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        <title>Lettere</title>
        <description>Dire una cosa è sempre un dirla ad altri</description>
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        <lastBuildDate>Thu, 10 Jun 2010 10:01:17 +0200</lastBuildDate>
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        <category>Di Tutto un pó</category>
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            <title>Congedo</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1576362.html</link>
            <description>&lt;DIV style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Tutti quelli che se ne vanno ti lasciano addosso un po' di sé: è questo il segreto della memoria? Se è così, allora mi sento più sicura, perché so che non sarò mai sola...&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;&lt;BR&gt;Giovanna, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;La finestra di fronte&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;BR&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;BR&gt;Bene. Ho scritto quello che dovevo scrivere. Ora è tempo di salutarsi. Ci siamo tenuti compagnia, abbiamo riso e scherzato assieme, abbiamo sofferto e pensato. Abbiamo trascorso assieme, seppur solo sfiorandoci, di lontano, questo piccolo tratto di strada. Ora queste strade si separano. Aprirò un altro diario in rete? Oppure farò buon uso della &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Moleskine &lt;/SPAN&gt;che mi hanno regalato? Non lo so: so solo che questo diario, ora, deve finire.&lt;BR&gt;Come lascio Padova, e gli anni trascorsi dentro, per portare dentro quello che sono stato, senza che pesi, facendomi crescere e cambiare in meglio, così devo lasciare questo diario, e con esso la zavorra del tempo passato, e di quello che sono stato e non sarò più. Devo essere una persona nuova, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;voglio &lt;/SPAN&gt;essere una persona nuova: quindi quel che è stato deve essere &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;dentro &lt;/SPAN&gt;di me, e non fuori.&lt;BR&gt;Ho concluso con cinque lettere che salutano tante persone, forse tutte, forse nessuna. O forse una sola: me stesso. Saluto me stesso, perché io sono in tutte quelle persone, sono ciò che lega tutte quelle persone, sono io &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;attraverso &lt;/SPAN&gt;quelle persone. Saluto il me stesso passato. Gli dico addio, e lo getto in mare. Ora non è più tempo di vivere di ricordi. Ora è tempo di pensare al futuro.&lt;BR&gt;Io devo ringraziare tutti, per tutto quello che mi hanno dato finora. Perché se sono così è perché qualcuno mi ha dato le cose: io le ho soltanto cucinate assieme, a modo mio, e digerite. Grazie a tutti, per quello che mi avete reso: perché nel bene o nel male qualcosa di buono l'ho fatto, e di quello vado fiero. Grazie a tutti, di cuore, davvero.&lt;BR&gt;Oggi parto.&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Sun, 03 Sep 2006 12:15:22 +0200</pubDate>
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            <title>Senza titolo</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1574671.html</link>
            <description>&lt;DIV&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;FONT class='ske04'&gt;&lt;SPAN&gt;Lettera #5&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;(&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Si salvi chi può&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;)&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;P align=justify&gt;&lt;BR&gt;Ho messo questi cinque anni di università dentro un sacchetto nero. Uno di quelli grandi, per i bidoni della spazzatura. Ci ho messo dentro tutti i quaderni, le dispense, le fotocopie, gli appunti di questi cinque anni che sono appena passati. Già cinque anni, eh? Non sembra neanche vero. Ne abbiamo passate davvero tante: è stata come una vita in miniatura dentro la vita.&lt;BR&gt;Adesso che tutto questo finisce - o ricomincia, non so ancora dire - mi sembra strana l'idea di due strade che si separano dopo aver camminato assieme per tanto tempo. Ci ho pensato mille volte, eppure adesso mi sembra strano. Come non mi fosse mai successo prima. E sappiamo entrambi che invece è successo.&lt;BR&gt;Quello che più mi rattrista, di questo fatto, è che d'ora in poi non ci saremo più l'uno all'altro per ogni evenienza, per ogni problema, per ogni fatto da vivere o condivivere o giudicare. Se faceva freddo, potevo dirti di portarti i guanti, quelli comprati per tre euro al mercato a Prato della Valle. Io avevo i miei guanti rossi che erano un po' rovinati però ci ero affezionato. Adesso invece non te lo posso più dire. Io mi preocccupo al pensiero di te al freddo e io che non ti posso più dire di coprirti. Non che tu sia una persona stupida, che non sa capire quando è ora di coprirsi: ma è il non fare più le cose insieme, di lasciare ognuno a se stesso, che dà dispiacere. Questo spero tu riesca a comprenderlo. &lt;BR&gt;Non studieremo più assieme, come eravamo abituati ormai da tanto tempo. Ci riusciva molto bene. Passavamo ore e ore a parlare di cosa avevamo studiato: ed era come ripassare e capire qualcosa di nuovo allo stesso tempo. Abbiamo superato tanti esami così: sapresti dire quanti? No, beh, ovviamente no. Sono cose, queste, di cui non si tiene il conto: ma quando finiscono, mi piacerebbe sapere con esattezza, nel dettaglio, tutto ciò che del nostro rapporto è stato quantificabile. A volte sembra che solo ciò che è quantificabile possa essere vero, e quindi rimanere. Sapere quante volte siamo andati a prenderci lo spritz, quante volte abbiamo fatto un giro alla&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt; Feltrinelli&lt;/SPAN&gt;, quante volte ti abbiamo vista sospesa in quei tramonti invernali che capitano quasi tra capo e collo a dirci che è finita un'altra giornata, adesso corri a casa, fuori è freddo, ritorna dai tuoi cari, dalle persone che ti sono amiche, da chi ti può consolare. Mentre invece, quando ti lasciavo, io da tutte quelle persone mi stavo allontanando.&lt;BR&gt;Avresti potuto essere un po' più aggrazziata, talvolta, e non essere dolce proprio quando non ne avevo bisogno. Ma di questo, in fondo, non mi dispiace. Preferisco averti vista così dolce anche quando la tua dolcezza mi intristiva. E' che quando tramonta, specie in primavera, sei così dolce che verrebbe da non lasciarti mai. Eppure lo faccio per portarti dentro. Dove rimarrai per sempre, anche se lì sarai una cosa fissa, impostata, immobile. Da lì non sentirò più il tuo scorrere, il tuo cambiare impercettibile ma costante, che ai miei occhi ti rende viva, ti rende vera. &lt;BR&gt;Sei cambiata, dobbiamo ammetterlo entrambi. Ti ho rivista in una chiesa l'anno scorso. Pregavi. Inginocchiata, dita intrecciate sulla fronte. Pregavi, devota. Non ti vedevo da tanti anni, ormai. L'ultima volta eri una... come si direbbe adesso? Una &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;dark&lt;/SPAN&gt;, forse. Forse una &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;metallara&lt;/SPAN&gt;, o una &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;punk&lt;/SPAN&gt;. Forse un misto di tutte queste cose. Avevi vestiti tutti neri, strappati, borchie e monili metallici ovunque, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;piercing&lt;/SPAN&gt;, trucco appariscente, labbra colorate di scuro, capelli di un colore indecifrabile sparati in tutte le direzioni. Mi davi un senso di... &lt;SPAN&gt;perdizione&lt;/SPAN&gt;. E poi, dopo tanto tempo, ti ho rivista in chiesa, a pregare. Eri ingrassata e avevi un'aria stanca, sciupata, rovinata. Gli occhi un po' tristi, la pelle secca, i capelli stopposi. Ma eri serena, quello sì: forse felice.&lt;BR&gt;Ricordo bene quando mi piacevi. Molto prima che diventassi una &lt;SPAN&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;dark&lt;/SPAN&gt; &lt;/SPAN&gt;o quale altro. Venivo a casa tua a fare i compiti. Tuo padre ci portava qualcosa da mangiare. A maggio ci mettevamo in divano a guardare il &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Giro d'Italia&lt;/SPAN&gt;, e poi andavamo al campetto a giocare a calcio. Tu stavi sulla tribuna a guardare gli altri. Io giocavo il meno possibile per stare un po' di più con te. Facevamo la strada assieme, in bicicletta. Parlavamo spesso dei nostri amici. Poi ci siamo persi, poi sei diventata una &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;dark&lt;/SPAN&gt;, poi sei andata in chiesa. A campionarla così raramente, la vita sembra una cosa sconnessa e senza un filo logico: una storia non raccontabile, senza significato, senza senso. Chissà tu cosa potresti aver pensato di me. Se ti avessi parlato di Padova, ad esempio. Cosa potresti avere capito. &lt;BR&gt;Non sei mai stata molto popolare, tra le persone che frequentavo in quel periodo. La gente diceva che non eri bella. Io mi ero convinto che tu non fossi bella. Ma la gente non ci fa caso, a queste cose. La bellezza delle cose ama nascondersi: così dice la canzone, no? In realtà sei un luogo in cui si è fortnuati a passare quegli anni della giovinezza. Me ne sono reso conto adesso, che me ne sto andando. Un posto non vale l'altro. C'è modo e modo di vivere, a seconda di dove lo si fa. E tu sei stato un buon posto, credimi. E lo sei stato prima di me, e lo sarai ancora dopo di me. Io sono solo un anello della catena, né più importante né meno degli altri. Ogni cosa è solo un anello della grande catena. Siamo solo cose che corrono, che passano, che oggi ci sono e domani non ci sono più.&lt;BR&gt;Io ho in camera un sacco nero pieno questi cinque anni del mio passato, e una valigia piena di cose utili e di speranze e di sogni un po' meno utili. Forse non ci crederai, ma è per salvare il sacco che ho riempito la valigia. E a te, a tutti voi, che mi siete stati vicino, che mi avete fatto essere me stesso, io auguro allo stesso modo di salvarvi, come ho fatto io, come ha fatto quella ragazza che mi piaceva tanto e che adesso è riuscita ad essere felice, perché per vedere le stelle bisogna necessariamente attraversare l'inferno. &lt;BR&gt;Si salvi chi può.&lt;/P&gt;</description>
            <pubDate>Sat, 02 Sep 2006 19:24:46 +0200</pubDate>
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            <title>Senza titolo</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1569947.html</link>
