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Post n°405 pubblicato il 24 Agosto 2009 da isotropico
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Post n°403 pubblicato il 03 Settembre 2006 da isotropico
"Tutti quelli che se ne vanno ti lasciano addosso un po' di sé: è questo il segreto della memoria? Se è così, allora mi sento più sicura, perché so che non sarò mai sola..." Giovanna, La finestra di fronte Bene. Ho scritto quello che dovevo scrivere. Ora è tempo di salutarsi. Ci siamo tenuti compagnia, abbiamo riso e scherzato assieme, abbiamo sofferto e pensato. Abbiamo trascorso assieme, seppur solo sfiorandoci, di lontano, questo piccolo tratto di strada. Ora queste strade si separano. Aprirò un altro diario in rete? Oppure farò buon uso della Moleskine che mi hanno regalato? Non lo so: so solo che questo diario, ora, deve finire. Come lascio Padova, e gli anni trascorsi dentro, per portare dentro quello che sono stato, senza che pesi, facendomi crescere e cambiare in meglio, così devo lasciare questo diario, e con esso la zavorra del tempo passato, e di quello che sono stato e non sarò più. Devo essere una persona nuova, voglio essere una persona nuova: quindi quel che è stato deve essere dentro di me, e non fuori. Ho concluso con cinque lettere che salutano tante persone, forse tutte, forse nessuna. O forse una sola: me stesso. Saluto me stesso, perché io sono in tutte quelle persone, sono ciò che lega tutte quelle persone, sono io attraverso quelle persone. Saluto il me stesso passato. Gli dico addio, e lo getto in mare. Ora non è più tempo di vivere di ricordi. Ora è tempo di pensare al futuro. Io devo ringraziare tutti, per tutto quello che mi hanno dato finora. Perché se sono così è perché qualcuno mi ha dato le cose: io le ho soltanto cucinate assieme, a modo mio, e digerite. Grazie a tutti, per quello che mi avete reso: perché nel bene o nel male qualcosa di buono l'ho fatto, e di quello vado fiero. Grazie a tutti, di cuore, davvero. Oggi parto. |
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Post n°402 pubblicato il 02 Settembre 2006 da isotropico
Lettera #5 ("Si salvi chi può")
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Post n°401 pubblicato il 01 Settembre 2006 da isotropico
Lettera #4 "La memoria è vera fino a che non la si fissa, finchè non la si chiude in una forma." [*] E i frutti si vedono. |
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Post n°400 pubblicato il 30 Agosto 2006 da isotropico
Lettera #3 ("Vaso di cristallo") "So che non ci sei ma so che hai vent'anni ancora..." Garbo, Vent'anni "Chissà com'è la tua vita oggi e chissà perché avrò abdicato" Franco Battiato, Tra sesso e castità
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Post n°399 pubblicato il 29 Agosto 2006 da isotropico
Lettera #2 ("Le cupole del Santo") "Ogni parola che ci diciamo è stata detta mille volte ogni attimo che noi viviamo è stato vissuto mille volte..." Gino Paoli, Sassi Non posso iniziare una lettera per te senza dirti grazie. Di cosa, lo sappiamo entrambi, e non c'è bisogno di dirlo. Sappiamo benissimo cos'è successo, ed è stato così bello che mi sembra quasi strano che ci siano stati momenti così nella mia vita. Lo dico adesso, così, per la prima volta: non abbiamo mai parlato molto di noi due, del nostro rapporto. Tra maschi funziona così, credo sia normale. Mi piace questa cosa: ma mi piace anche poterti scrivere, adesso, che siamo belli insieme. Siamo proprio belli, e ci hanno sempre visto bene assieme. I tuoi amici, quella volta, ci hanno visto assieme, baci e abbracci, parlare con le mani sulla spalla, e ti hanno pure preso un po' in giro. Ci avevamo visto giusto tra voi due, ti dicevano. Eh beh, ci credo: con quel che era successo! Del resto io ero pur sempre io, e tu eri pur sempre tu. Tra uomo e donna succede così, talvolta. A volte ci cercavamo. Le nostre mani, ricordi? In quel locale perso per le campagne, quanta gente, e le mani che dribblavano i posaceneri, le dita che s'incuneavano tra i bicchieri semivuoti, le falangi che evitavano i pacchetti di sigarette e i loro inutili moniti. Non so perché mi riviene in mente questa cosa, dopo tanto tempo passato: in fondo non siamo mai stati più che amici. Siamo sempre stati grandi amici, noi due. Ci conoscevamo da poco, e già facevamo due passi nelle ore buche a parlare di musica e di film. A volte si rischiava di non tornare in tempo alla lezione. Parlavamo del capodanno: dov'eri stato tu non lo ricordo, ma io ero andato in montagna. Quanta neve, quella volta! E giù a tirarsi la neve addosso in Prato della Valle! Ti ricordi che bella eri, tutta coperta di neve? E tutti i tuoi lampioni che spandevano il rosa nel cielo e sulle case! Era la prima volta