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Campanili
Post n°381 pubblicato il 06 Luglio 2006 da isotropico
E si va avanti, niente da dire, proprio come in quelle interminabili sere invernali di seconda liceo, quando la vita se ne andava così lentamente che sembrava non dovesse finire mai, e il tempo pareva un peso viscoso, vischioso, che tagliava giusto a metà il cuore. Oggi quello che taglia a metà il cuore, invece, è la nostalgia. Le sere ora non sono più interminabili; le finestre in questo inizio d'estate rimangono aperte e l'odore agrodolce della campagna consunta, fuori, si mescola con quello degli zampironi accesi, che bruciano piano piano, lentamente, consumandosi a spirale proprio come il tempo dei nostri giorni, dei nostri anni così disparati, fino all'unico punto finale. Neanche un anno fa Seba si laureava a Padova; qualche giorno dopo c'è stata la sua festa d'addio; dopo circa un mese è partito per Milano; e domani da Milano partirà l'aereo che lo porterà a Dublino, dove se ne andrà per qualche tempo, per tanti buoni motivi. Ciao Seba, buon viaggio e buona esperienza in Irlanda. Cerca di cavartela al meglio e di spremere quanto più possibile il frutto della nostra estrema propaggine di giovinezza: perché un pezzetto della tua è la mia che ti ho dato; e viceversa. Sai, io invece passerò l'estate qui a Mira. Per andare alla biblioteca nuova adesso c'è una strada nuova: da lì si vedono i campanili di Mira, di Gambarare, di Mira Porte, e si indovinano quelli di Dolo e di Porto Menai. Cinque: sono tanti. Io da piccolo adoravo i campanili, lo sai. E ancora adesso mi incantano. Da piccolo pensavo che le persone fossero come i campanili: se ne stanno sempre là, non si muovono, fanno da "segnalibro dei luoghi", visibile anche da distante. Anche le persone sono questo, pensavo: anche loro se ne stanno sempre lì, ferme nello stesso identico punto, a dirti dove sei. E anche noi siamo fermi, pensavo: fermi nello stesso identico punto a dire agli altri dove sono. E come nelle immense pianure della mia terra, quando non ci sono più case e i campi si aprono fino all'orizzonte, ogni campanile può vedere chiaramente dove sono tutti gli altri: e si passa tutta la vita così, guardandosi da lontano, ognuno sul suo punto, per sempre sicuri che tutti gli altri saranno esattamente dove sono sempre stati; e non stancarsi mai di questa cosa, ma anzi trovarla il senso più puro e bello dell'esistere per stare al mondo. Questo pensavo, da bambino. La penso ancora così? Non più, Seba; non più, amici miei; non più, mamma, nonni, parenti. Non più, gente che abitate la mia terra. Forse in fondo vorrei che le cose stessero così; ma è giusto che non lo siano. Un giorno ti svegli e i campanili non sono più dove li avevi lasciati la sera prima: e questo succede a tutti, sempre, da sempre, e questo è quanto. Non mi domando, del resto, perché la gente se ne vada; non mi domando perché io me ne andrò, quando me ne andrò. Non mi domando cosa diventerò quando non pesterò più questa terra: ma mi domando cosa resterà di me, qui dove sono ora, e dove non sarò più, agli occhi e nel cuore di tutte le persone che mi conoscono e che mi hanno voluto bene. Tempo fa una cara amica mi ha scritto, tra le altre cose: "[...] Mi sembri piuttosto un albero piantato profondamente nel terreno, sferzato dal vento e dal tempo che muta il paesaggio. Stai lì piantato e osservi: le tempeste di sabbia, gli animali morire, i compagni squarciati dai fulmini. E guardi, dai tuoi occhi pazienti di albero, guardi e annoti sulla tua corteccia dura tutto quello che i tuoi occhi assorbono. [...] Io non credo tu stia male, lì sulla collina a guardare gli esseri umani che brulicano e si perdono in inezie. Mi sembra che tu stia bene nel tuo ruolo, incastrato nel paesaggio, e secondo me arriverà un giorno in cui qualcosa verrà scardinato. Ma c'è ancora tempo da attendere e pazienza da centellinare". Ora c'è meno tempo da attendere, amica mia; meno pazienza da centellinare. E forse, di me, resteranno solo le cose che avrò annotato sulla mia corteccia dura. Ma in fondo - questo ormai l'ho capito bene - io sono nient'altro che quelle cose. Ciao Seba, fai buon viaggio. Non mi mancherà il tuo campanile, quando da domani non lo vedrò più: e so che allo stesso modo non ti mancherà il mio, quando sarò io a lasciare la collina e racconterò quello che ho annotato per tanti, troppi anni passati qui. Non ci mancheranno, perché sapremo, e avremo capito. Un giorno ci rincontreremo, sicuramente, amico mio. |
INFO
QUALCOSA DI BUONO L'HO FATTO
- Fuori servizio
- Le tre ipostasi della divinità
- 07
- Mangia quel brodo!
- Tasti
- Un fogliettino con scritto il mio nome
- L'uomo di poca memoria
- Ciliege e monete sotto un portico, in un giorno lontano
- La verità non si può conoscere, ma il futuro sì
- La sola cosa che so e che ho da dirti
- Una gita a Pescara
- Filippo il Mulo
- Vita e letteratura
- Quel particolare che dà un senso a ogni cosa
- Finestre
- Strano
- Annalaura e Benedetta
- Niente di vero tranne l'acqua
- Nicoletta
- Andate da lei
- Porcini e grana
- E andarono insieme incontro alla sera
- Omeopatia
- Giornata mondiale
- Una scatolina blu
- Domande
- Acqua
- La vecchia voce
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Inviato da: Rumatore
il 21/06/2009 alle 21:36
Inviato da: undefined
il 16/03/2009 alle 19:22
Inviato da: Anonimo
il 16/07/2008 alle 19:21
Inviato da: Anonimo
il 08/07/2008 alle 14:49
Inviato da: Anonimo
il 08/07/2008 alle 14:23