La FinestrellaPer affacciarci sul mondo della nostra quotidianità, dei nostri sentimenti e delle nostre aspettative con lo sguardo rivolto al passato, ma da uomini del nostro tempo. |
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PIER PAOLO PASOLINI
...Amo la vita così ferocemente, così disperatamente, che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita, il sole, l'erba, la giovinezza:... e io divoro, divoro, divoro... Come andrà a finire, non lo so...
Due portoni
Socchiusi entrambi.
Dietro uno,la certezza di ciò che è stato.
Dietro l'altro,l'incognito.
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Ieri e oggi sono state due giornate campali. Approfittando della necessità di effettuare dei lavori in casa, ho svuotato uno stanzino nel quale c'erano raccolti anni e anni di vita. Sapete, uno di quei luoghi nei quali mettiamo tutto ciò che è peccato buttare perché potrebbe servire e tutto ciò che è passato in disuso vuoi perché dismesso vuoi perché non spesso utilizzabile. E' stato un po' come rovistare in soffitta: un vecchio proiettore per diapositive, libri a iosa, quaderni delle scuole elementari dei miei piccoli, quaderni di appunti del periodo universitario, libri di favole e fiabe, una collezione di vecchi giornalini, una testina con parrucca, uno xilofono, un vecchio trapano a mano, un bollitore per siringhe, una vecchia macchina fotografica Petri e...un pacchetto di lettere e tante foto dimenticate... Tutto molto banale, ma mio. Mentre facevo la cernita tra ciò che doveva restare e ciò che, invece, poteva essere eliminato, mi è capitato tra le mani un vecchio quaderno nero dalle pagine ingiallite. Era scritto a mano. I caratteri ad inchiostro erano eleganti e dal tratto sicuro. Lo aveva scritto un nostro antenato e, di mano in mano, era finito nelle mie. Alcune pagine riportavano date importanti affiancate dal racconto del relativo evento. Ho letto, ad esempio, del primo giorno in cui è stata accesa la luce elettrica per le strade del paese, dell'apertura del nuovo mercato coperto, del restauro di un antico monumento, dell'uscita del primo numero di un nuovo giornale, della riapertura del Circolo cittadino... Altre pagine erano dedicate a dei disegni di nodi marinari eseguiti con una maestria tale da farli sembrare stampati. Altre riportavano il numero di passi necessari per raggiungere le dimore estive dei parenti. Si usava, infatti, durante l'estate, trasferirsi in alcune case costruite in campagna per le vacanze. Erano possedimenti familiari di vecchia data e, poiché in paese alcune famiglie erano imparentate, si era formato un insieme di deliziose case tutte a breve distanza l'una dall'altra. Peccato che molte siano state vendute! Oggi sono bellissimi B&B! Su altre pagine c'erano annotate entrate e uscite familiari, ricette di elisir e note per la spesa. Una miniera di informazioni, insomma, che avevo dimenticato di avere e che mi permettevano di ricostruire la vita dei nostri antenati, dico dei nostri perché la mia famiglia e quella di mio marito, due generazioni fa erano imparentate. Il prezioso quaderno ha trovato posto nella libreria accanto a vecchi volumi e quaderni che stanno lì ben custoditi e pronti a raccontarmi, quando ne ho voglia, di un mondo ormai lontano, ma il cui fascino rimarrà per me sempre immutato a dispetto dello scorrere del tempo.
