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Creato da bloglunanuova il 27/11/2010
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 39 - marzo 2012
di Paolo Gualandi
Spesso le tematiche ambientali come il riciclaggio dei rifiuti o le energie rinnovabili sono state trattate esclusivamente dal solo punto di vista dell’etica ambientale. Si è argomentato che lo spreco è immorale e che è necessario pensare alle generazioni future. È ovvio che queste ragioni siano ineccepibili, tuttavia in queste righe si vuole insistere su un altro aspetto, sicuramente meno nobile, ma forse più diretto e concreto nella sua "brutalità": il denaro. Oggi, infatti, intorno all’ecologia si sta sviluppando un intero settore economico, la così detta “green economy”. Si è finalmente capito che alcune situazioni attuali (energia e rifiuti in primis) sono poco sostenibili, costose e poco controllabili. In più, l’avvento di nuove tecnologie ha reso convenienti alcuni comportamenti ambientali virtuosi che in passato erano alla portata di pochi ecologisti facoltosi. Ad esempio, in questo numero de la Luna nuova viene trattata, in particolare, la tecnologia del biogas che permette di ottenere gas metano da un materiale di scarto (quindi un costo) come i liquami, i quali, una volta trattati, risultano ancora ottimi fertilizzanti, ma privi di odore. È chiaro che nessun imprenditore installerebbe mai un impianto del genere per pura etica ambientale, perché rappresenterebbe un costo extra che renderebbe meno competitiva l’azienda. Oggi, tuttavia, la tecnologia è arrivata a un punto per cui un tale investimento non è solo qualcosa di virtuoso dal punto di vista ambientale, ma anche una risorsa che fra pochi anni sarà indispensabile per qualsiasi azienda agricola per garantirne la competitività, alla pari del trapano per un muratore.
In generale, tutte le energie rinnovabili sono in straordinaria espansione e grandi aziende italiane stanno costruendo in tutto il mondo impianti per la produzione di energia idroelettrica, solare, eolica e geotermica. Già in questi primi anni le società che hanno investito in questo settore stanno mediamente ottenendo ottimi risultati, con eccellenti prospettive di sviluppo per il futuro. Va sottolineato che ancora gli Stati stanno fornendo incentivi per queste tecnologie, ma si confida che presto diventeranno allettanti anche senza aiuti pubblici, grazie al continuo avanzare della tecnologia “green” che sta rendendo competitive le fonti energetiche pulite rispetto a quelle tradizionali (idrocarburi).
Infine, il punto che più ci tocca da vicino: la cara e vecchia “spazzatura”.
Qualcuno potrebbe pensare che il riciclaggio sia un costo extra e che gettare tutto in discarica, benché costituisca spreco, sia meno costoso. Assolutamente no: il costo per lo smaltimento dei rifiuti in discarica è molto costoso per l’erogatore del servizio (e quindi per i cittadini attraverso la TARSU - Tassa sulla raccolta dei rifiuti solidi urbani), mentre una corretta raccolta differenziata rappresenta, al netto delle spese di lavorazione, un introito in quanto vetro, plastica, carta e così via sono venduti come materie prime.
Nonostante rimanga ancora molto da fare, un primo punto di svolta è finalmente arrivato sulla base che principalmente regola i cambiamenti: l’economia. Per questo penso si possa essere fiduciosi per un futuro più “green”, per il bene della nostra salute e del nostro portafogli.
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 39 - marzo 2012
di Roberto Tincani
La Corte ha stabilito che il tribunale di uno Stato non può applicare le proprie disposizioni ad un altro Stato senza violare la sua sovranità e quindi senza che ci sia un trattato che opera disposizioni
La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dello scorso 3 febbraio ha suscitato scalpore, ma per molti versi era attesa e forse anche scontata, ma per capire come mai è necessario fare una piccola storia dei processi per stragi naziste che hanno cominciato a celebrarsi negli ultimi 10 anni.
Dopo il ritrovamento dell'armadio della vergogna murato nella procura militare di Roma, nel 1994 sono lentamente ripartiti alcuni dei 600 processi che erano stati archiviati nel 1960. Questo è stato possibile (anzi dovuto) perché tutte le stragi verso civili compiute in Italia non sono, com'è ovvio, atti di guerra ma devono essere considerati crimini contro l'umanità la cui condanna (già contemplata dai codici militari dell'epoca, seppur sotto altri nomi) non è prescrivibile.
In molti di quei dossier c'erano già indagini svolte, nomi e cognomi dei responsabili e prove raccolte nel corso degli anni '40 e '50 dalle commissioni alleate o dai tribunali militari dell'epoca, in altri casi, come quello che ha riguardato il 18 marzo 1944, era quasi tutto da ricostruire e da recuperare, ma, grazie al lavoro di un gruppo di pubblici ministeri decisi a cancellare una vergogna della magistratura militare, si è cominciato ad indagare in maniera concreta e instancabile.
Finalmente, uno dei primi processi a giungere a conclusione è stato, nel 2008, quello relativo alla strage di Civitella Val di Chiana in cui furono uccisi oltre 200 civili. In quella occasione fu stabilito un precedente importante che è stato utile anche al processo di Monchio: responsabile dei fatti non furono considerati soltanto gli ufficiali tedeschi in via personale, ma fu evidenziato come questi eccidi non fossero follie isolate di alcuni reparti, ma l'attuazione di una strategia terroristica chiara ed evidente condotta pur non esplicitamente dall'Alto comando tedesco e quindi, in ultima battuta, della Germania. La Repubblica Federale Tedesca, in quanto erede di quello Stato è quindi stata considerata corresponsabile e citata in giudizio. Non solo, ma essa deve far fronte agli eventuali risarcimenti civili stabiliti in solido affiancando i condannati (spesso anziani e nullatenenti). In base a questo principio, le parti civili della strage di Civitella chiesero che i risarcimenti indicati in sentenza fossero corrisposti dalla Repubblica Federale Tedesca, ma questa rispose che tali risarcimenti erano già stati versati in occasione del trattato di pace tra Italia e Germania, siglato negli anni '50 che aveva riconosciuto la responsabilità delle distruzioni patite sul suolo italiano e avviato una transazione economica tra i due Stati. Se lo Stato italiano non aveva poi a sua volta risarcito le vittime, questo era un problema italiano; lo Stato tedesco, inoltre, in quanto Stato sovrano, non riconosceva la giurisdizione di un semplice tribunale, ma eventualmente, sarebbe stato disponibile ad una serie di colloqui a livello diplomatico per chiarire la vicenda.
Non ricevendo risposte dai vertici italiani, la Germania presentò anche il caso presso la Corte internazionale che è un organo che ha sede all'Aja in Olanda e che dalla fine del XIX secolo è arbitro nei procedimenti tra Stati.
Data la situazione ed il silenzio degli organi statali su questa vicenda, anche le vittime di Civitella procedettero, richiedendo il pignoramento di Villa Vigoni, dono personale di Benito Mussolini ad Adolf Hitler ed in seguito incamerata dallo stato tedesco, dato che la sentenza d'appello è un titolo eseguibile immediatamente.
A questo punto, di fronte alla crisi che stava precipitando nei rapporti italo-tedeschi, il governo italiano “sollecitato” dalla Germania, emise un decreto urgente, il 28 aprile del 2010, che sospendeva ogni richiesta di risarcimento in attesa del pronunciamento della Corte internazionale.
