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Creato da: john.keating il 14/09/2004
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Post N° 171

Post n°171 pubblicato il 22 Maggio 2006 da john.keating
Foto di john.keating

Esiste il rispetto. Esiste la dignità personale. Esiste il rispetto di sé, che passa attraverso rispetto degli altri.
Insieme, costituiscono il fondamento dei migliori rapporti interpersonali, di qualunque natura essi siano.

Quel che è molto difficile è il trovare un equilibrio tra di essi; una regola certa e codificata non esiste: circostanze, situazioni, caratteri personali, rendono il tutto molto fluido, per cui alla fine è una questione di dialettica, che rendendo molto vario e imprevedibile ogni rapporto, lo rende unico e per questo interessante.

Semmai, è solo nel tempo che ti rendi conto di quanto uno degli aspetti abbia prevaricato l'altro, così che solo nel tempo ti senti ferito nella tua dignità, per il fatto che il tuo rispetto è stato usato, e capisci di aver dato alla tua dignità una importanza minore di quella che deve comunque avere.
E questo non va bene, ma te ne accorgi  sempre troppo tardi. Ed è solo con te stesso e la tua debolezza che te la puoi prendere: anche questo è rispetto di sé.

La questione è allora questa: capire se, e quanto, mascheriamo dietro il rispetto per gli altri la nostra debolezza, cioè la nostra scarsa stima di noi stessi che ci fa mettere in secondo piano la nostra dignità.

Niente di nobile, in questo senso, come si vede.

Specularmente, gli altri - ma anche noi stessi - usano il rispetto altrui per nascondere la propria debolezza, mascherandolo da dignità personale.

Ed è anche per questo che chi ha una alta consapevolezza dei rapporti umani è così apprezzato: è un'arte che non ha nessun fine e nessun utilizzo concreto e pratico.

 
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Post N° 170

Post n°170 pubblicato il 19 Maggio 2006 da john.keating
Foto di john.keating

Non è una persona che tu possa descrivere, o raccontare, con la facilità con cui puoi narrare di altre persone, no. Non per la sua complessità; men che mai perché sia contraddittoria, o poco lineare, tutt’affatto.
Semplicemente, non è una persona che tu possa pretendere di descrivere senza che l’atto stesso di porla davanti ai tuoi occhi, per osservarla e descriverla, cambi il tuo stesso sguardo, il modo in cui tu guardi le cose, e le consideri, e le giudichi.
È noto, ed è certo vero che l’occhio dell’osservatore cambia l’osservato, ma con lei par vero molto più di questo: è l’occhio dell’osservato a cambiare l’osservatore. E non, come si potrebbe banalmente credere, per la bellezza dei suoi occhi chiari, e per la limpidezza che essi esprimono. È proprio il suo sguardo, che non è un vedere ma un guardare, cioè un portare alla luce, un mostrare, dando significato alle cose, agli atteggiamenti, alle sensazioni e ai sentimenti, che solitamente restano ben celati, inespressi e nascosti, mascherati da finta oggettività di osservatore.
Uno sguardo che ti obbliga a seguirlo; certo catturandoti nel suo fascino prima di tutto, per subito accorgerti che in realtà è altro ad averti afferrato: uno sguardo cui non puoi nasconderti, e che ti costringe, ti obbliga a interrogarti su chi sei tu, prima di tutto, e certo ben prima della pretesa di stabilire chi sia lei.
Uno sguardo che non è mai invadente, prepotente, ma sempre dolcemente persuasivo, e che ti racconta, innanzitutto e perlopiù, del suo sincero, e partecipato, e dolce interesse per te. Uno sguardo a cui ti scopri presto esser grato, perché sa vedere e mostrare cose di te che forse nemmeno sapevi, e che certo tieni nascoste: per pudore, per timore, per vergogna. Uno sguardo che non puoi eludere; molto meno di quanto tu ti possa nascondere a te stesso. Uno sguardo che non è indagatore, semplicemente perché vede ciò che si può vedere quasi prima di averlo visto. E che sa vedere cose che nessun altro sa vedere, e forse ha visto mai; certo non con la solare chiarezza, con la nuda semplicità con cui lei lo vede e sa mostrartelo.
Così, se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i suoi occhi hanno il dono unico di esser lo specchio dell’anima di chi li guarda.
E allora, osservandola, capisci che la sua bellezza è molto più del suo aspetto, e persino del modo nel quale lo presenta, lo porge, lo usa. Una bellezza che è fatta di grazia, di attenzione, e di rispetto.
Non è una persona che tu possa descrivere, o raccontare come narreresti di un’altra persona. È una persona che non puoi descrivere se intanto non descrivi te stesso, e il modo nel quale ti fa essere ciò che sei, e ciò che vuoi e persino ciò che puoi essere.
Ed è la bellezza più bella: quella che rende belli di essa coloro i quali han la fortuna di incrociarne lo sguardo…

 
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Post N° 167

Post n°167 pubblicato il 06 Ottobre 2005 da john.keating

"Passiamo metà della vita a deridere ciò in cui altri credono, e l'altra metà a credere in ciò che altri deridono."

Stefano Benni

 
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"Höre"

Post n°166 pubblicato il 02 Ottobre 2005 da john.keating

«Chi sa le lingue è un imbecille.»
Friedrich Nietzsche


I cinesi non parlano. Cantano.

Le parole cinesi sono nella loro grandissima parte monosillabiche (e le rimanenti sono al massimo bisillabiche); ma la vera particolarità del cinese sono i quattro diversi toni con cui ciascuna parola può esser pronunciata. In pratica, dei suoni, a ciascuno dei quali corrisponde un significato diverso.
Questa dei toni è una cosa difficile da comprendere per noi occidentali, abituati al mono-tono, piatto, uniforme, delle nostre lingue. I cinesi invece desumono il significato dalla intonazione delle parole, e intendo proprio la loro denotazione, mentre nelle nostre lingue il tono al massimo serve alla loro connotazione.
In pratica, parlare il cinese (o uno delle migliaia dei suoi dialetti parlati, spesso irriducibili e incomprensibili gli uni agli altri) significa in senso letterale interpretare uno spartito musicale, esattamente come si interpreta una melodia da suonare.

Ora, come si fa a tradurre una cosa così? Grossomodo, tradurre il cinese è come far la prosa di una poesia, o più esattamente come raccontare a parole una melodia.

Questo problema sussiste naturalmente per qualsiasi traduzione da/a qualsiasi lingua, per il fatto che le parole non sono isolate, ma si spiegano, si connotano, si richiamano con altre parole; e questo echeggiare incessante, questo andar su e giù dalla sfera del cosciente a quella dell’inconscio, è ciò che rende impossibile rendere un significato tra lingue diverse: “intanto si può trasporre un termine da una lingua all’altra in quanto non ci si è inabissati nel suo senso e la parola non ci ha fatto prigionieri della sua profondità” come dice Umberto Galimberti. Ed ecco che chi parla le lingue è in fondo “un imbecille”, perché certo sa riconoscere le cose con tutte le diverse parole possibili, senza ascoltarne perciò coglierne il senso, di nemmeno una.

E questo fatto della irriducibilità dei significati profondi, non è limitato al problema della traduzione. Io dico sempre che possiamo parlare per ore con una persona, intendendoci perfettamente con essa, comprendendo esattamente cosa dice il nostro interlocutore e persino con la certezza assoluta di essere allo stesso modo compresi, e tuttavia non condividere il senso profondo del rispettivo dire.
Se ad esempio si parla di una strada, possiamo intenderci sino al minimo dettaglio su ciò che diciamo di essa, ma se “strada” a me richiama “viaggio, apertura, possibilità, ignoto”, mentre per il mio interlocutore è “lontananza, noia, traffico, pericolo”, è più che dubbio che la nostra comunicazione sia altro che uno scambio di anodine informazioni. Insomma possiamo capirci benissimo, senza tuttavia intenderci per nulla.

