ingranato la quarta contro le conquiste dei movimenti operai ottenute fino agli anni ’70. E i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.

Un testo imprescindibile per capire dove stiamo andando, e seguendo quali (folli) logiche. Un testo che a sinistra dovrebbe – o potrebbe, chissà – diventare una sorta di bibbia laica.

Era un'ottima occasione per parlarne direttamente col professore e sociologo piemontese.

Partendo dal tema del momento: dopo aver letto il libro sembra di capire che l'attacco all'articolo 18, ma anche semplici frasi come quella di Monti «le aziende non assumono perché non possono licenziare», siano in realtà parte di un disegno ben preciso: quella lotta di classe alla rovescia di cui parla nel libro. È così?

«Direi di sì. Si tratta di idee che circolano da decenni, che fanno parte della controffensiva iniziata a fine anni ’70 per superare le conquiste che i lavoratori avevano ottenuto a caro prezzo dalla fine della guerra. Riproposte oggi sembrano sempre più idee ricevute, piuttosto che analisi attinenti alla realtà. Dottrine neoliberiste imposte adesso con la forza, combattendo i sindacati, comprimendo i salari e tagliando le spese sociali».

Lei scrive: «La correlazione tra la flessibilità del lavoro – che tradotto significa libertà di licenziamento e insieme uso esteso di contratti di breve durata – e la creazione di posti di lavoro non è mai stata provata, se si guarda all’evidenza accumulatasi con i dati disponibili». Qui da mesi e mesi alla tv ci riempiono la testa col “modello danese”, poi quello tedesco... Ci fu la riforma Treu nel '96, poi quella Biagi, e ancora non sembra bastare. Allora forse la Cgil non dovrebbe firmare la riforma, anche se la clausola del reintegro venisse reintrodotta, perché è tutto l'impianto ad essere sbagliato...


«La Cgil è in una situazione molto difficile. Anche perché gran parte degli altri sindacati e dei media sono favorevoli a questa visione neoliberale. L’Ocse non è mai riuscita a provare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e maggiori posti di lavoro, e in alcune sue pubblicazioni arriva perfino ad ammetterlo. E anzi, c’è un aspetto paradossale: usando gli stessi indici dell’Ocse, si scopre che ad aumentare dovrebbe essere la rigidità, semmai. Perché dopo la riforma del 2003, che ha aumentato la cosiddetta flessibilità in Italia e che la rende superiore ad altri paesi come Francia, Germania e Inghilterra, i nostri indici occupazionali sono peggiorati».

La sinistra sembra giocare sempre in difesa. Passa per conservatrice. Che poi in effetti è vero, perché difende diritti acquisiti. Eppure il messaggio non passa, e se passa lo fa negativamente. “La vecchia sinistra, anti-moderna”. Il progresso sembra appannaggio di chi professa lo smantellamento del modello sociale. C'è un problema di comunicazione? Perché la sinistra ha così tante difficoltà a farsi capire da chi dovrebbe difendere?


«C’è un problema non grosso come una casa, ma come un grattacielo. Se a sinistra non c’è un partito di grande dimensioni che non difende il “Lavoro” significa che siamo davvero malmessi e che l’impresa diventa ancor più ardua. E poi la sinistra ha contro la maggior parte dei media e della classe politica, anche quella della “sinistra” stessa. Perché sono state introiettate quelle dottrine neoliberiste di cui prima. La lotta ideologica contro i sindacati per adesso ha vinto, culturalmente in primis. Basta vedere il calo degli iscritti al sindacato nei Paesi sviluppati. E questo ha inciso anche sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica».

Verrebbe da dire che la fine delle ideologie è una grande bugia. Perché una è sicuramente rimasta, viva e vegeta....


«La fine delle ideologia è una delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali, e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale. Gli slogan gli conosciamo bene: “ridurre la spesa pubblica”, “tagliare le imposte alle imprese e agli individui”, “occorre più flessibilità”, “meglio il lavoro temporaneo”, “il mercato deve guidare ogni immaginabile decisione, anche a livello locale”. Tutto questo ha avuto la meglio, anche nella cultura di una parte della sinistra. Conta poco che queste ricette siano sistematicamente sconfessate dalla realtà»

È interessante come il modello neoliberista abbia copiato da Gramsci la propria tendenza egemonica culturale. Lei lo ripete spesso. E poi spiega, e lo ha detto anche prima, come un pezzo di sinistra ne sia stata sedotta. Aggiungerei che alla sinistra hanno copiato anche l'internazionalismo, cioè la capacità di fare "gioco di squadra" a livello planetario. Come si fa a invertire la tendenza? Come si fa a imporre nuovamente una visione alternativa della società?