Nel frattempo, anche il “nostro” processo giunge a conclusione e nella sentenza che lo chiude si dispongono risarcimenti anche per le “nostre” parti civili che subirono perdite dalla strage di Monchio quantificate in cifre variabili dai 30 mila ai 315 mila euro, ma ogni versamento è fermo in attesa di capire che cosa succederà alla Corte internazionale.
Il 3 febbraio, come noto, arriva la sentenza. Cosa dice? Io non sono un giurista e chiedo scusa per eventuali imprecisioni, ognuno d'altronde se la può leggere e farsene un'idea (http://www.icj-cij.org/docket/files/143/16883.pdf), tuttavia, in modo abbastanza prevedibile, la Corte ha chiarito che un tribunale non può applicare le proprie disposizioni ad un altro Stato senza violare la sua sovranità e quindi senza che ci sia un trattato che opera disposizioni in tal senso. L'Italia deve rinunciare pertanto alle sue pretese e non può agire ulteriormente in questo senso.
Si contesta insomma, non la validità delle decisioni dei tribunali italiani, ma il fatto che si pretenda di applicare queste decisioni (frutto di leggi nazionali) ad altri Stati sovrani. In questo senso la sentenza era prevedibile: cento anni fa per episodi del genere si inviavano incrociatori a difendere la propria sovranità o si scatenavano delle guerre.
Tuttavia, proprio perché la decisione non riguarda il merito (su cui i tribunali italiani hanno ragione), la stessa sentenza invita i due Stati ad integrare il trattato di pace o comunque trovare un ulteriore accordo. In questo senso viene indicato un sentiero che i due Stati dovrebbero seguire.
Che riflessioni si possono fare, uscendo dal linguaggio burocratico e legale?
La prima è senza dubbio che la sentenza dell'Aja, proprio perché non è entrata nel merito del processo, non toglie in alcun modo valore a quanto successo nell'aula di Verona e pertanto la sentenza di luglio resta il cardine di una verità (pur processuale) che finalmente è stata ritrovata e condivisa.
Io credo che la cosa più importante l'abbia detta in aula un testimone di Monchio, alzatosi piuttosto alterato al termine della propria deposizione, che parlando con la veemenza che i monchiesi sanno trovare, disse poche parole ma molto chiare: "Sarebbero bastate 1000 lire allora, quando non c'era più niente, né pane, né case, né bestie per tutte quelle donne vedove e quei bimbi, piuttosto che venire oggi ad offrire centinaia di migliaia di euro".
Tuttavia una considerazione più razionale, se non più raffinata, va comunque fatta: la sentenza di Verona è un documento finalmente emesso da un organo dello Stato italiano in ottemperanza alle leggi che ci siamo dati e che dovrebbero governarci; lo stesso Stato, peraltro, che non solo è stato latitante su questi temi per troppi anni, ma anzi è evidente che ha contribuito attivamente una cinquantina d'anni fa ad insabbiare, con buona pace di coloro che si aspettavano che fossero le istituzioni a garantire i cittadini e le collettività colpite.
Dunque, ora che giustizia sembra stata fatta (sia pur con un atroce ritardo che manda ai domiciliari dei novantenni), quello stesso Stato dovrebbe almeno farsi garante affinché ciò che proclama in una aula di tribunale non diventi barzelletta alle cene dei diplomatici: lo imporrebbe anche solo un senso di dignità civile se non di orgoglio nazionale; per questo motivo un riconoscimento è doveroso, è urgente, a prescindere dagli anni passati o dalle attuali esigenze così diverse da quelle di 70 anni fa.
Anzi, il tempo passato è un'aggravante: oggi è facile dire che gli orfani sono comunque cresciuti e si sono fatti strada nella vita come e più di tutti gli altri, ma credo che questo sia un argomento che debba andare a loro maggior onore e non dovrebbe essere motivo della negazione di un diritto dovuto.
Tanto più infatti dovrebbero essere riconosciute le loro sofferenze, che oggi appaiono lontane, ma che sono stati piatti semivuoti in tavola per anni, interminabili stagioni a servizio da adolescenti, questue umilianti e fatiche atroci per le madri oggi scomparse. Cosa verrà non è dato a sapersi. Certo non si è fatto tutto questo per i soldi: era vero due anni fa ed è vero adesso.
Però la sentenza (o meglio, le sue eventuali implicazioni), per le ragioni dette sopra, suona vieppiù come una beffa, una specie di risata atroce suonata in faccia agli orfani oggi un po' come allora. Poi, dato che per fortuna il mondo non è fatto solo di brutte notizie e visto che finalmente sembra davvero che Palagano abbia nuovi amici solidali alle sue passate tragedie, è necessario e doveroso però che io ringrazi, come coordinatore delle persone costituitesi parte civile al processo di Verona, alcune persone, per fortuna parecchie: Fabio Braglia e Demos Malavasi, che a nome delle istituzioni locali (Comune e Provincia) hanno dichiarato il loro sdegno per la sentenza, ma, cosa che più li onora, il sostegno a chi in questo eccidio è stato vittima, colpito con durezza e senza colpa. L'Anpi di Palagano e di Modena, che nelle persone di Aude Pacchioni, Renzo Montorsi e molti militanti ci sono sempre state vicine con il loro sostegno tangibile e concreto, senza mai chiedere nulla in cambio, sempre pronti a lavorare in silenzio, che hanno promesso che continueranno a esserci a fianco e sono anche in questo caso usciti con una dichiarazione molto forte, pretendendo attenzione per Monchio, Susano e Costrignano da parte dello Stato.
Ringrazio anche i parlamentari modenesi che hanno ascoltato queste richieste e sollevato una interrogazione a risposta scritta in parlamento: i senatori Barbolini e Bastico e i deputati Garavini, Ghizzoni, Miglioli e Santagata ed infine l'appoggio che ho ricevuto in via personale anche da tanti politici d'opposizione in Provincia, e che spero sia il seme di un nuovo modo di affrontare questi temi, che non sono politici, sono prima di tutto civili.
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 39 - marzo 2012
PROGETTI SULLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI E SULLA PRODUZIONE DI ENERGIA PULITA.
Domenica 29 gennaio abbiamo incontrato il sindaco di Palagano, Fabio Braglia, che ha risposto ad alcune domande riguardo al progetto sullo smaltimento dei rifiuti e alla produzione di energia "pulita" grazie allo sfruttamento dei prodotti di scarto delle aziende. Perché i progetti possano ottenere i risultati sperati è fondamentale il coinvolgimento di tutti; nessuno oggi può permettersi di pensare che il problema dei rifiuti riguardi gli altri.
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 39 - marzo 2012
di Francesco Dignatici
Quattro differenti formazioni ed una storia che più intricata non si può. Fra cover d'annata e sorprendente materiale originale, amicizie e discordie, rappacificazioni e gossip. Qualcuno doveva pure spiegarci l'assurdo filo conduttore fra le cascate del Niagara, Socrate e le targhe automobilistiche. Confessioni degli unici due personaggi che c'erano fin dall'inizio. E ci sono sempre stati.
Se sono qui è perché della vostra storia non ci ho capito niente…
Gabry Facchini: Neanche tu?