Il che, en passant, è ciò che avviene innanzitutto e perlopiù nelle comunicazioni interpersonali quotidiane. E già questo dovrebbe far piazza pulita della convinzione che la parola sia una cosa che denota altre cose, a loro volta dotate di un senso che prescinde il linguaggio che le esprime: grossomodo, le kantiane “cose in sé”. Ma la metafisica è piuttosto dura d’orecchi.

Perché qui non si tratta di spiegare quanto di ascoltare il linguaggio, con buona pace della tizia che giusto un anno fa di questi tempi si lamentava del fatto che io dovessi “spiegare sempre tutto”. (Il che tra parentesi dice quanto poco avesse capito della mia persona; e semmai nel suo spiegare me, come difettasse nell’attitudine per l’appunto di ascoltare piuttosto che in quello di dir la sua sempre e comunque.)

In mancanza di ascolto delle parole, esse rivelano solo il loro nichilismo quando vengono private del loro echeggiare poetico: nel senso esatto che nell’assenza del loro ascolto, dietro, oltre ad esse, non resta che il niente.

Non c’è dubbio che il linguaggio abbia un uso pratico di essenziale importanza, solo che il linguaggio non si limita a questo, e soprattutto è tutt’altro che questo. Come ci insegna Nietzsche, le parole non sono etichette che si appiccicano alle cose, ma sono una ragnatela leggerissima e profonda di rimandi, un sistema di metafore che in nessun caso scaturiscono dalle cose stesse. E che con le parole noi coloriamo e diamo forma al mondo, è cosa che chiunque abbia anche solo una volta sperimentato l’emozione di una poesia, ha provato, e compreso.

Non dovremmo parlare tutti la stessa lingua, perché la lingua di ciascuno è il suo modo di disegnare e colorare il mondo. E il condividerla con qualcuno, sino a costruire un mondo insieme, qualunque cosa possa voler dire, è l’atto più intimo, e prezioso, che chiunque possa fare.

E in fondo, senza rendercene conto, è proprio quello che facciamo. Anche se la metafisica fa di tutto per nascondercelo.

"Höre": ascolta.

 
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Nel futuro

Post n°165 pubblicato il 30 Settembre 2005 da john.keating
Foto di john.keating

Nel futuro tutti avranno lo stesso taglio di capelli e gli stessi vestiti

Nel futuro tutti saranno estremamente grassi per la dieta a base d'amido

Nel futuro tutti saranno estremamente magri per carenza di cibarie

Nel futuro sarà pressoché impossibile distinguere i ragazzi dalle ragazze, anche a letto

Nel futuro gli uomini saranno "ultramascolini" e le donne "ultrafemminili"

Nel futuro la fusione atomica ci consentirà di costruire un grattacielo da un granello di sabbia

Nel futuro la chirurgia genetica creerà una razza di schiavi lavoratori: stalloni, "puttane", personaggi televisivi e politici

Nel futuro metà di noi avranno "malattie mentali"

Nel futuro non ci saranno religioni né spiritualismi di sorta

Nel futuro le "arti psichiche" troveranno un uso pratico

Nel futuro non penseremo che la "natura" è bella

Nel futuro il tempo sarà sempre lo stesso (relativamente a com'è adesso)

Nel futuro nessuno combatterà più con nessun altro perché chiunque potrà essere qualsiasi cosa voglia essere

Nel futuro ci sarà una guerra atomica che ridurrà i sopravvissuti a selvaggi

Nel futuro l'acqua costerà cara

Nel futuro tutti i beni materiali saranno gratuiti

Nel futuro ogni casa sarà una piccola fortezza

Nel futuro tutti passeranno il tempo a pensare all'amore

Nel futuro la televisione sarà di tale qualità che la parola scritta avrà soltanto una funzione artistica

Nel futuro le persone con lavori noiosi prenderanno pillole per alleviare la noia

Nel futuro tutti tranne i ricchi saranno molto felici

Nel futuro tutti tranne i ricchi saranno molto sporchi

Nel futuro tutti tranne i ricchi saranno in ottima salute

Nel futuro i sistemi di comunicazione/distribuzione saranno così efficienti che nessuno vivrà più in città

Nel futuro le fattorie saranno dirette da una rete computerizzata nazionale

Nel futuro ci saranno mini guerre dappertutto

Nel futuro le decisioni politiche (e non solo) saranno integralmente basate su sondaggi d'opinione

Nel futuro solo i grandi ricchi saranno in grado di viaggiare o spostarsi dalle proprie case

Nel futuro gli individui con inclinazioni militaresche praticheranno sport "assassini"

Nel futuro ci saranno macchine che produrranno esperienze religiose in chi le userà

Nel futuro ci sarà una società senza classi, nessuno sarà più ricco di chiunque altro

Nel futuro la gente si farà costantemente interventi di chirurgia plastica, alterandosi i lineamenti più volte nel corso d'una vita

Nel futuro ci saranno molti suicidi di massa

Nel futuro ci saranno gruppi di selvaggi, che vivranno nelle zone incolte e rapineranno gli abitanti dei quartieri residenziali

Nel futuro ci saranno soltanto banconote e saranno personalizzate

Nel futuro nessuno riuscirà a tornare a casa più di una volta l'anno

Nel futuro tutti staranno perennemente a casa

Nel futuro non avremo tempo per gli svaghi

Nel futuro non "lavoreremo" più di un giorno la settimana

Nel futuro i nostri corpi saranno rinsecchiti ma sani e i cervelli più grandi

Nel futuro ci sarà gente affamata dappertutto

Nel futuro nessuno potrà permettersi televisioni o giornali, con il risultato che nessuno saprà più che cosa succede

Nel futuro la gente vivrà nello spazio

Nel futuro solo i grandi ricchi avranno animali da compagnia

Nel futuro i poveri saranno regolati dai ricchi

Nel futuro gli storpi, i ritardati e gli indifesi saranno uccisi

Nel futuro tutte le case saranno centri di divertimento, con video, pillole, balli, attrezzi sessuali, film olografici e macchine da gioco

Nel futuro tutti avranno il proprio stile individuale di vestiti da libera uscita

Nel futuro tutti mangeremo i nostri cibi preferiti, solo che saranno tutti sintetici

Nel futuro ci scoperemo qualunque cosa in qualunque momento e in qualunque luogo

Nel futuro accadranno tante cose che nessuno riuscirà a farsene un'idea

David Byrne

In fondo, qualsiasi logica antimetafisica resta prima di tutto una logica, perciò qualcosa che precede ogni qualsiasi altra determinazione.

Quel che si dovrebbe fare è dunque (ed ancora e sempre attraverso un passaggio logico) semplicemente mostrare.
Nell'atto del mostrare, ogni pretesa ordinatrice metafisica viene messa a tacere, e quel che si vede, semplicemente è.

Questo spogliare di senso altro, lasciando le cose e gli avvenimenti nella loro nuda povera ed austera essenzialità, rivela l'azione tranquillizzatrice, anestetica, ordinatrice e (falsamente) consolatoria di qualunque metafisica.

Come fa David Byrne in tutti i suoi testi. E tra tutti questo è il più mirabile. Uno dei recitati per le Civil Wars del coreografo Bob Wilson, su temi musicali eseguiti dalla leggendaria Dirty Dozen Brass Band di New Orleans.
Testi antimetafisici nella loro essenza; testi che mostrano, autentiche epoché poetiche, in cui le parole e le frasi, tutte di senso perfettamente compiuto, risultano tutavia profondamente stranianti e inquietanti, non illuminando in modo inavvertito lo spazio dell'essere, ma mostrandone l'opacità silenziosa ("come oggetti disposti sul tavolo operatorio", Michel Foucault) e chiedono il soccorso - umano, troppo umano - di un senso che le raccolga, le ordini, le disponga in gerarchia. Le renda cioè nuovamente significanti: che è a dire rassicuranti, tranquille e non minacciose, sì da far tornare il nostro mondo ciò che è, previsto e prevedibile.
Sino a che, istupiditi dalla incombente massa di significati indiscussi e perciò indiscutibili, chiediamo, e necessitiamo, di una parola diversa: di uno scarto sorprendente nell'ordine del possibile, che ci riveli una ricchezza altra, più vera, più profonda, più autentica e autenticamente emozionante. Qualcosa che non ci rifletta nel mondo, ma ci illumini di una luce in cui realmente poterci osservare, e vedere.

