Creato da kayfakayfa il 10/01/2006

LA VOCE DI KAYFA

IL BLOG DI ENZO GIARRITIELLO

 

Messaggi di Aprile 2017

ALITALIA, TRISTE CARTINA DI TORNASOLE

Post n°1807 pubblicato il 27 Aprile 2017 da kayfakayfa

 

La triste vicenda Alitalia – è ormai certa la cessione della fu compagnia di bandiera italiana a una straniera, si vocifera Lufthansa, dopo il No dei dipendenti all'ennesimo piano di risanamento proposto dai sindacati che prevedeva tagli al personale e una diminuzione degli stipendi inferiore rispetto a quelli preventivati dall'azienda – può essere considerata a tutti gli effetti la cartina di tornasole che evidenzia la scarsa qualità della classe dirigente nostrana, politica e imprenditoriale, salvo ovviamente rare eccezioni.

L'agonia di Alitalia dura da ben quarant'anni. In tutti questi anni a nulla è servito il reiterato pompaggio di denaro pubblico nelle casse della compagnia da parte dei vari governi che si sono succeduti nel tempo. Nè a nulla sono servite le svariate politiche di risanamento che contemplavano tagli al personale. Né si sono rivelate efficaci le cordate di imprenditori nostrani, ribattezzate enfaticamente dal premier dell'epoca, leggi Silvio Berlusconi, “capitani coraggiosi”, pronti a intervenire a difesa dell'italianità della compagnia per evitare che venisse rilevata da una estera.

Oggi Alitalia si avvia mestamente a essere assorbita da una compagnia di bandiera straniera che, dettando legge, presumibilmente non si farà scrupoli a tagliare il personale, ridurre gli stipendi, snellire la flotta e le linee di percorrenza pur di non ritrovarsi sul groppone un peso.

C'è da scommettere che così come avvenne con i “capitani coraggiosi” di berlusconiana memoria, anche in questo caso, prima di essere “svenduta”, la compagnia verrà scissa in due tronconi, good company e bad company: la good company in cui convergeranno tutti gli aspetti finanziari positivi, premessi ve ne fossero, che verrebbe rilevata dall'acquirente; la bad company, concernente il passivo aziendale che, anche in questo caso come fu per i capitani coraggiosi, verrebbe scaricato sulle spalle dello Stato dunque dei contribuenti.

Per come Alitalia è stata finora (in)gestita, è evidente che le responsabilità sono della politica e di chi aveva materialmente il compito di guidarla a livello manageriale.

Ergo, se l'agonia di Alitalia dura da ben quarant'anni, è ovvio che i “dottori” che nel corso degli anni si sono avvicendati al suo capezzale erano quantomeno inadeguati, se non addirittura incapaci.

Da alcune settimane gira in rete un video del 13 ottobre 2015 in cui si vede l'allora Premier Renzi raggiante il quale, parlando ai dipendenti Alitalia durante la presentazione della nuova livrea, solennemente affermava, “Alitalia tornerà in utile nel 2017. difenderemo il nostro obiettivo con le unghie e con i denti e, con la vostra volontà di accettare il cambiamento, ce la faremo”. Aggiungendo, “sul futuro della compagnia ci metto la mia faccia con passione e convinzione e ci metto anche la mia camicia. E alla mia camicia tengo molto”.

Il 2017 è arrivato, Alitalia è fallita. Renzi ha perso sia la faccia che la camicia.

E domenica, quasi certamente, ormai privo di faccia e camicia, sarà rieletto Segretario del Pd!

 
 
 

MACRON, QUANTO PESERA' IL COMPLESSO DI EDIPO?

Post n°1806 pubblicato il 25 Aprile 2017 da kayfakayfa

Siamo onesti, fino e domenica a tarda sera, ossia solo dopo che furono ufficializzati i risultati delle primarie presidenziali francesi che rimandavano al ballottaggio Emmanuel Macron di En Marche con oltre il 24% di voti contro Marie Le Pen di FN con poco più del 21% di preferenze, in pochi sapevamo chi fosse Emmanuel  Macron.