Non credo. Cominciamo dal principio.
Dany Bettuzzi: Il 5 aprile del 2007 è stato un giorno speciale. Io e Jack Galvani ci siamo incontrati. Non so se per noia o per passione, decidemmo di mettere su un fottuto gruppo grandioso. Volevamo essere diversi, senza pregiudizi, senza discriminazioni. Tutti erano bene accetti, persino quelli ricci e brutti.
G.F. Ci sentivamo anti-conformisti. Così siamo rimasti, non ci siamo mai adeguati. Non siamo mai diventati commerciali.
D.B. Cominciammo suonando un pezzo nostro. Anche perché le cover non ci venivano. "E' come" è nata così. Quel giorno non c'era solo Jack con me. Chiamammo Michele . Anche lui aveva già un legame a filo multiplo con il rock and roll: era nipote di Fonsino. Inoltre ci era stato segnalato da Ottavio Piacentini che lo voleva nella Corale Palaganese. Così l'ho anticipato e me lo sono preso io. "Ci ho visto lungo", pensai. A questo punto eravamo in tre. Diventare i nuovi Nirvana era una possibilità, ma nessuno sapeva suonare la batteria. Optammo per Daniel Cojocaru, batterista di buona fama, proveniente dall'Est. Sarà stato il fatto che noi eravamo abituati al 4/4, mentre lui aveva in testa tempi dispari, di sapore balcanico. Fatto sta che non portammo mai a termine un solo pezzo. La scintilla non riuscì a scoppiare.
"Scoccare", pezzo di ignorante.
D.B. "Scoccare". Daniel partì per un lungo viaggio nella terra natìa, per ritrovare se stesso. Anche quando ritornò, fu impossibile per lui ricominciare: si era buttato sul calcio.
G.F. E così ci fu quella festa delle medie. Io e Vanno [Francesco Rioli, n.d.a.] dovevamo suonare insieme. Incontrai Dany che mi disse che aveva bisogno di un batterista. "Ci sono", risposi, "ma ad una condizione: anche il mio amico viene con me". Così io e Francy eravamo dentro. Era fine maggio: a quel punto i Niagara erano tutti arruolati.
Che rapporti aveva ognuno di voi con il rispettivo strumento?
G.F. I Niagara erano giovanissimi, ma promettenti.
D.B. Eravamo dotati e contenti del rispettivo strumento.
Su cosa puntavate per essere differenti?
D.B. Non puntavamo a cambiare noi stessi per piacerci. Con la musica puntavamo a cambiare ciò che ci circondava, in modo che ciò che ci circondava ci venisse a piacere.
Non ci interessavano gli stereotipi del rock: durante la mia prima esibizione ero in tuta da ginnastica. Era anche la prima esibizione dei Niagara, il 21 dicembre 2007, al Babillo di Pavullo.
G.F. Furono nove pezzi, tiratissimi. C'era soddisfazione tra di noi, il 2008 cominciò con grandi aspettative.
Nati nell'anno dello scioglimento ufficiale della Scossa Shock Band… vi sentivate influenzati dal rock palaganese che vi aveva preceduto?
D.B. Vari gruppi palaganesi ci hanno influenzato. Fra tutti però mi sento di citare i Rocks Off: dopo tredici anni rimangono uno dei gruppi più cazzuti, fottuti e fattoni della storia. Abbiamo anche aperto due loro concerti. Con loro condividiamo un po' lo spirito del "suoniamo quel che ci pare".
G.F. Il 2007 terminò con un capodanno party mitico, in cui ci intascammo tutto il ricavato della serata.
Il 2008 cominciò alla grande. Poi qualcosa si ruppe...
D.B. Le aspettative crescevano e ci sembrava che un componente del gruppo non rispettasse più i nostri canoni tecnici ed artistici. Chiudere con lui fu molto doloroso. Ma dovevamo venire incontro al mercato.
Quindi: vi siete presentati come anti-conformisti che non si sono mai venduti. Dopo nove mesi avete segato un amico perché non vi sembrava adatto al vostro pubblico…
D.B. Siamo delle merde. Ma gli abbiamo anche tolto un peso, era un periodo un po' impegnativo per lui…
Chiaro. A questo punto, se lui leggesse l'intervista potrebbe pensare: "ecco: siete più infami di quel che credevo". Giusto?
G.F. Esatto. Ma faremo in modo che non la legga. [risate].
Avete dovuto convivere coi rimorsi?
D.B. I sensi di colpa si facevano sentire. Mi ha aiutato una canzone che ho scritto, intitolata "Perdonami".
Cosa è successo poi?
G.F. Uno dei membri della band rimasti cominciò a prendere fiducia nei propri mezzi, fino ad imporsi come nuova guida del gruppo. Il nuovo gallo nel pollaio, diciamo. Ciò fu anche apprezzato, almeno all'inizio. Era fine luglio, il momento della nascita ufficiale dei Maieutica.
D.B. Cercavamo un nome italiano, efficace ed evocativo. Un po' come con "Niagara". Poi sai, io sono sinestetico…
E che diavolo significa?
G.F. E' omosessuale.
Torniamo alla storia.
D.B. A quel punto dissi: "Francy, perché non canti tu?". Ciò che seguì tra di noi fu un altalenarsi di momenti stile "vera famiglia" a momenti di scontro. Ancora faccio fatica ad affrontare questo capitolo.
G.F. Bisogna anche dire che l'impatto della nuova formazione fu inizialmente devastante, un grande salto di qualità. C'era una voglia di suonare spaventosa. Mettemmo su quindici pezzi in tre prove. Ci buttammo sulle cover, un po' perché a quel punto eravamo più capaci, un po' per dare un taglio netto col passato.
Ed arriviamo alla prima data dei Maieutica.
D.B. Il 30 agosto 2008 ci fu il debutto al Ristorante Pini. C'era una tensione palpabile in tutti noi. Prima del concerto cenai con la mia famiglia e con una tazza di latte, Nesquik e biscotti.
G.F. Io avevo un po' di caghetto e vomitai pure. Ma alla fine del concerto ricevemmo un sacco di complimenti. Ad ottobre ci fu poi la prima al Muttley di Montefiorino. Poi Palagano Rock Festival, a fine dicembre, una serata spettacolare.
Ricordo di avervi ascoltato da dietro le quinte, saltellando su "Roadrunner". Siamo al 2009. Che tipo di gruppo eravate a quel punto? A chi sentivate di assomigliare?
D.B. Ai Maieutica. Ma se parliamo di influenze musicali nominerei, sopra tutti, Aerosmith e Red Hot Chili Peppers.
Come eravate sul palco? Lo dico pubblicamente: Gabry, ho sempre ammirato le tue movenze.
D.B. Anche Jack al basso mi piaceva molto. Mi dava sicurezza.
G.F. Dany era il collante, colui che teneva tutti insieme. E sul palco era senza catene. C'era poi Francy, a tratti timido ed introverso, ma vocalmente dotato, con un bellissimo vibrato.
C'era armonia nella band?