Ed ecco "a che i poeti nell'epoca della povertà".

"Un albero lo si misura meglio quando è abbattuto".

 
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Post N° 164

Post n°164 pubblicato il 24 Settembre 2005 da john.keating
Foto di john.keating

Come si filosofa con il martello
quando il filosofo è Pera Marcello

 


“Quando gli uomini smettono di credere in Dio, non è che dopo non credono più a nulla: sono disposti a credere a tutto.”

(C.K. Chesterton)


Infatti, credono nei Valori.
Ce lo ha ricordato ancor ieri l’esimio filosofo Pera Marcello.
E cos’è “un valore”? La risposta più ovvia, ancor più ovvia della spiegazione di un vocabolario, suona pressappoco “è un qualcosa che vale”, con tutte le specificazioni del caso.
Qualcosa che vale.

Un “qualcosa”, dunque. Qualunque senso si voglia dare al termine, è un “ente”, cioè una entità positiva, che ha un suo grado di “realtà”. Qualcosa che, sempre restando fuori dal lessico heideggeriano, esiste, è percepibile sia pure in forma di coniugazione – il “valore” della libertà è percepibile nel poter fare date e determinare azioni, ad esempio.
Insomma, una “cosa”.

Curioso atteggiamento: per dar senso, ordine, gerarchia al caos più o meno danzante delle cose, c’è bisogno di altre cose. Di materialità che ordini con pretese di senso superiore altra materialità.

La spiritualità stessa dei “valori” è del tutto fittizia.
Il termine “valore” ha una ineludibile connotazione economicistica: “vale” significa “che ha utilità, che ha uno scopo, che ha un fine”; ogni “valore” ha dunque un fine meramente ed esclusivamente pratico. Ogni valore è fatalmente e finalmente un “valore d’uso”, e giacchè esso deve guidare e istruire le azioni dell’uomo, è questo pensato in funzione di quelle, piuttosto che viceversa, visto che se non hanno un fine – chiaro e distinto – non hanno né utilità né senso. Un Dio-cosa al servizio dell’uomo nella sua affannosa ricerca del senso delle cose.

Tutto questo annulla ogni pretesa di spiritualità di qualsivoglia concetto che sia innalzato a, o fatto discendere da, un giudizio di valore. Non c’è nulla di trascendente nei Valori: è solo un carnevale della materialità, “cose” travestite e imbellettate da cortigiane ruffiane e compiacenti per la serenità delle altre “cose”.

C’è poco da fare: se si vuole una dimostrazione che nella nostra metafisica al di fuori della materia non c’è nulla, basta appena riflettere sul concetto di “valore”. Dalla materialità nichilista proprio non si riesce ad uscire: viviamo in un mondo di cose, e nella stolida ricerca del loro senso si è persa ogni traccia della radicale alterità del Divino: dell’Indicibile, del Mistero.
E gli dèi se ne sono andati.

Così, da quando il Sole del Divino ha lasciato la Terra al tramonto della sua luce, la gente ha financo smesso di pensare ad esso, e si è persa nella ricerca di un qualunque valore in cui credere.
Tanto da essere disposta a stare ad ascoltare persino un qualsiasi Pera Marcello.

 
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Perché Heidegger è meglio di un pompino

Post n°163 pubblicato il 19 Settembre 2005 da john.keating
Foto di john.keating

Un post famoso (ahahah!) di un anno fa. Non l'ho mai postato qui, mi va di conservarlo, e alcuni temi che tratta sono attuali rispetto al discorso che sta affrontando questo blog, come si vedrà in seguito.
E capirai il discorso. 

Heidegger, o un pompino?
Chiesto così, d’amblais, la risposta corre rapida alla bocca… No, meglio un’altra metafora: parlando di pompini, citare cose che corrono rapide alla bocca può risultare di cattivo gusto.
Diciamo che la scelta si impone apparentemente da sé. Al di là del valore pur riconosciuto alla opzione.
Ma insomma, tra un Heidegger in generale, ed un pompino qui ed ora, beh… Se non altro per la logica dell’uovo oggi rispetto alla gallina domani, eccetera.

Tuttavia, il tema si impone. Parlare di Heidegger, o parlare di pompini? L’una cosa beninteso non esclude l’altra. Ma viene fatalmente il momento in cui una scala di valori (termine che peraltro Heidegger fuggirebbe, con ottime ragioni) si impone.

Insomma, cosa è meglio, cosa “vale” di più? Heidegger, o i pompini?

C’è subito un fraintendimento iniziale, di fondo, che va preliminarmente chiarito, onde arrivare ad una piena comprensione del problema.

Heidegger è un filosofo: per metonimia col suo nome s’intende tutto il suo pensiero, la sua produzione; e per sineddoche esso diventa “la filosofia” tutta, pensieri e pensanti.

Insomma, qualcosa di astratto, astruso, del tutto mentale, e nient’affatto pratico, concreto.
Una cosa del tutto diversa, distante, dall’immediatezza fisica di un pompino.

Ora, la cosa buffa è che la grande novità della filosofia di Heidegger è quella di aver rivalutato il “corpo”, inteso proprio come corporeità.
La sua critica alla metafisica ha tra gli altri obiettivi quello di voler eliminare la distinzione tutta moderna tra rex cogitans e rex estensa (come le chiamava Cartesio), cioè la distinzione tra anima e corpo. Tra idea, spirito, e materia. Tra mondo ideale e mondo concreto.
Il suo concetto parla infatti dell’uomo come “ente che è nel modo dell’esistenza”, ossia come di un organismo che è uomo in quanto perpepisce sensorialmente, elabora e interpreta gli stimoli caricandoli di significato, si rapporta col mondo in senso fattuale, cioè compiendo atti concreti dotati di senso e significato.

Da questo, inizia a venir chiaro come la distinzione tra filosofia heideggeriana e pompini sia assai meno capziosa di quanto possa sembrare a tutta prima.
Il tema dell’ “altro” (da sé) è uno dei temi centrali della filosofia contemporanea, e proprio a merito di Heidegger che ha posto con forza il tema dell’alterità nell’esistenza. Senza di lui, è noto, Sartre non avrebbe scritto le sue meravigliose e fondamentali pagine sull’argomento.

Ebbene, che altro è un pompino se non una manifestazione tra le più intime che si diano tra quelle delle relazioni interpersonali?
Le quali relazioni, la loro natura, il loro significato e le loro implicazioni, possono essere indubbiamente meglio comprese alla luce di una indagine come quella fenomenologica dapprima, quindi esistenziale ed infine ontologica, esperita da Heidegger nel suo percorso filosofico.
La dedizione, il darsi cioè, della pompinante; lo sguardo, il piacere che è ben più che meramente fisico, del pompinato, costituiscono una relazione asimmetrica (il lessico sartriano è più chiaro e immediato di quello heideggeriano) che non si risolve nel mero, immediato, piacere fisico. Nessuno può del resto sostenere che la pompinante goda nell’atto dell’ingoiare lo sperma solo “perché è buono”.
Il pompino, cioè, come atto umano, è prima di tutto formazione di significato, e il comprenderne la natura in senso esistenziale e filosofico rende l’atto più vissuto e compreso, cosa questa innegabile.