            <description>&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;P align=center&gt;&lt;FONT class='ske04'&gt;&lt;STRONG&gt;Lettera #4&lt;/STRONG&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske02'&gt;(&amp;quot;&lt;EM&gt;Saremo sempre noi&lt;/EM&gt;&amp;quot;)&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;/P&gt;&lt;P align=right&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;La memoria è vera fino a che non la si fissa, finchè non la si chiude in una forma.&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;&lt;BR&gt;Italo Calvino, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Se una notte d'inverno un viaggiatore&lt;/SPAN&gt;&lt;/P&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;FONT class='ske02'&gt;&lt;P align=justify&gt;&lt;BR&gt;Abbiamo fatto cose, io e te, che ancora adesso, a ricordarle, ci viene da ridere. Quando ce le raccontiamo - sempre più raramente, a dire il vero - ci imbarazziamo tanto: ci copriamo gli occhi con una mano, abbassiamo lo sguardo, ci giriamo da un'altra parte. Hai presente, no? E' una sensazione un po' strana, un po' buffa. Io credo che ci imbarazzi quello che &lt;EM&gt;siamo stati&lt;/EM&gt;, piuttosto che quel che abbiamo fatto, in sé e per sé. Perché quello che abbiamo fatto, tecnicamente, potremo rifarlo: ma quello che siamo stati, volenti o nolenti, non possiamo riesserlo ancora. &lt;BR&gt;Siamo stati anche quelle persone, a ben guardare. Sembra strano, a ricordarsene. Abbiamo fatto quelle cose. Ed eravamo noi, sissignore, né più né meno. Forse, anzi, quello era il modo più autentico di essere noi. E il brutto, adesso, è quello di aver voglia di essere ancora così, ma non poterlo più fare.&lt;BR&gt;Le amicizie come la nostra sono fatte soprattutto dei ricordi, della consapevolezza di quanto felice e perfetto fosse il periodo in cui li abbiamo prodotti. Per questo succede che il nostro modo di manifestare la nostra amicizia sia, talvolta, fatto proprio di lunghe rielaborazioni dei suoi episodi salienti. Come se nel raccontare la storia della nostra storia, nel dare una storia alla nostra amicizia, ci fosse il senso puro e semplice del nostro essere amici. Ad esempio quella volta in cui abbiamo fatto l'elenco di tutti i posti in cui ci siamo sbronzati. Ricordi?&lt;BR&gt;Il fatto è che i ricordi sono una cosa strana, che fnunziona in modo particolare. L'evoluzione dei ricordi mostra è un segno forte del passare del tempo, dell'evoluzione della vita stessa. C'è un momento in cui i ricordi smettono di essere qualcosa che ha pienamente a che fare con la vita, e diventano un'entità a sé stante, installata nella mente, autonoma. Allora diventano qualcosa come di inventato, di finto, di non successo veramente. Stenti a crederci, che sono successe davvero quelle cose. E non perché sono eccezionali: ma perché il ricordo di quelle cose è diventato un materiale alterato, sfasato rispetto a quello che tu ora chiami vita. Allora, per così dire, smettono di essere veri, e sono suscettibili di cambiamenti, di interpretazioni, e in definitiva di essere sovrastrutturati. Spesso è così che diamo un senso alla nostra vita passata, e alla nostra vita in generale: interpretando la selva dei nostri ricordi in un unico sistema organico e coerente, che porta un &amp;quot;errore&amp;quot; intrinseco ma ci permette di esprimere la nostra natura suprema che è quella di produttori di significato. Costruire la propria storia, quindi, diventa una sorta di reinvenzione del mondo, perché si trattano i ricordi allo stesso modo in cui si trattano le cose quando si cerca di dare un senso al mondo, alla vita. &lt;BR&gt;Ci credi &lt;EM&gt;davvero&lt;/EM&gt;, ad esempio, che venni da te con in mano &lt;EM&gt;La montagna incantata&lt;/EM&gt;, e ti chiesi di tradurmi quel lungo e meraviglioso dialogo in francese? Oppure - ricordi? - ti chiedevo di tradurmi i testi di Carla Bruni, o alcuni versi di Baudelaire che mi capitavano sottomano. Ecco: io sistemo assieme questi ricordi perché tu alle superiori hai fatto il linguistico e quindi sapevi bene il francese; però eri penalizzato all'università perché eri carente nelle materie scientifiche eccetera eccetera. E allora vedi, vedi come organizzare assieme i ricordi sia tutto sommato indistinguibile con il &lt;EM&gt;costruire &lt;/EM&gt;la nostra storia? Creare i legami tra le cose, tra i ricordi: e dopo aver creato l'intrico di vie ci si accorge di avere costruito nient'altro che una città, concettuale finché vuoi ma pur sempre un'insieme di collegamenti tra vari &amp;quot;luoghi dell'anima&amp;quot;, in cui sapersi orientare significa avergli dato un senso.&lt;BR&gt;Questa cosa della sovrapposizione tra il concetto di città e il concetto di storia, e quindi d'identità, è una cosa su cui sto meditando e insistendo da un po'[*]. Infatti sono molto consapevole del fatto che lasciarti significa lasciare lì con te anche quello che sono stato in te. Non tanto perché sono stato qualcuno in te, quanto piuttosto perché &lt;EM&gt;tu sei&lt;/EM&gt;, oramai, quel qualcuno.&lt;BR&gt;Ti lascio, amico mio. Vi lascio, amici miei. Essere stato qualcuno in quegli anni, per me, significa innanzitutto esserlo stato &lt;EM&gt;con voi&lt;/EM&gt;. Non siete parte della mia storia: siamo tutti noi che siamo parte di un'unica storia. E ora che con la mia partenza tutti quei ricordi si apprestano a diventare storia, quella storia potrò portarla dentro, felicemente. E custodirla. E raccontarla. E andarne fiero.&lt;BR&gt;Saremo sempre noi.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;/P&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;P align=justify&gt;&lt;HR&gt;&lt;P align=justify&gt;[*] E i &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/chiaraabruzzo/1566339.html&gt;frutti&lt;/A&gt; si vedono.&lt;/P&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;FONT class='ske02'&gt;&amp;nbsp;&lt;/FONT&gt;</description>
            <pubDate>Fri, 01 Sep 2006 13:05:55 +0200</pubDate>
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            <title>Senza titolo</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1562894.html</link>
            <description>&lt;DIV style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt; &lt;FONT class='ske02'&gt;&lt;FONT class='ske04'&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-weight: bold;&quot;&gt;Lettera #3&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;&lt;BR&gt;&lt;/SPAN&gt;(&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Vaso di cristallo&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;)&lt;/FONT&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;So che non ci sei&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;ma so che hai&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;vent'anni ancora...&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;Garbo, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Vent'anni&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Chissà com'è&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;la tua vita oggi&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;e chissà perché&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;avrò abdicato&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;Franco Battiato, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Tra sesso e castità&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;FONT class='ske02'&gt;&lt;P align=justify&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Se ritorno con la mente ad allora, la prima cosa che mi viene in mente di te è il tuo corpo.&lt;BR&gt;Forse è per troppo rispetto che non riesco a farmi piacere del tutto i corpicinini esili, sottili, magri e affusolati come il tuo. Non mi sono mai sentito adeguato, forse. Non abbastanza da permettermi di farlo diventare il mio ideale. Non che io abbia chili di troppo: ma ho una corporatura alta e robusta, e avrei paura come di schiacciarli. Mi sembra di dover riservare loro le attenzioni che si userebbero stendendosi su un vaso di cristallo di Boemia. Cioè troppe. Non che un corpo di donna serva necessariamente a stendercisi sopra, eh... Mamma mia, che frana, a volte mi so dare la zappa sui piedi nei modi più rocamboleschi.&lt;BR&gt;Ecco, forse è proprio questo il tratto che mi fa sentire così diverso: ovvero il mio essere rocambolesco. E con rocambolesco intendo: cialtrone. E i cialtroni, si sa, mica hanno in casa i vasi di cristallo di Boemia. Oddio, forse cialtrone è una parola un po' grossa... E vabbe', prima dico che non ho chili di troppo, poi che non sono un cialtrone... Il fatto è che ci sono tante cose che io non sono: probabilmente sono più le cose che non sono di quelle che sono. Ma alla fine, gira e rigira, quello che non sono è soltanto una persona come te: un vaso di cristallo di Boemia.&lt;BR&gt;E forse è per questo che mi torna in mente di te, come prima cosa, il tuo corpo da vaso di cristallo. Lo coprivi spesso di nero, di colori scuri, e questo ti snelliva ancora di più. Erano tutti vestiti semplici, senza nulla di eccessivo o superfluo. Tu pure eri così: badavi all'indispensabile e davi così valore alle cose più piccole, che sanno essere le più belle. Sai, in questo tuo voler ridurre le cose al minimo, io vedevo il tuo sforzo per trovare l'essenza, la cosa minuscola che però è veramente importante e dà valore a tutto il resto. Chissà se, dopo tanto tempo che oramai non ci si sente più, quella cosa, minuscola o grande, tu l'abbia trovata o meno. Io no, te lo dico subito. Sono ancora alla ricerca, e lo sarò ancora per molto. Come sempre in questi casi, si va a cercarla lontano per trovarla invece sotto agli occhi, nel punto esatto da cui si è partiti, da cui è partito tutto.&lt;BR&gt;Mi piacerebbe sapere, ora, se quando sei partita avevi anche tu questi pensieri che faccio io ora. Sai, immagino anche i tuoi pensieri come qualcosa di sottile, di esile, di fragile. Forse metto questo concetto in ogni cosa che ti riguarda. Ricordi quella volta all'&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Highlander&lt;/SPAN&gt;, ad esempio, come tenevi delicatamente il tuo bicchiere? Come per non romperlo, si direbbe: ma in realtà - me ne rendo conto solo ora - io penso che tu non possa proprio non essere delicata a quel modo. Se lo fossi, ti infrangeresti da sola, con le tue stesse mani, accarezzandoti davanti allo specchio. O così almeno immagino.&lt;BR&gt;Quella sera, poi, tornando a piedi verso casa - qualcuno era già ubriaco, qualcuno no - tu ti stringevi nel tuo cappotto. Faceva freddo, vero? Sembrava che il vento ti dovesse portar via. Però parlavi sorridendo, questo me lo ricordo. Ti dicevo stai attenta, guarda bene prima di attraversare la strada, a quest'ora in macchina girano i pazzi, non vorrei vederti che... insomma... e allora mi seguivi a neanche un passo di distanza per essere al sicuro. E perché non ti arrivasse troppo vento addosso.