«È estremamente difficile. L’egemonia attuale è vincente sia sul piano della pratica, come lo vediamo ogni giorno, sia sul piano morale e culturale. L’austerità sta tagliando l’insieme delle condizioni di vita di milioni di persone, seminando recessione. E qui nasce un altro pericolo, cioè che politiche di questo genere fomentino l’estrema destra che urla contro la finanza, ma in modo assolutamente strumentale».

Il primo a parlare di “austerità” fu Enrico Berlinguer. Qualcuno, sempre a sinistra, ha ritirato fuori la cosa.


«Sì, ma erano altri tempi, altre situazioni, e quella parola usata dal segretario del Pci voleva dire un’altra cosa. Ora significa tagliare salari, posti di lavoro, spesa sociale e diritti. Allora era una critica al consumo. La crisi è nata anche per delle storture del modello produttivo. Non si può pensare di continuare a produrre sempre di più, all’infinito. Il progresso non consiste nell’avere cinque telefoni e tre automobili a famiglia, ma ha a che vedere con la qualità della vita, del tempo libero, del lavoro…»

Negli anni Settanta i giovani gridavano lo slogan "Lavorare meno, lavorare tutti". A un certo punto lei parla dei sindacati, e fa una critica a livello non solo europeo, ma mondiale: «Non si è sentito nessun sindacato, o gruppo di sindacati, europeo o americano, alzare la voce per dire che era inaudito che il salario orario minimo in Cina fosse di 75 centesimi di dollaro; e che è scandaloso che aziende europee e americane protestino perché quell’innalzamento da 65 a 75 centesimi non permette più loro di operare con profitto...». È sicuramente vero. Ma perché accade? Si è persa la solidarietà di classe? L'egoismo, l'interesse particolare, ha contagiato anche il sindacato? È questa l'ennesima vittoria del pensiero dominante?


«I sindacati hanno delle giustificazioni. La frammentazione delle attività produttive ha complicato l’attività sindacale. Un conto è avere un megafono per parlare a cinquemila operai tutti insieme, un conto è andarli a cercare in cinquanta fabbriche diverse con cento operai ciascuno. Però sì, a livello internazionale si è fatto poco. La necessità, adesso, è esportare diritti».

Il governo tecnico, anzi i governi tecnici in Europa, sono in realtà governi di destra. Lo chiarisce molto bene. Com'è possibile che il Pd lo sostenga e ne subisca il fascino anche per il futuro? Sembra un cerchio che si chiude. La dimostrazione che la sua analisi sul pensiero dominante è corretta.


«Concorrono diversi fattori. Un po’ perché la dottrina neoliberale, come dicevamo, ha fatto presa anche a sinistra. Poi c’è il timore di apparire agganciati a una storia di “vecchie ideologie”. C’è una questione di competenza: si è capito ben poco di perché è nata la crisi, sul come si è sviluppata, per colpa di chi o di cosa. E infine c’è un fattore di convenienza: l’Italia è in Europa, e in Europa si gioca con le regole del liberismo. Così qualcuno avrà pensato di far mettere la faccia ai “tecnici” rispetto alla richieste dolorose che Bruxelles richiedeva. Diciamo che può essere stato un grigio calcolo elettorale».

Lei cosa ne pensa dei No Debito? È possibile rifiutarsi di pagare?

«Il movimento non tiene conto dell’esistenza della Bce, che però non opera come una normale banca centrale: non può concedere prestiti, magari a basso tasso di interesse, agli stati membri o ad altre istituzioni. Questo perché il trattato di Maastricht lo proibisce. Abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria entrando nella Ue, e quindi ci ritroviamo con una moneta straniera. Ecco, visto questo, non pagare il debito è impossibile. L’istanza è però moralmente valida, specie se si pensa alla dissennatezza del sistema finanziario, al fatto che i Paesi hanno speso 4,1 trilioni di euro per salvare le banche aumentando il proprio debito. Ma bisognerebbe chiedere subito una riforma del sistema finanziario. Sono stati fulminei a fare la riforma delle pensioni, a imporre diktat da occupazione militare alla Grecia, eppure da anni giace in un cassetto da anni una riforma di questo tipo. Per la quale dovremmo davvero batterci».