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Ci sono alcuni episodi della nostra infanzia nei quali troviamo risposte a molti interrogativi sul nostro modo di essere oggi. Essi si fissano nella nostra memoria e divengono la chiave di lettura del nostro modo di affrontare la vita. Alcuni giorni, quando mia madre aveva la mattinata libera da impegni scolastici, ella mi portava con sé a fare la spesa. Ero piccola e doveva trattarsi di giornate libere dalla scuola anche per me, perché altrimenti non mi spiegherei la mia assenza in aula. Solo problemi di salute consentivano a noi bambini di privarci dello studio. Qualcuno si chiederà come io possa avere dei ricordi così netti, dato che parlo del periodo in cui da piazza Mazzini ci siamo trasferiti in corso Trieste. Io non so spiegarvelo; frequentavo la quarta elementare allora, ma ho netta l'immagine di me con paglietta e piccola borsa di giunchi e fiorellini che, per mano, seguivo mamma nel mercato rionale di via Chiana; non quello coperto attuale, ma quello d'un tempo allestito per strada, tra vocii diffusi, profumi campestri, cinguettii e voli di uccellini che trovavano dimora tra le fronde degli alberi ed inviti alla scelta dei propri prodotti da parte dei venditori. A un certo punto della strada agli odori delle bancarelle si univa quello del pane caldo, che usciva da una panetteria dove noi bambini, prima di andare a scuola, talvolta, compravamo il pane al sale. Ovviamente il mio ricordo è stato alimentato dai racconti in famiglia, e corroborato, forse, da vecchie foto, ma i fatti restano e sono quello che conta. Torniamo, però, in via Chiana. Mamma si avvicinava alle bancarelle dei vari prodotti ortofrutticoli e comprava la frutta che poi sistemava nella sua reticella. Io, appresso a lei, per ogni genere che lei acquistava, mettevo il mio prodotto nella borsetta. Mamma acquistava 1 kg. di mele? Io mettevo in borsa una mela e così via. Ovviamente il tutto senza pagare e senza che mamma se ne accorgesse. Non so se se ne avvedevano i commercianti, certo è che io non ricordo alcuna mortificazione giuntami da parte loro. La cosa è andata avanti per un po', sino a quando la mia voglia di fare la spesa non ha attirato l'attenzione di mia madre. In casa mia non si sono mai usate punizioni corporali, né mortificazioni morali, ma c'è sempre stata grande attenzione nel trasmettere il senso dell'onestà. Mamma mi ha invitata, allora a rifare il percorso al contrario ed a restituire ad ogni commerciante il frutto sottratto chiedendo scusa. Durante la via del ritorno, mi spiegava perché non si fanno queste cose e così io ho fatto con i miei figli e con i miei alunni. Ai ragazzi occorre spiegare, occorre educarli sin dai piccoli e non secondo lo slogan di triste memoria " Piega l'alberello, quando è tenerello", ma secondo il principio cristiano " Non fare all'altro, ciò che non vuoi sia fatto a te". Sono cresciuta nei valori forti che sono divenuti i pilastri e i migliori compagni della mia vita e dai quali non mi allontano mai. Il senso della Giustizia, dell'onestà morale e intellettuale guidano i miei pensieri e le mie azioni da sempre. Onore a tutti coloro che per la Giustizia mettono a repentaglio la propria vita. Onore ai due paladini della Giustizia sottratti all'umanità nella loro fisicità, ma sempre vivi nel ricordo. Onore ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
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Il giorno in cui ci si accorge di avere una vita in grembo è un momento indimenticabile. Segue il miracolo della vita che coltiviamo con amore, attendendo con ansia i primi segnali della desiderata presenza; modifichiamo la nostra vita in funzione di quel piccolo essere che un domani sarà l'unico vero scopo della nostra esistenza, quel qualcosa per cui varrà la pena di reggere le prove della vita. Poi arriva il momento della nascita, la gioia infinita dello stringere a sé il proprio piccolo/a, le ansie, le paure, la gioia nel vederlo crescere, il piacere di accompagnarlo nella vita perché si affacci ad essa nel migliore dei modi. Sogniamo con lui e per lui, ci sacrifichiamo per lui poi, un maledetto giorno qualcuno decide di cancellare fette di vita vissuta e di spegnere speranze e progetti sul nascere! Che siano maledetti, mi perdoni il Signore! Che siano maledetti per il dolore che hanno seminato e che semineranno tutti coloro che falciano giovani e meno giovani vite in nome dell'odio! Perdonatemi, ma oggi proprio non posso esprimermi diversamente dinanzi all'orrore per ciò che è accaduto davanti ad una delle tante scuole d'Italia! Domani forse...