E, allorché lo  abbiamo conosciuto, più che a approfondire e ammirare la sua fulminea ascesa politica da enfant prodige, ci ha colpiti la sua relazione coniugale con una donna di ventiquattro anni  più grande di lui, sua ex professoressa di liceo, alla quale promise di sposarla quando aveva solo 17 anni. Mentre lei ne aveva già 41, era sposata e con tre figli.

In un mondo come quello politico italiano che ci ha abituati a rapporti coniugali o a relazioni dove è sempre il politico di turno a sposare,  a convivere o semplicemente a “frequentare” donne molto più giovane di lui – Berlusconi docet – l’idea che un potenziale uomo di potere possa “accontentarsi” di stare accanto a una donna molto più grande al punto da poter essere addirittura “sua” madre, non solo alimenta fantasie pruriginose ma induce anche a chiedersi se fosse realmente il caso di affidare la guida di una nazione a chi dà l’impressione di avere bisogno di avere accanto più una mamma che non una compagna.

Per quanti sforzi facciamo per paragonare Macron a qualche politico italiano -  per la giovane età può essere associato a Renzi? Oppure, per la sua propensione all’utilizzo del web  come mezzo per fare politica e al suo dichiararsi né di destra né di sinistra, è più simile ai cinque stelle? - alla fine l’unica cosa certa è che egli non è lontanamente paragonabile, almeno in fatto di gusti femminili, a un Berlusconi il quale non si fece scrupoli di sostenere che pensava che Ruby rubacuori, la minorenne marocchina frequentatrice delle sue “feste eleganti”, fosse la nipote di Mubarak. Teoria suffragata in Parlamento da un voto unanime dell’allora maggioranza di governo berlusconiana che in quel modo screditò senza ritegno le istituzioni agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale pur di salvare la faccia al proprio leader.

Molto probabilmente tra due settimane Macron sarà eletto Presidente della Repubblica Francese e sua moglie Brigitte Trognoux diventerà première dame.

Eppure forte è il dubbio che proprio l’enorme differenza di età tra Macron e sua moglie potrebbe alla fine risolversi come sprone perché molti francesi, pur turandosi il naso, decidano di votare Le Pen.

Non sarà  facile scegliere tra un candidato giovane, lungimirante, europeista ma affetto da evidente complesso di Edipo e una candidata nazionalista – diciamo fascista? -, antieuropeista, che minaccia di chiudere le frontiere e ripristinare il franco ma, apparentemente, senza alcuna patologia psicologica.

Ai francesi l’ardua sentenza!   

 
 
 

GABRIELE DEL GRANDE E LE IPOCRISIE DELLA POLITICA

Post n°1805 pubblicato il 20 Aprile 2017 da kayfakayfa

Neppure al cospetto di una vicenda complessa come quella di Gabriele Del Grande, il reporter italiano da quasi due settimane bloccato in Turchia dalla polizia perché, secondo fonti ufficiali, sprovvisto dei visti per intervistare i profughi siriani per poi scrivere un libro su di loro, la politica italiana non perde occasione di dimostrarsi incoerente con se stessa, se non addirittura ipocrita.

Mentre Del Grande è tenuto fermo in Turchia senza possibilità di comunicare con l'esterno né di essere visitato dal console italiano e da un avvocato a tutela dei propri diritti, in Italia monta il caso Report - la trasmissione di inchieste giornalistiche di Rai Tre sotto il tiro della politica, in particolare del Pd, da quando due settimane fa ha trasmesso un'inchiesta sui presunti legami tra l'imprenditore Pessina e il salvataggio del quotidiano l'Unità – l'imprenditore avrebbe acquistato il quotidiano fondato da Gramsci in cambio di commesse all'estero, precisamente in Kazakistan, avallate dal governo Renzi; e lunedì sera un servizio sui presunti danni prodotti dal vaccino contro il Papilloma virus, tanto che da più parti, soprattutto in ambienti targati Pd si auspicherebbe la sospensione del programma.