che mi sedevo vicino a te. Si stava bene: eri tiepida. Stavo bene tra il calore tuo e quello della cioccolata calda. Per te Piazza Duomo non sarebbe Piazza Duomo se non ci fosse stata la neve, quella volta. Certi momenti fissano indelebilmente il tuo modo di vedere i luoghi dove sono capitati. Ti capisco bene in questo, sai? Ovviamente era per colpa di una donna. Abitava a due passi da lì, del resto. Sei proprio tranquilla quando nevica sulle tue piazze: sei tanto silenziosa. E candida. Sembra che ti sia dimenticata tutto: la tua storia, chi siamo noi, quanto sei bella. E con tutta questa ingenuità confondi il calore della cioccolata con quello dei tuoi fianchi, e il suo profumo con quello delle tue guance. Sorridevano sempre, eppure ogni sorriso sembrava il primo. Le parole, i discorsi, invece, quelli no: ogni cosa chissà quante volte ce la siamo detta, e chissà quante volte l'avevamo pensata prima. Non si capiva bene quando finiva di parlare uno e cominciava l'altro, talmente i nostri discorsi si sovrapponevano, e diventavano uno solo. Uno stesso discorso con due voci. Mi è sempre piaciuta tanto la tua voce, specie quando canti: arrivi tanto in alto per essere un maschio. Cantavamo "Bolero" in cucina facendo la pasta, ti ricordi? Su al quarto piano, cucinando, dalla terrazza potevamo vederti stesa sotto la tua piccola cappa di smog, in tutti quei palazzoni brutti e moderni che sono davanti alla stazione, prima di arrivare alle mura e quindi alla città vera e propria. Ti sono venuto a prendere in stazione. La trovavo una cosa simbolica. I luoghi come contenitori di ricordi: quante volte ne abbiamo parlato? Eppure, nonostante le mille e mille parole spese, è così difficile trovare parole per spiegare come si finisca per innamorarsi dei luoghi. I luoghi rimangono a testimoniare l'esistenza di quei ricordi: ed ecco che te ne innamori, perché senza di essi quei ricordi sarebbero solo in qualche scarica elettrica dentro la memoria virtuale del nostro cervello, e non invece dentro mattoni solidi e duraturi. E noi abbiamo un tesoro, una ricchezza, che metà persone non capiscono e metà ci invidiano. Per tutto questo, per tutte le serate, per tutti i chilometri percorsi in lungo e in largo, per tutte le parole e le domande e i dubbi e i tentativi di risposta e le speranze, io ti ringrazio. Non posso finire una lettera per te senza dirti grazie. Per tutto questo, e perché siamo ancora vicini anche dopo che siamo stati catapultati in giro per il mondo, e continueremo ad esserlo in futuro. Ma ci saremo sempre, perché ci sarà ancora lei, da qualche parte, magari lontana, magari vicina. E allora non sarai più luogo di fantasmi opprimenti di qualcosa che è stato e ormai non è più: ma di cose che rimarranno a dire, a chi verrà dopo di noi, che ti abbiamo amato, e ti abbiamo custodito e ci siamo fatti cullare, e ancora fra molti anni guarderemo fuori dalla finestra in uno di quei giorni profondissimi di primavera, quando si vede l'orizzonte smisuratamente lontano, e per un attimo, un attimo soltanto, ci parrà di vedere in lontananza, di tra le forme usuali, la sagoma minuscola ma inconfondibilmente nostra delle cupole del Santo. |
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Post n°398 pubblicato il 27 Agosto 2006 da isotropico
Lettera #1 ("Non prendere freddo") "Nightswimming remembering that night, september's coming soon..." R.E.M., Nightswimming "Forse sarà quest'aria di settembre o solo che sto diventando grande..." Luca Carboni, Settembre "Non essere mai gelosa di me..." Ivano Fossati, C'è tempo Ti scrivo di notte. E' una notte un po' fredda e ci sono nuvoloni scuri e lontani che si parlano in silenzio - per non disturbare, sembrerebbe - con lampi bianchi e azzurri. Chissà cosa si dicono, penso. Tu ci penserai? No, probabilmente non li vedi neanche. Ti starai divertendo? No, probabilmente sei a casa e pensi a lui. Sono stato nel tuo appartamento una sola volta. Non era ancora finito l'inverno, eppure tu già indossavi quella tua maglietta fina, tanto stretta al punto che... beh, insomma, questa la sai anche tu. Mi piace il freddo dell'inverno, i maglioni e i cappotti e le sciarpe: mi danno un senso d'intimità, di raccoglimento. Quando hai freddo posso coprirti, e puoi rabbrividire come fai quando ti emozioni. Ti emozioni spesso, tu. Probabilmente ora ti starai emozionando pensando a lui. Sai, mi è piaciuto stare a casa tua, quella volta: hai persino preparato dei manicaretti. Avevi anche una gonna, mi viene in mente solo ora. Oggi non le trovi più, le ragazze con la gonna. Oh, che lampi forti questa sera. Non mi pioverai mica anche questa sera, eh? Come due sere fa, quando uscito dall'autostrada sono passato un attimo in stazione e tu piangevi. Mi