Un fiore per Melissa
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Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, quelli passati in compagnia del libro prediletto. Tutto ciò che li riempiva agli occhi degli altri e che noi evitavamo come un ostacolo volgare a un piacere divino: il gioco che un amico veniva a proporci proprio nel punto più interessante, l'ape fastidiosa o il raggio di sole che ci costringevano ad alzare gli occhi dalla pagina o a cambiare posto, la merenda che ci avevano fatto portar dietro e che lasciavamo sul banco lì accanto senza toccarla, mentre il sole sopra di noi diminuiva di intensità nel cielo blu, la cena per la quale si era dovuti rientrare e durante la quale non abbiamo pensato ad altro che a quando saremmo tornati di sopra a finire il capitolo interrotto... [...] A volte a casa, nel letto, molto tempo dopo la cena, le ultime ore della serata ospitavano la mia lettura, ma questo solo quando ero arrivato agli ultimi capitoli di un libro, quando non restava più molto da leggere per arrivare alla fine. Allora, a rischio di una punizione se fossi stato scoperto, e dell'insonnia che, finito il libro, poteva prolungarsi magari tutta la notte, non appena i miei genitori erano a letto, riaccendevo la candela; mentre nella strada vicina, tra la casa dell'armaiolo e la posta, immerso nel silenzio, c'era tutto un cielo di stelle, buio eppure azzurro e a sinistra, sulla stradina rialzata, dove cominciava a salire curvando, si sentiva vegliare... Marcel Proust- del piacere di leggere- Quante volte la sera, da ragazza, chiusa nella mia stanza, con l'orecchio teso, attendevo di sentire spegnersi gli ultimi rumori provenienti dalla stanza di mia madre. I miei fratelli dormivano. " Grazia hai spento la luce?" " Sì, mamma!" " Dormi, che domani c'è scuola!" " Buonanotte, mamma!" " Buonanotte!" Al buio attendevo di riprendere il mio appuntamento, simile ad una donna innamorata che attende con ansia il momento dell'incontro. E l'attesa rendeva ancora più desiderabile il momento proibito, rubato alla regola e sottratto all'obbedienza. Il mio York, un meraviglioso pastore tedesco, fedele compagno acciambellato sul suo giaciglio ai piedi del mio letto, faceva sentire il suo respiro pesante. Si addormentava anche lui. Io, attendevo ancora un po' e poi, con cautela, furtiva, spingendo piano piano l'interruttore dell'abat-jour perché non se ne avvertisse lo scatto,accendevo la luce del mio comodino e tornavo a tuffarmi nel mio libro di turno, impaziente, assetata di parole, di storie e leggevo, leggevo, leggevo sino a quando, lentamente, scivolavo nel mondo dei sogni...
A proposito! Sto leggendo un libro bellissimo che consiglio alle mie amiche, " Léonie" di Sveva Casati Modignani.
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Piero della Francesca o Laurana o Martini Baltimora
Berlino Queste tre famose tavole, simili ma diverse, rappresentano un'idea di Città ideale ispirata al concetto di Copia et Varietas teorizzato da Leon Battista Alberti ed estremamente popolare nell'arte rinascimentale della seconda metà del Quattrocento. Da sempre l'uomo ha aspirato ad un buon governo, ad una vita vissuta in un contesto ideale nel quale esigenze, desideri, necessità trovassero risposte adeguate a garantire una buona qualità della vita. L'uomo ha sempre desiderato una gestione della cosa pubblica orientata verso il raggiungimento del Bene comune. Sono trascorsi i millenni, i secoli e nulla è accaduto. L'aspirazione è ancora lì, in paziente attesa, ma nulla è accaduto e nulla accade. Nell'osservare queste tre immagini mi colpisce l'assenza della figura umana. Ovviamente la causa è palese, ma mi chiedevo:- " Non sarà proprio lì il problema? " Aspiriamo a qualcosa e poi rifiutiamo tutti i limiti che il progetto stesso impone, questa è la verità! Eppure ci sono momenti in cui darei non so che cosa per tornare a...