Si dirà che una brava puttana sa far meravigliosi pompini ignorando di Heidegger persino l’esistenza. Vero. Ma se è per quello, anche i cavalli all’ippodromo sanno correre meravigliosamente, pur ignorando tutto di quote e pronostici.

Ugualmente, non si può negare che il piacere che un pompino può dare ecceda ampiamente, in senso qualitativo, quello che può dare un’altra forma di piacere, poniamo una scopata. Altrimenti non si capirebbe tutto l’insistere sul tema.

Quanto alla “facilità” del pompino, e la difficoltà di Heidegger, c’è una buona parte di leggenda in questo.
Non nel senso che Heidegger sia facile, ma anche farsi fare un pompino (un bel pompino, poi) è tutt’altro che semplice, anche volendo vedere le cose da una ottica prettamente maschile (ma si potrebbe dire lo stesso di una bella e soddisfacente slinguazzata alla fica: quanti uomini hanno la sicura conoscenza, l’intuito, la costanza e la pazienza di praticarla come si deve?).

E che vogliamo dire del significato sociale dei due atti? Non c’è dubbio che entrambi diano molta popolarità, ma è altrettanto indubbio che la stima sociale conseguente sia di natura un po’ diversa, visto che – come dire – nel caso dei pompinanti si tratta di una fama che corre un po’ sotterranea, e mi si consenta, alquanto dubbia circa la reputazione.

Proviamo per un attimo a porre questo dilemma: “è preferibile uscire con chi sa di Heidegger, o chi sa spompinare (o slinguazzare) a dovere”?
Consideriamo che chi scrive nei blogs, come altrove dimostrato, scrive per conseguire riconoscimento ed apprezzamento sociale. Ergo, il fine ultimo, in senso logico beninteso, è la scopata finale. Messa in questi termini, la superiorità pare essere della seconda opzione.
Ma è una falsa questione. Chi sa di Heidegger non necessariamente non sa spompinare o slinguazzare, mentre chi è noto per le sue virtù amatorie (o supposte… ehm, presunte tali) potrebbe anche avere delle conoscenze filosofiche insospettate.
La domanda perciò andrebbe correttamente posta in questi termini: “con chi è preferibile NON uscire?” Qui, ovviamente, ciascuno trarrà la sue conclusioni, ma è chiaro come la domanda suoni ben diversa, e nient’affatto scontata la risposta. Ed è chiaro altresì come si tratti di una questione che già esula dal tema del presente trattato.

C’è però un deciso argomento, di ordine meramente pratico, che depone a favore della superiorità della conoscenza di Heidegger. Ed è precisamente il fatto che, per quanto tempo e fatica ci si possano impiegare, Heidegger lo si impara una volta per sempre, mentre col farsi fare un pompino ogni volta è dura fatica ripartire da zero. E una volta finito l’atto, che resta oltre al piacere di un attimo e di esso il ricordo?
E non vale l’obiezione che col ricordo di un buon pompino ci si posson fare delle pippe a lungo (cosa invero un po’ triste, se protratta oltre ad un tempo ragionevole), visto che è dimostrato che c’è gente che le pippe se le fa anche con Heidegger.
Ci si fa le pippe con qualunque cosa.

Inoltre, Heidegger per così dire, basta da sé, ed anzi è di consolazione nei momenti di difficoltà e di travaglio interiore, di qualsivoglia natura. Mentre il pompino abbisogna sempre, per necessità, di un pompinante e/o di un pompinato, cose non semplicissime da reperire.
Una differenza che certamente questo giova nei tempi di magra e di solitudine. Anche se, mi rendo conto, qui siamo dalle parti di Boezio e della Consolazione della Filosofia.

Insomma, comunque si voglia considerare la faccenda, Heidegger è meglio di un pompino.
Fa stare meglio, dura di più, è più consolatorio e appagante, ed è financo meno faticoso.

 
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La dimostrazione matematica della stupidità

Post n°162 pubblicato il 13 Settembre 2005 da john.keating

La cosa più noiosa della metafisica è naturalmente la sua ovvietà. Non potrebbe essere altrimenti, essendo la metafisica nient’altro che l’impensato del pensiero corrente.

“La scienza non pensa”, secondo la nota locuzione; locuzione forse severa, ma è ben certo che la scienza, se può, se ne sta lontana dalla filosofia.

Certo, quando si tratta di decidere se staccare la spina al malato terminale, o del concetto stesso di “accanimento terapeutico”, si mettono di fronte scienza e filosofia: e il buon scienziato dinanzi a questo, tace, e ascolta.
La cattiva scienza invece, pretende di trovare la dimostrazione matematica della felicità, o di individuare il gene del tradimento sessuale. Nessuno scienziato serio prende per buono un solo rigo degli scritti volti a questo scopo.

Ma poi, siccome il libro è un prodotto industriale, e vendere è un valore, c’è sempre chi scrive per dimostrare che la scienza ha una risposta per tutto, può decidere di tutto e dimostrare di tutto. E se questi libri vengono scritti, è perché c’è chi li compera, quantunque siano libretti che si trovano nelle librerie e nelle bancarelle, affiancati a titoli che parlano della virtù curativa delle pietre, della storia segreta del Terzo Reich e di spazzatura new age assortita. Letteratura per incolti.

Chi acquista e legge libri siffatti è normalmente un lettore poco acculturato, ma che soffre di un qualche suo complesso di inferiorità.

Ad esempio, un tecnico – poniamo, un odontoiatra, un ingegnere – che terminate le sue 8 o 10 (ma anche 12) ore in ufficio a curare un progetto – tutti uguali, tutti specializzati, tutti i santi giorni di tutti i santi anni – torna a casa la sera, e in preda a qualche crisi di identità, o semplicemente sentendosi bisognoso di essere all’altezza dei vari “intellettuali” con cui suo malgrado ha a che fare (amici, fidanzate, conoscenti), cerca una giustificazione del suo fare all’altezza.
Che gli volete dare in mano? Gli vorrete mica parlare del dibattito tra analitici e continentali? Gli metterete mica in mano Heidegger o Jaspers, che oltre ad essere molto ostici, richiedendo dedizione, studi specifici e approfonditi, quando arrivasse a capirli si sentirebbe dire che la sua conoscenza è molto parziale, fonte di infelicità per il genere umano, e altre cose che gli distruggono quelle poche certezze che coltiva e difende pervicacemente (e comprensibilmente, certo)?

Meglio, molto meglio, un libercolo che spieghi come egli non capisce tutto ciò che non capisce, perché non c’è niente da capire, che 4+4 fa sempre 8, e questo è tutto quel che c’è da sapere.

Naturalmente, il libercolo gli dovrà dare un senso di appagamento intellettuale, deve insomma far vedere che è di filosofia che comunque si parla. E allora via giù a citare qualche nome. Ovviamente, mica si citano Rorty, o Habermas, o Luhman o Apel: chi cazzo sono, mica si vendono, stanno mica nella Hit Parade. Si citano i Grandi, cazzo – Platone, Aristotele, Kant, Hegel – roba di grido, quei nomi che il nostro ingegnere ha sentito nei lontani anni scolastici, e che insomma sono il Greatest Hits della Filosofia. Platone sul podio e Kant nei dischi caldi.

Siccome lo stare a spiegarli non serve – è palloso e difficile capirli, anche se paiono essere così popolari – è sufficiente nominarli, ammiccando all’ingegnere col tono di “noi sappiamo che dicono questi, no?”, e l’ingegnere è contento, perché così si sente gratificato e riconosciuto dal suo Autore come persona al suo livello. Col che, si capisce che dietro la finta umiltà (ma il complesso di inferiorità è autentico) e il suo atteggiamento da Bertoldo, l’ingegnere è di una superbia sconfinata, che non riconosce il valore delle conoscenze e del pensare altrui. Lui è uno che domina la materia, la piega ai suoi scopi e ai suoi voleri; il delirio di onnipotenza si annida in ogni piega del suo pensiero. Per lui, il pensiero ha un solo fine: il suo. Quello altrui, è niente. Lui è uno che non vuole vincere: vuole stravincere.