L’analisi del suo libro potrebbe diventare fondamentale per ridare fiato alla sinistra. Ho letto il "Manifesto per un soggetto politico nuovo", e mi sembra che il gruppo di intellettuali che l'ha redatto e firmato, tra cui lei, vada in quella direzione. Che reazioni ha avuto da parte dei partiti d’area?


«Ho l’impressione che siamo intorno a zero. Ma vorrei dire che non si tratta di buttare via i partiti, quanto di rinnovarli, saldando il ponte tra movimenti e organizzazioni politiche. Se i movimenti continuano a vedere i partiti come vecchie carrozze, e se i partiti vedono i movimenti come allegri ma inutili catalizzatori per le manifestazioni, il futuro non sarà certamente roseo».

Chiudo con una battuta. In chiusura lei scrive: «Con la caduta del socialismo reale è stato seppellito anche quel frammento di verità essenziale su cui era stata malaccortamente e colpevolmente innalzata la torreggiante megamacchina sociale che pretendeva di rappresentarlo. Quel frammento, che dopotutto sta alla base del movimento operaio da quando è cominciato, fin dall’inizio dell’Ottocento, era la ragione stessa della storia, o meglio la ragione che conferisce un senso alla storia. Era giusto che la torre cadesse, ma, cadendo, la torre ha sepolto tra le sue macerie anche quell’ultimo frammento che rappresentava la speranza di un rinnovamento della società intera. E questa è stata una perdita enorme». Lo sa che le daranno dello stalinista?


«È possibile e la cosa mi diverte anche. Perché cito dati ufficiali, molto spesso, del Congresso americano. Tutto questa significa che tra la realtà oggettiva delle cose e l’interpretazione che se ne dà c’è una distanza siderale. E ciò non depone certo a favore della maturità politica della nostra classe dirigente».

(4 aprile 2012)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-nuova-lotta-di-classe-dei-ricchi-contro-i-poveri-intervista-a-luciano-gallino/

 

 
 
 

In Sardegna si nasce sempre meno

Post n°6250 pubblicato il 07 Aprile 2012 da isolaviva

Demografia, nascite a picco in tutta la Sardegna

OOONel 2010 ci sono stati otto nati ogni mille abitanti. E’ uno dei valori più bassi d’Italia. All’ultimo posto il Medio Campidano, il tasso più alto nel Nuorese

CAGLIARI. In Sardegna si nasce sempre meno e con otto nati per 1000 abitanti si attesta tra quelle con il tasso di natalità fra i più bassi in Italia. È quanto certifica un’anticipazione del rapporto dell’Osservatorio epidemiologico dell’Assessorato regionale della Sanità che contiene un’istantanea su nascite nell’isola, relativi al 2010 (quelli 2011 sono in fase di elaborazione), ottenuta dalle schede di dimissione ospedaliera e dai Certificati di assistenza al parto (Cedap). Gli indicatori mettono in luce diversi dati come la distribuzione delle nascite per provincia, il tasso di natalità e fecondità oltre ad alcuni indici antropometrici sui neonati. In particolare per il tasso di fecondità nell’isola quello totale è pari a 1,08 (1.080 figli ogni 1.000 donne in età fertile 15-49 anni), valore inferiore al dato nazionale (1,39) e molto basso rispetto a quello considerato ottimale per l’equilibrio demografico di una popolazione (pari a 2,1).

Il tasso più basso si registra nel Medio Campidano (0,93), mentre quello più elevato nella provincia di Nuoro (1,28). Cagliari e provincia si ferma allo 0,97, il Sassarese all’1,14, Ogliastra all’1,25, Oristanese all’1,09, Olbia-Tempio 1,26, Carbonia-Iglesias allo 0,98. Il tasso di natalità di circa 8 nati per 1.000 abitanti, valore tra i più bassi in Italia (9,3 nati vivi per 1000 abitanti, Istat, 2010), non fa che confermare una situazione demografica non favorevole. L’età media della madre al parto è di circa 33 anni. Il 50% delle donne partorisce in un intervallo di età compreso tra 29 e 36 anni.