&lt;BR&gt;A volte sai essere scortese. In quei giorni di novembre, in particolare, quando sei fredda e ventosa e fradicia per l'umidità cattiva; e poi diventi grigia con un umore intrattabile. Sempre coperta da strati di nuvole che sembrano non dover finire mai. Sfiorisci, ti abbruttisci un poco. Ti trascuri. Le tue architetture diventano più scure e più tristi, il grigio dei palazzi viene mangiato dal grigio delle giornate diventando tristezza e noia.&lt;BR&gt;In quei giorni ti avrei portato volentieri a Prato della Valle di notte, con la nebbia fitta che cancella tutto tranne le &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;silhouette &lt;/SPAN&gt;delle statue più scure o meno scure, a seconda di quanto lontane sono. Sembrano parlarsi tra loro, ma solo col pensiero: è veramente emozionante, ti assicuro. Ma a te non sarebbe piaciuto. Tu sei sempre stata per il sole, le belle giornate, la luce chiara e fresca della primavera, le nuvole appese al cielo liete e festose. A volte ti levavi gli occhiali, e i tuoi occhi sembravano nuvolette bianche a solcarti le guance, da ferme. Mi guardavi strano, certe volte; però mi piaceva. Interrompevi gli sguardi tirandoti su gli occhiali. Ti scivolavano spesso, tanto sottile era il tuo viso. La sottigliezza. Quando ti sei rotta il piede sembravi un cavallo ferito, che non si sarebbe più rialzato. A volte ti portavo la pizza in camera. Ne prendevo una anche per me, e mangiavamo assieme. Ci siedevamo sul letto, e tu appoggiavi il piede sulla sedia. Si stava bene così, anche se stavamo solo mangiando una pizza con le mani, su un letto.&lt;BR&gt;Sei tanto silenziosa, in quelle serate. Dopo una certa ora non passano più macchine per le strade, e tu sembri guardare da un'altra parte. Ti addormenti dopo dei tuoi abitanti: ma una volta che lo fai sei tanto silenziosa ed è una vera pace star da soli con qualcuno, in te.&lt;BR&gt;Mi raccontavi, quella sera, della Transilvania e della leggenda di Dracula. E ora io ti parlo di quei momenti come se fossero una leggenda. Quanto tempo è passato, eh? Anche tu fatichi sempre più a contare i mesi, gli anni? Anche a te sembrano colati via, come acqua in una scodella bucata che non riesci mai a bere del tutto, che non riesce mai a dissetarti del tutto? E dov'è finita, adesso che non siamo più come nei nostri ricordi, tutta quell'acqua? Quali altri campi ha irrigato, quali altre piante ha fatto crescere? Anche tu ti domandi queste cose, a distanza di tanto tempo? Anche tu ci pensi ancora? E ti sovvengono ancora, quei ricordi?&lt;BR&gt;A volte, tra tutti i ricordi che ho accumulato in questi anni, sento anch'io il desiderio, il bisogno quasi, di fare come te: ridurre tutto all'essenza, alla &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;materia prima&lt;/SPAN&gt;, e trovare un solo attimo minuscolo ma che dia davvero un valore e un senso a tutto il resto. Forse la mia immagine di te è indistinguibile da questa mia personale ricerca. Ma tu - dimmi - sei ancora da qualche parte, nel mondo, nelle cose, o sei solo una ragazza nella mia memoria che ha ancora vent'anni e che il peso dei troppi ricordi che ci ho accumulato sopra sta per infrangere come un vaso di cristallo?&lt;/P&gt;&lt;/FONT&gt;</description>
            <pubDate>Wed, 30 Aug 2006 20:29:24 +0200</pubDate>
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            <title>Senza titolo</title>
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            <description>&lt;DIV&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;FONT class='ske04'&gt;Lettera #2&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske02'&gt;(&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Le cupole del Santo&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;)&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Ogni parola che ci diciamo è stata&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;SPAN&gt;detta mille volte&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;SPAN&gt;ogni attimo che noi viviamo è stato&lt;/SPAN&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;vissuto mille volte...&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;Gino Paoli, &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://www.canzoni-mp3.net/testo_sassi.htm&gt;Sassi&lt;/A&gt;&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;BR&gt;&lt;DIV&gt;&lt;BR&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Non posso iniziare una lettera per te senza dirti grazie. Di cosa, lo sappiamo entrambi, e non c'è bisogno di dirlo. Sappiamo benissimo cos'è successo, ed è stato così bello che mi sembra quasi strano che ci siano stati momenti così nella mia vita.&lt;BR&gt;Lo dico adesso, così, per la prima volta: non abbiamo mai parlato molto di noi due, del nostro rapporto. Tra maschi funziona così, credo sia normale. Mi piace questa cosa: ma mi piace anche poterti scrivere, adesso, che siamo belli insieme. Siamo proprio belli, e ci hanno sempre visto bene assieme.&lt;BR&gt;I tuoi amici, quella volta, ci hanno visto assieme, baci e abbracci, parlare con le mani sulla spalla, e ti hanno pure preso un po' in giro. Ci avevamo visto giusto tra voi due, ti dicevano. Eh beh, ci credo: con quel che era successo! Del resto io ero pur sempre io, e tu eri pur sempre tu.&lt;BR&gt;Tra uomo e donna succede così, talvolta. A volte ci cercavamo. Le nostre mani, ricordi? In quel locale perso per le campagne, quanta gente, e le mani che dribblavano i posaceneri, le dita che s'incuneavano tra i bicchieri semivuoti, le falangi che evitavano i pacchetti di sigarette e i loro inutili moniti. Non so perché mi riviene in mente questa cosa, dopo tanto tempo passato: in fondo non siamo mai stati più che amici.&lt;BR&gt;Siamo sempre stati grandi amici, noi due. Ci conoscevamo da poco, e già facevamo due passi nelle ore buche a parlare di musica e di film. A volte si rischiava di non tornare in tempo alla lezione. Parlavamo del capodanno: dov'eri stato tu non lo ricordo, ma io ero andato in montagna. Quanta neve, quella volta! E giù a tirarsi la neve addosso in Prato della Valle!&lt;BR&gt;Ti ricordi che bella eri, tutta coperta di neve? E tutti i tuoi lampioni che spandevano il rosa nel cielo e sulle case! Era la prima volta che mi sedevo vicino a te. Si stava bene: eri tiepida. Stavo bene tra il calore tuo e quello della cioccolata calda.&lt;BR&gt;Per te Piazza Duomo non sarebbe Piazza Duomo se non ci fosse stata la neve, quella volta. Certi momenti fissano indelebilmente il tuo modo di vedere i luoghi dove sono capitati. Ti capisco bene in questo, sai? Ovviamente era per colpa di una donna. Abitava a due passi da lì, del resto. Sei proprio tranquilla quando nevica sulle tue piazze: sei tanto silenziosa. E candida. Sembra che ti sia dimenticata tutto: la tua storia, chi siamo noi, quanto sei bella. E con tutta questa ingenuità confondi il calore della cioccolata con quello dei tuoi fianchi, e il suo profumo con quello delle tue guance.&lt;BR&gt;Sorridevano sempre, eppure ogni sorriso sembrava il primo. Le parole, i discorsi, invece, quelli no: ogni cosa chissà quante volte ce la siamo detta, e chissà quante volte l'avevamo pensata prima. Non si capiva bene quando finiva di parlare uno e cominciava l'altro, talmente i nostri discorsi si sovrapponevano, e diventavano uno solo. Uno stesso discorso con due voci. Mi è sempre piaciuta tanto la tua voce, specie quando canti: arrivi tanto in alto per essere un maschio. Cantavamo &amp;quot;&lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://angolotesti.leonardo.it/C/testi_canzoni_claudio_baglioni_874/testo_canzone_bolero_27944.html&gt;Bolero&lt;/A&gt;&amp;quot; in cucina facendo la pasta, ti ricordi?&lt;BR&gt;Su al quarto piano, cucinando, dalla terrazza potevamo vederti stesa sotto la tua piccola cappa di smog, in tutti quei palazzoni brutti e moderni che sono davanti alla stazione, prima di arrivare alle mura e quindi alla città vera e propria.&lt;BR&gt;Ti sono venuto a prendere in stazione. La trovavo una cosa simbolica. I luoghi come contenitori di ricordi: quante volte ne abbiamo parlato? Eppure, nonostante le mille e mille parole spese, è così difficile trovare parole per spiegare come si finisca per innamorarsi dei luoghi. I luoghi rimangono a testimoniare l'esistenza di quei ricordi: ed ecco che te ne innamori, perché senza di essi quei ricordi sarebbero solo in qualche scarica elettrica dentro la memoria virtuale del nostro cervello, e non invece dentro mattoni solidi e duraturi. E noi abbiamo un tesoro, una ricchezza, che metà persone non capiscono e metà ci invidiano.&lt;BR&gt;Per tutto questo, per tutte le serate, per tutti i chilometri percorsi in lungo e in largo, per tutte le parole e le domande e i dubbi e i tentativi di risposta e le speranze, io ti ringrazio.&lt;BR&gt;Non posso finire una lettera per te senza dirti grazie. Per tutto questo, e perché siamo ancora vicini anche dopo che siamo stati catapultati in giro per il mondo, e continueremo ad esserlo in futuro. Ma ci saremo sempre, perché ci sarà ancora lei, da qualche parte, magari lontana, magari vicina. E allora non sarai più luogo di fantasmi opprimenti di qualcosa che è stato e ormai non è più: ma di cose che rimarranno a dire, a chi verrà dopo di noi, che ti abbiamo amato, e ti abbiamo custodito e ci siamo fatti cullare, e ancora fra molti anni guarderemo fuori dalla finestra in uno di quei giorni profondissimi di primavera, quando si vede l'orizzonte smisuratamente lontano, e per un attimo, un attimo soltanto, ci parrà di vedere in lontananza, di tra le forme usuali, la sagoma minuscola ma inconfondibilmente nostra delle cupole del Santo.&lt;/DIV&gt;&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Tue, 29 Aug 2006 04:57:03 +0200</pubDate>
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        </item>
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            <title>Senza titolo</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1548875.html</link>