sembravi triste, ma lei diceva che eri commossa. Commossa di cosa? Di rivedermi? Forse in fondo in fondo provi ancora qualcosa per me. Non si finisce mai del tutto di amare, penso io. Rimane sempre una fibra minuscola del corpo o dell'animo che non smette. Ti ricordi quando eri innamorata di me? Di quando eravamo innamorati? Sorridi anche tu, nonostante i lampi che minacci. Lo so, sei fatta così. Lo sei sempre stata. E i lampi mica li vedi, tu: guardi sempre in basso. Ho notato questa cosa di te, sai? Ti ricordi ad esempio quella domenica mattina al bar, e tu che guardavi sempre il cappuccino come per qualche pudore di guardare me? A mezzogiorno il cappuccino, noi, mentre gli altri pranzavano. Ricordo come la luce impallidiva il tuo viso. La luce dei lampioni, adesso, imporpora i tuoi palazzi. E sopra i palazzi un altro lampo, proprio adesso, non distoglie ancora i tuoi occhi dal pensiero di lui. Che bei palazzi hai. Adesso ti stanno rimettendo a posto per l'autunno che viene. Hanno ristrutturato il parco vicino alla Breccia di Santa Giustina, e hanno messo le piantine nuove. Sono ancora piccole piccole. Ho strappato una fogliolina, tenera, verde, e l'ho messa via. Cresceranno senza di me, quelle piantine. Magari un giorno ritornerò lì, guarderò le piante ormai grandi e adulte e penserò: Ecco, queste sono diventate così senza di me, quando sono partito erano piccolissime, queste piantine sono la nuova vita. Anche tu cambierai, crescerai senza di me. Avrai una storia che sarà solo tua e non mi riguarderà più. Restaureranno le chiese sciupate, come quella di San Gaetano, e si scoloriranno quelle restaurate mentre ero qui, come quella del Torresino. E un giorno smetterai di pensare anche a lui, vedrai. Beh, anche a me, sicuramente. Ti ricordi ancora di quel sudamericano? Non l'ho mai detto a nessuno. E quante cose non ho detto a te. E oramai non te le dirò più, ché tra poco parto e continuerò per una strada che non ti riguarda più. Ma non dimentichiamoci, ti prego. Io quella fogliolina ho intenzione di tenerla davvero, lo giuro. Tu conserva qualcosa di me, anche se non è molto. Ma quello che hai vale molto. Ti auguro tutta la felicità che per te ho sempre desiderato. E vai serena per il mondo, ché lui già lo porti dentro di te, e lo porterai ovunque. Divertitevi senza di me, uscite la sera e bevete e continuate a trovare scuse e pretesti per festeggiare, e lasciate le bottiglie per terra a dire al mondo che siete ancora giovani e c'è ancora tempo, ancora tanto tempo prima di perdere quella grazia incantata che ha reso felice anche me, anni addietro. Ma tra poco ormai parto. Ora sono a Prato della Valle e ti scrivo dalla mia solita statua. I lampi si sono fatti più vicini, come un tamburo che annuncia minaccioso i cupi battiti del tempo; e per fortuna mi sono portato via una giacca, perché comincio ad avere freddo. Ti saluto con tutto l'affetto. Ci rivedremo, vedrai, anche se chissà quando. Settembre ormai è alle porte e il freddo arriverà presto. Copriti questo inverno, mi raccomando. Hai un cappotto nero e una sciarpa rosa: ti prego, non prendere freddo. |
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Post n°397 pubblicato il 26 Agosto 2006 da isotropico
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Post n°396 pubblicato il 25 Agosto 2006 da isotropico
Quello che ho scritto negli ultimi tre post è ingiusto. Perché non dice quanto in realtà mi sia piaciuto il soggiorno lì: per l'ospitalità, per la bellezza dei luoghi, per la piacevolezza del tempo passato. In Abruzzo ci sono stato molto bene. Ci sono tanti paesaggi diversi molto vicini gli uni agli altri: si passa dal mare alla montagna in un'ora di macchina. La gente è simpatica e cordiale. Le città e i paesi meritano di essere visitati. Si mangia bene ma bene bene. E poi Chieti è bellissima di notte, ci sono tanti angoli suggestivi dove appollaiarsi e godersi gli scorci e voler bene alla vita. Sono tornato ieri, dopo dieci giorni, e casa mia mi sembra un luogo un po' strano, un po' meno familiare del dovuto. E' sempre brutto tornare. Guardo il mio orologio e mi dice che siamo al venticinque d'agosto. Tra una decina di giorni partirò per Trieste e inizierò questa nuova avventura. Sono stato via dieci giorni, mi trattengo altri dieci giorni, e poi starò via ancora. Quando mi sono iscritto all'Università, cinque anni fa, nell'incasinatissima ed enorme aula ex-Fiat in Via Venezia, guardavo tutta quella gente e mi dicevo: Però, guarda come sono loro, diventerò anch'io così, chissà quante cose nuove e diverse mi cambieranno. Chi l'avrebbe mai detto, quel giorno, che io sarei arrivato a questo. Proprio io; a proprio questo. Quindi parto. La mia idea era di terminare una seconda[*] (ed ultima?) volta