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Giorni fa, seduta nella macchina, aspettavo mio marito sceso per acquistare degli articoli da pesca. Detesto aspettare, per cui ho sempre con me, nella borsa, un taccuino o un libro per ingannare eventuali attese. "Torno subito" mi ha detto nello scendere, così, per ingannare il tempo, non ho preso il libro; ho concentrato la mia attenzione sui passanti. Un uomo era seduto al tavolino di un bar. Minuto, con abiti datati ma ben tenuti, curato nella persona, molto anziano era lì, solo, a sorseggiare un aperitivo. "Stai lì e aspetta! Non ti muovere che adesso arrivo" . La voce proveniva da un tavolino più lontano. Era una voce femminile, giovane, con accento straniero e con tono perentorio. L'uomo ha rivolto lo sguardo verso la donna senza dire nulla ed è tornato a guardare intorno a sé. La donna, una giovane slava, era in compagnia di un altro uomo di una certa età e rideva, parlava a voce alta, scuoteva la lunga chioma bionda, blandiva il suo accompagnatore con moine e carezze. "Aspetta!" diceva ogni tanto all'insegna dell'avventore del bar e l'uomo la guardava come a voler dire: " E dove vuoi che vada?" Intorno a lui si muoveva la folla. Uomini, donne, ragazzi, bambini, anziani. Chi solo, chi in compagnia. Chi entrava, chi usciva dai negozi, dai portoni, dal bar. Chi procedeva a passo lento, chi correva, chi sostava guardando nervosamente l'orologio, chi osservava le vetrine, chi portava la spesa, chi leggeva il giornale, chi spingeva una carrozzina. Bambini tranquilli per mano alla mamma, bambini recalcitranti che piangevano e puntavano i piedi per terra, bambini che li osservavano con fare interrogativo, come a chiedersi se fosse produttivo o meno attuare la stessa strategia. Un barbone in un angolo, tranquillo; una zingara insistente, fastidiosa, lagnosa che cercava di racimolare qualcosa; un ragazzo di colore che in silenzio tendeva la mano. Donne e uomini eleganti, sciatti, normali. Persone con cani al guinzaglio; piccoli, medi, grandi, enormi con fiocchetti o non. Macchine veloci percorrevano la strada della città, tranquille biciclette, motorini sfrecciavano raccogliendo le invettive degli automobilisti. Tranquilli turisti si fermavano agli incroci a consultare mappe . Tutto si muoveva intorno all'uomo seduto al bar, cliente incurante di quanto accadeva intorno a sé. " Aspetta!" "Aspetta!" "Aspetta!" la voce gli ronzava nelle orecchie. La gente si muoveva intorno a lui e lui aspettava. In quel momento l'umanità mi è apparsa per quello che è ed una stretta al cuore mi ha fatto percepire la nostra condizione. Un insieme di esseri soggetti a scadenza che si affannano per giungere al momento in cui dovranno stare lì... ad aspettare! Dove non conta! In casa, al bar, in corsia, comunque dovranno aspettare!
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L'Antroposofia è un percorso di conoscenza, che guida lo spirito nell'uomo verso lo spirito dell'universo. Nasce negli individui come un bisogno del cuore e del sentimento e trova giustificazione in quanto tentativo di soddisfare un'esigenza interiore. Può essere compresa solo da coloro che vi trovano quello che loro stessi sentono il bisogno di scoprire. Per cui, antroposofi sono quelli che sentono un bisogno essenziale di vita, certi interrogativi sulla natura umana e sull'universo, proprio come uno sente la fame e la sete. Rudolf Steiner, Pensieri Principali di Antroposofia, 1904.
"Salutare è soltanto quando nello specchio dell'anima è presente l'intera comunità e quando la comunità porta in sé la forza di ogni singola anima umana." Rudolf Steiner
Grazie a Betta.
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Il pomeriggio estivo è particolarmente silenzioso. I rumori vengono meno in casa e quelli esterni sono rari e giungono ovattati da lontano per poi rendersi più percettibili e tornare a svanire lentamente. Qui, oggi, mi giunge il cinguettio dei passerotti e delle rondini che accudiscono le loro uova già schiuse o pronte a farlo. Il colore del sole, insieme al suo tepore, penetra attraverso le imposte socchiuse dorando tutto ciò che sfiora. Gli animali dormono, le piante attendono il momento del ristoro cariche dei loro fiori e dei germogli, L'aria è densa del profumo dei gelsomini e dei fiori d'arancio ed io vengo presa da una profonda nostalgia per i miei pomeriggi di ragazza. Spesso pranzavo in casa di mia zia, appena giunta nel Salento. Mia madre, chiusa nel suo dolore per la perdita di mio padre, mi permetteva di restare dagli zii all'uscita da scuola. Io e mia cugina, terminato il pranzo, ci chiudevamo in religioso silenzio, insieme alla mia cuginetta più piccola, per il momento del