D.B. Quell'anno si aprì con un clima abbastanza favorevole, una "quasi armonia". Poi qualcosa iniziò ad andare per il verso sbagliato. Ci furono cambi di atteggiamento repentini all'interno del gruppo, ma non entrerò troppo nel dettaglio. Questioni di ego. Cominciarono così i primi campanelli d'allarme e qualcuno fu messo in guardia. Era anche il momento di "Codice Rosso", il pezzo scritto a seguito del rocambolesco incidente di "Vanno" con il quad. Un volo pazzesco, è stato miracolato! Ricordo poi una lite furiosa tra la band in teatro a Palagano. Convocai una riunione d'emergenza: 22 maggio del 2010, fine dei Maieutica.
Estate 2010: nuova formazione e nuove collaborazioni.
G.F. Io, Jack e Dany decidemmo di contattare Erika Bernardi, con la quale avevamo già avuto delle collaborazioni. Proposi poi Feddy Piacentini come chitarra ritmica a fianco di Dany.
D.B. Non avevamo voglia di perdere tempo. Erika aveva una voce impressionante ed anche un bel caratterino.
G.F. Una donna di roccia, col piccolo "difettuccio" di tirare qualche bidone alla band, sia alle prove che a qualche concerto.
[nel frattempo, a sorpresa, Feddy Piacentini, irrompe nella stanza in cui si sta svolgendo l'intervista. Si siede su un paio di occhiali a goccia, distruggendoli].
Ciao Feddy, anche se nessuno ti ha autorizzato ad essere qui, capiti bene. Come sei stato arruolato nei No Name?
Feddy Piacentini: Dany mi telefonò, convocandomi a casa sua per una riunione. Lì mi aspettavano anche Gabry e Jack. Mi tesero un'imboscata, mi legarono ad un puff e mi fecero la proposta. Accettai al volo. Proposi anche un nuovo nome: "Cheap condoms", "Copertoni economici". Ma a Dany non piacque.
D.B. Le chitarre mie e di Feddy si sposarono al volo durante le prime prove coi No Name. Con rinnovato entusiasmo suonammo alla festa del Liceo e poi alla Festa dell'Unità di Roteglia. Fu un successo. Poi un'apparizione a Palagano, a settembre. Poi niente più, nessuna prova, nessun concerto. Non c'è chiarezza sulla fine dei No Name, non ci siamo mai sciolti ufficialmente. In temporanea mancanza di una cantante abbiamo anche fatto una data con mia sorella Laura come frontgirl: è più "Pausini" che "Rock", ma ci ha salvato il culo.
Fine dei No Name ed è crisi nera. Poi due vecchi amici si incontrano di nuovo e comincia una nuova avventura.
D.B. Fu anche il periodo del progressivo allontanamento di Jack, che stava perdendo motivazione. Fu una fase di smarrimento: ero distrutto a livello personale, avevamo perso la fede, la strada, i soldi. Tutto. E' l' 8 dicembre 2010 e succede ciò che non ti aspetti: stavo pranzando, alzo lo sguardo e mi ritrovo Francy Rioli di fronte. L'ultima volta che ci eravamo parlati, avevamo litigato mentre facevamo la pizza insieme. "Tu non sei più pizzaiolo della Festa dei Matti", gli dissi.
F.P. "Tu non sei più Niagara", "Tu non sei più Maieutica", "Tu, vecchietta, non sei più una vecchietta". Ed ora: "Tu non se più pizzaiolo". Dany ha sempre licenziato tutti da moltissimi ruoli diversi! [risate].
D.B. Mi disse: "Da quando ci siamo lasciati né io né te abbiamo combinato niente di buono". Ho risposto: "In effetti…" Bevemmo un bicchiere di vino rosso insieme, da veri uomini, mettendo una pietra sul passato. Così cominciò un nuovo capitolo: basta cover, facciamo musica nostra. Gabry, ovviamente, era ancora disposto ad essere dalla mia parte. Feddy reinventò se stesso, divenendo una vera rivelazione al basso. Eravamo più carichi che mai e così nacquero i nuovi pezzi, i nostri pezzi.
Si respirava una nuova spiritualità.
Siete stati anche la colonna sonora del rinnovato clima politico palaganese, sostenendo apertamente la campagna elettorale di Fabio Braglia durante le vostre esibizioni.
D.B. Siamo stati di buon auspicio per Fabio e per il nostro paese, a cui siamo legatissimi. Era anche il periodo del concorso Avis Factor, che ci diede buona visibilità. Il nome "Dloowe" fu un'illuminazione: erano le lettere della targa di una macchina. Ora come gruppo siamo un po' in stand-by e ognuno di noi ha vari progetti paralleli.
Io suono nei Fugaritmica ed ho un duetto acustico con Chiara Compagni degli Still Water.
Qual è il miglior pezzo dei Dloowe, secondo i Dloowe?
F.P. "I'm full of music" sta a noi come "Satisfaction" sta ai Rolling Stones. Per il resto i miei pezzi parlano di sesso. Tipo Rolling on me, incisa anche in versione unplugged, con una bellissima parte di piano di Valentina Spagnoletti.
G.F. Anche se la preferita del gruppo, nel complesso, è How do you.
La storia dei Dloowe… a proposito: preferisco "Cheap Condoms"… beh, dicevo: questa storia è destinata a continuare? Siete ancora ispirati? E se sì, da cosa?
[Dany comincia ad accennare una folle composizione alla chitarra, che sarà accompagnata poi da un'altrettanto folle, visionaria narrazione di Feddy].
F.P. Il fulcro della nostra ispirazione ruota intorno all'avvistamento di un grande, grosso, piccione rosa, avvistato tempo fa nei pressi della casa di Dany. Elaborando quell'esperienza ci siamo poi identificati in quell'animale gigante ed inutile, che diventò la nostra chimera.
Tutta la nostra ispirazione ruota intorno a questo essere, al punto che, per un periodo, abbiamo dato vita ad un vero e proprio culto del piccione rosa.
E' un animale imponente, con un nome imponente: Putty.
D.B. E' perfino nato un brano, "The Great Big Pink Pigeon", suddiviso in cinque atti e narrante la vita del piccione stesso. [Me lo eseguono dall'inizio alla fine, un estraniante delirio].
F.D. La nascita, la maturazione, per poi arrivare ai primi tentativi di volo, finiti tragicamente a causa del fatto che era un piccione ciccione. La sua anima comincia la salita verso il cielo, ma anch'essa è troppo cicciona, per cui ricade dentro al piccione, il quale ritorna in vita. A questo punto vede una picciona bellissima, di cui si innamora di colpo. Le dice: "Brlu!" [verso del piccione, n.d.a.]. Fine.
Dai piccioni rosa alla cronaca rosa: negli ultimi tempi era impossibile non associarvi al gossip…
G.F. Tutto partì dalla fine dei No Name, quando Jack mi soffiò la tipa. Poi ci siamo chiariti.
D.B. E così Gabry, si vendicò, ma non su Jack, bensì sul nuovo bassista di quel momento, cioè Feddy.
F.P. E' stata una dura botta, il livido c'è ancora. Ci siamo contesi una donna, di cui ero perso. Lui me l'ha fatta sotto il naso, proprio mentre io cercavo di consolarlo per la fine della sua storia. Ad Halloween c'è scappata la rissa. Ora siamo comunque amici. Moderatamente.