questo diario il giorno prima di partire: per lasciare alle mie spalle, con esso, quello che in esso sono stato, e che con Trieste non sarà più. Vedremo. Inoltre mi piaceva l'idea (ispiratami da Beppe una sera) di chiudere con una serie di lettere, che io naturalmente immagino "d'addio". Vedremo anche questo. Comunque, per mantenere almeno l'atmosfera della cosa, ho cambiato opportunamente titolo e sottotitolo al blog. In fondo, ogni cosa che ho scritto, in questi ormai quasi quattrocento post, è un qualcosa che ho scritto "ad altri" (che non è necessariamente "per altri"): e ora che mi si presume la fine, mi sembra di aver sempre desiderato consapevolemtne indirizzare, dedicare le mie parole a qualcuno in particolare, o a tutti in generale. Come si fa con tante piccole lettere, no?, che si disperdono per il mondo, e per la gente, e attraversano i luoghi e i tempi per disegnare, attraverso i nostri rapporti con gli altri, quello che noi siamo: e in questo, a guardarlo con l'occhio di domani, già si vede il germe di quello che saremo. Ma questo lo spiegherò meglio domani. [*] Qui la prima. |
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Post n°395 pubblicato il 22 Agosto 2006 da isotropico
Sì, direi proprio che è una bella vacanza. |
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Post n°394 pubblicato il 19 Agosto 2006 da isotropico
Continua la mia permanenza in quel di Chieti. Sì, direi proprio che è una bella vacanza. |
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Post n°393 pubblicato il 16 Agosto 2006 da isotropico
Sono arrivato in quel di Chieti, e ci starò un po' di giorni. Mi sono già rimpinzato di pecora e oggi ho impastato farina per tutto il pomeriggio. Dormiamo in due in una camera dove ci sta a malapena un letto. Ho a disposizione una connessione a manovella (il Comune ha finito i criceti). La macchina del babbo fa rumori strani. |
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Post n°392 pubblicato il 11 Agosto 2006 da isotropico
Sono palloso, sì, lo so. Esagero. Mi ripeto. Mi dilungo. Non parlo d'altro. Annoio. Scusatemi. Ma cercate di portar pazienza, in fondo è quasi la fine. |
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Post n°391 pubblicato il 10 Agosto 2006 da isotropico
In fondo, nella vita, molte volte è questione di consapevolezza. Una volta un mio amico ha scritto un racconto in cui una coppia in viaggio di nozze a Firenze si trova improvvisamente in un angolo della città in cui non c'è nessuno e lui continua a ripetere a lei, ossessivamente, quasi parossisticamente: "Non c'è nessuno, nessuno! Riesci a capire! Non c'è nessuno, proprio nessuno, qui siamo solo noi due, siamo soli, capisci?", e via così. Per il mio amico - e anche per me - quello che lui riusciva a cogliere e lei no è l'Arte dentro alle cose. Per questo qualche tempo dopo ho scritto, in un mio racconto, "Arte è consapevolezza". E così come l'Arte, molte altre questioni della vita (che ci crediate o no, l'Arte è una questione della vita) riguardano la consapevolezza. Il crescere, ad esempio. C'è stato un periodo della mia vita (non è stato l'unico: ma in questo momento mi interessa quello) in cui sono cresciuto tanto in poco tempo: era la terza liceo, e chi mi era vicino in quel periodo può confermare. Avevamo sedici anni, diciassette, e vivevamo cose molto intense e profonde, che ci avrebbero cambiato per sempre. Il fatto è che non ne avevamo consapevolezza. Non ne avevo io, perlomeno. Non ero pienamente consapevole di stare vivendo un momento fondamentale della mia vita. Negli anni dell'università, per certi versi, è stato il contrario. Magari vivevo dei momenti banali o senza nulla di particolare, eppure ero perfettamente consapevole che quelli erano momenti importanti della mia storia (più passa il tempo, e più la mia vita la vedo come una storia). Ricordo una notte fonda, di un paio d'inverni fa. Ero seduto sugli scalini fuori dell'appartamento di Seba, a Padova, e nell'alveo buio di quell'androne guardavo il portone del palazzo. Aspettavo Seba che si era un poco attardato dentro; poi saremo usciti e avremo girato Padova. Me ne stavo lì, da solo, al buio, in silenzio: era un tempo morto, un'attesa, un momento per nulla interessante, eppure ero pienamente consapevole e convinto di stare vivendo un momento speciale che mi sarei ricordato a lungo come simbolo di un'intera epoca della mia vita. Chi lo sa poi perché. Simbolo di cosa?, mi verrebbe da chiedermi ora. Di quell'epoca in cui uscivo mezzo ubriaco e facevo mattina girando per Padova? Non lo so. Di una continua attesa di lasciare l'alveo e partire? Non lo so. Fattostà che ora penso che l'importanza di quei momenti fosse dovuta - ricorsivamente - alla consapevolezza dell'importanza di quei momenti; oppure - eliminando la ricorsività - alla piena consapevolezza dei momenti stessi. Ora sto andando a Trieste, a farmi dare le chiavi dell'appartamento dove andrò a stare. Seba invece sta tornando da Dublino. Come quella sera, ora lo aspetto; aspetto che finica di intardigarsi in affari suoi. E poi partiremo assieme: ma per due destinazioni diverse, di cui nessuna è Padova. Presto lascerò l'alveo, e partirò anch'io. |