riposo. Era un obbligo al quale io non ero abituata. In casa mia a Roma, non si usava. Avevamo l'abitudine, i miei fratelli ed io, dopo un momento di gioco, di metterci sui quaderni. Mamma correggeva i suoi pacchi di compiti, papà faceva il rientro in ufficio, nonna sonnecchiava, Sesta riordinava la casa, la mia adorata cagnolina Lilly sedeva accanto a me e noi, intorno al tavolo tondo, sistemavamo i nostri libri e quaderni e iniziavamo a fare i compiti. Mamma supervisionava. Ogni tanto un sommesso vrumm, vrumm interrompeva il silenzio subito ripristinato da uno sguardo di mamma; era mio fratello che giocava con una macchinina. Sapete? Quelle macchinine di latta di un tempo! I nuovi pomeriggi, dicevo, erano diversi. Non c'era intorno a me l'atmosfera della mia famiglia. Tutto si era dissolto in quel maledetto giorno in cui mio padre ci ha lasciati soli, ciascuno affranto nel proprio silenzioso dolore o nell'inconsapevolezza di quanto stava accadendo; i miei fratelli erano piccoli. Io ero la "grande". Chiusa la nostra casa, le nostre abitudini, cancellato il nostro mondo, se ne apriva un altro. Ritirateci nella stanza, mia cugina ed io, dicevo, il silenzio era d'obbligo. Accanto riposavano gli zii. Io non riuscivo a dormire e il silenzio generale mi dava un senso di solitudine profonda che ingigantiva i miei pensieri alimentando un dolore insostenibile. Allora, in silenzio, mi alzavo e, attraverso uno stanzino che comunicava con l'ingresso, me ne andavo nella grande cucina dove Cettina riordinava. Mi sedevo e la osservavo, parlavamo un po' e poi raggiungevo il giardino dove mi sedevo a leggere un libro, nella stagione calda, all'ombra di un grande gelso. Poi, quando si avvicinava l'orario del risveglio dei miei zii, rientravo nella grande casa silenziosa e tornavo al mio posto. Piccoli inganni di una fanciulla che cercava di sfuggire alle proprie angosce. Oggi è un pomeriggio di quelli. Dorato, tiepido, silenzioso ed io, per un momento, sono tornata ad essere quella giovane donna dinanzi alla quale si aprivano nuovi orizzonti .
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Nell'antico Egitto la religione prevedeva quarantadue confessioni negative che lo spirito del defunto negava di aver commesso. Eccone alcune che egli elencava davanti al giudice assegnatogli:
Questo accadeva 3.000.000 anni avanti Cristo.
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Squilla il telefono. Orario di lavoro congestionato, il giovane dottore risponde: " Pronto?" " Buongiorno, parlo con il dottor ...?" "Scusi, chi parla?" "Sono la signora.. e chiamo per avvisare che, come ogni anno, le invierò..." " Signora mi dispiace, ma il dottore è mancato ed io non sono interessato a ... Sono il nipote" "Ma suo nonno ..." " Mi scusi signora, non insista! Sto lavorando. Non invii nulla. Buongiorno." E qui la telefonata termina. Il titolare approva. Trascorrono dei giorni, quando viene recapitato un pacco dietro pagamento di 30,00 euro. Il titolare respinge il pacco, non avendo ordinato nulla e non aspettando nulla. Il giorno successivo squilla il telefono. " Pronto?" " Parlo con il dottor...?" " No, il dottor ... ..." " Ma io gli ho inviato il solito pacchetto!" " Ma lei è stata informata che mio padre non c'è più!" " Ma io ho avuto delle spese nel mandare il pacco, caro dottore!" " Ma noi le abbiamo detto che non lo volevamo!" " Non è vero!" A questo punto il titolare inizia a perdere le staffe. " Gentile signora, le cose non stanno così e, comunque, mi dimostri che quanto lei asserisce è vero." " Lei è un maleducato!" E giù la cornetta. Ma si può? Accade anche questo.
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Morire - questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare un gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa qui non comincia
alla solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era
poi d'un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani si è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Che altro si può fare.
Aspettare e dormire.
Che lui provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all'inizio niente salti né squittii.
Wislawa Szymborska
***
La capra
Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d'erba, bagnata
dalla pioggia, belava.
Quell'uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.
In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.
***
Umberto Saba.


























Inviato da: acetosella5
il 28/05/2012 alle 08:36
Inviato da: Less.is.more
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Inviato da: Lolablu7
il 27/05/2012 alle 22:42
Inviato da: roseilmare
il 27/05/2012 alle 22:30
Inviato da: Lolablu7
il 27/05/2012 alle 21:07