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Post n°532 pubblicato il 18 Dicembre 2009 da quotidiana_mente
 





Ieri sera c’è stata la tanto famigerata cena aziendale, quella che impegna i miei neuroni alla ricerca della scusa perfetta. Quest’anno la mia materia grigia (fusa da mesi) non ha avuto bisogno di riflettere, ha pensato che la soluzione migliore era partecipare alla cena poiché l’anno prima non c’ero stata. Ma soprattutto il ristorante era così vicino a casa che non andarci mi sembrava una cattiveria gratuita e poi, avendolo già collaudato, almeno andavo sul sicuro in quanto a cena.

Sabato scorso in compagnia dell’allegra combriccola, ho esternato che avrei avuto bisogno di qualcosa da mettere per la famigerata cena aziendale. Una gentile signora che sospetto prendere commissioni sugli acquisti fatti dall’allegra combriccola, ha iniziato a mostrarmi quanto di meglio c’era in quel momento. Avrei detto, afferma un’altra gentile signora, che andava bene tutto purché “nero brillante”. Non metto in dubbio di aver fatto una simile affermazione, però non capisco il perché di tanto stupore. C’è il nero smunto, c’è il nero brillante e c’è anche il nero neutro. Almeno per me è così.

Mi convincono a provare l’indumento individuato e tutte sostengono che il capo in questione sembra designato (e cucito) proprio per me, che mi sta davvero bene, che è una meraviglia e così via. Non ero proprio convinta, ma mi sono lasciata convincere. Già nel viaggio di ritorno ho pensato che era un acquisto incauto, che mai e poi mai avrei indossato un capo simile.

Arrivata a casa, ho fatto un paio di prove e… sì, in effetti, non mi stava male, ma…

La cena aziendale, come sempre, arriva troppo presto. Durante la giornata non ho minimamente pensato a cosa indossare la sera. Arrivata a casa, dopo otto ore di sudore e fatica (adoro, come sempre, esagerare), ho preso la scala, ho tirato fuori dalla sua fodera un vestito indossato anni prima per la solita cena aziendale, ho cercato un paio di calze, ho tirato dalla sua scatola un paio di scarpe e ho deciso che poteva bastare.

A casa, ho fatto dieci minuti di camminata forzata per riprendere contatto con la realtà dei tacchi. Ho riflettuto e mi sono accorta che, ormai, da anni indosso solo scarpe, scarponcini, stivali ma sempre con il tacco raso terra. Ho anche provato a truccarmi, davanti allo specchio ho messo del rimmel che ho dovuto subito togliere e riprovare a mettere, ho persino osato il rossetto. Il risultato, in fondo, secondo me, non era male, insomma, non mi sentivo così ridicola.

Il dramma è stato camminare con i tacchi sui sampietrini. Mi sono chiesta come si fa a camminare in modo lesto. Mi era venuta voglia di tornare a casa, indossare scarpe “normali”, mettere quelle con il tacco in borsa per calzarle solo all’ingresso del ristorante. Ero anche tentata di indossare una tuta sopra alle calze perché il freddo era, ieri sera, pungente, ma poi la mia pigrizia ha avuto il sopravvento e non ho fatto nulla di tutto questo.

Questa mattina il Gran Capo si è complimentato per la mia eleganza e per il trucco che metteva in risalto i miei occhi. Ero convinta che nessuno ma proprio nessuno si fosse accorto del trucco sul viso… infatti, il rossetto è passato inosservato. Mondo ingrato!

La cena è stata senza infamia e senza lode e l’anno prossimo passerò la mano, perché nonostante la simpatia dei colleghi, dei partner al progetto che abbiamo in comune e agli ospiti dell’amministrazione per la quale stiamo lavorando, ho pensato che mangiare con una compagnia non scelta non rientra tra le mie priorità. Poi un anno sì e l’altro no: l’anno prossimo non mi servirà una scusa.

Ora ho in armadio un indumento degno di una serata di gran galà e chissà se mai sarà indossato da me. Potrei riciclarlo regalandolo a mia madre, ma la sua reazione mi spaventa.

 

 

 

 

 

 







 
 
 
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