Il problema è che all’ingegnere, Platone e soci non servono una beata minchia, e allora come la mettiamo col fatto che lui non li usa se sono così importanti? Il senso della sua inadeguatezza sta tutto lì. Ma basta dichiarare – DICHIARARE, che dimostrare è tutta un’altra faccenda – che i filosofi raccontano un sacco di fregnacce e cose senza senso.

Che poi è quel che l’ingegnere vuol sentirsi dire, perché è quel che pensa. Mica si comperava il libro altrimenti. Che ci vuole? 80 pagine, un po' di banalità, un paio di citazioni d'effetto della gente più disparata (l'Autore ha un'ampia cultura) e 25 secoli di filosofia sono demoliti. Alè, ecco fatto. L’ingegnere ha una cultura molto ristretta – attenzione, ristretta nel senso di molto selettiva e iperspecializzata, poi mica sta a guardare il capello fuori di questo – anche se in effetti è tipico degli ignoranti disprezzare ciò che non capiscono. “Se non capisco, io che sono ingegnere, vuol dire che non c’è niente da capire”. Ovvio.

Ma vuoi mettere poter dire invece “l’ho letto in un libro di filosofia”? Che detto così è come “l’hanno detto alla tv”. E l’ingegnere, naturalmente, non capisce il senso della differenza, perché, abituato a manuali e istruzioni per l’uso, tutto ciò che è libro ma non manuale, è Cultura. Roba fine, roba colta, insomma.

Che poi la Filosofia sia tutta un’altra cosa, non c’è neanche bisogno di dirlo. Una domanda più interessante sarebbe ad esempio sapere che bisogno abbia la scienza, che già trionfa in ogni campo, di piantare la propria bandiera nel campo filosofico. La risposta è naturalmente “nessuno”. Per la scienza seria, la filosofia è solo fonte di guai.

La Filosofia, inoltre, non produce più “sistemi” da un secolo e mezzo, da quando Nietzsche ne ha fatto piazza pulita per intenderci, ed è una cosa che qualunque studente di liceo appena passabile sa, anche se per l'ingegnere non è rilevante. È Filosofia, e tanto basta. 
Ma la cosa davvero interessante è che i grandi sistemi filosofici dell’epoca moderna – Cartesio, Kant, Hegel, per intenderci – sono quelli che hanno permesso (Cartesio), teorizzato (Kant) e reso definitiva (Hegel) l’equazione conoscenza scientifica=conoscenza certa e reale. Per cui tentar di demolirli in nome della scienza, è il più grosso autogol che il pensiero scientifico possa pensare di fare.
E che si guarda bene dal fare, in effetti. Il pensiero scientifico serio, intendo. Ché l’idea di fondare una “filosofia scientifica” è semplicemente ridicola. È né più né meno che una patacca. E chi spaccia queste idee produce solo ciarpame filosofico.

La pretesa di fondare una filosofia su basi matematiche non è degnata neanche più di risposta a cominciare dai matematici stessi. Un po’ come un cantante scarso, che la prima volta fa ridere, la seconda sorridere, e la terza rompe le balle. Sono gli stessi  matematici che ci spiegano che la decidibilità di una affermazione non può in alcun modo esser riposta in alcun sistema logico e matematico; ciascuno dei quali, grazie ai teoremi della Incompletezza di Gödel e a quello della Indeterminazione di Heisenberg, hanno i loro problemi a giustificare se stessi. Figuriamoci se la matematica sta a baloccarsi con Aristotele o San Tommaso.
In effetti, se così fosse, non esisterebbe una cosa chiamata poesia, per esempio. Ma qui siamo già troppo oltre per il nostro ingegnere. È un tipo pratico, lui.

Se consideriamo che ogni scienza SCEGLIE il modello matematico più adatto alle sue teorizzazioni, quando non arriva a costruirsene uno, si capisce che stare a blaterare di matematica come modo di conoscenza esatto, perfetto, indiscutibile e inequivocabile è solo tempo perso.

Del resto, pretendere di dimostrare scientificamente il valore del pensiero scientifico, e specularmente, di dimostrare matematicamente l’assurdità degli enunciati filosofici, è un po’ come stabilire che il sole sorge ad est perché il Giappone ha il Sol Levante nella bandiera.
O più chiaramente, come chiedere all’oste se il vino è buono.

E qui, l'ignoranza non c'è scienza che la giustifichi, e del pari, la stupidità non ha bisogno di alcuna dimostrazione matematica.

 
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Dell'infelicità dell'Occidente

Post n°161 pubblicato il 12 Settembre 2005 da john.keating
Foto di john.keating

Ogniqualvolta sento dire - e lo sento dire sempre - che la filosofia non serve a nulla, ho una duplice reazione.
Sorrido, ripensando al detto di Aristotele: "la filosofia non serve a nulla perché non è una serva".
E poi compiango il mio interlocutore per la sua evidente pochezza. Peggio, per la sua banalità, per l'ovvietà delle sue convinzioni, e per la sua evidente e conseguente incapacità di vedere.

Perché questo è l’atto pratico di cui consiste la metafisica: l'incapacità di riconoscere i suoi presupposti nelle convinzioni correnti; e massimamente, nella convinzione di vivere in una epoca antimetafisica per definizione, fondata com'è sugli indiscutibili successi della conoscenza scientifica - vero paradigma della conoscenza tout court.
E quando la scienza arriva a toccare qualche nervo scoperto delle nostre convinzioni, si sente allora deplorare la nostra epoca per la sua "mancanza dei valori", per il suo gretto materialismo, per la sua mancanza di slanci spirituali ed ideali.
Senza accorgersi che la scienza riposa e si fonda sullo stesso terreno, sulla stessa convinzione irriflessa, sulla quale pretendiamo di fondare valori più alti.

Una convinzione frutto di una dimenticanza: la differenza, la SACRA differenza, che corre tra l’ente e l’essere.
Rieccoci, eh?
E invece la faccenda è molto seria; anche semplice, volendo. Noi consideriamo il mondo, e tutto ciò che lo popola, una cosa. Materialità. Pura presenza. Qualcosa che si dà a prescindere.
A prescindere, appunto: ecco la metafisica al lavoro. Alberi e piante, fenomeni psichici, eventi atmosferici, animali: tutto si dà di per sé; tutto è mosso da leggi interne; tutto preesiste, insiste e sussiste. Tutto, per l’appunto, è una cosa.
Il modo di conoscere le cose è naturalmente quello della scienza, che indaga le cose, gli enti, ed è una conoscenza oggettiva. Indiscutibile, innegabile, imprescindibile.

L’idea che la scienza sia lo strumento per indagare le cose, perciò l’essere, è degna naturalmente di miglior studio, perché si fonda sul presupposto (metafisico) dell’entità del mondo. Indagare le cose significa conoscere la verità: ma solo a patto di considerare il mondo come un ente, oltre al quale nulla esiste, e nulla è possibile.
In senso stretto, questa concezione del mondo si chiama materialismo, e non è nemmeno difficile capire perché. E poiché oltre alle cose, gli enti, non esiste che il nulla, ecco che la nostra concezione può correttamente definirsi nichilismo.
Perché?

Perché quel che resta da spiegare, in questa ottica, è ovviamente l’origine di tutte le cose. La nostra concezione del mondo è nichilista, perché abbiamo da molto tempo smarrito il senso delle cose. Che non è senso ultimo, ma senso altro. E ogniqualvolta chiediamo “il perché” di esse, o quale senso sia mai riposto nell’essere, nella Differenza che dovrebbe preservare le cose dal loro oblìo, chiedendo cioè una garanzia concreta, fattuale, pratica, ricadiamo nella logica materialistica, oggettivistica, nichilistica di cui avvertiamo i limiti.
Il terribile è che nella logica materialista, l’origine delle cose non può che essere una cosa essa stessa. Una origine che salvaguardi le cose dalla perdita di senso, che le doti di significato, di relazioni tra loro e tra loro e noi. Che ci protegga dall’angoscia della solitudine del non-senso, dallo smarrimento.