G.F. Con la mia ultima storia mi sono calmato però…
D.B. Prima della semifinale dell'Avis Factor Gabry si prese persino un ceffone dalla sua ex. "Misteriosamente", quella sera non passammo il turno per un voto. E' praticamente certo che, tra le fila palaganesi, una certa "coalizione" femminile votò contro di noi. Ma che ci vuoi fare, siamo ancora qui. Ed abbiamo ancora parecchio da dire.
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 39 - marzo 2012
di Daniele Fratti
La stagione nuova che avrebbe dovuto portare democrazia e libertà seguendo una spinta “dal basso”
di Daniele Fratti
All’incirca un anno fa hanno avuto inizio in diversi paesi nordafricani movimenti rivoluzionari. Egitto, Libia, Bahrein e altri, secondo diverse modalità, sono stati coinvolti in quella che è stata definita “Primavera araba”, una stagione nuova che avrebbe dovuto portare democrazia e libertà seguendo una spinta “dal basso”, coordinata da mezzi di comunicazione di massa e da social network come Facebook e Twitter. I risultati, ad un anno di distanza, non sono definitivi. In Egitto il potere è nelle mani del Consiglio Supremo delle Forze Armate egiziane (SCAF), che, di fatto, non ha apportato sostanziali modifiche alla vita del paese. Tuttavia il 60% della popolazione si ritiene fiducioso nel fatto che nei prossimi mesi sarà scritta una nuova Costituzione, che porterà finalmente a elezioni presidenziali libere il 30 giugno 2012. Negli ultimi mesi gli scontri hanno coinvolto un paese d’importanza strategica nello scacchiere mediorientale come la Siria. Non è una novità che all’interno di questi movimenti si celino azioni politiche più o meno marcate provenienti dall’estero, tuttavia il caso siriano di questi giorni potrebbe essere particolarmente esemplificativo nel dimostrare come dietro slogan libertari si nascondano spesso guerre sotterranee che coinvolgono l’Occidente molto da vicino. In Siria si è formato un gruppo di ribelli nei confronti di Bashar al-Asad, il presidente della nazione dal 2000. Le repressioni dell’esercito contro i manifestanti sono state violente ed hanno provocato oltre 8000 morti, secondo l’agenzia di stampa Sana (Syrian Arab News Agency). Alla guida del movimento rivoluzionario c’è il Colonnello Riad Al Assaad, proclamatosi leader del “Free Syrian Army”.
Disertore dell’esercito, come molti altri appartenenti al movimento, è stato costretto alla fuga in Turchia, paese nel quale si trova tuttora. Un particolare interessante deriva da un reportage del giornalista della BBC John Simpson. Il reporter ha tentato di incontrare il Colonnello, a inizio dicembre 2010, quando la rivolta siriana non era ancora deflagrata, tuttavia le autorità turche lo proteggevano considerandolo una persona di notevole importanza futura (come si è dimostrato). La curiosità consiste nel fatto che il luogo in cui si trovava era un campo di addestramento nel quale erano state dirottate alcune unità USA e Nato di ritorno dall’Iraq. L’ipotesi paventata da Simpson e riportata da diversi media (non americani), come Russia TV, è che i militari statunitensi e Nato stessero esercitando le truppe di ribelli che, nel giro di pochi mesi, avrebbero guidato la rivolta per la destituzione del presidente Bashar Al-Asad.
Quali potrebbero essere le motivazioni alla base di una tale strategia? Una possibile teoria deriva da alcuni cablaggi provenienti da Wikileaks. Già da alcuni anni, il governo statunitense rilasciava periodicamente indicazioni alle Ambasciate di Qatar, Francia, Turchia, oltre a paesi dell’area, per attuare una “moral suasion” nei confronti della Siria. Le pressioni avevano i seguenti obiettivi: bloccare il traffico di materiale nucleare da e verso l’Iran; indebolire il ruolo della Siria nel rifornimento di armi e uomini per il movimento terroristico antisionista Hezbollah; spezzare il solido asse politico tra Al Asad e Ahmadinejad, isolando l’Iran. Una strategia del genere darebbe la conferma del cambio tattico avvenuto tra l’Amministrazione Bush e quella Obama, che evidenzia il passaggio dagli interventi diretti a quelli sottotraccia, soprattutto avvalendosi di forze rivoluzionarie di appoggio sul campo. Un’ulteriore spiegazione riguarderebbe la sfera mediatica degli interventi militari: Iraq ed Afghanistan hanno evidenziato tutti i gravi errori di una politica estera muscolare. L’idea stessa di “portare la democrazia” con la forza è stata pesantemente criticata, sia sul fronte interno statunitense, sia dai paesi alleati, rischiando di minare la riuscita stessa delle operazioni. Riguardo ciò l’idea di organizzare movimenti rivoluzionari in loco sotto l’egida di legittime e giuste esigenze libertarie popolari pare non essere così fuori luogo.
Come per Egitto e Libia il problema resta lo stesso, il governo di domani sarà realmente democratico e migliorerà la vita della popolazione?
Speriamo sia così.
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 39 - marzo 2012
di A. da S.S.
Questo è il vostro ultimo anno di vita e vi potete toccare finchè volete, tanto ormai i Maya l'han detto e, come si dice sempre: "Detto, fatto…"
Partiamo dalla premessa; voi sarete certamente un pubblico di gente acculturata, che ha fatto le scuole, che legge di continuo libri e giornali, che guarda Piero Angela su Rai 1, Alberto Angela su Rai 3 e Cecchi Paone su Rai 2 (anzi no, l'Isola dei famosi lasciatela perdere...), che sa a memoria tutti i documentari sugli animali, tanto da riconoscere il verso del dugongo in calore e dell'aye-aye affamato.
Voi avrete logicamente letto tutto il vocabolario (dalla A alla Z) e saprete usare nella stessa frase le parole "scozzonatore", "biribissi" e "psicostasia"; voi avrete ovviamente viaggiato nel mondo, per fare esperienza diretta di tutte le civiltà, compresi i Boscimani "pelo a batuffolo" del Kalahari e i pigmei "tutta pancia" dell'equatore. Naturalmente parlerete tranquillamente una quindicina di lingue e saprete tradurmi simultaneamente la frase "Ass kilumba m'a fregggaa l'umbrella?" (è congolose e significa: "Vorrei 2 Kg di michette e un filoncino non troppo secco" ed è una frase talmente poco usata in quei posti, che nemmeno loro sanno cosa voglia dire).
Insomma, so che voi, mio pubblico di fedeli lettori, possedete tutte queste elementari preconoscenze, quindi, ora, dirò una cosa assolutamente ovvia, scontata, trita e ritrita, ma utile per quella marmaglia di gente un po' analfabeta, poco acculturata e babbea: Palagano è stato fondato dai Maya.
C'è scritto su tutti i libri di storia (e qui cito fedelmente): "Nel 615 a.C. un gruppo esplorativo di Maya partì dalla costa dell'Honduras con tre canoe, chiamate la Niña, la Pintas e la Tynas (vi ho fregato eh..). La spedizione era guidata dal capo tribù Bc'ssol, che conduceva la prima canoa. Il brillante ed intrepido condottiero, chiamato dai compaesani "Gran Toc", aveva deciso di mettersi per mare per risolvere uno dei più grandi misteri della civiltà Maya, che, sfortunatamente, non è ancora stato decifrato completamente, ma sembra riguardare un arcano modo per trasportare da una riva all'altra una pecora, un lupo e un cavolo, senza che niente vada perso o mangiato… Insomma, il gran capo salpò con una lupa, una pecora e un cavolo, ma, e qui il mistero si infittisce, dopo una sola ora di viaggio, di "Gran Toc" sparirono le tracce e la traversata venne portata a termine in modo rocambolesco da una canoa alla deriva, con sopra un lupo dalla ghigna piuttosto soddisfatta (che, secondo le leggende, sbarcò a Ostia, dove trovò due orfanelli, ma questa è tutta un'altra storia…).