Complessivamente nel 2010 in Sardegna si sono registrate 12.893 nascite (il 52% maschietti), di cui 330 gemellari e 15 trigemellari. La provincia con il maggior numero di nati è Cagliari (34% del totale); in Ogliastra la percentuale più bassa (3,7%). «Questi dati fotografano una realtà preoccupante - ha spiegato l’assessore della Sanità, Simona De Francisci - che deriva da una serie di concause economico-sociali di livello regionale ma non solo. Ma è una realtà che deve anche stimolarci ulteriormente a continuare a investire sulle politiche per la famiglia, deve spronare politica e istituzioni a supportare il modello fondante della nostra società». I dati completi dell’indagine dell’Osservatorio saranno pubblicati sul portale istituzionale della Regione e su Sardegna Salute.

 06 aprile 2012

http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2012/04/06/news/demografia-nascite-a-picco-in-tutta-la-sardegna-1.3782109

 

 
 
 

L’ASSEMBLEA OPERAIA SPERA ANCORA

Post n°6249 pubblicato il 07 Aprile 2012 da isolaviva
Foto di isolaviva


Una soluzione per Eurallumina

Energia a prezzi scontati, vertice decisivo con Enel e Terna

PORTOVESME. «Purché riparta la produzione». E’ la sintesi dell’assemblea dei lavoratori Eurallumina. Tutti hanno fatto rimarcare che il percorso per far ripartire dopo tre anni di fermata totale la fabbrica ha estrema necessità di individuare un soggetto che sappia produrre vapore a basso costo e/o a basso prezzo. L’incontro al Ministero dello sviluppo economico ha altesì confermato al sottosegretario Claudio De Vicenti che i lavoratori dello stabilimento di Portovesme mirano solo a riottenere il posto di lavoro perchè lo stato attuale di precarietà non è più sopportabile a lungo. « Si è chiarito per l’ennesima volta _ si legge in una nota stampa della Rsu _ che i lavoratori tutti non sposano nè una soluzione tecnica nè un’altra, ma chiedono che finalmente il Governo chiarisca e sciolga i nodi che non permettono alla vertenza di uscire dal pantano che da anni non trova soluzioni». Con gli operai della fabbrica della multinazionale russa marciano, parlando lo stesso linguaggio, i dipendenti delle ditte d’appalto che hanno partecipato in massa all’assemblea. In sintesi a Portovesme si conferma che i lavoratori pretendono «la soluzione», quale essa sia, quella che permetta di vedere la bauxite trasformata in ossido di alluminio. Molto dipenderà dall’esito del vertice che si terràla prossima settimana, durante il quale Eurallumina, Enel e Terna si incontreranno davanti a Governo, Regione na e Provincia di Carbonia Iglesias. «Dai tre soggetti industriali _ precisano i delegati della Rsu _ dovranno scaturire le pillole e le medicine per far guarire la fabbrica. Attendiamo quindi che finalmente venga sciolto il nodo che da anni viene posto dall’azienda Eurallumina: fornitura di vapore a prezzi concorrenziali, non importa se si ottiene tramite vapordotto o a mezzo centrale a carbone».

 (e.a.) 06 aprile 2012

http://lanuovasardegna.gelocal.it/carbonia/cronaca/2012/04/06/news/una-soluzione-per-eurallumina-1.3783208

 

 
 
 

Tre no alla legge della Regione Puglia che ripubblicizza l'Acquedotto pugliese.

Post n°6248 pubblicato il 07 Aprile 2012 da isolaviva
Foto di isolaviva

Sentenze. La Consulta boccia l'acqua pubblica pugliese

06 aprile 2012

di Francesco Dente

Il ricorso era stato presentato dal governo Berlusconi

La Consulta boccia la legge pugliese sull’acqua pubblica. La Corte costituzionale, su ricorso promosso dalla Presidenza del Consiglio (Governo Berlusconi), pronuncia tre no contro la legge 11/2011 con cui la Regione guidata da Nichi Vendola ha ripubblicizzato l’Acquedotto pugliese trasformandolo da soggetto di diritto privato (Spa) in soggetto di natura pubblica. La sentenza, in particolare, individua tre punti deboli della norma intitolata “Gestione del servizio idrico integrato. Costituzione dell’Azienda pubblica regionale Acquedotto pugliese-AQP”.