            <description>&lt;div style=&quot;text-align:center;&quot;&gt;&lt;font class=&quot;ske04&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-weight:bold;&quot;&gt;&lt;font&gt;Lettera #1&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;font class=&quot;ske02&quot;&gt;(&amp;quot;&lt;span style=&quot;font-style:italic;&quot;&gt;&lt;font&gt;Non prendere freddo&lt;/span&gt;&amp;quot;)&lt;/font&gt;&lt;span style=&quot;font-weight:bold;&quot;&gt;&lt;font&gt;&lt;font class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;&lt;div style=&quot;text-align:right;&quot;&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&lt;font class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&amp;quot;&lt;span style=&quot;font-style:italic;&quot;&gt;&lt;font&gt;Nightswimming&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;font&gt;remembering that night,&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;font&gt;&lt;span style=&quot;font-style:italic;&quot;&gt;&lt;font&gt;september's coming soon...&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&amp;quot;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;R.E.M., &lt;a href=&quot;http://www.lyricsfreak.com/r/rem/nightswimming_20115199.html&quot; title=&quot;Apre http://www.lyricsfreak.com/r/rem/nightswimming_20115199.html in una nuova finestra&quot; target=&quot;_blank&quot; class=&quot;&quot;&gt;Nightswimming&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&amp;quot;&lt;span style=&quot;font-style:italic;&quot;&gt;&lt;font&gt;Forse sarà&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;font&gt;quest'aria di settembre&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;font&gt;o solo che&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;font&gt;&lt;span style=&quot;font-style:italic;&quot;&gt;&lt;font&gt;sto diventando grande...&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&amp;quot;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;Luca Carboni, &lt;a href=&quot;http://angolotesti.leonardo.it/L/testi_canzoni_luca_carboni_194/testo_canzone_settembre_43088.html&quot; title=&quot;Apre http://angolotesti.leonardo.it/L/testi_canzoni_luca_carboni_194/testo_canzone_settembre_43088.html in una nuova finestra&quot; target=&quot;_blank&quot; class=&quot;&quot;&gt;Settembre&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&amp;quot;&lt;span style=&quot;font-style:italic;&quot;&gt;&lt;font&gt;Non essere mai gelosa di me...&lt;/span&gt;&amp;quot;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;Ivano Fossati, &lt;a href=&quot;http://angolotesti.leonardo.it/I/testi_canzoni_ivano_fossati_2011/testo_canzone_ce_tempo_61191.html&quot; title=&quot;Apre http://angolotesti.leonardo.it/I/testi_canzoni_ivano_fossati_2011/testo_canzone_ce_tempo_61191.html in una nuova finestra&quot; target=&quot;_blank&quot; class=&quot;&quot;&gt;C'è tempo&lt;/a&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;font class=&quot;ske01&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;font class=&quot;ske02&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;div style=&quot;text-align:justify;&quot;&gt;Ti scrivo di notte. E' una notte un po' fredda e ci sono nuvoloni scuri e lontani che si parlano in silenzio - per non disturbare, sembrerebbe - con lampi bianchi e azzurri. Chissà cosa si dicono, penso. Tu ci penserai? No, probabilmente non li vedi neanche. Ti starai divertendo? No, probabilmente sei a casa e pensi a lui.&lt;br /&gt;Sono stato nel tuo appartamento una sola volta. Non era ancora finito l'inverno, eppure tu già indossavi quella tua maglietta fina, tanto stretta al punto che... beh, insomma, questa la sai anche tu.&lt;br /&gt;Mi piace il freddo dell'inverno, i maglioni e i cappotti e le sciarpe: mi danno un senso d'intimità, di raccoglimento. Quando hai freddo posso coprirti, e puoi rabbrividire come fai quando ti emozioni. Ti emozioni spesso, tu. Probabilmente ora ti starai emozionando pensando a lui.&lt;br /&gt;Sai, mi è piaciuto stare a casa tua, quella volta: hai persino preparato dei manicaretti. Avevi anche una gonna, mi viene in mente solo ora. Oggi non le trovi più, le ragazze con la gonna. &lt;br /&gt;Oh, che lampi forti questa sera. Non mi pioverai mica anche questa sera, eh? Come due sere fa, quando uscito dall'autostrada sono passato un attimo in stazione e tu piangevi. Mi sembravi triste, ma lei diceva che eri commossa. Commossa di cosa? Di rivedermi? Forse in fondo in fondo provi ancora qualcosa per me. Non si finisce mai del tutto di amare, penso io. Rimane sempre una fibra minuscola del corpo o dell'animo che non smette.&lt;br /&gt;Ti ricordi quando eri innamorata di me? Di quando eravamo innamorati? Sorridi anche tu, nonostante i lampi che minacci. Lo so, sei fatta così. Lo sei sempre stata. E i lampi mica li vedi, tu: guardi sempre in basso. Ho notato questa cosa di te, sai? Ti ricordi ad esempio quella domenica mattina al bar, e tu che guardavi sempre il cappuccino come per qualche pudore di guardare me? A mezzogiorno il cappuccino, noi, mentre gli altri pranzavano. Ricordo come la luce impallidiva il tuo viso. La luce dei lampioni, adesso, imporpora i tuoi palazzi. E sopra i palazzi un altro lampo, proprio adesso, non distoglie ancora i tuoi occhi dal pensiero di lui.&lt;br /&gt;Che bei palazzi hai. Adesso ti stanno rimettendo a posto per l'autunno che viene. Hanno ristrutturato il parco vicino alla Breccia di Santa Giustina, e hanno messo le piantine nuove. Sono ancora piccole piccole. Ho strappato una fogliolina, tenera, verde, e l'ho messa via. Cresceranno senza di me, quelle piantine. Magari un giorno ritornerò lì, guarderò le piante ormai grandi e adulte e penserò: &lt;span style=&quot;font-style:italic;&quot;&gt;&lt;font&gt;Ecco, queste sono diventate così senza di me, quando sono partito erano piccolissime, queste piantine sono la nuova vita&lt;/span&gt;. Anche tu cambierai, crescerai senza di me. Avrai una storia che sarà solo tua e non mi riguarderà più. Restaureranno le chiese sciupate, come quella di San Gaetano, e si scoloriranno quelle restaurate mentre ero qui, come quella del Torresino.&lt;br /&gt;E un giorno smetterai di pensare anche a lui, vedrai. Beh, anche a me, sicuramente. Ti ricordi ancora di quel sudamericano? Non l'ho mai detto a nessuno. E quante cose non ho detto a te. E oramai non te le dirò più, ché tra poco parto e continuerò per una strada che non ti riguarda più.&lt;br /&gt;Ma non dimentichiamoci, ti prego. Io quella fogliolina ho intenzione di tenerla davvero, lo giuro. Tu conserva qualcosa di me, anche se non è molto. Ma quello che hai vale molto. Ti auguro tutta la felicità che per te ho sempre desiderato. E vai serena per il mondo, ché lui già lo porti dentro di te, e lo porterai ovunque.&lt;br /&gt;Divertitevi senza di me, uscite la sera e bevete e continuate a trovare scuse e pretesti per festeggiare, e lasciate le bottiglie per terra a dire al mondo che siete ancora giovani e c'è ancora tempo, ancora tanto tempo prima di perdere quella grazia incantata che ha reso felice anche me, anni addietro. &lt;br /&gt;Ma tra poco ormai parto. Ora sono a Prato della Valle e ti scrivo dalla mia solita statua. I lampi si sono fatti più vicini, come un tamburo che annuncia minaccioso i cupi battiti del tempo; e per fortuna mi sono portato via una giacca, perché comincio ad avere freddo.&lt;br /&gt;Ti saluto con tutto l'affetto. Ci rivedremo, vedrai, anche se chissà quando. Settembre ormai è alle porte e il freddo arriverà presto. &lt;br /&gt;Copriti questo inverno, mi raccomando. Hai un cappotto nero e una sciarpa rosa: ti prego, non prendere freddo.&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;</description>
            <pubDate>Sun, 27 Aug 2006 04:24:04 +0200</pubDate>
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            <title>Lettere</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1547138.html</link>
            <description>&lt;FONT class='ske02'&gt;&lt;P align=justify&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Viviamo per produrre significati. Per produrre significati dobbiamo dare un senso alle cose. Per dare un senso alle cose dobbiamo &lt;EM&gt;dirle&lt;/EM&gt;, perché il linguaggio è la matrice del mondo, e una cosa non è vera finché non trova parole per essere detta. Per dirle dobbiamo dirle &lt;EM&gt;a qualcuno&lt;/EM&gt;. Per dirle a qualcuno dobbiamo &lt;EM&gt;scriverle &lt;/EM&gt;a qualcuno, perché nell'oggetto materiale sia incarnata la verità immateriale del nostro discorso: ovvero scrivere una lettera.&lt;BR&gt;E naturalmente, poiché la verità non sta nella singola cosa, ma nell'intreccio di tutte le cose, e quindi di tutti i significati, la verità del nostro discorso non sta in una singola lettera a qualcuno, ma nell'insieme di tutte le nostre lettere, e di tutti i loro destinatari, i quali a loro volta intrecceranno le loro storie e i loro destini per formare la nostra identità, che è per l'appunto - e qui il cerchio si chiude - quella di produttori di significati.&lt;BR&gt;A questo punto, la verità di tutto il discorso, una volta scritte tutte le lettere, si trova nella cartina geografica che segna le destinazioni di tutte le lettere, e i tragitti che le nostre lettere hanno percorso per giungere fino a quei luoghi, e a come questi tragitti s'intrecciano in linee che, a guardarle di lontano, mostrano il disegno - inesplicabilmente - del nostro stesso viso.&lt;/P&gt;&lt;/FONT&gt;</description>
            <pubDate>Sat, 26 Aug 2006 15:31:50 +0200</pubDate>
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            <title>Quasi</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1544662.html</link>