Ed ecco “l’invenzione” – o se preferiamo, l’istituzione, di un super-ente, origine e ragione di tutti gli enti. Un super-ente che possiede tutte le qualità degli enti, e che è, nella sua essenza, interrogabile e conoscibile. Corredato di una “scienza” – la teologia – atta alla conoscenza di Dio: una conoscenza che segue la via logica della scienza, la quale prima istituisce il suo oggetto, e poi dichiara i suoi enunciati su di esso oggettivi, dunque veri. Come qualcuno che si richiuda in una casa, muri porte e finestre, e poi dichiari che la luce non esiste perché oggettivamente di luce non c’è traccia.

Ma l’angoscia verso la mancanza di senso del tutto, cacciata dalla porta rientra dalla finestra. Perché questo Dio-ente, questo Dio-cosa non ha, non può avere nulla di “divino”: limitandosi al ruolo di garante delle cose, esso è la definitiva certificazione della sparizione della sacra, divina differenza tra essere ed ente. Ed è per questo che parlar dell’essere, è come parlar di nulla, risulta alle nostre orecchie vuota chiacchiera, fumisteria, vaghezza linguistica.
Nella nostra mentalità, per cui tutto è cosa, ogni affermazione o ha un valore pratico, utilitaristico, oppure non ha valore. E poiché solo ciò che è ha valore, tutto ciò che non ha valore non è.
Valore e valore pratico è dunque dir lo stesso. ”E a questo punto, gli dèi se ne sono andati.”

E quel che resta, è l’infelicità dell’Occidente, la Terra della Sera, all’estremo declinare del Sole.


Lotus, “Air and Angels” (Lotus, 1999)
 
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Post N° 157

Post n°157 pubblicato il 30 Marzo 2005 da john.keating

«Tutti quelli che se ne vanno ti lasciano addosso un po’ di sé: è questo il segreto della memoria? Se è così, allora mi sento più sicura, perché so che non sarò mai sola…»

Giovanna, La finestra di fronte


Arrivederci a tutti. Un sorriso.

 
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Buon sonno...

Post n°155 pubblicato il 25 Marzo 2005 da john.keating

« L'atto di coricarsi è come un addio, una separazione, una presa di congedo, (devo dir così?) una stretta di mano con Dio; e quando stringi la mano di Dio, procura che le tue mani siano pure.
(...) Dormi, con le mani pure, sia che tu le abbia mantenute pure tutto il giorno, nell'integrità; o che tu le abbia purificate, la sera, nel pentimento (...) »

John Donne


Buon sonno, a tutti coloro che dormiranno.
Siamo gli uni partecipi del dolore degli altri, come la pioggia che scende primaverile in questa notte bagnerà allo stesso modo tutti coloro che si troveranno allo scoperto, abbiano essi le mani pure dal giorno, o dalla sera.
Così, che chi purifica le proprie mani, purifica un poco anche quelle altrui.

E buon sonno a chi faticherà a dormire, per le sue pene, e nonostante le mani le abbia lavate, forse anche al di là del bisogno.
E che questo augurio lo possa raggiungere anche senza ch'egli lo legga e possa ritrovarselo nel cuore, e finalmente giacere, sereno.

Buon sonno, buon sonno...


 
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"Il terribile è già accaduto"

Post n°154 pubblicato il 23 Marzo 2005 da john.keating
Foto di john.keating

Volendo dire le cose come stanno – la filosofia ha il suo linguaggio, e ha da essere preciso, e riflettuto, ma insomma – le religioni, e le relative convinzioni, restano una costruzione della mente umana. Sarà banale, ma un cane quantunque possa essere una creatura di Dio, non ha convinzioni religiose. Perché non ha convinzioni. Cioè non è capace di pensiero astratto.
Questo, almeno, è un fatto.

Ora, il tentativo di tutte le religioni, o almeno delle religioni occidentali, è quello di costruire dei significati la cui origine viene però posta al di fuori del discorso di riferimento. Il che è anche comprensibile, visto che quel che esse devono fare è cercar di dare un senso al senso del divino. E il divino non può stare, prima di tutto per definizione, all’interno del discorso umano.

Questa dislocazione eccentrica dell’origine del discorso è ciò che in filosofia si chiama Metafisica. In questo senso, la Metafisica teorizza l’origine non spiegabile del Discorso. Partendo dal presupposto – corretto – che del Divino non si può sapere, essa finisce presto, e invariabilmente, per saperne troppo, perdendo così sin da subito il senso profondo di radicale alterità tra Mortali e Celesti. Perché quando i Mortali arrivano a sapere tutto dei Celesti, dei Celesti non resta più nulla.
Nella sua impazienza, la Metafisica religiosa ha una risposta e una parola per tutto. E del mistero del Divino non resta più nulla. Tutto è saputo, tutto è conosciuto, o tutto è conoscibile. E quel che ne risulta è una onto-teo-logia in cui senso delle cose, del divino e del mondo è uno, conosciuto e classificato, ed in cui ogni Differenza tra umano e divino è sparita, naturalmente sotto lo spietato e banale controllo dell’uomo, che agisce nel nome del Dio disegnato a sua immagine e somiglianza.

“Il terribile è già accaduto”, disse Heidegger, chiosando Nietzsche. Ed è questo il senso e l’origine della spaventosa povertà spirituale in cui ci dibattiamo.


Popol Vuh, "Der Ruf" (Singet, Denn der Gesang Vertreibt die Wölfe, 1976)

 
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Questione di scala

Post n°153 pubblicato il 21 Marzo 2005 da john.keating
Foto di john.keating

Sospesi tra il senso di infinito (le capacità immaginative della mente? l’anima?) e il senso finito della povertà e della brevità della nostra esistenza, perdiamo di vista il fatto che siamo una specie giovane, e quantunque le capacità immaginative ci rendano incommensurabilmente più potenti di qualunque altra specie mai esistita, tuttavia le risposte che ci diamo perdono di vigore, di potenza, nel limbo tra il pensiero dell’infinito e la relativa dimensione temporale e spaziale della nostra vita.

Noi siamo abituati a misurare l’umanità in larghezza, in estensione: quanti sono i miliardi di uomini che nel tempo hanno popolato la Terra? Qualcuno ha fatto il conto, e qualunque sia il numero risultato, esso eccede ampiamente le nostre capacità di visualizzarlo. Lo sgomento di fronte a questo numero iperbolico ci fa perdere la nostra dimensione individuale, ridotta a poco più di nulla, un granello, un niente.

Ma nessuno prova a considerare l’umanità nella sua lunghezza, nelle dimensioni temporali della sua estensione. Nessuno considera che a separarci dai primissimi uomini – i Cro-Magnon, dotati di intelletto, cioè di pensiero astratto – sono poco più di 1300 generazioni.
1300 generazioni. 1300 uomini che messi in fila nel tempo, uno dopo l’altro, disegnano tutto il persorso dell’umanità dalla sua apparizione a noi. Di avo in avo, in 1300 passaggi si arriva da noi ad Adamo.

Poco più di 500 sono gli uomini che ci separano dalle pitture di Altamira; meno di un centinaio, e arriviamo a Platone. Addirittura una ottantina sono quelli che si sono succeduti dalla nascita di Cristo e dal culmine dell’Impero Romano.
Considerata così, l’umanità assume una dimensione realmente sconcertante. Essa è fatta di 1300 generazioni, e questo è quanto.
Che memoria di specie possiamo mai avere? Che possiamo saperne, veramente, noi?