Molti di coloro che vorrebbero tacitare la trasmissione, si indignano per la detenzione del reporter italiano, invocandone la liberazione ritenendo la libertà d'informazione emblema di ogni democrazia che si rispetti.

Tale paradossale situazione ricorda la famosa marcia a Parigi, all'indomani della strage al settimanale satirico Charlie Hebdo, di capi di stato e di governo di tutto il mondo in difesa della libertà di espressione. Fa niente se in alcuni di quegli stessi paesi i cui governanti sfilavano in bella mostra a Parigi, la libertà di stampa e internet fossero controllati dal governo o del tutto soppressi e molti giornalisti e blogger marciscano nelle patrie galere, o addirittura spariscano nel nulla.

Ascoltare politici italiani di diverso colore invocare in maniera trasversale la liberazione di Del Grande in nome della libertà di stampa e poi pensare che molti di loro vorrebbero porre sotto controllo la rete, impedire la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche e altre “oscenità” simili per stoppare la diffusione di notizie che potrebbero ledere alla propria immagine e a quella del partito che rappresentano è un paradosso che non sfugge a tutti quei cittadini che si informano e seguono le italiche vicende.

Che le autorità italiane si adoperino presso quelle turche con ogni mezzo, e attraverso ogni canale, perché Del Grande torni presto libero è sacrosanto.

Dissacrante è che molti di quei politici che rivestono ruoli istituzionali e, in nome della libertà di stampa, invocano la liberazione di del giornalista italiano, nelle vicende interne non si fanno scrupoli a minacciare la censura dei giornali, del web e di qualunque altro media pur di evitare la diffusione di notizie “fastidiose”. Almeno per loro!

 

 

 

 
 
 

REPORT, UNA SPINA NEL FIANCO DI RENZI E DEL PD

Post n°1804 pubblicato il 16 Aprile 2017 da kayfakayfa

È proprio vero, quello che si vede in Italia non lo si vede in nessun’altra parte del mondo, o quasi. Ovviamente non mi riferisco alle bellezze paesaggistiche, artistiche e culturali fiore all’occhiello del non nostro paese. Bensì alla facilità con cui una classe politica si possa trasformare in un battito di ciglia o poco più da sostenitrice a inquisitrice di un programma di informazione televisiva.

È quanto da una settimana sta avvenendo con Report, il programma di approfondimento di RAI Tre, per anni condotto da Milena Gabanelli, cui è succeduta Sigfrido Ranucci; ossia da quando, esattamente domenica scorsa, la trasmissione ha trasmesso un ‘inchiesta in cui si raccontava “il salvataggio de L’Unità, organo di informazione ufficiale del Pd renziano,  da parte dell’imprenditore Massimo Pessina in cambio di presunti appalti”. La vicenda sarebbe iniziata nel 2014 all’epoca in cui Renzi, oltre a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio, era Segretario del PD. Per cui presumibilmente l’ex Premier non poteva non essere a conoscenza dei risvolti della vicenda, avallandoli.

Apriti cielo! È bastata che l’inchiesta fosse anticipata da Il Fatto Quotidiano e poi trasmessa integralmente in televisione perché  coloro che fino a “ieri” sostenevano Report a spada tratta - soprattutto quando attaccava Berlusconi e tutto quanto girava intorno al suo “universo” politico e imprenditoriale - definendolo un gioiello dell’informazione televisiva italiana, voltassero direzione invocandone la messa al bando.

