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Creato da: Jamal85 il 24/10/2005
Teodicea alla Pangloss - Spunti riflessivi e descrizioni da foto -
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Post n°60 pubblicato il 19 Maggio 2011 da Jamal85
Una bella giornata. Oggi era una bella e inaspettata bella giornata e non ero pronto. Come al solito d'altronde. Ho provato ad adattarmi, ma al primo tentativo non ci sono proprio riuscito. Ho provato a capire cosa volevo, ho lasciato scorrere un po' di tempo nel lavandino. Sento l'inquietudine. Sento l'ansia. Mi attraversano senza fretta ma in profondità. Non sembra esserci nulla. Esco. Solo. Questa volta non ho cercato dove sapevo già di trovare. Dove sapevo già cosa trovare. Stanco di quello che già ho, non per le sue qualità, ma perché sento in me di aggrapparmici troppo forte, di nascondermi, di bastarmi la quiete e l'approdo sicuro che essi mi offrono, senza più cercare, forse perché cercare lì è sempre più difficile o forse perché non c'è altro da cercare. C'è in quello che ho – che avevo - una bellezza che va apprezzata senza aggiungergli l'ingiusto peso di quello che sento mancarmi. Esco e cammino, solo, adagio. Ho la musica nelle orecchie, una musica triste. Un tango. Cammino guardandomi intorno. Vedo così tanta gente. Tutti stanno in compagnia. Tutti stanno al braccio di tutti, nessuno sembra concedersi la solitudine sotto questo sole di maggio. La cosa mi sembra così strana. Io non ho nessuno ma non mi sento solo sotto il verde degli alberi così profondo incorniciato da un cielo blu che guardo con un sorriso di nostalgia dopo tanti giorni grigi; felice, perché no. Mi stendo su una panchina, al centro di tutto questo mondo. Chiudo gli occhi e senza pensare mi inabisso nella musica tiepida come il sole che sbatte sulla fronte. Mi rialzo dal sogno ad occhi semi aperti e accorgermi di essere ancora al centro di quel mondo che si anima, che sembra andare avanti così indifferente, mi manca un po' il respiro. Mi ero perso nella musica, nel non pensare alla vita. Pensavo solo a ballare, ci pensavo in modo così intenso, reale, quasi come recitassi un mantra. Lontano dalla realtà, un sogno ad occhi semi aperti. Mi guardo intorno con lentezza. Due ragazze siedono una di fronte l'altra, la più bella delle due, formosa nei suoi lunghi capelli castani incorniciati da un paio di ray ban neri e un sorriso che sembra essere capace di aprirti in un attimo, legge con frivolezza qualcosa alla più piccola . Una coppia di 40enni, uno accanto all'altro, ridono con intimità senza guardare. Un gruppo di ragazzi, pieni nelle loro magliette alla moda, giocano a palla. Dei bambini si divertono con delle rose che non profumano. Due turiste bionde. Una bicicletta cammina lenta. Adesso ricomincio a pensare. Penso al mio primo tentativo di questa giornata così assolata. Penso al fatto che era un buon tentativo, non c'è che dire. E penso che nonostante tutto non abbia funzionato. Sento che la cosa mi da un fastidio profondo. E questo fastidio che non mi abbandona mi da ancora più fastidio. Penso che il pensare a questo mi allontana dal presente che in quel momento non sto vivendo. Sento smog nella mia mente. Penso che sei troppa bella e che potrei perdermi in quel tuo sorriso leggero, che non ho voglia di ridere né di giocare, non ho voglia di sentire il profumo di rose che non profumano. Penso, con l'amarezza del ripetersi, che non so l'inglese. So con odio che sono tutte cazzate e lo penso mentre guardo la bellezza degli alberi che circondano il perimetro del Colosseo, in uno scorcio non troppo lontano che non mi stanca mai. Mi manca la leggerezza. La vedo tutto intorno a me ma non è di quella che desidero. Vedo persone che usano la leggerezza per allontanare da se le cose veramente importanti, per creare distanza, non permettersi di conoscersi, per non affrontare paure. Perché le cose veramente importanti sembrano così pesanti come i mobili in cantina o in soffitta che non sappiamo nemmeno quanti e quali siano, dimenticati in un posto buio ma ancora nostri, un peso che non sappiamo di avere, che pesa senza che ce ne accorgiamo. Siamo troppo deboli per tirare fuori quei mobili – per riusarli, per buttarli, come se avesse un'importanza- troppo deboli per disfarcene, intasiamo le cantine delle nostre menti, buie e lontane. Pesanti. In questo momento sento di stare come in mezzo a tutti questi mobili, di vederli con chiarezza, li accarezzo con la mano, ne sento la polvere, perso di fronte alla loro grandezza, non so da dove cominciare. Sono così tanti, così grossi, così sporchi, mai utilizzati, lerci. Umidi. Immobili. Ma magnifici, se solo riuscissi a trovare le camere giuste nelle quali sistemarli. E' difficile viaggiare con la valigia piena, penso guardando un grasso turista sudato alle prese con la sua valigia on the road, lo zaino e la ragazza asiatica che non sa fermare il flusso veloce delle sue parole. Ma quel bel sorriso sicuro varrà, per lui, la pena di quelle valige di tutto quel sudore, di quel camminare faticoso grondando seguendo chino la strada. Lo spero senza crederci. Mi stanco di guardare intorno e inizio a giocare con un sassolino. Il passato in un cellulare, il futuro negli occhi. Del presente sento solo un vago odore nell'aria, un profumo, che però mi è nuovo e, nonostante sia fievole, mi è caro.