Sulla terza imbarcazione c'erano: un maya, un azteco, un inca e un tedesco (non chiedetemi perché, ma un tedesco c'è sempre in questi casi...). Sfortunatamente non sappiamo come sia andata a finire, ma probabilmente era una storiella un sacco divertente.
Dopo un lungo periodo, quando, ormai, le speranze riguardanti la spedizione stavano scemando, ecco che la seconda canoa toccò riva in una terra ospitale: vegetazione rigogliosa, fauna ricchissima, succulenti caprioli che saltavan fuori come funghi, aria salubre anche se dall'odore un po' atipico, sorgenti d'acqua a bizzeffe e metalli preziosi in ogni dove… Insomma, consapevole di aver scoperto quel po po' di angolo di paradiso,il comandante della canoa decise di ribattezzare quella terra con il suo nome… ed il suo nome era Plaghan! Poi, per onorare la memoria del capo tribù scomparso prematuramente, gli attribuì una vicina regione montuosa, buia, arida e inospitale… nacque così anche Bc'ssol. Ancora oggi nessuno sa come Plaghan riuscì ad attraversare l'oceano, sbucando nel Dragone; fior fior di studiosi hanno indagato, non capendoci molto. La spiegazione più in voga rimane quella proposta da mio nonno: "Eh, non ci son più le correnti di una volta".
Ma perché vi sto ricordando le vostre origini Maya?
Semplicissimo, come saprete certamente i vostri antenati non furono solo i più grandi inventori incompresi della storia (ricordiamo, tra le tante creazioni inutili: la scrittura trasparente, l'insalata con il mais, i peli decorativi intorno all'ombelico, la prima macchina che andava a mentos e coca-cola, il game-boy senza pile, la pietra sbrisolona, le scarpe in alabastro e il cacciavite a cuoricino)... Ma sono stati anche i migliori astrologi-indovini della terra ed hanno, guarda caso, profetizzato che il 21 dicembre 2012 finirà il mondo. Allora, tutta sta menata, per dirvi che questo è il vostro ultimo anno di vita e vi potete toccare finchè volete, tanto ormai i Maya l'han detto e, come si dice sempre: "Detto, fatto…". So che tutti sapevate già questa profezia e so pure che fate finta di non crederci, ma, sotto sotto, ve la state facendo sotto sotto e, negli ultimi tempi, vi state comportando in modo alquanto strano: vi siete lasciati andare, avete fatto delle follie, avete pensato a tutto quello che dovevate fare prima del 21 dicembre.
Volete le prove? Va bene.
Prima di tutto, a maggio, avete eletto un nuovo sindaco; lì sì che vi siete sbilanciati, insomma, cambiare così, in modo improvviso, dopo soli 85 anni, vi sembra il modo? Non avete neanche dato alla macchina amministrativa il tempo di carburare, che già l'avete voluta cambiare? E poi, diciamocelo, avete scelto il nuovo sindaco solo perché, se vien la fine del mondo, vi sembra possa resistere un po' di più… superficiali!
E ai lavori pubblici? Dovevate decidere cosa fare a Casa Papa Giovanni, ne avete parlato, avete fatto progetti: volevate fare una struttura utile, utile per tutti, utile per il paese… Poi, appena saputo della profezia, ecco che le cose utili sarebbero finite ugualmente a dicembre, quindi, tanto valeva, fare qualcosa di divertente… E, infatti adesso, sotto casa, ho un team di costruttori che vogliono abbattere tutto, indecisi tra creare la più grande pista di micro-machines del mondo o tirar su un zigurrat (penso che si sia ormai deciso per questa seconda opzione).
Inoltre, sapendo che l'inverno 2011-'12 sarebbe stato l'ultimo, vi siete furbescamente sbarazzati dei mezzi per spalar la neve… " Un grande affare! Tanti soldi in più da spendere per il ziggurat!", così dicevate. E poi quest'anno ne son venuti tre metri e, mentre i palaganesi affogavano in un mare bianco, Alemanno puliva due centimetri di nevischio con le nostre ruspe e, ridendo, ci ha spedito un telegramma con scritto: "Vi ho purgato anche io".
In politica estera avete veramente osato; insomma, perché aspettare? Si doveva dar un senso al più lungo camminamento dell'Unione Europea e la soluzione è stata una vera illuminazione: doveva diventare un lungomare! Come? Semplice; bastava conquistare un accesso all'Adriatico, poi mettere un po' di sabbia dei Cinghi qua e là, lasciar arrivare lo iodio ed il gioco era fatto. Per tentare la conquista, il paese ha deciso di affidarsi ai migliori guerrieri, ai più seri, più valorosi, più abili, più tremendi mercenari della storia… Insomma, avete arruolato un manipolo di lanzichenecchi… o, meglio, di eredi dei lanzichenecchi! Peccato che, in breve tempo, Palagano sia stata invasa da un centinaio di tedeschi, che mangiavano e bevevano a scrocco, dimostrandosi parecchio abili solo nelle battaglie culinarie. Esasperati, state ora cercando un modo per sbarazzarvene, ma, o i palaganesi imparano a disporsi nella falange macedone, oppure dovranno chiamare i soldati Svizzeri, con la seria probabilità di finire in un circolo vizioso, sempre in mano a stranieri, fino all'arrivo di un nuovo Garibaldi.
So anche che molti di voi hanno pensato che, davanti all'ultimo anno, non si poteva più rimandare e bisognava lasciare tutto, vendere case e appartamenti a Palagano, fare un po' di soldi e andare via. Ma sì, via da questo paesuncolo sperduto, via dalla provincia rozza e arretrata, via dai negozietti fuori moda… Bisognava andare a vivere nelle grandi città, magari a New York, tra grandi magazzini, ristoranti aperti tutta la notte, cinema, teatri, stadi… oppure andare a stare al caldo, sulla costa del Brasile, tra ombrelloni, cocktail gelati, musica, gare di limbo e tutti quei mandolini...
Certo, certo, molti palaganesi volevano fare tutto ciò, hanno messo in vendita baracca e burattini, poi, però, si sono accorti che, a Palagano, la distanza maggiore non è tra il centro del paese e la grande città, ma è tra mettere in vendita una casa e venderla davvero. Così, improvvisamente, gli stessi che si eran immaginati tra la grande mela e un mojito, si ritrovano in mezzo al mercato a predicare alla folla: "Chissenefrega della crisi, a Palaghen si sta bene, io qua c'ho tutto quel che mi serve! La città è un incubo: con tutto quello smog, la confusione, i centri commerciali che annullano il rapporto con il cliente, la vita mondana che distrae dalla vita interiore… E il Brasile? Non lo baratterei neanche per Lama di Monchio. Ma sapete che criminalità c'è laggiù? E le malattie: ci son ancora la peste e la spagnola. Lasamà perder".