            <description>&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Sono tornato a casa. Ieri sera.&lt;BR&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Quello che ho scritto negli ultimi tre post è ingiusto. Perché non dice quanto in realtà mi sia piaciuto il soggiorno lì: per l'ospitalità, per la bellezza dei luoghi, per la piacevolezza del tempo passato.&lt;BR&gt;In Abruzzo ci sono stato molto bene. Ci sono tanti paesaggi diversi molto vicini gli uni agli altri: si passa dal mare alla montagna in un'ora di macchina. La gente è simpatica e cordiale. Le città e i paesi meritano di essere visitati. Si mangia bene ma bene bene. E poi Chieti è bellissima di notte, ci sono tanti angoli suggestivi dove appollaiarsi e godersi gli scorci e voler bene alla vita.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Sono tornato ieri, dopo dieci giorni, e casa mia mi sembra un luogo un po' strano, un po' meno familiare del dovuto. E' sempre brutto tornare.&lt;BR&gt;Guardo il mio orologio e mi dice che siamo al venticinque d'agosto. Tra una decina di giorni &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/isotropico/1479703.html&gt;partirò per Trieste&lt;/A&gt; e inizierò questa nuova avventura. Sono stato via dieci giorni, mi trattengo altri dieci giorni, e poi starò via ancora.&lt;BR&gt;Quando mi sono iscritto all'Università, cinque anni fa, nell'incasinatissima ed enorme aula &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ex-Fiat&lt;/SPAN&gt; in Via Venezia, guardavo tutta quella gente e mi dicevo: &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Però, guarda come sono loro, diventerò anch'io così, chissà quante cose nuove e diverse mi cambieranno&lt;/SPAN&gt;.&lt;BR&gt;Chi l'avrebbe mai detto, quel giorno, che io sarei arrivato a questo. Proprio io; a proprio questo.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Quindi parto. La mia idea era di terminare una seconda[*] (ed ultima?) volta questo diario il giorno prima di partire: per lasciare alle mie spalle, con esso, quello che in esso sono stato, e che con Trieste non sarà più. Vedremo. Inoltre mi piaceva l'idea (ispiratami da &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/cheshire/&gt;Beppe&lt;/A&gt; una sera) di chiudere con una serie di lettere, che io naturalmente immagino &amp;quot;d'addio&amp;quot;. Vedremo anche questo. Comunque, per mantenere almeno l'atmosfera della cosa, ho cambiato opportunamente titolo e sottotitolo al blog.&lt;BR&gt;In fondo, ogni cosa che ho scritto, in questi ormai quasi quattrocento post, è un qualcosa che ho scritto &amp;quot;ad altri&amp;quot; (che non è necessariamente &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;per &lt;/SPAN&gt;altri&amp;quot;): e ora che mi si presume la fine, mi sembra di aver sempre desiderato consapevolemtne indirizzare, dedicare le mie parole a qualcuno in particolare, o a tutti in generale. Come si fa con tante piccole lettere, no?, che si disperdono per il mondo, e per la gente, e attraversano i luoghi e i tempi per disegnare, attraverso i nostri rapporti con gli altri, quello che noi siamo: e in questo, a guardarlo con l'occhio di domani, già si vede il germe di quello che saremo. &lt;BR&gt;Ma questo lo spiegherò meglio domani.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;HR&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;[*] Qui la &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/isotropico/822688.html&gt;prima&lt;/A&gt;.&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Fri, 25 Aug 2006 18:13:02 +0200</pubDate>
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            <title>Bella</title>
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            <description>&lt;P align=justify&gt;&lt;BR&gt;Si ostina la mia permanenza in terra d'Abruzzi.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Maria mi ha contagiato il mal di pancia.&lt;BR&gt;I locali a Lanciano sono tutti chiusi, tranne uno dove faceva caldissimo e i ragazzi erano degli idioti.&lt;BR&gt;Per arrivare in un ristorante che si trova in un paese che si chiama Serramonacesca (!?) bisogna fare un chilometro e otto di buche e sassi al buio e in salita.&lt;BR&gt;Ieri mi è toccato giocare col Das per tutto il pomeriggio.&lt;BR&gt;Non ho potuto fumare i sigari che ho comprato.&lt;BR&gt;Mi è toccato passare una mattina al cimitero.&lt;BR&gt;In macchina col babbo assisto ad interminabili lezioni sulle variazioni dialettali della parola &amp;quot;&lt;EM&gt;treppéte&lt;/EM&gt;&amp;quot;.&lt;BR&gt;La festa in un posto che ha il coraggio di chiamarsi Fara Filiorum Petri (ripeto: Fara Filiorum Petri) si chiamava &amp;quot;Fara Longobardorum&amp;quot; (ripeto: &amp;quot;Fara Longobardorum&amp;quot;) e il piatto tipico si chiamava &lt;EM&gt;Cif e Ciafforum &lt;/EM&gt;(ripeto: &lt;EM&gt;Cif e Ciafforum&lt;/EM&gt;): poi ti domandi perché era una farsa.&lt;/P&gt;&lt;P align=justify&gt;Sì, direi proprio che è una bella vacanza.&lt;/P&gt;</description>
            <pubDate>Tue, 22 Aug 2006 11:19:26 +0200</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title>Sì</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1525129.html</link>
            <description>&lt;P&gt;Continua la mia permanenza in quel di Chieti. &lt;BR&gt;&lt;BR&gt;L'afa è insopportabile, o quasi.&lt;BR&gt;Ho praticamente finito i soldi, e sono solo a metà vacanza.&lt;BR&gt;Oggi ho passato ore ad annusare forzatamente cose all'&lt;EM&gt;Acqua&amp;amp;Sapone.&lt;BR&gt;&lt;/EM&gt;Il lettore DVD non legge i DVD.&lt;BR&gt;Devo dare i soldi per una festa alla quale non ho potuto partecipare.&lt;BR&gt;Ho dimenticato un regalo (che dovevo regalare) a casa.&lt;BR&gt;&lt;EM&gt;No man's land &lt;/EM&gt;doveva essere un gran bel film, e invece era una chiavica.&lt;/P&gt;&lt;P&gt;Sì, direi proprio che è una bella vacanza.&lt;/P&gt;</description>
            <pubDate>Sat, 19 Aug 2006 18:15:09 +0200</pubDate>
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            <title>Rotolando verso sud</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1517672.html</link>
            <description>&lt;P align=justify&gt;&lt;P align=justify&gt;Sono arrivato in quel di Chieti, e ci starò un po' di giorni. Mi sono già rimpinzato di pecora e oggi ho impastato farina per tutto il pomeriggio. Dormiamo in due in una camera dove ci sta a malapena un letto. Ho a disposizione una connessione a manovella (il Comune ha finito i criceti). La macchina del babbo fa rumori strani.&lt;BR&gt;Sì, direi che è una bella vacanza. A risentirci (si spera...). &lt;/P&gt;</description>
            <pubDate>Wed, 16 Aug 2006 19:49:40 +0200</pubDate>
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            <title>Post-it</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1503533.html</link>
            <description>&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;&lt;BR&gt;&lt;/SPAN&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;&lt;/SPAN&gt;&lt;BR&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Sono palloso, sì, lo so. Esagero. Mi ripeto. Mi dilungo. Non parlo d'altro. Annoio.&lt;BR&gt;&lt;/SPAN&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Scusatemi. Ma cercate di portar pazienza, in fondo è quasi la fine.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt; &lt;/SPAN&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Fri, 11 Aug 2006 00:44:00 +0200</pubDate>
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        <item>
            <title>Alveo</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1502483.html</link>
            <description>&lt;P align=right&gt;&lt;EM&gt;&lt;/EM&gt;&lt;/P&gt;&lt;P align=right&gt;&lt;EM&gt;&lt;BR&gt;(scritto sul Regionale preso a Mestre alle 8:26 e diretto a Trieste Centrale)&lt;/EM&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;/P&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;In fondo, nella vita, molte volte è questione di consapevolezza. &lt;BR&gt;Una volta un mio amico ha scritto un racconto in cui una coppia in viaggio di nozze a Firenze si trova improvvisamente in un angolo della città in cui non c'è nessuno e lui continua a ripetere a lei, ossessivamente, quasi parossisticamente: &amp;quot;Non c'è nessuno, nessuno! Riesci a capire! Non c'è nessuno, proprio nessuno, qui siamo solo noi due, siamo soli, capisci?&amp;quot;, e via così.&lt;BR&gt;Per il mio amico - e anche per me - quello che lui riusciva a cogliere e lei no è l'Arte dentro alle cose. Per questo qualche tempo dopo ho scritto, in un mio racconto, &amp;quot;Arte è consapevolezza&amp;quot;.&lt;BR&gt;E così come l'Arte, molte altre questioni della vita (che ci crediate o no, l'Arte è una questione della vita) riguardano la consapevolezza.&lt;BR&gt;Il crescere, ad esempio.&lt;BR&gt;C'è stato un periodo della mia vita (non è stato l'unico: ma in questo momento mi interessa quello) in cui sono cresciuto tanto in poco tempo: era la terza liceo, e chi mi era vicino in quel periodo può confermare. Avevamo sedici anni, diciassette, e vivevamo cose molto intense e profonde, che ci avrebbero cambiato per sempre. Il fatto è che non ne avevamo consapevolezza. Non ne avevo io, perlomeno. Non ero &lt;SPAN&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;pienamente&lt;/SPAN&gt; &lt;/SPAN&gt;consapevole di stare vivendo un momento fondamentale della mia vita.&lt;BR&gt;Negli anni dell'università, per certi versi, è stato il contrario. Magari vivevo dei momenti banali o senza nulla di particolare, eppure ero perfettamente consapevole che quelli erano momenti importanti della mia storia (più passa il tempo, e più la mia vita la vedo come una &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;storia&lt;/SPAN&gt;).&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Ricordo una notte fonda, di un paio d'inverni fa. Ero seduto sugli scalini fuori dell'appartamento di Seba, a Padova, e nell'alveo buio di quell'androne guardavo il portone del palazzo. Aspettavo Seba che si era un poco attardato dentro; poi saremo usciti e avremo girato Padova. Me ne stavo lì, da solo, al buio, in silenzio: era un tempo morto, un'attesa, un momento per nulla interessante, eppure ero pienamente consapevole e convinto di stare vivendo un momento speciale che mi sarei ricordato a lungo come simbolo di un'intera epoca della mia vita. Chi lo sa poi perché.&lt;BR&gt;&lt;EM&gt;Simbolo di cosa?&lt;/EM&gt;, mi verrebbe da chiedermi ora. Di quell'epoca in cui uscivo mezzo ubriaco e facevo mattina girando per Padova? Non lo so. Di una continua attesa di lasciare l'alveo e partire? Non lo so. Fattostà che ora penso che l'importanza di quei momenti fosse dovuta - ricorsivamente - alla &lt;EM&gt;consapevolezza &lt;/EM&gt;dell'importanza di quei momenti; oppure - eliminando la ricorsività - alla piena consapevolezza dei momenti stessi.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Ora sto andando a Trieste, a farmi dare le chiavi dell'appartamento dove andrò a stare. Seba invece sta tornando da &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/isotropico/1376955.html&gt;Dublino&lt;/A&gt;. Come quella sera, ora lo aspetto; aspetto che finica di intardigarsi in affari suoi. E poi partiremo assieme: ma per due destinazioni diverse, di cui nessuna è Padova. Presto lascerò l'alveo, e partirò anch'io.&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Thu, 10 Aug 2006 18:20:47 +0200</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title>***</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1498886.html</link>