Post n°59 pubblicato il 19 Maggio 2011 da Jamal85
La boxe per me è quanto di più vicino ci sia ad una seduta dallo psicologo. Scanso un colpo, indietreggio di un paio di passi e sento dentro di me, eccoti, di nuovo di fronte alla vita sotto la sua veste meno prosaica di pugni e fatica, chiudo la guardia, mi getto indietreggiando su una corda che sa di mamma, porto un paio di colpi vuoti, perché mi hanno insegnato che si apre di sinistro; senza portare il peso sul colpo ed entrare veramente, senza andare verso l'avversario, senza andarci fino in fondo, senza darmi la possibilità di darglielo, quel colpo, di farglielo sentire, a me prima che a lui. E come puoi, nello stesso identico momento, azzerare la mente e pensare: è solo boxe, sono solo pugni. No, è la tua vita in modiche riprese di 3 minuti che scorrono andanti scanditi da consigli urlati dal bordo vita . E a volte mi sembra impossibile che, solo io e lui, nessun filtro emotivo o psicocazzate verbali rifilate, riesca ad incidere in modo così impercettibile su quello che succede tutto intorno. A volte ho la sensazione di sapere dall'inizio come andrà a finire quella ripresa: non rischierò, porterò qualche diretto sinistro, giro intorno, gioco di gambe, fiato - perché hai bisogno di fiato per aggirare il ring come la vita, e io ne ho tanto di entrambi di quei fiati - se sarò fortunato un jab entrerà, se sarò fortunato finirò la ripresa senza lividi o sputacchiare sangue. Lo specchio è il luogo in cui ti guardi dopo le riprese mentre tiri qualche pugno a vuoto per sciogliere i muscoli mentre pensi, come pensi nel letto mentre cerchi di prender sonno e torni su quel autobus mezzo vuoto in non sei riuscito a dir nulla davanti alla ragazza che i tuoi pensieri non hanno smesso di fissare, veder scivolare fermata dopo fermata, la notte in cui pensi a quello che non hai detto, ai condizionali che ti ronzano nel cuscino, lo ammetti a denti stretti, sei arrabbiato senza aver rabbia. E mi chiedo, senza rabbia ma consapevole, perché boxo se non per tirar fuori un qualcosa che non sento? E capisco che boxare per me non significa capacità di esprimere rabbia o conquistare fiducia, perché per esprimere ho bisogno prima di scrollarmi tutto quello che non mi permette di farlo. In fondo, sotto tutte le mie coltri difensive e razionali, il buon senso, sotto anche l'istinto di sopravvivenza il mio desiderio più grande è proprio questo, un destro capace di levarmi il peso dalle gambe e farmi schiantare di spalle, solo io e il neon, steso al tappeto. Cadere. Avere l'occasione di togliermi di dosso tutte quelle preoccupazioni lastricate di “giusto” con un colpo capace che nella vita non permetto a nessuno di concedermi. Avere l'opportunità ogni giorno di colpire la mia scarsa abilità di vivere, attraverso il mezzo del corpo, l'unica parte di me a cui ho dato una reale possibilità di emergere, forse perché la più lontana dalla gabbia della mente. Sarà per questo che sento così forte in me il bisogno di boxe. Di andare quotidianamente in palestra a curiosare sulla mia anima. Il desiderio mai del tutto confesso del bisogno di aprirmi, di rischiare e, infine, di schiantarmi. E poi finalmente godermi beato la mia paura più grande: un naso rotto in mille pezzi.
