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Post N° 402

Post n°402 pubblicato il 02 Settembre 2006 da isotropico

Lettera #5
("Si salvi chi può")


Ho messo questi cinque anni di università dentro un sacchetto nero. Uno di quelli grandi, per i bidoni della spazzatura. Ci ho messo dentro tutti i quaderni, le dispense, le fotocopie, gli appunti di questi cinque anni che sono appena passati. Già cinque anni, eh? Non sembra neanche vero. Ne abbiamo passate davvero tante: è stata come una vita in miniatura dentro la vita.
Adesso che tutto questo finisce - o ricomincia, non so ancora dire - mi sembra strana l'idea di due strade che si separano dopo aver camminato assieme per tanto tempo. Ci ho pensato mille volte, eppure adesso mi sembra strano. Come non mi fosse mai successo prima. E sappiamo entrambi che invece è successo.
Quello che più mi rattrista, di questo fatto, è che d'ora in poi non ci saremo più l'uno all'altro per ogni evenienza, per ogni problema, per ogni fatto da vivere o condivivere o giudicare. Se faceva freddo, potevo dirti di portarti i guanti, quelli comprati per tre euro al mercato a Prato della Valle. Io avevo i miei guanti rossi che erano un po' rovinati però ci ero affezionato. Adesso invece non te lo posso più dire. Io mi preocccupo al pensiero di te al freddo e io che non ti posso più dire di coprirti. Non che tu sia una persona stupida, che non sa capire quando è ora di coprirsi: ma è il non fare più le cose insieme, di lasciare ognuno a se stesso, che dà dispiacere. Questo spero tu riesca a comprenderlo.
Non studieremo più assieme, come eravamo abituati ormai da tanto tempo. Ci riusciva molto bene. Passavamo ore e ore a parlare di cosa avevamo studiato: ed era come ripassare e capire qualcosa di nuovo allo stesso tempo. Abbiamo superato tanti esami così: sapresti dire quanti? No, beh, ovviamente no. Sono cose, queste, di cui non si tiene il conto: ma quando finiscono, mi piacerebbe sapere con esattezza, nel dettaglio, tutto ciò che del nostro rapporto è stato quantificabile. A volte sembra che solo ciò che è quantificabile possa essere vero, e quindi rimanere. Sapere quante volte siamo andati a prenderci lo spritz, quante volte abbiamo fatto un giro alla Feltrinelli, quante volte ti abbiamo vista sospesa in quei tramonti invernali che capitano quasi tra capo e collo a dirci che è finita un'altra giornata, adesso corri a casa, fuori è freddo, ritorna dai tuoi cari, dalle persone che ti sono amiche, da chi ti può consolare. Mentre invece, quando ti lasciavo, io da tutte quelle persone mi stavo allontanando.
Avresti potuto essere un po' più aggrazziata, talvolta, e non essere dolce proprio quando non ne avevo bisogno. Ma di questo, in fondo, non mi dispiace. Preferisco averti vista così dolce anche quando la tua dolcezza mi intristiva. E' che quando tramonta, specie in primavera, sei così dolce che verrebbe da non lasciarti mai. Eppure lo faccio per portarti dentro. Dove rimarrai per sempre, anche se lì sarai una cosa fissa, impostata, immobile. Da lì non sentirò più il tuo scorrere, il tuo cambiare impercettibile ma costante, che ai miei occhi ti rende viva, ti rende vera.
Sei cambiata, dobbiamo ammetterlo entrambi. Ti ho rivista in una chiesa l'anno scorso. Pregavi. Inginocchiata, dita intrecciate sulla fronte. Pregavi, devota. Non ti vedevo da tanti anni, ormai. L'ultima volta eri una... come si direbbe adesso? Una dark, forse. Forse una metallara, o una punk. Forse un misto di tutte queste cose. Avevi vestiti tutti neri, strappati, borchie e monili metallici ovunque, piercing, trucco appariscente, labbra colorate di scuro, capelli di un colore indecifrabile sparati in tutte le direzioni. Mi davi un senso di... perdizione. E poi, dopo tanto tempo, ti ho rivista in chiesa, a pregare. Eri ingrassata e avevi un'aria stanca, sciupata, rovinata. Gli occhi un po' tristi, la pelle secca, i capelli stopposi. Ma eri serena, quello sì: forse felice.
Ricordo bene quando mi piacevi. Molto prima che diventassi una dark o quale altro. Venivo a casa tua a fare i compiti. Tuo padre ci portava qualcosa da mangiare. A maggio ci mettevamo in divano a guardare il Giro d'Italia, e poi andavamo al campetto a giocare a calcio. Tu stavi sulla tribuna a guardare gli altri. Io giocavo il meno possibile per stare un po' di più con te. Facevamo la strada assieme, in bicicletta. Parlavamo spesso dei nostri amici. Poi ci siamo persi, poi sei diventata una dark, poi sei andata in chiesa. A campionarla così raramente, la vita sembra una cosa sconnessa e senza un filo logico: una storia non raccontabile, senza significato, senza senso. Chissà tu cosa potresti aver pensato di me. Se ti avessi parlato di Padova, ad esempio. Cosa potresti avere capito.
Non sei mai stata molto popolare, tra le persone che frequentavo in quel periodo. La gente diceva che non eri bella. Io mi ero convinto che tu non fossi bella. Ma la gente non ci fa caso, a queste cose. La bellezza delle cose ama nascondersi: così dice la canzone, no? In realtà sei un luogo in cui si è fortnuati a passare quegli anni della giovinezza. Me ne sono reso conto adesso, che me ne sto andando. Un posto non vale l'altro. C'è modo e modo di vivere, a seconda di dove lo si fa. E tu sei stato un buon posto, credimi. E lo sei stato prima di me, e lo sarai ancora dopo di me. Io sono solo un anello della catena, né più importante né meno degli altri. Ogni cosa è solo un anello della grande catena. Siamo solo cose che corrono, che passano, che oggi ci sono e domani non ci sono più.
Io ho in camera un sacco nero pieno questi cinque anni del mio passato, e una valigia piena di cose utili e di speranze e di sogni un po' meno utili. Forse non ci crederai, ma è per salvare il sacco che ho riempito la valigia. E a te, a tutti voi, che mi siete stati vicino, che mi avete fatto essere me stesso, io auguro allo stesso modo di salvarvi, come ho fatto io, come ha fatto quella ragazza che mi piaceva tanto e che adesso è riuscita ad essere felice, perché per vedere le stelle bisogna necessariamente attraversare l'inferno.
Si salvi chi può.

 
 
 
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