            <description>&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Non so di preciso che cosa mi prende, in questi casi. &lt;BR&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Ascolto un singolo di quest'estate - l'ha scaricato mio fratello - e mi commuovo. Non che io sia, tra l'altro, un estimatore delle canzoni in lingua spagnola, sapendo che sono &amp;quot;solo&amp;quot; singoli estivi. Ma l'altro giorno ero in macchina con mio fratello, di sera - pioveva -, e mi ha detto: &amp;quot;Ascolta questa&amp;quot;. Mette su il cd degli mp3 delle sue ferie in Tunisia: l'autoradio dice &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Me voy - Julieta Venegas&lt;/SPAN&gt;.&lt;BR&gt;&lt;SPAN&gt;Chissà chi gli riorda&lt;/SPAN&gt;, ho pensato. Perché quella canzone ti ricorda qualcuno, o qualcosa: questo è un dato di fatto. La ascolto una volta, e me ne infatuo (della canzone, mica di Julieta).&lt;BR&gt;Forse l'età stempera gli idealismi; forse il crescere sfronda le emozioni più intense, abbassandone la soglia: però càpita di canticchiare, in macchina, un singolo estivo in spagnolo di una benemerita sconosciuta. A me, poi, dico.&lt;BR&gt;Però è in tre. A me piacciono le canzoni &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/isotropico/578009.html&gt;in tre&lt;/A&gt;. Certo, so benissimo che in tutti i manuali di musica c'è scritto che una melodia in tre è più dolce, più malinconica, che non c'è nulla di poetico o di esoterico: però ci casco sempre. Come quando è uscita &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Certe notti&lt;/SPAN&gt;, e pensavo a quanto avrei voluto, io, una vita così.&lt;BR&gt;Una volta ho scritto, in un &amp;quot;romanzo&amp;quot; di quasi due anni fa, la che la natura conta fino a tre, e in questo conto danza, e la sua danza è bellissima da seguire. Beh, ecco, a quasi due anni di distanza penso che anche la vita conta fino a tre, e che la memoria danza su questo &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ùn-ta-ta&lt;/SPAN&gt;, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ùn-ta-ta&lt;/SPAN&gt;. Io sento così, non so se sono l'unico. Ma quando sento &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ùn-ta-ta&lt;/SPAN&gt;, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ùn-ta-ta&lt;/SPAN&gt;, fatto in un certo modo, mi è impossibile non provare malinconia.&lt;BR&gt;Credete che lo conosca il testo di &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Me voy&lt;/SPAN&gt;? Macché! Dopo lo leggerò, sicuramente, ma ora voglio scrivervi che a commuovermi è solo quell'&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ùn-ta-ta&lt;/SPAN&gt;, &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ùn-ta-ta &lt;/SPAN&gt;dolce, eppure freddo da manuale.&lt;BR&gt;Due sere fa sono uscito a Padova, con Tomix. La mensa era chiusa e, comunque, non sapevo se avrebbe accettato il mio tesserino (&lt;SPAN&gt;vd. post precedente&lt;/SPAN&gt;). Lui ha trovato un relatore, una tesi, una possibilità di lavoro. Ha finito la sua ricerca, si può dire. Io no. Io devo ancora iniziarla. Mi sposto in un'altra città, per trovare tutte queste cose. E lascio a Padova i miei amici. Lascio a Padova Prato della Valle, e Piazza dei Signori, e tutte le altre cose. Ascolto &lt;SPAN&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Me voy&lt;/SPAN&gt; &lt;/SPAN&gt;e mi vengono in mente momenti di cui ho scritto &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/isotropico/335904.html&gt;una&lt;/A&gt; o &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/isotropico/485206.html&gt;due&lt;/A&gt; o &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/isotropico/314404.html&gt;tre&lt;/A&gt; volte in questo diario.&lt;BR&gt;Ne sono successe davvero tante di cose. E in questo diario mi sembra di aver scritto poco. Come negli altri diari, cartacei, che ho tenuto prima di questo.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;[&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Finisco qui perché un giochino che non è servito a niente mi ha fatto perdere il filo del discorso.&lt;/SPAN&gt; &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Scusate.&lt;/SPAN&gt;]&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Wed, 09 Aug 2006 15:54:59 +0200</pubDate>
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            <title>
Segreterie</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1479703.html</link>
            <description>&lt;P align=justify&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Questa mattina sono arrivato alla Segreteria Studenti dell'Università degli Studi di Padova e ho preso il mio numero: era il 35. In quel momento era sotto il 17. Mi sono seduto, e ho aspettato. &lt;BR&gt;Nell'attesa, con il mio lettore mp3 &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/isotropico/375754.html&gt;comprato al &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;MediaWorld&lt;/SPAN&gt; di Padova&lt;/A&gt;, ho ascoltato un po' dell'ultimo disco dei Muse e qualcosa di Stefano Bollani.&lt;BR&gt;Poi ho smesso di ascoltare musica, perché ero troppo teso. Ho tirato fuori il modulo, compilato in ogni sua parte e con apposta marca da bollo secondo il valore vigente (14.62 €), e il libretto universitario.&lt;BR&gt;Poco prima che arrivasse il mio turno mi ha chiamato Chiara, per essere partecipe al momento, anche se da lontano.&lt;BR&gt;Ho consegnato il libretto e il modulo; ho firmato quest'ultimo in presenza dell'impiegato ricevente, e ho chiesto se avevo altro da fare. L'impiegato ricevente ha risposto:&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;A Padova no&lt;/SPAN&gt;.&amp;quot;&lt;BR&gt;A Padova no. Sul modulo di TRASFERIMENTO PER ALTRA SEDE c'è scritto: &amp;quot;La domanda è &lt;SPAN&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-weight: bold;&quot;&gt;irrevocabile&lt;/SPAN&gt; &lt;/SPAN&gt;e &lt;SPAN style=&quot;font-weight: bold;&quot;&gt;incondizionata&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;; e subito dopo: &amp;quot;La carriera percorsa presso l'Università di Padova, una volta presentata la domanda di trasferimento, deve ritenersi &lt;SPAN style=&quot;font-weight: bold;&quot;&gt;conclusa&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;.&lt;BR&gt;Irrevocabile, incondizionata, conclusa (i grassetti non sono miei): a Padova quindi non ho più niente da fare; l'ha detto anche l'impiegato ricevente, del resto: l'ultima persona dell'Università di Padova con cui ho avuto a che fare come studente. Padova non è più affar mio. Io non sono più parte di tutto questo.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Sono uscito dalla Segreteria e mi sono sentito quasi estraneo a tutto quel che vedevo, come non fosse più mio o non lo fosse mai stato. E ho scoperto che una città non è più del tutto tua se non hai niente di ufficiale da farci.&lt;BR&gt;Poco dopo, nel sole tiepido di questo inizio d'agosto (se aprile come mese è &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://72.14.221.104/search?q=cache:ZehM1X-3oRgJ:www.bartleby.com/201/1.html+%22april+is+the+cruellest+month%22&amp;hl=it&amp;gl=it&amp;ct=clnk&amp;cd=1&amp;client=firefox-a&gt;il più crudele&lt;/A&gt;, agosto è &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://www.perturbazione.com/agosto.htm&gt;il più freddo&lt;/A&gt;) una donna di mezz'età, dall'accento laziale o giù di lì, mi ha fermato. Mi ha chiesto come arrivare in Via Ospedale Civile. Gliel'ho spiegato.&lt;BR&gt;Avevo appena lasciato ufficialmente Padova, e qualcuno mi ha chiesto, per quanto poco, di spiegargliela. &lt;BR&gt;&lt;BR&gt;La prima persona che mi ha chiesto indicazioni a Padova è stata una ragazza, bassa e tarchiata, sovrappeso, con una voce un po' acuta. Eravamo al Ponte Milani e mi ha chiesto come si arriva in Via G.Alessio. Io praticamente non conoscevo nulla della città, non avrei saputo arrivare neanche al &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://www.trustsitaly.com/norobots/imeventi/padova_pedrocchi.jpg&gt;Pedrocchi&lt;/A&gt; senza perdermi: ma Via Alessio era vicina a dove studiavo in quel periodo, e la sera prima mi ero studiato abbondantemente la cartina di Padova. Così ho saputo risponderle.&lt;BR&gt;Allo stesso modo ho saputo rispondere a tutti coloro (e sono stati tanti) che mi hanno chiesto indicazioni a Padova nel corso degli anni successivi: sapevo sempre indicar loro la via.&lt;BR&gt;Adesso dovrò chiedere io come arrivare qui o là, oppure ancora una volta procurarmi una cartina della città dove continuerò gli studi e studiarmela, come ho fatto con quella di Padova. Un altro insieme di cose e di persone dovrà diventare mio, perché io ne dovrò far parte. &lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Io e la donna di mezz'età dall'accento laziale o giù di lì ci siamo salutati, e abbiamo proseguito ognuno per il proprio cammino.&lt;BR&gt;Una volta tornato a casa ho aperto la rubrica del mio cellulare. Ho cancellato il mio codice P.I.N. abbinato al mio numero di matricola all'Università di Padova: d'ora in avanti non mi servirà più. Ho cancellato il numero della Segreteria dell'Università di Padova: d'ora in avanti non mi servirà più. E a quella voce nella rubrica che recita &amp;quot;&lt;EM&gt;Segreteria Trieste&lt;/EM&gt;&amp;quot;, ho levato la dicitura &amp;quot;Trieste&amp;quot;, divenuta ormai inessenziale: ché d'ora in avanti è quella oramai l'unica Segreteria con cui avrò a che fare, come studente.&lt;/P&gt;</description>
            <pubDate>Wed, 02 Aug 2006 22:12:58 +0200</pubDate>
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            <title>Tosse</title>