Solo la Chiesa ha cercato di esorcizzare tanta paura ed agitazione, scontrandosi, però, con una popolazione imbarbarita e da riconvertire completamente. Per arrivare alla gente e sfatare il mito dei Maya, la parrocchia le ha tentate tutte: ha moltiplicato le candele, le campane, i microfoni e le cappelle… ma niente da fare. Così, dalla centrale operativa, è arrivata la bolla papale "Nec hic, nec hoc" ("O la va o la spacca"), che ordinava un generale spostamento di preti nella Valle del Dragone, "senza un ordine preciso, solo per creare scompiglio e sperare in un miracolo. Che lo Spirito Santo sia con noi".
Alla fine della fiera, quelli che sembrano aver gestito meglio il periodo di terrore ed indecisione, sembrano essere stati quelli che hanno aperto bar e locali nuovi, che hanno puntato tutto sul: "non ci resta che bere"! E se un bar ogni 5 passi non bastasse, il calendario è stato stipato da feste e sagre… tanto che, visto che i prodotti tipici da celebrare sono ormai finiti, l'estate prossima sarete costretti a importarli, per vedere sui cartelloni pubblicitari: "La grande festa dell'abbacchio di Monchio", "La sagra della soppressata di Montemolino", "Viva i canederli di Boccassuolo", "La vera sugna palaganese"… Tanto, poi, per appropriarvene, basta aggiungerci una sigletta magica dopo il nome della pietanza, non specificando se DOP è usato come "Denominazione di Origine Protetta" o come "Diventato solo Ora Palaganese"…
Ma volete superare la paura e dimenticarvi della fine del mondo? Fin troppo facile: svegliatevi la mattina e accendete la radio, questa vi comunicherà che siete stati declassati a tradimento; ci rimarrete un attimo male, perché presi alla sprovvista, ma aprite il giornale e saprete di aver perso milioni di miliardi e almeno due o tre punti; non farete in tempo a dispiacervi per la vostra sbadataggine ed a elaborare il lutto, che la tv vi rimprovererà perché nessuno in Europa vi dà più fiducia. Dopo questo risveglio, vedrete che non saprete nemmeno più chi sono i Maya e, anche a voi, rimarrà in testa solo la frase di mio nonno: "Macchè 21 dicembre… se andiamo avanti così, chi ci vuol arrivare fino a dicembre?".
Se avete seguito alla lettera i miei consigli, ora non starete certamente più pensando alla profezia; vi sentite tristi lo stesso? Anzi, la situazione è peggiorata ancora? Maledizione, allora il caso è grave. Non saprei, io non sono un vero medico, ma forse ho finalmente capito: i Maya lo sapevano che il 2012 sarebbe stato un gran casino e con la profezia ci volevano spingere a vivere come mai avevamo fatto, per assaporare l'essenza, per scendere al midollo, per gustarci quegli attimi che abbiamo, alla faccia di tutto il resto. Insomma, vivete bene e, soprattutto, non dimenticate mai che siete e sarete sempre figli di Maya.
Brasile, Boa sorte palaganesi, boa sorte!
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 39 - marzo 2012
di Erminia Vezzelli
Incasellato fra il Natale e la Quaresima, il Carnevale arrivava in pieno inverno quando i lavori campestri erano sospesi. A Boccassuolo, il Carnevale si festeggiava alla grande
Anche il destino del Carnevale ha finito per essere riciclato dal consumismo! Si è cercato di esorcizzarlo persino da un punto di vista etimologico per cui il suo nome deriva da carni vale, “carne addio” o carnes levare, “togliere le carni”. Ma sarebbe stato assai difficile togliere la carne alle collettività rurali delle campagne e delle nostre montagne quando la mangiavano soltanto a Natale e a Pasqua! Pertanto si preferisce la versione di carni levamen, “sollievo alla carne”, ma più che di sregolatezza, come sinonimo di spensieratezza e di una preziosa occasione mondana, fatta di ingenua, ma autentica allegria!
Incasellato fra il Natale e la Quaresima, il Carnevale arrivava in pieno inverno quando i lavori campestri erano sospesi. A Boccassuolo, il Carnevale si festeggiava alla grande. Secondo l’usanza ogni casale preparava una “mascherata”. Tutta la gioventù si travestiva in dame e cavalieri, mediante costumi bellissimi conservati gelosamente da ogni famiglia. Si indossavano giacche militari rifinite di lustrini e ricamate a mano dalle donne di casa. Si utilizzavano anche elementi tipici del "Maggio" quindi elmi splendenti di ogni foggia e durlindane luccicanti che facevano andare in visibilio tutti i bambini! Era una gara nell’esibire i costumi migliori! Uno dei gruppi che primeggiava era quello dal Lamarin con bellissime ragazze, baldi giovanotti e costumi splendidi. Sull’imbrunire iniziava il giro per le case del paese. Come era consuetudine, guidavano le “mascherate”: una persona “autorevole”, i suonatori di fisarmonica, Vittorio ed Dulind e Iusuin d'la Casina, e il Buffone, che non poteva mancare e che ne combinava di tutti colori! I padroni di casa felicissimi di ospitare le maschere, cercavano di fare spazio spostando i mobili. Si concedevano tre balli, il primo per le maschere, gli altri due coi padroni di casa. Le danze erano ancora più gratificanti se presenziavano ragazze da marito che incuriosite cercavano di scoprire chi si celava sotto le maschere e i travestimenti. I suonatori intonavano polke, mazurke, e valzer indiavolati. All’occorrenza c’era il ballo dei “vecchi” con la frulana o le manfrine. I bambini cercavano di “intrufolarsi”, ma per lo spazio ridotto, la maggior parte del codazzo rimaneva fuori. Anch’essi, a volte, si mascheravano con gli abiti tessuti al telaio dei familiari e con mascherine improvvisate di stoffe colorate. Peregrinando di casa in casa, erano giulivi nel ricevere frutta secca e dolciumi. Il paese, fra il divertimento generale, rimaneva animato fin verso mezzanotte e non di rado la nottata finiva con una festicciola da ballo in una qualche casa ospitale. In questo modo, per tutta la durata del Carnevale, una speciale “banda” di festaioli si spostava compatta da una casa all’altra per danzare in allegria. Al sopraggiungere poi dell’ultimo giorno di carnevale, tutto il paese si radunava in un’aia, quella dei Casolari, una delle più grandi e ben tenute, per assistere alla tenzone tra il Carnevale e l’imminente Quaresima. L’uno grosso, grasso, con un viso paonazzo, rappresentava la ricchezza e l’abbondanza, l’altra lunga e magra rappresentante la miseria, il digiuno, la privazione. Il fantoccio della Quaresima era veramente fantasmagorico. Rivestito con una lunga camicia da notte bianca, veniva issato su una lunga pertica mentre dalle mani penzolavano una cipolla, una saracca o un baccalà. A rappresentare la Quaresima era Mario ed Ca' ed Gianarin della famigerata classe ’99! Si formava quindi un corteo con in testa il Buffone, fra cui Dulfun da Ca' ed Tugnun, figura mitica che infondeva allegria facendone di cotte e di crude! Il Carnevale iniziava a scappare: aveva paura della Miseria, della Quaresima, la quale a sua volta lo rincorreva per rubargli la ricchezza. In questo modo fra urla e sghignazzi percorrevano tutto il paese ricevendo da bere e da mangiare in abbondanza. A giro ultimato si ritornava sull’aia per assistere a scenette divertenti, a frizzi, a burle, a sberleffi e scherzi alla gente divertita. Uno dei figuranti più spiritosi, era senz’altro Giuvannin ed Carella, il Bertoldo del paese, mentre il re per le stornellate e le quartine del maggio, era Terzo da Lamma.