E tuttavia, questo è straordinariamente confortante. La nostra dimensione individuale, che si perde nei miliardi di individui esistiti ed esistenti, riacquista profondità ed significato straordinari, se considerata verticalmente…


Tortoise, "I Set My Face to the Hillside" (TNT, 1998)

 
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Post N° 152

Post n°152 pubblicato il 20 Marzo 2005 da john.keating

« Sono un uomo di cui ci si può fidare. »

A volte mi innamoro di autori per una loro sola frase.
Una frase, una semplice frase. Spesso, assai meno di una massima, di un aforisma, una regola di vita.
E tuttavia frasi che contengono una illuminazione, quasi una rivelazione; certo una epifania.

Io non so se, quando questo accade, si tratti di frasi che colpiscono solo me e non già altri, anche se probabilmente mi colpiscono in modo particolare: certo in qualcosa che ha a che fare profondamente con me, con la mia storia.
Talvolta, perché sembrano riassumere una esperienza, un periodo della mia vita, un mio modo di essere.
Talaltra, perché sembrano invece illuminare un cammino possibile, contenere una indicazione, una prospettiva, un insegnamento.

Ma sempre, la lettura di queste frasi mi prende alla gola, me la serra, quasi come togliendomi il respiro; per un attimo, mi trovo disorientato di fronte alla realtà usuale, quasi che essa cambiasse nei suoi colori e nei suoi significati.

Io non so perché questo accada.
Forse, queste frasi irrompono nell'ordine del mio discorso imponendo un diverso punto di vista, sgomitando per imporre la forza del loro contenuto.
O forse, raccontano la realtà con una forza tale, da farne emergere gli aspetti che esse colgono tanto da doverli riconsiderare nella loro importanza.

Di fatto, non mi stacco più da quelle frasi, diventano in qualunque modo racconto di me stesso a me stesso, e assai raramente le regalo, come mio regalo, ad altri. Non riesco nemmeno a farlo, semplicemente, la voce si strozza prima ancora di pensare di formulare il discorso.

Siamo fatti di parole, o quantomeno, sono fatto di parole, e questo è quanto.
Ma gli autori di quelle frasi diventano perciò stesso miei autori, autori di me...
E non mi sono mai sbagliato, e anche questo è un fatto. E la cosa più bella è che queste frasi non le ho mai cercate - come sarebbe possibile, del resto? - ma quasi si fanno trovare, mi aspettano, e nemmeno si impongono. Semplicemente, attendono il mio passaggio, illuminate solo della loro luminosissima luce.
Ed è con molta umiltà che le raccolgo, cercando di esserne all'altezza.

Anne Tyler, ad esempio.

« E a Philadelphia Sophia apriva la busta. Scrutava i soldi con aria incredula e trasaliva. Si guardava intorno nella stazione. Poi leggeva il mio biglietto: "Sophia, non te ne sei mai resa conto, ma io sono un uomo di cui ci si può fidare". »
Le storie degli altri

 
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18 marzo 2004-2005, un anno di blog

Post n°151 pubblicato il 18 Marzo 2005 da john.keating

« Se racconti bene il tuo villaggio, arrivi in tutto il mondo »
Lev Tolstoj

 
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Post N° 150

Post n°150 pubblicato il 17 Marzo 2005 da john.keating

Che Amore sia una delle forme in cui il Divino si rivela, e rivela la Differenza tra i Mortali e i Celesti, è reso evidente dal fatto che Amore non sembra essere soggetto al tempo.
Certo, “amai, ho amato, amo, amerò”, ma nessuno prenderebbe in seria considerazione chi dicesse “t’avessi incontato ieri ti amerei quanto oggi non posso fare”, oppure “nel tempo, saprò amarti”.
Risulta insopportabilmente umana, limitata, finita, questa attitudine d’amare, che antepone il modo d’esser nostro proprio a quello dell’incontro con l’Altro.
Oh, sicuro!, quel che oggi io sono, non sarò più domani e non ero ieri, ma unico è il modo di amare, unico il modo di darsi, di ricevere, di “fare di due, uno”.
Così non dobbiamo chiedere del tempo, parlando dell’Amore, e se pure gli amori finiscono, Amore è eterno, e sempre pronto ad accogliere chi sappia ascoltarne la voce, e l’intento.

« Noi chiediamo panem quotidianum, il nostro pane quotidiano, e Dio non dice mai dovevate venire ieri, non dice mai ritornate domani, ma oggi se ascolterete la sua voce, oggi egli vi ascolterà. »
John Donne

R.E.M., "Aftermath" (Around the Sun, 2004)

 
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Post N° 149

Post n°149 pubblicato il 16 Marzo 2005 da john.keating
Foto di john.keating

Finito l'amore, dovrebbe restare l'affetto, la stima. La riconoscenza persino. Significa essere in pace con la propria storia, provare dolcezza per ciò che si è stati, riconoscersi nella propria storia, ed in quell'amore ora finito...
Riconoscersi in ciò che si è stati, nei sentimenti che si sono provati, sorridendo di essi; con la tenerezza di chi, reso superiore dall’esperienza, riconosce i meriti di chi ci ha saputo rendere tali.
C’è un qualcosa di magico anche nell’affetto che resta, finito l'amore: tracce del Divino che ci ha toccati, di cui siamo stati parte.

Questo, mi manca. Questo.


Roedelius, “Beyond Crimson Bridge” (Pink, Blue and Amber, 1996)

 
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La Menzogna

Post n°148 pubblicato il 12 Marzo 2005 da john.keating
Foto di john.keating

A nessuno piace essere ingannato, eppure bugie, tradimenti, insincerità esistono.
In un certo senso, essi sono connaturati al discorso, alla parola, specie quando questi vengono intesi nel senso esatto di corrispondenza tra una frase e la realtà fattuale che essa connota.
A nessuno piace la mancanza di sincerità, eppure a tutti - prima o poi, poco o tanto, talvolta o spesso - capita di mentire. Per necessità, per convenienza, per opportunità, per pigrizia; per pietà, persino, o anche perché, come diceva Averroè, non tutte le verità sono per tutte le orecchie.
È umano mentire.

Ma la Menzogna, l'Inganno, sono un'altra cosa.
Se la bugia è una forma di reazione ad uno stato di cose, una forma estrema di difesa, la Menzogna è invece scientemente voluta, costruita, perseguita, usata.
La bugia riguarda un fatto, una azione, una circostanza, ma la Menzogna è invece una costruzione complessa di una realtà, è un inganno del Discorso, della Parola, e dei sensi persino. Così radicale, pervicace, pervasiva e persuasiva, che risulta persino impossibile individuarne il perimetro, definirla nelle sue dimensioni. In una bugia puoi dire "mi hai mentito in questo o quello", ma nella Menzogna non trovi capo e fine, perché tutto è falso, inventato. Una bugia altera una piccola parte di realtà: una menzogna ne crea una in toto.
Ed è quasi impossibile comprenderne le cause, nascoste all'interno di una mente proiettata verso la falsificazione, e perciò quasi imperscrutabile alla comprensione del Vero, della sincerità.

La Menzogna è un tradimento così radicale dell'Ordine del Discorso, del sacro ordine delle cose, da avere in sé il seme del diabolico. È una perturbazione così sconcertante del reale, da risultare per questo impossibile a individuarsi. Tanto che nessuna mente sana, normale, equilibrata e giusta, riesce normalmente nemmeno ad immaginare, a scorgere i segni della Menzogna. Anzi, quando qualcuno avanza dubbi sulla verità di una situazione, di una realtà, viene subito guardato con sospetto e quasi additato a sua volta come mente perversa, maligna.

