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INIZIA COME UN  FILM

Post n°116 pubblicato il 25 Giugno 2006 da kayfakayfa
Foto di kayfakayfa

L’appuntamento è per le cinque del pomeriggio.

Nonostante da casa mia al centro di recupero per minori dove inizierò un laboratorio di scrittura creativa con un gruppo di ragazze rom ci vogliono giusto cinque minuti d’auto, mi avvio abbondantemente prima: essendo sabato, e una bella, afosa giornata d’estate, non posso escludere di trovare traffico sul lungomare. E poi, per abitudine, quando debbo recarmi a un appuntamento, non importa se di lavoro o di piacere, preferisco avviarmi sempre in anticipo per evitare di fare tardi. Farsi aspettare lo considero un gesto di cattivo gusto nonché mancanza di rispetto verso chi attende.
Prima di avviare il motore, apro il portaoggetti dell’auto per prendere la copia dell’autorizzazione del magistrato, inviatami via fax dalla segreteria del centro, e la sistemo nel vano sotto lo stereo in modo da averla a portata di mano al momento che dovrò mostrarla al posto di blocco quando arriverò sul pontile. Attivo il condizionatore, in pochi attimi la temperatura nell’abitacolo diventa gradevolmente accettabile: il termometro digitale sul cruscotto segna una temperatura esterna di 34°. Mai come ora mi benedico per aver acquistato l’auto nuova! Spero proprio che anche lì dove sto andando abbiano l’aria condizionata, altrimenti sai che sofferenza? Metto in moto e parto.

La strada libera mi induce a guidare con rilassatezza. Arrivo al posto di blocco che mancano più di mezz’ora all’inizio dell’incontro. Due carabinieri dall’aria stanca mi fanno cenno di fermarmi. Abbasso il finestrino elettronico lato passeggero per mostrare loro l’autorizzazione. Dopo averla letta mi fanno cenno di passare. Quando arrivo davanti al cancello elettronico che immette nell’area militare, suono il clacson per farmi aprire. Mentre aspetto, noto che dall’altro lato abbassano la sbarra per impedire l’accesso alla strada che s’inerpica su alla casa di recupero. Finalmente il cancello si apre, entro. Abbasso nuovamente il finestrino, stavolta dal mio lato, e mi presento. Quantunque mostri l’autorizzazione e faccia alcuni nomi per dimostrare di essere atteso, mi obbligano a parcheggiare all’esterno perché sulla salita sono in atto dei lavori di contenimento per via di una frana. Il pensiero di dovermela fare a piedi con quel caldo non mi va proprio. Tuttavia penso che camminare mi aiuterà a sbollire la tensione di cui sono preda da giorni al pensiero di quanto dovrò fare: un conto è tenere un laboratorio di scrittura presso una libreria per ragazzi e una scuola elementare, un altro in un centro di recupero per minori.
La guardia all’ingresso mi fa presente che, se voglio, può chiamare la navetta per farmi venire a prendere. La ringrazio, ma preferisco farmela a piedi per godermi la passeggiata offerta dallo splendido panorama. Mentre m’incammino sull’erta, osservo il mare distendersi sotto di me come un rilucente tappeto cristallino. Sugli scogli un gruppo di bagnanti prende il sole, anime annoiate dalla calura; una barca ondeggia languidamente sull'acqua; i gabbiani svolazzano nell'aria umida, poggiandosi sul ciglio del muro che funge da parapetto. Non appena svolto il tornante, la vista della strada che s’inerpica rabbiosamente sulla collina mi convince che forse era meglio se mi fossi fatto venire a prendere. Mi sposto sul lato opposto della strada per ripararmi all’ombra degli alberi proiettata su quel versante. Il caldo è insopportabile, un po’ di fresco sul capo è già qualcosa! Sulla via incappo nel cadavere di un uccello morto, non è un gabbiano. Delle voci sopraggiungono sopra di me. Levo lo sguardo, scorgo un uomo seduto su una poltrona accostata alla ringhiera a ridosso di una palazzina gialla. Gli chiedo se c’è una scorciatoia per raggiungere la “casa”. Mi dice di proseguire sulla strada, cento metri e sono arrivato. O lui ha un senso delle distanze alquanto alterato, o il caldo mi ha sciolto quelle poche energie che avevo: i suoi cento metri mi sembrano lunghi più di un chilometro!