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Post n°390 pubblicato il 09 Agosto 2006 da isotropico
Ascolto un singolo di quest'estate - l'ha scaricato mio fratello - e mi commuovo. Non che io sia, tra l'altro, un estimatore delle canzoni in lingua spagnola, sapendo che sono "solo" singoli estivi. Ma l'altro giorno ero in macchina con mio fratello, di sera - pioveva -, e mi ha detto: "Ascolta questa". Mette su il cd degli mp3 delle sue ferie in Tunisia: l'autoradio dice Me voy - Julieta Venegas. Chissà chi gli riorda, ho pensato. Perché quella canzone ti ricorda qualcuno, o qualcosa: questo è un dato di fatto. La ascolto una volta, e me ne infatuo (della canzone, mica di Julieta). Forse l'età stempera gli idealismi; forse il crescere sfronda le emozioni più intense, abbassandone la soglia: però càpita di canticchiare, in macchina, un singolo estivo in spagnolo di una benemerita sconosciuta. A me, poi, dico. Però è in tre. A me piacciono le canzoni in tre. Certo, so benissimo che in tutti i manuali di musica c'è scritto che una melodia in tre è più dolce, più malinconica, che non c'è nulla di poetico o di esoterico: però ci casco sempre. Come quando è uscita Certe notti, e pensavo a quanto avrei voluto, io, una vita così. Una volta ho scritto, in un "romanzo" di quasi due anni fa, la che la natura conta fino a tre, e in questo conto danza, e la sua danza è bellissima da seguire. Beh, ecco, a quasi due anni di distanza penso che anche la vita conta fino a tre, e che la memoria danza su questo ùn-ta-ta, ùn-ta-ta. Io sento così, non so se sono l'unico. Ma quando sento ùn-ta-ta, ùn-ta-ta, fatto in un certo modo, mi è impossibile non provare malinconia. Credete che lo conosca il testo di Me voy? Macché! Dopo lo leggerò, sicuramente, ma ora voglio scrivervi che a commuovermi è solo quell'ùn-ta-ta, ùn-ta-ta dolce, eppure freddo da manuale. Due sere fa sono uscito a Padova, con Tomix. La mensa era chiusa e, comunque, non sapevo se avrebbe accettato il mio tesserino (vd. post precedente). Lui ha trovato un relatore, una tesi, una possibilità di lavoro. Ha finito la sua ricerca, si può dire. Io no. Io devo ancora iniziarla. Mi sposto in un'altra città, per trovare tutte queste cose. E lascio a Padova i miei amici. Lascio a Padova Prato della Valle, e Piazza dei Signori, e tutte le altre cose. Ascolto Me voy e mi vengono in mente momenti di cui ho scritto una o due o tre volte in questo diario. Ne sono successe davvero tante di cose. E in questo diario mi sembra di aver scritto poco. Come negli altri diari, cartacei, che ho tenuto prima di questo. [Finisco qui perché un giochino che non è servito a niente mi ha fatto perdere il filo del discorso. Scusate.] |
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Post n°389 pubblicato il 02 Agosto 2006 da isotropico
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Post n°388 pubblicato il 01 Agosto 2006 da isotropico
Questa mattina, in giro a piedi per Padova, sento dietro di me la voce di un signore sui sessant'anni tossire, poi dire: "Senti che tosse!" Fin qua, tutto normale. Ma poi il signore dice: "Come mai tutta questa tosse?" E poi: "Perché fumo tanto." Al che mi giro, sbigottito, per guardarlo. E' da solo. Sta dialogando con se stesso. Mi rigiro. Il signore continua a parlare. "Non dovresti fumare così tanto", si dice. "Eh, lo so", si risponde. "Che pensi di fare?", si domanda. "Mah... ci fumo sopra", si risponde. Mi giro a guardarlo: si sta accendendo una sigaretta. Inizia a fumarla. Tossisce. A furia di sentire tossire e sentire parlare di tosse, viene da tossire pure a me [*]. Tossisco. Purtroppo penso solo dopo che questo potrebbe essere un errore. Infatti subito dopo il tizio che ho dietro dice, rivolto a me: "Eh, anche lei con questa tosse, giovanotto..." Io mi giro, ma non dico niente. Ogni cosa che dico potrebbe creare un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. "Non sarà mica che fuma anche lei, eh?" Io non rispondo. "Dica la verità, io certe cose le capisco." Io non rispondo [**]. "Ci fumi sopra anche lei." Io non dico niente. "Vuole una sigaretta?" Io non dico niente. "Non faccia finta, tanto si sa: la tosse ci conquisterà tutti. Saremo tutti suoi schiavi, sarà la nostra padrona." Allora tossisce. Io non riesco a trattenermi: tossisco anch'io. Allora lui tossisce di rimando. Io tossisco ancora, più forte. Lui tossisce. Io tossisco. Tossiamo assieme, fortissimo, ognuno alimentando la tosse dell'altro. Non riusciamo più a fermarci. "Fratello!", mi dice tra i singulti, e tende le braccia verso di me, felice. Io, in tutta risposta, tossisco. "Tu sì che hai capito!", tenta di dire, ma troppa tosse lo blocca. Tossiamo assieme finché non finisce la sua sigaretta: poi io svolto a destra, lui a sinistra, e la nostra giornata ricomincia normalmente. [*] Forse sono strano per questo, non lo so: sta di fatto che mi succede. La tosse è un po' contagiosa, come gli sbadigli e gli starnuti. Il fatto curioso è che sto scrivendo questo episodio tossendo, proprio perché parla di tosse. [**] Ad ogni modo, io non fumo. |
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Post n°387 pubblicato il 29 Luglio 2006 da isotropico
Ieri, poco prima di cena, sono andato in ospedale a Dolo per trovare mio nonno ricoverato a causa di un po' di acciacchi tipici della sua età. Ci ero andato con mia nonna: sua moglie. Stiamo un po' lì, parliamo, chiacchieriamo; gli teniamo un po' di compagnia. Quand'ecco che guardo fuori dalla finestra. Improvvisamente una cappa di nuvole nere oscura il cielo, e un vento rumoroso piega ogni cosa che possa essere piegata. Io e mia nonna decidiamo di scappare a casa prima che sia troppo tardi. Saliamo in macchina e, un secondo dopo, si abbattono violentemente sul parabrezza secchiate intere d'acqua. Il vento e la pioggia non fanno vedere niente. Le nuvole sembrano cadere a terra, pesanti, tanto da sembrar nebbia. Guidare è difficile, in queste condizioni. Accedo il plinker e i fendinebbia, e spero in bene. Intanto mia nonna, ovviamente, si fa prendere da un attacco di panico. Questo rende ancora più difficile la guida. Arrivato a Mira, lo spettacolo che mi si presenta è terribile. In quei pochi istanti in cui la superficie d'acqua che sta cadendo (perché non sono più secchiate, è proprio un'unica superficie continua), vedo alberi abbattuti ovunque: sulle case, sulle strade. Le carreggiate sono occupate da tronchi scoppiati a metà per fulmini o sradicati dal vento. Non posso tornare a casa, le strade sono tutte bloccate. Mia nonna si mette a piangere. Io cerco altre strade, allungando notevolmente il tragitto nonostante fuori si sia scatenato un diluvio. Strutture in lamiera sono crollate; lampioni e semafori sono spenti, lasciando gli automobilisti abbandonati a se stessi; cassonetti attraversano le strade a tutta velocità e sbattono sui cancelli o cadono nel fiume; le ringhiere vengono piegate; l'aria è piena di rami che volano; persino qualche cartello stradale sradicato vola per aria: uno è passato a un metro dal mio parabrezza. Al che mia nonna si mette a tremare, e smette di parlare. Io in quel momento sento anche la responsabilità di lei, oltre che di me stesso. Non so come sono riuscito a tornare a casa: fattostà che mi ci sono ritrovato, senza aver fatto o subìto incidenti di nessun tipo. A casa, però, e in tutta la via, non c'è luce né corrente elettrica. Io e mia nonna tiriamo fuori delle vecchie candele e ci attrezziamo con quelle. Le finestre erano rimaste aperte, e dentro è entrato di tutto. In giardino c'è metà albero proveniente da un altro giardino; per fortuna però nessuno dei miei alberi è crollato. Mio fratello non è in casa. Lo chiamo, ma le linee sono intasate. Per fortuna dopo un po' arriva. Finito di sistemare un po' il disastro, il tempo si placa. Fuori fa freddo ed è buio; la visione è inquietante. Dalla finestra aperta per lasciare uscire il fumo delle candele sento provenire da ogni direzione sirene di ambulanze e vigili del fuoco. Ma io sono a casa. Al buio e senza niente di caldo da mangiare: ma a casa; con metà albero non mio in giardino (che ha squarciato una tenda, tra l'altro): ma a casa. Dopo aver mangiato, quando tutto ormai è tranquillo, salgo al pianoforte con una candela, e suono un po' al suo tenue lume. Poi la candela muore per un colpo improvviso di vento: ma io continuo a suonare lo stesso, al buio, una musica docile e serena, perché ho attraversato il temporale senza vedere niente e adesso che sono a casa, anche se ancora non posso vedere niente, riesco comunque ad attraversare la musica con le mie sole mani, senza nemmeno più la paura d'altri colpi improvvisi di vento, ché almeno quelle, almeno su quella tastiera, sanno muoversi esattamente dove devono. |
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Post n°386 pubblicato il 24 Luglio 2006 da isotropico