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            <description>&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Questa mattina, in giro a piedi per Padova, sento dietro di me la voce di un signore sui sessant'anni tossire, poi dire:&lt;BR&gt;&amp;quot;Senti che tosse!&amp;quot;&lt;BR&gt;Fin qua, tutto normale. Ma poi il signore dice: &lt;BR&gt;&amp;quot;Come mai tutta questa tosse?&amp;quot;&lt;BR&gt;E poi:&lt;BR&gt;&amp;quot;Perché fumo tanto.&amp;quot;&lt;BR&gt;Al che mi giro, sbigottito, per guardarlo. E' da solo. Sta &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://danperezstudios.com/images/workshop/gollum%20maquette.jpg&gt;dialogando con se stesso&lt;/A&gt;.&lt;BR&gt;Mi rigiro. Il signore continua a parlare.&lt;BR&gt;&amp;quot;Non dovresti fumare così tanto&amp;quot;, si dice.&lt;BR&gt;&amp;quot;Eh, lo so&amp;quot;, si risponde.&lt;BR&gt;&amp;quot;Che pensi di fare?&amp;quot;, si domanda. &lt;BR&gt;&amp;quot;Mah... ci fumo sopra&amp;quot;, si risponde. &lt;BR&gt;Mi giro a guardarlo: si sta accendendo una sigaretta. Inizia a fumarla. &lt;BR&gt;Tossisce. A furia di sentire tossire e sentire parlare di tosse, viene da tossire pure a me [*]. Tossisco. Purtroppo penso solo dopo che questo potrebbe essere un errore. Infatti subito dopo il tizio che ho dietro dice, rivolto a me: &lt;BR&gt;&amp;quot;Eh, anche lei con questa tosse, giovanotto...&amp;quot;&lt;BR&gt;Io mi giro, ma non dico niente. Ogni cosa che dico potrebbe creare un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. &lt;BR&gt;&amp;quot;Non sarà mica che fuma anche lei, eh?&amp;quot;&lt;BR&gt;Io non rispondo. &lt;BR&gt;&amp;quot;Dica la verità, io certe cose le capisco.&amp;quot;&lt;BR&gt;Io non rispondo [**].&lt;BR&gt;&amp;quot;Ci fumi sopra anche lei.&amp;quot;&lt;BR&gt;Io non dico niente. &lt;BR&gt;&amp;quot;Vuole una sigaretta?&amp;quot;&lt;BR&gt;Io non dico niente. &lt;BR&gt;&amp;quot;Non faccia finta, tanto si sa: la tosse ci conquisterà tutti. Saremo tutti suoi schiavi, sarà la nostra padrona.&amp;quot;&lt;BR&gt;Allora tossisce. Io non riesco a trattenermi: tossisco anch'io. Allora lui tossisce di rimando. Io tossisco ancora, più forte. Lui tossisce. Io tossisco. Tossiamo assieme, fortissimo, ognuno alimentando la tosse dell'altro. Non riusciamo più a fermarci. &lt;BR&gt;&amp;quot;Fratello!&amp;quot;, mi dice tra i singulti, e tende le braccia verso di me, felice. &lt;BR&gt;Io, in tutta risposta, tossisco.&lt;BR&gt;&amp;quot;Tu sì che hai capito!&amp;quot;, tenta di dire, ma troppa tosse lo blocca. &lt;BR&gt;Tossiamo assieme finché non finisce la sua sigaretta: poi io svolto a destra, lui a sinistra, e la nostra giornata ricomincia normalmente. &lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;&lt;HR&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;[*] Forse sono strano per questo, non lo so: sta di fatto che mi succede. La tosse è un po' contagiosa, come gli sbadigli e gli starnuti. Il fatto curioso è che sto scrivendo questo episodio tossendo, proprio perché parla di tosse. &lt;BR&gt;[**] Ad ogni modo, io non fumo.&lt;BR&gt;&lt;/FONT&gt;
&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Tue, 01 Aug 2006 11:16:56 +0200</pubDate>
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            <title>Colpi improvvisi di vento</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1466499.html</link>
            <description>&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Ieri, poco prima di cena, sono andato in ospedale a Dolo per trovare mio nonno ricoverato a causa di un po' di acciacchi tipici della sua età. Ci ero andato con mia nonna: sua moglie.&lt;BR&gt;Stiamo un po' lì, parliamo, chiacchieriamo; gli teniamo un po' di compagnia. Quand'ecco che guardo fuori dalla finestra.&lt;BR&gt;Improvvisamente una cappa di nuvole nere oscura il cielo, e un vento rumoroso piega ogni cosa che possa essere piegata. Io e mia nonna decidiamo di scappare a casa prima che sia troppo tardi. &lt;BR&gt;Saliamo in macchina e, un secondo dopo, si abbattono violentemente sul parabrezza secchiate intere d'acqua. Il vento e la pioggia non fanno vedere niente. Le nuvole sembrano cadere a terra, pesanti, tanto da sembrar nebbia. Guidare è difficile, in queste condizioni. Accedo il &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;plinker&lt;/SPAN&gt; e i fendinebbia, e spero in bene.&lt;BR&gt;Intanto mia nonna, ovviamente, si fa prendere da un attacco di panico. Questo rende ancora più difficile la guida.&lt;BR&gt;Arrivato a Mira, lo spettacolo che mi si presenta è terribile. In quei pochi istanti in cui la superficie d'acqua che sta cadendo (perché non sono più secchiate, è proprio un'unica superficie continua), vedo alberi abbattuti ovunque: sulle case, sulle strade. Le carreggiate sono occupate da tronchi scoppiati a metà per fulmini o sradicati dal vento. Non posso tornare a casa, le strade sono tutte bloccate.&lt;BR&gt;Mia nonna si mette a piangere. Io cerco altre strade, allungando notevolmente il tragitto nonostante fuori si sia scatenato un diluvio. Strutture in lamiera sono crollate; lampioni e semafori sono spenti, lasciando gli automobilisti abbandonati a se stessi; cassonetti attraversano le strade a tutta velocità e sbattono sui cancelli o cadono nel fiume; le ringhiere vengono piegate; l'aria è piena di rami che volano; persino qualche cartello stradale sradicato vola per aria: uno è passato a un metro dal mio parabrezza. Al che mia nonna si mette a tremare, e smette di parlare. Io in quel momento sento anche la responsabilità di lei, oltre che di me stesso.&lt;BR&gt;Non so come sono riuscito a tornare a casa: fattostà che mi ci sono ritrovato, senza aver fatto o subìto incidenti di nessun tipo. A casa, però, e in tutta la via, non c'è luce né corrente elettrica. Io e mia nonna tiriamo fuori delle vecchie candele e ci attrezziamo con quelle. Le finestre erano rimaste aperte, e dentro è entrato di tutto. In giardino c'è metà albero proveniente da un altro giardino; per fortuna però nessuno dei miei alberi è crollato.&lt;BR&gt;Mio fratello non è in casa. Lo chiamo, ma le linee sono intasate. Per fortuna dopo un po' arriva.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Finito di sistemare un po' il disastro, il tempo si placa. Fuori fa freddo ed è buio; la visione è inquietante. Dalla finestra aperta per lasciare uscire il fumo delle candele sento provenire da ogni direzione sirene di ambulanze e vigili del fuoco. Ma io sono a casa. Al buio e senza niente di caldo da mangiare: ma a casa; con metà albero non mio in giardino (che ha squarciato una tenda, tra l'altro): ma a casa.&lt;BR&gt;Dopo aver mangiato, quando tutto ormai è tranquillo, salgo al pianoforte con una candela, e suono un po' al suo tenue lume. Poi la candela muore per un colpo improvviso di vento: ma io continuo a suonare lo stesso, al buio, una musica docile e serena, perché ho attraversato il temporale senza vedere niente e adesso che sono a casa, anche se ancora non posso vedere niente, riesco comunque ad attraversare la musica con le mie sole mani, senza nemmeno più la paura d'altri colpi improvvisi di vento, ché almeno quelle, almeno su quella tastiera, sanno muoversi esattamente dove devono. &lt;BR&gt;
&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Sat, 29 Jul 2006 20:01:27 +0200</pubDate>
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            <title>Tre persone diverse</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1445949.html</link>
            <description>&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Prendo la macchina e vado dal tabacchino, perché devo mandare un fax.&lt;BR&gt;Parcheggio lì davanti. Subito fuori dall'entrata c'è una signora anziana che sta grattando una di quelle schede con in palio delle vincite.&lt;BR&gt;Entro.&lt;BR&gt;&amp;quot;Devo inviare un fax&amp;quot;, dico al tizio. E' un tizio che vedo spesso, perché in quel tabacchino mi capita spesso di andare, sin dall'epoca delle medie. Le prime volte in cui andavo c'erano le figurine dei &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://it.wikipedia.org/wiki/Power_Rangers&gt;Power Rangers&lt;/A&gt;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/SPAN&gt;. Era proprio un'altra epoca: non solo mia, ma delle persone, dell'Italia. Mi viene in mente che sarebbe bello raccontare la storia d'Italia, almeno di quest'ultima generazione, tramite quello che è passato attraverso le edicole e i tabacchini.&lt;BR&gt;&amp;quot;Dammi&amp;quot;, mi dice lui, allungando una mano, con un tono che è quanto di più lontano dall'entusiasmo che si possa immaginare. Dopo mezza vita passata così, lo capisco.&lt;BR&gt;Gli do il foglio. Lui va a spedire il fax. Ci mette un po' di tempo: intanto torna al banco. &lt;BR&gt;La signora anziana che era fuori torna dentro, e lo guarda con aria di sfida. &lt;BR&gt;&amp;quot;Un &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://www.lottomatica.it/grattaevinci/prodotti/miliardario.html&gt;Miliardario&lt;/A&gt;&amp;quot;, annuncia sventolando in mano cinque euro.&lt;BR&gt;Il tizio le dà un &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Miliardario &lt;/SPAN&gt;e mette i cinque euro in cassa. Lei torna fuori e inizia a grattare con cura spasmodica la scheda. Il tizio mi guarda come a dire: &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Ma guarda con che gente devo passare le giornate&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;.&lt;BR&gt;Va di nuovo al fax per vedere se lo ha spedito. Torna al banco.&lt;BR&gt;&amp;quot;Ci mette un po', oggi è lento&amp;quot;, dice stancamente, per nulla interessato.&lt;BR&gt;La signora anziana torna dentro. Tira fuori venti euro dalla borsa: con la stessa fierezza un cavaliere estrarrebbe la spada dalla guaina. &lt;BR&gt;&amp;quot;Quanti me ne vengono?&amp;quot;, chiede nervosa.&lt;BR&gt;&amp;quot;Quattro.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Dammi indietro quindici euro e un &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Miliardario.&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;&lt;BR&gt;Lui esegue. Lei esce e gratta con il viso incollato alla scheda. &lt;BR&gt;&amp;quot;E' tutta la mattina che sta andando avanti così&amp;quot;, mi dice il tizio. &lt;BR&gt;&amp;quot;Lo immaginavo.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Adesso tornerà e ne comprerà un altro: non li prende mica in blocco.&amp;quot;&lt;BR&gt;Poi torna al fax. Finalmente ha finito.&lt;BR&gt;&amp;quot;Due euro e venti&amp;quot;, mi dice. &lt;BR&gt;Mentre li tiro fuori, torna dentro la signora anziana. Butta cinque euro sul banco. &lt;BR&gt;&amp;quot;Un &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Miliardario&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, dice quasi solo col labiale, come se avesse paura delle microspie.&lt;BR&gt;Lui le dà un'altra scheda. Lei torna fuori. Gratta.&lt;BR&gt;Io do due euro e venti al tizio. Lui mi dà la ricevuta del fax, lo scontrino, poi mi ringrazia e mi saluta. Io lo saluto e lo ringrazio, poi prendo la ricevuta. Esco. Guardo la signora. La signora non alza gli occhi dalla scheda. &lt;BR&gt;&amp;quot;Allora, ha trovato la scheda vincente?&amp;quot;, le chiedo.&lt;BR&gt;Lei, sempre senza alzare gli occhi, farfuglia qualcosa come: &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Speriamo, sì sì, questa è la volta buona, me la sento&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;.&lt;BR&gt;Torno alla macchina. La metto in moto, e parto. Mentre guido, guardo la ricevuta che ho posato sul sedile accanto al mio: ho appena spedito la conferma al proprietrario dell'appartamento dove andrò a stare.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Il senso di questo episodio è che c'è chi si rassegna, chi non si accontenta ma non sa uscirne, e poi chi non si accontenta ma riesce ad uscirne. 