Quanto è accaduto domenica scorsa pare si stia replicando per la puntata che andrà in onda domani a causa di un inchiesta su Papigno, il paesino umbro in cui Roberto Benigni girò Pinocchio, non proprio un successo, e dove il comico toscano voleva allestire una sorta di Cinecittà umbra. Per tale progetto sarebbero stati investite ingenti risorse pubbliche per un totale di 16milioni di euro secondo Report. Purtroppo tutto andò in fumo, accumulando un passivo di ben 5 milioni. In parte sanato nel 2005 da un intervento di Cinecittà Studios che rivela 3,9 milioni dei 5 milioni di debiti. Ma il progetto Papigno non parte, anzi si arena del tutto. Intervistato dai redattori della trasmissione il comico avrebbe risposto con una battuta, “non sa quanto soldi ci ho perso”. E poi si sarebbe affidato agli avvocati, al pari dell’ex Premier Renzi, per querelare la trasmissione.    

Tralasciando gli aspetti giuridici della vicenda, in attesa di conoscerne gli sviluppi, sarebbe interessante sapere cosa ne pensano a riguardo i sostenitori del Pd i quali  identificavano in Report un inespugnabile baluardo a difesa della libertà d’informazione nel nostro paese. Se condividono l’attacco di Renzi e del Pd al programma oppure lo criticano.

In quest’ultimo caso, tacciono perché non ci si può schierare apertamente contro la ditta, Bersani docet,  aspettando le elezioni politiche per punire il Pd e Renzi nel segreto dell’urna? Puniranno l’ex Premier già alle primarie del Pd, bocciandone a sorpresa la scontata elezione? Diserteranno le primarie, in attesa di conoscere meglio i fatti sulla vicenda Report, per poi eventualmente, esprimersi nelle urne a livello nazionale; magari astenendosi dall’andare a votare, se proprio restassero delusi dal comportamento del proprio partito e del proprio leader per quanto concerne l’atteggiamento inquisitorio verso la trasmissione, imponendone la chiusura?

Gli scenari sono molteplici. Di sicuro un partito e il proprio leader che fino a ieri difendevano a prescindere Report e le sue inchieste, e ora lo condannano perché si permette di fare inchieste in cui si “toccano” loro stessi, non sono affatto credibili quando si propongono come paladini della democrazia e baluardi al populismo!

 
 
 

DONALD TRUMP, I LIMITI DELLA DEMOCRAZIA

Post n°1803 pubblicato il 10 Aprile 2017 da kayfakayfa

All’indomani dell’inattesa vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane, in tanti iniziammo a chiederci se quella nomina non rappresentasse l’inizio della fine. Nel senso che, visti gli argomenti razzisti, maschilisti e guerrafondai sviscerati da Trump in campagna elettorale, quell’elezione non rischiava di minare i già fragili equilibri di pace nel mondo, risultando ilpossibile innesco per un conflitto planetario.

Questo dubbio veniva lenito dagli infiniti esperti di cose americane – per intenderci, quegli stessi che prima avevano pronosticato come remota, se non addirittura impossibile, l’eventualità che Trump vincesse le primarie repubblicane;  quindi, una volta che le aveva vinte, ritenevano altrettanto improbabile, se non addirittura impossibile la vittoria del tycoon sulla democratica Clinton – i quali, sempre in virtù della loro “insuperabile” esperienza in cose americane, garantivano che, avendo la democrazia americana dei forti anticorpi a eventuali derive dittatoriali, mai sarebbe stato concesso al Presidente la possibilità di scatenare l’inferno; che nell’attimo in cui questi avrebbe cercato di soverchiare i fondamenti costituzionali, quegli anticorpi rappresentanti dal congresso, dall’opposizione interna nel proprio partito, dalla giustizia e dalla stampa, ci avrebbero pensato loro a fermarlo.

E così era sembrato quando un giudice si era opposto al bando di Trump che negava l’accesso negli USA a stranieri provenienti da 7 paesi islamici.

Quello schiaffo al Presidente sembrava davvero la garanzia che gli Usa fossero in grado di tenere a bada le smanie di Trump; frenarne sul nascere ogni pericolosa velleità che avrebbe potuto mettere a rischio la pace nel mondo. Quantomeno meno laddove tuttora esiste.