Finalmente giungo alla “casa”. Busso alla porta. Il custode apre per farmi entrare. Quando gli spiego chi sono e cosa devo fare, chiama in segreteria perché, controllando sull’ordine del giorno, non risulta alcun laboratorio di scrittura. Dopo aver parlato al telefono, mi dice che uno dei responsabili sarà da me tra cinque minuti. Sulla scrivania davanti a sé sono posti due telefoni e un televisore che trasmette un film anni sessanta. In alto, lateralmente al vetro dello sportello.  due telecamare a circuito chiuso inquadrano in maniera fissa vari punti dell'area. Anche in quell'ufficio fa caldo, niente aria condizionata maledizione! Finalmente il responsabile di turno arriva. Si sorprende che il custode non abbia alcuna notizia in merito in quanto in segreteria c’è la regolare autorizzazione. Anche lì la burocrazia non funziona come dovrebbe...
Ci rechiamo nella palazzina dove vivono le ragazze. Una delle due donne preposte alla loro custodia ci apre per farci entrare. Anche lei non sa nulla del laboratorio da farsi. Le fanciulle stanno per fare merenda. Mentre aspettiamo che mangino, accompagno il responsabile in ufficio per fare delle fotocopie dell’autorizzazione da consegnare alla portineria e alle vigilanti. Quando ritorniamo, le ragazze hanno appena finito di mangiare.
Ci accomodiamo in una saletta nel cui centro è posto un lungo tavolo con delle sedie attorno, ma non abbastanza perché tutte le ragazze possano sedersi. Quando finalmente entrano, qualcuna di loro mi sorride, qualcun'altra mi guarda con sospetto. Sono in tutto otto: sette dell’Europa dell’est, quasi tutte rom, di cui una con un bimbo piccolo e incinta. Soltanto una è italiana. Invito chi di loro sta all’in piedi a procurarsi una sedia.
Abituato a vedere ragazze como loro sostare ai semafori, vendendo fazzolettini di carta e lavare vetri, sporche, vestite in maniera trasandata, trovarmi ora al cospetto di questo gruppo pulito, vestito in maniera semplice ma ordinata, in cuor mio prende corpo la speranza che l'esteriorità che traspare da loro aspeto rifletta la limpidezza della loro interiorità. Sarebbe davvero bello se il soggiorno nel centro ne rinfranchi unitamente aspetto e anima.
All'atto in cui avevo stilato il programma per questo primo incontro,  mi ero ripromesso di non chiedere a nessuna il motivo per cui fosse rinchiusa. Tuttavia, racontando di sé, una di loro afferma che prima di finire lì lavorava. Istintivamente le chiedo che lavoro facesse. Rubavo, risponde con semplicità. Nella sua logica, tutto ciò che permette di mangiare è lavoro, per cui anche rubare! 
Quando chiedo qual è sogno che spesso fanno, una mi risponde che lei non sogna mai. Allorché le chiedo qual è il suo desiderio per il futuro, ammette che le piacerebbe farsi una famiglia e vivere in maniera normale coma tante altre ragazze. Ascoltandola, tutte quante affermano di desiderare la stessa cosa.

Dopo le parole di rito da parte del responsabile, tocca a me presentarmi e spiegare alle ragazze quale sarà la mia funzione. In alcune di loro traspare in maniera evidente la reticenza verso di me, ma soprattutto nei riguardi del pensiero di dover scrivere, essendo analfabete o quasi. Con pazienza cerco di spiegare loro che non è necessario che scrivano tutte, basta che lo faccia anche una sola. L’importante è che tutte collaborino allo sviluppo di una storia, lanciando qualche idea o un semplice suggerimento. Quindi distribuisco ad ognuna di loro delle fotocopie che ho fatto in mattinata di alcune favole di Esopo, chiedendo se qualcuna di loro se la sente di leggere. La ragazza rumena seduta alla mia sinistra si offre di farlo. Ha buona dimestichezza con l’italiano, ma non tanto da far sì che, leggendo, le altre capiscano. Per cui rileggo quanto già letto da lei, notando che le altre mi ascoltano interessate. Chiedo quindi a ognuna di loro di commentare il brano, o, almeno di spiegare il senso che secondo lei il brano racchiude. Il responsabile al mio fianco le sollecita a parlare senza alcun timore. Con mia grande soddisfazione, la conversazione si anima. Anche quelle che sembravano più restie si impegnano a emettere un giudizio, un parere. Penso sia un buon segnale! Nel frattempo la vigilante entra avvertendo le ragazze che è arrivato il medico, nel caso qualcuna ne abbia bisogno. La ragazza italiana si alza per farsi visitare, ha un piccolo fastidio all'occhio.
Terminato di commentare i brani, invito le ragazze a scrivere una breve favola in venti minuti. Molte si rifiutano perché non sanno scrivere, o semplicemente perché non ne hanno voglia. Tre di loro lo fanno. Resto sorpreso della capacità di scrittura della rumena. Possiede una grafia elegante e svolazzante che ricorda quella con cui nell’ottocento si redigevano i verbali o si scrivevano le lettere. Trascorso il tempo, chiedo loro di leggere quanto hanno scritto. A parte l’alta qualità tematica dello scritto della rumena, cui, a questo punto, non posso esimermi dal chiederle che classi ha fatto, (la terza media), anche le brevi, stiracchiate storie delle altre due possiedono un senso, in entrambe si parla di vecchi...
Prima di andare via, consegno a tutte dei fogli di carta, nel caso durante la settimana volessero provare a scrivere qualcosa. Mi chiedono se possono inventare una storia e dettarla alla rumena perché la scriva, come quando devono scrivere una lettera da inviare ai parenti, (lei è lo "scriba" del gruppo).  Andrebbe benissimo, rispondo sostenuto dal responsabile.

Quando usciamo dalla palazzina, mi intrattengo a parlare col responsabile per sapere una sua opinione sull'incontro. Mi risponde che secondo lui è andata bene visto che per più di un’ora sono riuscito a stimolare, a tenere viva l’attenzione delle ragazze tanto che stesso loro, alla fine, si sono ripromesse di scrivere qualcosa durante la settimana. Mi avverte che per il prossimo incontro lui non ci sarà, al suo posto ci sarà un'altra persona in quanto il sabato fanno a turno. Gli rispondo che non è un problema, l'importante è che via sia sempre qualcuno al mio fianco. Certo, mi rassicura.
Ci salutiamo.
Sereno, mi incammino lungo la discesa. Il mare sotto di me, imperterrito, continua a rilucere al sole che lentamente sbiadisce in prossimità del tramonto; i gabbiani continuano volare allegramente nel cielo. In lontananza le barche di rientro dalle isole sfrecciano sull'acqua tracciando scie di schiuma sul mare.
La strada è completamente ombreggiata. Il mio animo tranquillo. Quando giungo all’uscita, saluto la guardia. Con simpatica ironia, mi domanda com’è andata la passeggiata. Alquanto sudata ma piacevole, rispondo. 
Alla prossima!
 

 
 
 
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