Il primo aspetto riguarda la gestione del servizio idrico integrato. La Corte (sentenza 62/2012) sottolinea che la disciplina dell’affidamento della gestione appartiene alle materie tutela della concorrenza e tutela dell’ambiente riservate alla competenza legislativa esclusiva dello Stato. Nella specie, anche dopo il referendum, resta in vigore quanto disposto dalla legge 191/2009, in base alla quale la legge regionale ha il compito soltanto di disporre l’attribuzione delle funzioni delle soppresse Autorità d’àmbito territoriale ottimale (AATO) e non, di conseguenza, di provvedere direttamente all’esercizio di tali funzioni affidando la gestione ad un soggetto determinato.

La seconda questione ha a oggetto la parte della legge pugliese che stabilisce il subentro della nuova azienda pubblica regionale nel patrimonio e nei rapporti della Spa Acquedotto pugliese; società che è destinata invece a operare, in base al decreto legislativo 141/1999, fino al 31 dicembre 2018. Per la Consulta, il subentro finisce «per privare di qualsiasi funzione» la Spa e quindi «per svuotare di qualsiasi efficacia» il predetto decreto legislativo, riconducibile alle materie della tutela della concorrenza e della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, appartenenti alla sfera di competenza legislativa esclusiva dello Stato.

Il terzo no, infine, riguarda il personale. La normativa impugnata, a tal proposito, dispone un generale e automatico transito del personale di una persona giuridica di diritto privato, la Spa Acquedotto pugliese, nell’organico di un soggetto pubblico regionale, l’Azienda pubblica regionale denominata AQP, senza il previo espletamento di alcuna procedura selettiva.
Le modalità di tale transito, precisa la Corte, costituiscono «una palese deroga al principio del concorso pubblico», al quale debbono invece conformarsi le procedure di assunzione del personale delle pubbliche amministrazioni. Il mancato ricorso a tale forma generale e ordinaria di reclutamento si risolve infatti «in un privilegio indebito per i soggetti che possono beneficiare della norma».

http://beta.vita.it/news/view/119665

 

 
 
 

Nuovo rapporto Istat

Post n°6247 pubblicato il 07 Aprile 2012 da isolaviva

 In tre anni oltre un milione di giovani ha perso il lavoro

 

manifestazione di  protestaNel 2011 i giovani occupati, tra i 15 e i 34 anni, sono diminuiti di oltre un milione di unità rispetto al 2008, passando da 7,1 milioni a 6 milioni e 56.000 nel 2011 (-14,8%). E' quanto emerge dal confronto dei dati Istat sulla media dello scorso anno. Il paragone con tre anni prima ben evidenzia gli effetti della crisi sulle nuove generazioni.

Discesa continua - Passando dal 2008 (7 milioni e 110 mila occupati under 35) al 2011 (6 milioni e 56 mila) si contano 1 milione e 54 mila giovani in meno al lavoro. Si è trattato di una discesa progressiva, seguita alla crisi. Basti pensare che, come già sottolineato dall'Istituto di statistica, se si considerano gli occupati italiani 15-34enni, in un solo anno, tra il 2011 e il 2010, la riduzione è stata di 233 mila unità. Se poi si guarda alla fascia d'eta tra i 15 e i 24 anni, in proporzione la discesa degli occupati tra il 2011 e il 2008 è stata ancora più forte, ed è pari al -20,5% (303 mila unità in meno).

Più anziani al lavoro - Stando al rapporto Istat gli occupati di età tra i 55 e i 64 anni sono aumentati del 15% dal 2008 al 2011. Nel dettaglio, gli occupati più adulti (55-64 anni) sono saliti di 376 mila unità, passando da 2 milioni 466 mila del 2008 a 2 milioni 842 mila del 2011.

07 aprile 2012

Redazione Tiscali

http://notizie.tiscali.it/articoli/economia/12/04/07/rapporto-istat-disoccupazione.html

 

 
 
 
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