&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Mon, 24 Jul 2006 13:46:18 +0200</pubDate>
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            <title>Bèa vecio</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1440958.html</link>
            <description>&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Stamttina ho fatto un po' di commissioni per la casa. Dovevo andare dalla Cristina (negozio di abbigliamento) a portare indietro un paio di pantaloni per mia mamma, poi andare dalla Tosca (panificio) a prendere un po' di pane, e infine da Bepi (ferramenta) per prendere un raccordo per tubi dell'acqua.&lt;BR&gt;Vado prima da Bepi. Avrà sessant'anni, ormai. &lt;BR&gt;&amp;quot;Buongiorno, mi servirebbe un raccordo per tubi dell'acqua da 3/4&amp;quot;, dico.&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;A sarisse chel strafanto de prastegon pa' tacare e gome una drio-man de cheàltra?&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, mi chiede [1].&lt;BR&gt;&amp;quot;Sì.&amp;quot;&lt;BR&gt;Me lo dà. Lo pago. Mi chiede come va a casa. Gli dico che va coi suoi alti e bassi: ho notato che è una risposta che soddisfa sempre. &lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;El mondo ze bèo parché ze variàbie&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, annuncia.&lt;BR&gt;&amp;quot;Vario&amp;quot;, dico tra me e me.&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Ciò, ti te si' studia'... Co ze che te-te lauri?&lt;/SPAN&gt;&amp;quot; [2]&lt;BR&gt;&amp;quot;Tra un anno e mezzo.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Ogni frùto pa' 'a so' stajon&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, mi dice. [3]&lt;BR&gt;&amp;quot;Ciao Bepi.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Saeùdo&lt;/SPAN&gt;.&amp;quot; [4]&lt;BR&gt;Bepi mi conosce da quando ero &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;bociéta&lt;/SPAN&gt; [5].&lt;BR&gt;Poi vado dalla Tosca. Anche lei avrà quasi sessant'anni.&lt;BR&gt;&amp;quot;Buongiorno, vorrei quattro &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ciòpe &lt;/SPAN&gt;[6]&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/SPAN&gt;di pane al latte.&amp;quot;&lt;BR&gt;Me le dà. In quel momento entra il matto del paese.&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Tùti al mareee... tùti al mareee...&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, dice. &lt;BR&gt;Mi guarda. Ci siamo solo io e la Tosca nel negozio. &lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Onquò diocan a-ghe ze 'ste madòne in spiaja co' 'ste cueàte de-fora procodio che a vardàle te-te capòti drio-schina dioboia&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, dice [7].&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Bèa vecio&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, gli dico [8].&lt;BR&gt;Se ne va ridendo, tutto contento. Io e la Tosca ci guardiamo. Mi chiede come va a casa: rispondo che ci sono alti e bassi. Mi chiede quanto mi manca per laurearmi: rispondo che mi manca un anno e mezzo. Poi me ne vado.&lt;BR&gt;La Tosca mi conosce da quando ero &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;bociéta&lt;/SPAN&gt;.&lt;BR&gt;Poi vado dalla Cristina. Le porto i pantaloni.&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Come zea to mare?&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, mi chiede [9]. &lt;BR&gt;&amp;quot;Alti e bassi&amp;quot;, rispondo.&lt;BR&gt;Mi saluta, la saluto, me ne vado. &lt;BR&gt;La Cristina mi conosce da quando ero &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;bociéta&lt;/SPAN&gt;.&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;Qui a Mira ho una vita passata, ho una storia. Io conosco la gente, e la gente mi conosce. Sanno dove abito, sanno in che famiglia vivo. Si interessano alla mia laurea, loro che hanno la quinta elementare. E' un paesino piccolo, dove ci si conosce tutti e si è tutti connessi l'un l'altro.&lt;BR&gt;E' la mia gente, è la mia terra. Io sono figlio loro, loro nipote. Vengo da lì, mi sono formato al loro cospetto. Questo non lo posso dimenticare, e ora che sta per finire ci sto pensando in continuazione. &lt;BR&gt;Giorni fa sono tornato alle Giare, dove inizia la &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;baréna &lt;/SPAN&gt;[10] e ci sono le &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;cavàne&lt;/SPAN&gt; [11]. Non ci tornavo da quando ero &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;cèo&lt;/SPAN&gt; [12]: sarà stata l'estate della terza media, e quindi, a ben guardare, dieci anni fa. Da lì la vista si apre e si vede una sintesi di che cos'è la mia terra e della sua storia. A nord ci sono i campi dei contadini, che in questo periodo sono rigogliosi di &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;formentòn&lt;/SPAN&gt; [13]; a ovest c'è &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;baréna&lt;/SPAN&gt; e a sud si vede la laguna e le grandi navi che vanno lente; a est c'è Porto Marghera con le sue fabbriche chiuse (come l'&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Alumix&lt;/SPAN&gt;) o ancora aperte (come la &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Palladio&lt;/SPAN&gt;), e poi in fondo c'è Venezia.&lt;BR&gt;Sono tornato lì, e mi ha quasi commosso. E' bello sapere che c'è un posto da cui puoi vedere tutti gli elementi significativi della tua terra, tutti in una volta sola. E' bello sapere che c'è un posto da cui posso vedere contemporaneamente sia il campanile di Mira che quello di San Marco a Venezia, perché io abito a Mira che è in provincia di Venezia.&lt;BR&gt;Forse tutto questo si capisce poco; ma ora che alla mia terra sto dicendo &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;ciao&lt;/SPAN&gt;&amp;quot; [14], queste cose le sento particolarmente. &lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;E' così che mi parti&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, ha detto mia mamma: con quel &amp;quot;mi&amp;quot; dativo che è un po' aulico e un po' gergale, e che esprime ai miei occhi tutto il senso d'affettuoso possesso che una mamma può provare per un figlio. Non ha detto: &amp;quot;Così mi parti&amp;quot;, ma &amp;quot;E' così che mi parti&amp;quot;, come se già fosse scritto dall'inizio, per lei, che io un giorno sarei partito; e come se ora lei avesse semplicemente scoperto il modo in cui &amp;quot;le parto&amp;quot;. &lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Così finalmente te ne vai&lt;/SPAN&gt; &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;anche tu&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;, mi ha detto Riccardo, che in questi mesi &lt;A target=&quot;_blank&quot; class=&quot;skinusrlink&quot; href=http://blog.libero.it/lapidario/723131.html&gt;ha capito&lt;/A&gt;.&lt;BR&gt;&amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Bèa vecio&lt;/SPAN&gt;&amp;quot; [15], mi ha detto Seba, con cui ho inventato tutti questi discorsi, e che se n'è andato prima di me.&lt;BR&gt;Dare questo annuncio non è stato bello ed entusiasmante come me lo sarei sempre aspettato: c'è sempre un senso che aleggia come di qualcosa non che finisce, ma che diverge.&lt;BR&gt;Quello stesso senso che ho provato stamattina nel parlare con la mia gente, nel sentire il mio dialetto, nell'andare in posti dove vado da sempre e dove da sempre lavorano persone da cui io, voglia o non voglia, mi sto separando. &lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;HR&gt;&lt;BR&gt;&lt;FONT class='ske01'&gt;[1] &amp;quot;Sarebbe quell'aggeggio di plastica per collegare due tubi di gomma uno dopo l'altro?&amp;quot;.&lt;BR&gt;[2] &amp;quot;Eh, tu hai studiato... Quando ti laurei?&amp;quot;.&lt;BR&gt;[3] Letteralmente: &amp;quot;Ogni frutto per la sua stagione&amp;quot;; propriamente: &amp;quot;Ogni cosa a suo tempo, ogni risultato si coglie quando è maturo&amp;quot;. E' un proverbio che mi piace tanto.&lt;BR&gt;[4] Letteralmente: &amp;quot;Saluto&amp;quot;; propriamente: &amp;quot;Ti saluto&amp;quot;.&lt;BR&gt;[5] &amp;quot;Bambino non troppo piccolo&amp;quot;. Variante: &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;cèo&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;; ma &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;bociéta&lt;/SPAN&gt;&amp;quot; è più tenero, più affettuoso, e poi rappresenta un bambino più piccolo di un &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;cèo&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;. &lt;BR&gt;[6] &amp;quot;Pagnotte&amp;quot;.&lt;BR&gt;[7] &amp;quot;Al giorno d'oggi - roba da non credere - ci sono le suocere in spiaggia con le chiappe fuori - ma dove siamo finiti - che solo a vederle svieni - eh cavolo, non è mica giusto&amp;quot;.&lt;BR&gt;[8] Intraducibile; più o meno: &amp;quot;Vai così, amico!&amp;quot;.&lt;BR&gt;[9] &amp;quot;Come sta tua mamma?&amp;quot;.&lt;BR&gt;[10] Dal Dizionario De Mauro-Paravia: &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;veneto&lt;/SPAN&gt; - Fondo lagunare che emerge per lungo tempo con la bassa marea e in cui si può sviluppare la vegetazione&amp;quot;.&lt;BR&gt;[11] Dal Dizionario De Mauro-Paravia: &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;veneto&lt;/SPAN&gt; - Nelle valli da pesca venete, tettoia chiusa su tre lati usata come cantiere o rimessa per barche&amp;quot;.&lt;BR&gt;[12] Cfr. [5].&lt;BR&gt;[13] &amp;quot;Granturco&amp;quot;.&lt;BR&gt;[14] Antico saluto veneziano. E' la contrazione di &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;sciào&lt;/SPAN&gt;&amp;quot; (schiavo, servo); significa letteralmente: &amp;quot;Sono tuo servo, sono al tuo servizio&amp;quot;.&lt;BR&gt;[15] Cfr. [8].&lt;/FONT&gt;&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Sat, 22 Jul 2006 15:27:45 +0200</pubDate>
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            <title>Eia</title>
            <link>http://blog.libero.it/isotropico/1420497.html</link>
            <description>&lt;BR&gt;&lt;BR&gt;&lt;DIV style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Prima, in biblioteca, sfogliando un giornale di annunci vedo che un tizio cerca libri vecchi usati. Io a casa ho quintali di libri vecchi usati. Faccio il numero, e chiamo.&lt;BR&gt;&amp;quot;Pronto!&amp;quot;, risponde una voce roboante, militaresca, di un uomo che probabilmente ha passato i sessant'anni.&lt;BR&gt;&amp;quot;Salve, chiamo per l'annuncio dei libri.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Comandi!&amp;quot;, incita il tizio.&lt;BR&gt;&amp;quot;Niente, a casa ho un mucchio di scatoloni di libri vecchi usati.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Quanto vecchi. Quanto usati.&amp;quot;&lt;BR&gt;Noto la totale assenza di tono interrogativo.&lt;BR&gt;&amp;quot;Mah...&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Eia, quanti decenni?&amp;quot;&lt;BR&gt;Strano che dica &amp;quot;&lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;Eia&lt;/SPAN&gt;&amp;quot;: non ha l'accento sardo.&lt;BR&gt;&amp;quot;Un ventennio, un trentennio, qualcuno anche di più.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Ha detto un ventennio?&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Un ventennio.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Ma sono libri sul Ventennio?&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;No...&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Ma sono almeno libri &lt;SPAN style=&quot;font-style: italic;&quot;&gt;del &lt;/SPAN&gt;Ventennio?&amp;quot;, chiede con voce rubata, improvvisamente addolcita.&lt;BR&gt;&amp;quot;Guardi, le ho detto...&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;...quel meraviglioso Ventennio della storia italiana...&amp;quot;, dice credo a se stesso.&lt;BR&gt;&amp;quot;Beh...&amp;quot;, provo a dire.&lt;BR&gt;&amp;quot;...così fulgente di vittorie e onore...&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Scusi...&amp;quot;, lo richiamo.&lt;BR&gt;&amp;quot;Eh?&amp;quot;, dice. Si sembra ripreso.&lt;BR&gt;&amp;quot;I libri&amp;quot;, tento di fargli ricordare.&lt;BR&gt;&amp;quot;Libro e moschetto, sì.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;Va bene, non importa, arrivederci.&amp;quot;&lt;BR&gt;&amp;quot;VIVA IL DUCE!!!&amp;quot;, grida commosso.&lt;BR&gt;Spengo il telefono prima che un carro armato sfondi il muro della biblioteca.&lt;BR&gt;&lt;/DIV&gt;</description>
            <pubDate>Mon, 17 Jul 2006 18:28:13 +0200</pubDate>
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