
Mi sveglio ogni mattina e vado al mare, in modo quasi
meccanico. Mi alzo, mi sciacquo la faccia, metto le lenti a contatto che
puntualmente perderò in mare, m’infilo il costume steso al sole dal giorno prima, indosso una canotta nera, ray ban e il
telo da mare sulla spalla. Faccio un salto in cucina dove prendo un grappolo d’uva che
vado a spiluccare sul terrazzo pervaso di luce. Ancora intorpidito a fatica
cerco di adattarmi alla mole di luce che mi circonda, ma con scarsi
risultati, ancora più intorpidito torno nella penombra della casa. Afferro il cane e vado al mare. Una breve passeggiata e sono
in una spiaggia di rocce distante una ventina di minuti di tortuosi vialetti
scoscesi. Non scendo sempre al solito posto, cerco sempre di variare. Ho almeno
due o tre buoni soliti posti.
Prediligo sempre i posti un po’ isolati per stare
tranquillamente beato a godermi il sole senza che il cane abbia nessuno da
molestare. Ma è inutile. La mia attenzione cade inevitabilmente su una ragazza.
Leggo il mio caro Dostoevskij o la
Gazzetta dello sport, dipende - è una questione di coerenza,
per me è tutto – nuoto fino a non sentire più le spalle, m’inondo di sale. Ma
ogni giorno ce n’è almeno una, ogni volta una diversa. Una graziosa sedicenne
accompagnata da genitori e sorelle che non fanno altro che far emergere la sua
bellezza, un fisico da pin up e uno sguardo perennemente imbronciato di chi
vorrebbe stare altrove, un’altra ha i capelli lunghi e mossi che le cascano
alla rinfusa sulla schiena, con il ragazzo tronfio del suo fisico scolpito da
nuotatore partenopeo che si fregia di lei come una bella scultura di cui
vantarsi, lei con lo sguardo sempre basso, non troppo alta ma piena nei punti
giusti con una deliziosa abbronzatura a sottolineare le sue curve già così
pronunciate, poi c’è la ragazzina bionda e altezzosa circondate da amici e
adulatori che non guarda nessuno ma si fa guardare da tutti, un’altra ancora mi
passa velocemente accanto così che riesco a vederla solo di schiena quanto
basta per innamorarmi del suo incedere in certo e del sedere tondo e sodo a
monte di due gambe tornite e agili. M’innamoravo continuamente in quei giorni
assolati.
estate 2007
Fabrizio De Andrè - Tutti morimmo a stento
Inviato da: Jamal85
il 24/10/2005 alle 16:05