Prendo la macchina e vado dal tabacchino, perché devo mandare un fax. Parcheggio lì davanti. Subito fuori dall'entrata c'è una signora anziana che sta grattando una di quelle schede con in palio delle vincite. Entro. "Devo inviare un fax", dico al tizio. E' un tizio che vedo spesso, perché in quel tabacchino mi capita spesso di andare, sin dall'epoca delle medie. Le prime volte in cui andavo c'erano le figurine dei Power Rangers . Era proprio un'altra epoca: non solo mia, ma delle persone, dell'Italia. Mi viene in mente che sarebbe bello raccontare la storia d'Italia, almeno di quest'ultima generazione, tramite quello che è passato attraverso le edicole e i tabacchini. "Dammi", mi dice lui, allungando una mano, con un tono che è quanto di più lontano dall'entusiasmo che si possa immaginare. Dopo mezza vita passata così, lo capisco. Gli do il foglio. Lui va a spedire il fax. Ci mette un po' di tempo: intanto torna al banco. La signora anziana che era fuori torna dentro, e lo guarda con aria di sfida. "Un Miliardario", annuncia sventolando in mano cinque euro. Il tizio le dà un Miliardario e mette i cinque euro in cassa. Lei torna fuori e inizia a grattare con cura spasmodica la scheda. Il tizio mi guarda come a dire: "Ma guarda con che gente devo passare le giornate". Va di nuovo al fax per vedere se lo ha spedito. Torna al banco. "Ci mette un po', oggi è lento", dice stancamente, per nulla interessato. La signora anziana torna dentro. Tira fuori venti euro dalla borsa: con la stessa fierezza un cavaliere estrarrebbe la spada dalla guaina. "Quanti me ne vengono?", chiede nervosa. "Quattro." "Dammi indietro quindici euro e un Miliardario." Lui esegue. Lei esce e gratta con il viso incollato alla scheda. "E' tutta la mattina che sta andando avanti così", mi dice il tizio. "Lo immaginavo." "Adesso tornerà e ne comprerà un altro: non li prende mica in blocco." Poi torna al fax. Finalmente ha finito. "Due euro e venti", mi dice. Mentre li tiro fuori, torna dentro la signora anziana. Butta cinque euro sul banco. "Un Miliardario", dice quasi solo col labiale, come se avesse paura delle microspie. Lui le dà un'altra scheda. Lei torna fuori. Gratta. Io do due euro e venti al tizio. Lui mi dà la ricevuta del fax, lo scontrino, poi mi ringrazia e mi saluta. Io lo saluto e lo ringrazio, poi prendo la ricevuta. Esco. Guardo la signora. La signora non alza gli occhi dalla scheda. "Allora, ha trovato la scheda vincente?", le chiedo. Lei, sempre senza alzare gli occhi, farfuglia qualcosa come: "Speriamo, sì sì, questa è la volta buona, me la sento". Torno alla macchina. La metto in moto, e parto. Mentre guido, guardo la ricevuta che ho posato sul sedile accanto al mio: ho appena spedito la conferma al proprietrario dell'appartamento dove andrò a stare. Il senso di questo episodio è che c'è chi si rassegna, chi non si accontenta ma non sa uscirne, e poi chi non si accontenta ma riesce ad uscirne. |
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Post n°385 pubblicato il 22 Luglio 2006 da isotropico
Stamttina ho fatto un po' di commissioni per la casa. Dovevo andare dalla Cristina (negozio di abbigliamento) a portare indietro un paio di pantaloni per mia mamma, poi andare dalla Tosca (panificio) a prendere un po' di pane, e infine da Bepi (ferramenta) per prendere un raccordo per tubi dell'acqua. Vado prima da Bepi. Avrà sessant'anni, ormai. "Buongiorno, mi servirebbe un raccordo per tubi dell'acqua da 3/4", dico. "A sarisse chel strafanto de prastegon pa' tacare e gome una drio-man de cheàltra?", mi chiede [1]. "Sì." Me lo dà. Lo pago. Mi chiede come va a casa. Gli dico che va coi suoi alti e bassi: ho notato che è una risposta che soddisfa sempre. "El mondo ze bèo parché ze variàbie", annuncia. "Vario", dico tra me e me. "Ciò, ti te si' studia'... Co ze che te-te lauri?" [2] "Tra un anno e mezzo." "Ogni frùto pa' 'a so' stajon", mi dice. [3] "Ciao Bepi." "Saeùdo." [4] Bepi mi conosce da quando ero bociéta [5]. Poi vado dalla Tosca. Anche lei avrà quasi sessant'anni. "Buongiorno, vorrei quattro ciòpe [6] di pane al latte." Me le dà. In quel momento entra il matto del paese. "Tùti al mareee... tùti al mareee...", dice. Mi guarda. Ci siamo solo io e la Tosca nel negozio. "Onquò diocan a-ghe ze 'ste madòne in spiaja co' 'ste cueàte de-fora procodio che a vardàle te-te capòti drio-schina dioboia", dice [7]. "Bèa vecio", gli dico [8]. Se ne va ridendo, tutto contento. Io e la Tosca ci guardiamo. Mi chiede come va a casa: rispondo che ci sono alti e bassi. Mi chiede quanto mi manca per laurearmi: rispondo che mi manca un anno e mezzo. Poi me ne vado. La Tosca mi conosce da quando ero bociéta. Poi vado dalla Cristina. Le porto i pantaloni. "Come zea to mare?", mi chiede [9]. "Alti e bassi", rispondo. Mi saluta, la saluto, me ne vado. La Cristina mi conosce da quando ero bociéta. Qui a Mira ho una vita passata, ho una storia. Io conosco