La Menzogna lascia tracce rovinose del suo passaggio, che si protraggono nel tempo. E la peggiore, e più profonda e durevole, è la perdita di fiducia nel potere della Parola, della sua Verità, tanto che chi ne è vittima si riduce sovente al silenzio, tanto profonda è la ferita che essa infligge, tanto dolorosi, e vergognosi, e sporchi sono i sentimenti che essa induce.
La vittima della Menzogna porta a lungo questo dolore, riducendosi spesso a considerarsi essa stessa colpevole: per non aver capito, per esserne testimone e portatore, per il senso di perturbazione, di disorientamento, che ne conseguono.

Molte sono le vittime, e quasi tutti sono colpevoli di bugie, di mezze verità, di verità taciute, di verità parziali o di comodo.
Ma poche sono le vittime della Menzogna.
E la Menzogna esiste. Io lo so.
E' devastante, la Menzogna. Io lo so.
E' diabolica, la Menzogna. Io posso testimoniarlo. Chi incontra la menzogna, incontra il Diavolo, e io ho incontrato il Diavolo.

Io non so più chi sono, ora, dopo che il Diavolo mi ha fatto credere ciò che non era - forse mescolando ad arte piccole verità per rendere più verosimile la sua Menzogna.

Io che sono fatto di parole, ho perso la fiducia nella Parola, perché le parole che mi sono state dette, in ripetute e diverse occasioni, si sono rivelate una dopo l'altra mattoni di un castello fasullo, menzognero in un modo che a narrarlo risulterebbe persino difficile credere.

Io non credo più alla Parola, perché le parole che pronuncio provengono da un me stesso che è diventato ciò che è anche per opera di inganni - anzi del più sporco degli inganni, perché basato sull'amore e perché privo di necessità - e non può che esser sporco, contaminato, sozzo, fasullo, diabolico.

Mi vergogno di me stesso, ora. Per non aver capito, per aver creduto, per aver lasciato fare, per esser stato mezzo e fine di una delle peggiori menzogne che abbia mai udito. Per esser stato così stupido, e cieco, e onesto, e rispettoso nei confronti del Diavolo.

 
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Amerika

Post n°146 pubblicato il 09 Marzo 2005 da john.keating
Foto di john.keating

« (...) nessun popolo, nessuna cultura - come nessun individuo - sono privi di colpe storiche; rendersi impietosamente conto dei difetti e delle oscurità di tutti, e di se stessi, può essere una proficua premessa di convivenza civile e di tolleranza, forse più degli ottimistici attestati di lode elargiti da ogni dichiarazione politica ufficiale. »

Claudio Magris, Danubio

Detesto le banalità. Mi irritano profondamente. Detesto chi si nasconde dietro banalità vestite a festa e impavesate. Detesto le generalizzazioni. Detesto chi le alimenta e le usa. Detesto gli stereotipi.

Detesto questa dialettica fasulla tra antiamericanismo di "sinistra" e filoamericanismo fintoliberale.
Che vuol dire "antiamericano"? Che vuol dire "filoamericano"?
Che vuol dire che dobbiamo esser grati agli americani perché ci hanno liberato dal giogo nazifascisti (come se i comunisti jugoslavi non ci avessero pensato da soli; come se Berlino non fosse caduta per mano sovietica; come se Auschwitz non fosse stata liberata dai russi; come se inglesi fossero andati per passeri; come se la Resistenza europea non fosse esisitita; come se gli americani l'avessero fatto a gratis; come se...)?

E che vuol dire "americani"? Anche Malcolm X era americano. E se è per quello lo erano anche Allen Ginsberg, Cassius Clay, Frank Zappa ed Henry Fonda. Tutta gente che non sta propriamente in cima ai sogni degli amerikani di casa nostra.

E allo stesso modo, dall'altra parte, facile (e magari con più di qualche buona ragione) avercela con i Bush, il fondamentalismo religioso e il mito dell'individualismo per cui l'unico orizzonte è il cielo (ma volto in senso diverso, è un orizzonte che può essere ed è stato anche interessante: Easy Rider si aggira da queste parti). Ma l'America è solo questo?

Certo, Bush parla in nome dell'America, coi modi e la mentalità di un americano; ma Mussolini era italiano, e se qualcuno mi apostrofasse in quanto compatriota di Berlusconi, più di qualche ragione di incazzarmi ce l'avrei.

Ma poi, che vuol dire? L'invettiva, le manifestazioni, così come le elegie acritiche, le apologie, hanno piena cittadinanza nel nostro sentire e nel nostro modo di esprimerci. Ma fermarsi a questo, ridurre tutto a questo è di una desolazione e di una povertà spirituale allucinante.
Davvero siamo a questo? Davvero qualunque riflessione politica, sociale, interculturale, si arena quasi subito su questo? Davvero ci schieriamo l'un contro l'altro armati dietro a parole d'ordine precostituite, schematiche - sempre quelle, sempre le stesse, da una parte e dall'altra?
Davvero ciò che uno dice è letto e ridotto subito, d'acchito allo schema americano-antiamericano? E davvero ciascuno parla e fa parlare questo schema? Davvero prima ci scegliamo la parte e poi la interpretiamo, nelle nostre parole, nei gesti? E la ragione critica dove l'abbiamo lasciata?

Io, come credo tutti, ho la mia personale America. Lo dissi al tempo dell'attentato alle torri, lo ridadisco ora.
La mia America è l'America di Bruce Springsteen, di Haight Ashbury, dell'Uomo dei sogni, di Ray Charles e di Jackson Pollock. E sfido gli amerikani di casa nostra a condividere queste attitudini. Così come li sfido a dimostrare che esse non rappresentano l'America. Una sua parte, certo; minoritaria, sicuro. Ma America, per quanto ciascuno di questi luoghi dello spirito coniuga a suo modo, e con piena dignità, consapevolezza, impegno e senso della rivendicazione, il Sogno Americano.

"Guarda cosa succede fuori nelle strade
C'è una rivoluzione, facciamo la rivoluzione (...)
Noi siamo i volontari dell'America"

Così cantavano i Jefferson Airplane nel 1969. E con loro, milioni di altri americani.
Che hanno da dire dunque i rivoluzionari di casa nostra? E i propugnatori del verbo neocons? Niente.
Perché più di trent'anni dopo Michael Moore è americano, parla da americano agli americani, e ancora milioni di americani gli danno ascolto. E allora?

«Anch'io canto l'America
Sono il fratello scuro
Mi mandano a mangiare in cucina
Quando vengono gli ospiti
Ma io rido e mangio bene e divento piu' forte

Domani
mi siedero' al tavolo
quando vengono gli ospiti
Nessuno allora osera' dirmi 
'vai a mangiare in cucina'

Inoltre,
vedranno quanto sono bello
e si vergogneranno
Anch'io sono l'America»

Langston Hughes

La mia America è l'America di Robert Redford e Martin Scorsese. Dei Grateful Dead e David Crosby. Di Elvis e Steven Spielberg. Di Aretha Franklin e Scott Fitzgerald. Di Martin Luther King e Bill Clinton. Di Frank Lloyd Wright e Howard Hawks. Di John Ford e Alan Lomax. Della Carter Family e di Furore. Della Pop-Art e Anne Tyler. Di Norman Rockwell e Simon & Garfunkel. Di Robert De Niro e dell'Allman Brothers Band. Di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong. Dell'uomo sulla Luna e dei REM. Di Cole Porter e Clint Eastwood. Di Tom Hanks e Bob Dylan. Di Harry e Sally e di Fred Astaire. Di Larry Bird e dei Boston Celtics. Di John Wayne e Moby. Dei Blues Brothers e di Woody Allen. Di Cary Grant e Jimmy Stewart. Di Frank Capra e Santana. Dei Fratelli Marx e di Walt Whitman...

Alla faccia di tutti i filoamericani e degli antiamericani di casa nostra.

 
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Post N° 145

Post n°145 pubblicato il 08 Marzo 2005 da john.keating
Foto di john.keating

Buon otto marzo,

un sorriso

 
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