Alla fine i nostri due personaggi spariscono dalla scena: il Carnevale bruciacchiato da un falò di foglie e paglia, ma anche la Quaresima scompare, perché, non essendo riuscita a raggiungerlo, si defilava tristemente mogia mogia. I nostri genitori, da buon temponi quali erano, non si arrendevano ancora, anzi a questo punto iniziava la parte più movimentata della giornata. Avveniva cioè una vera e propria “caccia all’uomo". I giovani “mascherati” inseguivano tutti quelli che non lo erano, rincorrendoli ovunque, vicino e lontano e fin dentro le case, tanto che spesso si vedeva qualcuno saltare dalla finestra per sfuggire all’inseguitore! Una volta raggiunto, si notificava il nome del malcapitato con la consumazione in vino o liquore che era disposto a pagare all’osteria. La sera, gran veglione di Carnevale a Ca’ ed Mingucc dove confluivano in massa anche dalle borgate vicine. Le ragazze, pur con le mani rovinate dai geloni, preparavano e portavano ogni ben di Dio: torte, crostate, crescenta fritta, frittelle e salsicce, mentre spettava agli uomini pagare il vino. Essendo l’ultimo giorno di Carnevale si festeggiava con gran mangiate e gran bevute!
Ma a mezzanotte in punto, nel bel mezzo dell’allegria generale, Minghin, il bisnonno dla Carla ed Finanza, suonava la campana grossa che annunziava la fine inesorabile del Carnevale e, in quel preciso istante come per incanto, tutto finiva, tutto svaniva e da quel momento iniziava la Quaresima, tempo di privazione e di digiuno. Ma una volta, specie in montagna, la penitenza durava tutto l’anno: carne solo un po’ di maiale, vitello e manzo erano sconosciuti, galline una a Natale e a Pasqua; troppo preziose erano le uova che, usate con parsimonia, servivano per comprare sale, zucchero e fiammiferi. Per cui: “Carnevale e Quaresima è sempre la medesima!”. Sull’altra sponda della Vallata del Dragone, si festeggiava il Carnevale in modo pantagruelico: a Vitriola c’era l’usanza della “Crepa” che durava tre giorni da giovedì grasso; a Frassinoro e nelle frazioni si chiamava “Creparia”: per due mesi si tenevano tornei di briscolate. Il giovedì grasso veniva incoronato re del paese chi aveva perso di più e si festeggiava fino al mattino con canti, balli, e soprattutto pranzi durante i quali i partecipanti si sfidavano a chi mangiava e beveva fino a “crepapelle”! Nel comprensorio di Montefiorino, specialmente a Farneta, gli abitanti, morigerati e sofisticati, festeggiavano il Carnevale con maschere lignee, richiamanti arcaici rituali magico-propiziatori, scolpite su castagno e pioppo, raffiguranti il Marito, la Moglie, la Quaresima, Sandrone, Pulonia, il Maialino e il Diavolo. Quest'ultima era la maschera preferita ed indossata dallo stesso suo creatore: Ultimio Fantini, un vero artista del legno e grande animatore delle carnevalate che culminavano dal giovedì al martedì grasso.
Chissà se lo spread, il welfare e il PIL del 2012 ci porteranno a riesumare le antiche tradizioni del Carnevale. Si tratterebbe di far rivivere con la legittimazione temporanea la trasgressione collettiva...
Saluti carnevaleschi a tutti.
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Pubbnlicato su la Luna nuova - Numero 38 - Ottobre 2011
Redazionale
Con la sentenza del 6 luglio 2011 si è fatta la storia. Di sicuro non si è fatta giustizia.
Il processo per la strage di Monchio, Costrignano, Susano e Savoniero ha contribuito, infatti, a scrivere un’importante pagina di storia. Rimane però difficile comprendere il concetto di giustizia a distanza di più di sessant’anni, con imputati ultranovantenni.
Nessuno si sogna di dire che questo processo sia stato inutile, anzi. Dare un nome e un volto ai boia che hanno trucidato civili inermi ha permesso di chiudere i conti con un passato doloroso. Sorgono tuttavia spontanee alcune considerazioni.
Perché tutto questo è accaduto così tardi?
La nostra è stata una strage particolarmente dimenticata. Forse perché non è stata una strage di parte: è stata infatti passata per le armi la povera gente senza una bandiera di nessun tipo; a riprova di questo non è stata risparmiata nemmeno una persona che si è identificata ai suoi assassini con la tessera del partito fascista. Per gli uni e per gli altri non era possibile dare un colore a quei morti secondo il cinico rituale della politica.
E allora che cosa rimaneva se non sviluppare la solidarietà tra le persone?
Se sono comprensibili le motivazioni che hanno portato ad un’amnistia di fatto, determinante per ottenere la rappacificazione e scongiurare il pericolo di conflitti civili, non si comprende l'oblio in cui è stata mantenuta questa vicenda nella comunità in cui è avvenuta.
Ciò ha impedito la condivisione di una così tragica esperienza con gli altri abitanti del comune.
Non si e potuto così sviluppare un solido e diffuso sentimento di solidarietà, di condivisione del dolore, di sostegno che forse avrebbe potuto aiutare i superstiti ad affrontare meglio gli eventi oltre a far crescere una comunità che, pur piccola, invece si è dimostrata frammentata, chiusa in se stessa.
Certo è facile giudicare a posteriori, ma, a sentire alcuni superstiti, ancora rimane un po' di amaro in bocca. Ciò nonostante e pur nei suoi limiti, il processo di Verona rimane l’atto che più di tutti ha contribuito a lenire l'amarezza per questa lunga e triste vicenda.
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 38 - Ottobre 2011
curato da Davide Bettuzzi
Dopo 67 anni dai fatti tragici che segnarono per sempre Monchio, Susano, Savoniero e Costrignano si conclude il processo avviato nel 2005. Ergastolo per sette dei nove ex nazisti imputati. è la sentenza emessa dal Tribunale militare di Verona al termine del processo per le stragi di civili a Monchio, Costrignano, Susano e Cervarolo, nel reggiano, del 1944. La massima pena è stata inflitta per le gravissime colpe sia nell’ideazione che nell’esecuzione di una carneficina voluta per ritorsione, un caso di rappresaglia efferato e persino inutile nella logica militare.
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Pubblicato su la Luna nuova - Numero 38 - Ottobre 2011
Articolo di Francesco dignatici con la collaboraztione di Albicini Andrea
I giovincelli cominciano ad osservare i “colleghi” un po’ meno giovincelli che suonano già da qualche annetto… e qualcuno decide di formare un gruppo rock di giovincelli che, da lì a qualche anno, diventerà il riferimento per tutti quelli ancora più giovincelli di loro… e forse non solo. Ecco come si tramanda la Palaganeide Voglia di Suonare...
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