la gente, e la gente mi conosce. Sanno dove abito, sanno in che famiglia vivo. Si interessano alla mia laurea, loro che hanno la quinta elementare. E' un paesino piccolo, dove ci si conosce tutti e si è tutti connessi l'un l'altro. E' la mia gente, è la mia terra. Io sono figlio loro, loro nipote. Vengo da lì, mi sono formato al loro cospetto. Questo non lo posso dimenticare, e ora che sta per finire ci sto pensando in continuazione. Giorni fa sono tornato alle Giare, dove inizia la baréna [10] e ci sono le cavàne [11]. Non ci tornavo da quando ero cèo [12]: sarà stata l'estate della terza media, e quindi, a ben guardare, dieci anni fa. Da lì la vista si apre e si vede una sintesi di che cos'è la mia terra e della sua storia. A nord ci sono i campi dei contadini, che in questo periodo sono rigogliosi di formentòn [13]; a ovest c'è baréna e a sud si vede la laguna e le grandi navi che vanno lente; a est c'è Porto Marghera con le sue fabbriche chiuse (come l'Alumix) o ancora aperte (come la Palladio), e poi in fondo c'è Venezia. Sono tornato lì, e mi ha quasi commosso. E' bello sapere che c'è un posto da cui puoi vedere tutti gli elementi significativi della tua terra, tutti in una volta sola. E' bello sapere che c'è un posto da cui posso vedere contemporaneamente sia il campanile di Mira che quello di San Marco a Venezia, perché io abito a Mira che è in provincia di Venezia. Forse tutto questo si capisce poco; ma ora che alla mia terra sto dicendo "ciao" [14], queste cose le sento particolarmente. "E' così che mi parti", ha detto mia mamma: con quel "mi" dativo che è un po' aulico e un po' gergale, e che esprime ai miei occhi tutto il senso d'affettuoso possesso che una mamma può provare per un figlio. Non ha detto: "Così mi parti", ma "E' così che mi parti", come se già fosse scritto dall'inizio, per lei, che io un giorno sarei partito; e come se ora lei avesse semplicemente scoperto il modo in cui "le parto". "Così finalmente te ne vai anche tu", mi ha detto Riccardo, che in questi mesi ha capito. "Bèa vecio" [15], mi ha detto Seba, con cui ho inventato tutti questi discorsi, e che se n'è andato prima di me. Dare questo annuncio non è stato bello ed entusiasmante come me lo sarei sempre aspettato: c'è sempre un senso che aleggia come di qualcosa non che finisce, ma che diverge. Quello stesso senso che ho provato stamattina nel parlare con la mia gente, nel sentire il mio dialetto, nell'andare in posti dove vado da sempre e dove da sempre lavorano persone da cui io, voglia o non voglia, mi sto separando. [1] "Sarebbe quell'aggeggio di plastica per collegare due tubi di gomma uno dopo l'altro?". [2] "Eh, tu hai studiato... Quando ti laurei?". [3] Letteralmente: "Ogni frutto per la sua stagione"; propriamente: "Ogni cosa a suo tempo, ogni risultato si coglie quando è maturo". E' un proverbio che mi piace tanto. [4] Letteralmente: "Saluto"; propriamente: "Ti saluto". [5] "Bambino non troppo piccolo". Variante: "cèo"; ma "bociéta" è più tenero, più affettuoso, e poi rappresenta un bambino più piccolo di un "cèo". [6] "Pagnotte". [7] "Al giorno d'oggi - roba da non credere - ci sono le suocere in spiaggia con le chiappe fuori - ma dove siamo finiti - che solo a vederle svieni - eh cavolo, non è mica giusto". [8] Intraducibile; più o meno: "Vai così, amico!". [9] "Come sta tua mamma?". [10] Dal Dizionario De Mauro-Paravia: "veneto - Fondo lagunare che emerge per lungo tempo con la bassa marea e in cui si può sviluppare la vegetazione". [11] Dal Dizionario De Mauro-Paravia: "veneto - Nelle valli da pesca venete, tettoia chiusa su tre lati usata come cantiere o rimessa per barche". [12] Cfr. [5]. [13] "Granturco". [14] Antico saluto veneziano. E' la contrazione di "sciào" (schiavo, servo); significa letteralmente: "Sono tuo servo, sono al tuo servizio". [15] Cfr. [8]. |
INFO
QUALCOSA DI BUONO L'HO FATTO
- Le tre ipostasi della divinità
- 07
- Mangia quel brodo!
- Tasti
- Un fogliettino con scritto il mio nome
- L'uomo di poca memoria
- Ciliege e monete sotto un portico, in un giorno lontano
- La verità non si può conoscere, ma il futuro sì
- La sola cosa che so e che ho da dirti
- Una gita a Pescara
- Filippo il Mulo
- Vita e letteratura
- Quel particolare che dà un senso a ogni cosa
- Finestre
- Strano
- Annalaura e Benedetta
- Niente di vero tranne l'acqua
- Nicoletta
- Andate da lei
- Porcini e grana
- E andarono insieme incontro alla sera
- Omeopatia
- Giornata mondiale
- Una scatolina blu
- Domande
- Acqua
- La vecchia voce


Inviato da: Rumatore
il 21/06/2009 alle 21:36
Inviato da: undefined
il 16/03/2009 alle 19:22
Inviato da: Anonimo
il 16/07/2008 alle 19:21
Inviato da: Anonimo
il 08/07/2008 alle 14:49
Inviato da: Anonimo
il 08/07/2008 alle 14:23