Post n°58 pubblicato il 10 Dicembre 2008 da Jamal85
Tag: Scritti Mi sveglio ogni mattina e vado al mare, in modo quasi
Prediligo sempre i posti un po’ isolati per stare
estate 2007 Fabrizio De Andrè - Tutti morimmo a stento
Post n°57 pubblicato il 25 Ottobre 2008 da Jamal85
La maggior parte delle persone che conosco, secondo un
Le persone non fanno altro che accontentarsi nel senso più profondo del termine, forse perchè proprio questa è una carateristica così preziosa per il mantenimento del proprio benessere. Credere di essere in un modo è molto più facile che essere veramente in quel modo, oltre che una strada molto più veloce. Non porsi domande credendo di avere già le risposte, molto più semplice. Senza mai realmente mettersi in discussione. Capisco sinceramente chi vive nella convinzione di essere
Ecco cosa desidero veramente, avere il coraggio di cercare. Senza paure. Battisti - Pensieri e Parole Costantino Kavafis - Itaca
Post n°56 pubblicato il 21 Ottobre 2008 da Jamal85
Tag: Scritti
Post n°55 pubblicato il 03 Ottobre 2008 da Jamal85
Post n°54 pubblicato il 17 Agosto 2008 da Jamal85
Tag: Viaggi
Post n°53 pubblicato il 16 Agosto 2008 da Jamal85
Se himeros è il desiderio materiale e fisico dell'eros, dice Hillman, e se anteros è la reciprocità e lo scambio relazionali, pothos è la componente spirituale dell'amore. Pothos, figura mitologica, fratello di Eros e figlio di Afrodite e Crono, simboleggia il desiderio, impersonificato su una rupe davanti al mare in attesa dell'amore che non arriverà mai ed è insito in tutte quelle folli peregrinazioni della mente dietro all'impossibile, che ci spinge sempre a cercare qualcosa che non troveremo mai, senza mai darci pace. Sono ormai le sei del mattino. Comincia ad albeggiare e alla televisione iniziano le prime gare dell'Olimpiadi. L'aria è finalmente fresca a quest'ora, ottimo motivo per continuare ad induggiare in attività di dubbia utilità davanti al computer. Questa abitudine di coricarsi all'albeggiare mi vampirizza alquanto, per la felicità dei miei canini. Kofukuji (Nara) - Io, Marco, Yacca
Post n°52 pubblicato il 27 Luglio 2008 da Jamal85
Tag: Amici
Post n°51 pubblicato il 03 Luglio 2008 da Jamal85
E’ passato talmente tanto tempo da quando non aggiorno
Ultimamente ho azzeccato un paio di esami, al solito. Aver azzeccato
Ormai svariati mesi fa ho vissuto un periodo molto intenso.
La canzone napoletana
Post n°50 pubblicato il 24 Gennaio 2008 da Jamal85
Malinconia, desiderio di desideri (Tolstoj)
Post n°49 pubblicato il 07 Dicembre 2007 da Jamal85
Tag: Amici Impietosi, lugubri,
Ognuno ha la sua visione di
Cosa vediamo nelle persone? Cosa
Ritratti, questo e molto altro, se mi viene in mente ovviamente. Un mediocre pittore, alla Vostra. Bob Dylan - Hurricane
Post n°48 pubblicato il 06 Dicembre 2007 da Jamal85
Ultimamente ogni qual volta entro in questo blog e mi accingo nel tentativo di buttare giù qualche riflessione non posso fare a meno di lanciarmi in sofisticati attacchi all'ipocrisia della gente, alle etichettature cui siamo costretti, al perchè i sentimenti, anche quelli che dovrebbero essere i più saldi, sono così suscettibili. Poi rinsavisco, per lo più per la pochezza di struttura che hanno questi pensieri, sensazioni sfuse che faticano a prendere una costruzione logica per poter essere immortalati in quest luogo.
Post n°46 pubblicato il 28 Marzo 2007 da Jamal85
Non c'è torto più grande che puoi fare ad un amico che dirgli... di essere suo amico. Oddio no, vecchie abitudini dure a morire. Che dirgli di essere cambiato. No, sarà la sua risposta implicita o esplicita sempre e comunque e ci terrà molto a sottoliniarlo in ogni modo e ad ogni occasione. Ma perchè? Sicuramente di fondo c'è la paura di quello che non si conosce, quindi paura che il cambiamento di una persona vicina possa portare al suoallontanamento. D'altronde un amico non sente la necessità del cambiamento in te, non sente i tuoi malesseri interiori, al massimo può ascoltarli ma proprio in quanto amico gli vai bene come sei, nonostante tutto e sicuramente più di quanto tu vai bene a te stesso, almeno limitatamente all'argomento del cambiamento. Ed è quindi in questa chiave che è ovvio un comportamento del genere, per quanto non ci sia niente di più fastidioso (sono eufemistico, ho una lista che tengo aggiornata quotidianamente di cose più o meno fastidiose, corrisponde grosso modo all'elenco delle azioni umane), soprattutto da persone che pensi vicine. Forse andrebbe evitata una palesizzazione del proprio cambiamento (insomma, niente proclami del tipo "io sono cambiato!" "sono gay" "lui è gay"), è una pratica fastidiosa per chi non apprezza il tuo cambiamento (senza che per forza esso implichi qualcosa di negativo), soprattutto se porta verso lidi poco graditi.
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Inviato da: Jamal85
il 24/10/2005 alle 16:05