Da quando la scorsa notte gli USA hanno bombardato con 59 missili la base militare siriana da cui sarebbe partito l’attacco chimico contro i ribelli al regime di Assad che martedì  scorso ha mietuto strage di civili nella provincia di Idlib, tutti sono meno tranquilli. In primis i soliti esperti di cose americane che  avevano preconizzato con il loro solito fare saccente un Trump dai poteri limitati.

Come più di un analista ha osservato, vedi Lucio Caracciolo direttore di LIMES, è molto probabile che, essendo in difficoltà in politica interna, Trump abbia deciso di vestire i panni del Comandante in Capo per  lanciare un chiaro segnale ai suoi oppositori politici anche del proprio partito, dimostrando che, alla fine,  a decidere è sempre e solo lui. Nel contempo riaccreditando gli USA come paladini del mondo, dimostrando di non temere la concorrenza della Russia alleata di Assad.

Nell’attesa di conoscere quale sarà la reazione Siriana all’attacco americano - la risposta di Damasco ci sarà senz’altro, lo ha affermato Assad, probabilmente dopo averla concordata con la Russia – sorgono forti dubbi sul valore della democrazia rappresentativa. Quella che ha consentito a Trump, attraverso il voto popolare, di ricoprire il ruolo di uomo più potente del mondo.

Già la brexit - il referendum popolare che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dalla UE - aveva evidenziato quanto il voto popolare possa rivelarsi un’arma a doppio taglio. Condannando quella scelta dei britannici, il Presidente emerito Giorgio Napolitano aveva criticato come una decisione così importante fosse stata rimessa alla volontà popolare; attirandosi addosso le critiche di molti, sottoscritto incluso, i quali interpretavano quelle parole come un chiaro segnale antidemocratico.

Ora che il mondo intero è in fibrillazione per quanto sta avvenendo, la sensazione che il voto popolare, in alcuni casi, possa rivelarsi pericoloso per i risvolti che ne potrebbero scaturire è evidente.

Visto che anche Trump apparterrebbe al club dei populisti - coloro che parlano alla pancia della gente per ricavarne consensi elettorali, individuando nel “diverso” l’origine dei mali sociali – è evidente che la sua elezione è conseguenza di un disagio generale vissuto da una grossa fetta di americani che il tycoon ha saputo cogliere e sfruttare in campagna elettorale. Ed è altresì evidente che l’elezione di un populista al comando di una delle nazioni più potenti al mondo può scatenare un apocalisse di dimensioni bibliche.

Preso atto di ciò, bisognerebbe che coloro che si pongono come obiettivo di arginare i populismi si domandassero  perché Trump e gli altri leader populisti trovino sempre più consensi nell’opinione pubblica.  Per fare ciò bisognerebbe che costoro anziché segregarsi in autoreferenziali Leopolde e consessi simili, tornassero a confrontarsi nelle piazze con la gente, anche a costo di beccarsi fischi e uova marce, per tastarne gli umori e capire di cosa realmente ha bisogno.

Fino a quando costoro invece si chiuderanno in un circolo chiuso, asettico, lasciando fuori dalla porta il mondo con i suoi problemi reali, una volta usciranno sconfitti dalle elezioni, non potranno attribuirne la colpa all’idiozia degli elettori. Non sarebbe né onesto, né giusto!

 Se il popolo ha fame e invece del pane si pretende di offrirgli l’acqua perché la si ritiene migliore per i suoi bisogni, non ci si può poi stupire se la gente ti gira le spalle e vota che le promette il pane!

Trump prometteva alla gente  ciò che la gente chiedeva, per questo è stato votato.

Ora che il danno è stato fatto, non ci resta di sperare che l’azione militare dell’altra notte sia solo un episodio isolato; un gesto “simbolico” di Trump per dimostrare a tutti chi comanda.

Diversamente non ci resta che affidarci a Dio.

 
 
 

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