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Post n°122 pubblicato il 26 Agosto 2012 da buknowski

Cambiare città, accettare quell’impiego offertomi due settimane prima da Alberto, impiegato al Ministero di Giustizia e mio amico da sempre. Cambiare posto e rinunciare alla facilità con cui, dopo anni di sforzi, ero riuscito a gestirmi il sociale, lo stesso che impediva di concentrarmi su questioni affidate con destrezza all’oblio. Mai focalizzarsi su di sé oltre il dovuto; ero riuscito a incanalare i differenti flussi di pensiero entro rispettivi e complementari binari, che ogni tanto pure in passato s’erano scontrati. Motivo, questo, che mi portò alla forse un po’ troppo affrettata conclusione che avrei dovuto contattare un analista, per evitare l’urto. Cosa che feci.

Quel giorno mi sorpresi per l’insolita velocità con la quale organizzai il mio piano d’azione, di lì a una settimana avrei lasciato tutto: ufficio ed amicizie, anche le più care e longeve, senza le quali, sino a soltanto un anno prima, non ce l’avrei fatta, interrompendo nel peggiore dei modi il mio recupero, posto come indiscutibile debito tra me e il resto. In fondo potevo ricominciare, ero solo un intermedio.

In piedi e con la tazza stretta tra le dita, meditavo guardingo sull’imminente futuro, guardando dal patio i corpi minuti coi loro grossi zaini sulle spalle. Ascoltavo, ma senza attenzione, le voci sovrapposte e confuse degli adulti seguire quelle dei bambini quando fui distratto dall’ammonimento d’una madre al proprio marito, che avrebbe dovuto senza meno orientare, nelle successive ore, i compiti del figlio. Ascoltavo e pensavo. A un certo punto mi concentrai sull’inutilità della cosa, sul motivo reale per il quale un bambino di dieci anni dovrebbe rinunciare ad un assolatissimo pomeriggio di gioco coi compagni, a rincorrersi in mandria scalciando un pallone sul terriccio del campo vicino, in quelle straordinarie ore d’autunno, primavera delle loro vite, anticamera illusoria d’un inoppugnabile non senso a venire. Perché studiare? Per chi? Per cosa? Semmai dovrebbero seguire l’insegnamento di scuole specifiche e sino ad ora inesistenti, volte ad approfondire l’inutilità dello studio. Studiare per diventare soli, tutt’uno con le pareti, estraniandosi dal mondo, ha un so che di violento. Affermare con Pasolini che il fine è l’ignoranza, dopo essersi impegnati nelle arti con risultati innegabili, sa di presa per il culo, una cosa che non si può proprio sentire. Il dubbio è che anche questa possa rientrare nella tattica del riuscire o meno a imbambolare un pubblico sempre attento al mezzo e quasi mai al fine. Come le strategie di certi uomini, intenzionati a portarsi a letto una donna che apparentemente sembra non cedere. Colpirla nell’orgoglio, a costo d’umiliarla, farle sentire il peso di una superiorità di fatto inesistente, ma essenziale per lo stimolo della libido di lei.

Da un anno m’ero del tutto allontanato dalle luci della ribalta del baretto, quello in cui ognuno, in qualsiasi posto, ha le sue cinquemila ore di gloria. Partire avrebbe significato gestire, a proprio piacimento, gli anni a venire: cambiare faccia, per il diverso peso che gli avrei dato, cambiare stile e cestinare il vecchio, rinnegarlo insieme alle vecchie foto rigorosamente da distruggere, insieme alla memoria che mi resta del passato. Risorgere mantenendo il solo nome, Augusto, dunque senza esagerare. 

 

 
 
 
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