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Creato da fonderiaromana il 23/03/2005

laserman

Laser, tastiere, porketta, fonderia e....impressioni

 

 

I tempi delle decisioni

Post n°124 pubblicato il 05 Novembre 2011 da fonderiaromana

Dopo 3 anni e mezzo nella swinging London...la societa' ha deciso:

basta fare finta di essere italiani che stanno all'estero pro tempore.....mo RESTATECE.
Di questi tempi italioti ed europeici, una notizia del genere andrebbe accolta con euforia e tappi di champagne che volano.
E in effetti nel momento della decisione, quando ho preso il mio solito foglio bianco diviso in 2 con "pro tornare in Italia" da un lato e "pro restare a Londra" dall'altro, la bilancia pendeva "razionalmente" dal lato britannico.

Tolti gli affetti e gli amici, che non e' poco, e qualche favoloso rituale romano (tipo le radio sportive e i loro personaggi favolosi (a cui dedichero' uno dei prossimi post) tutto il resto mi sembrava un enorme passo indietro...un enorme ritorno a condizioni inaccettabili.

La frase chiave delle consultazioni telefoniche con gli amici piu' stretti e' stata "ma che te ne torni affa' in Italia?? A sentirti alle 20 il tg di Minzolini che ti racconta del castoro nano della papuasia mentre il paese va a rotoli" 

E allora anche io ora sono uno di quelli che puo' finalmente intervenire nei dibattiti sui quotidiani che raccontano le storie degli emigrati che hanno lasciato l'Italia alla ricerca di poche semplici giustizie quotidiane, di semplici dinamiche organizzate, di democrazia e giustizia.
Anche io sono uno di quelli che ha deciso di troncare con la rassegnazione che la vita di tutti i giorni sia solo quella che ci propongono in Italia, che noi siamo cosi' simpatici e solari e va bene cosi'....non possiamo diventare svizzeri...non ce lo abbiamo nel DNA di fare le cose precise....pero' siamo simpatici e solari.

Sono uno di quelli....e nonostante tutto non e' stato e non e' facile.
Si perche' da alcune parti ho anche letto che e' facile andarsene, che e' piu' difficile restare e cercare di cambiare dall'interno.
Invece non lo e'....perche' sei lontano e di allontani dai luoghi e dalle persone che ami ed hai amato per anni, perche' sei fuori dalle dinamiche familiari e dalle feste comandate, perche' aspetti le visite dei tuoi cari, con le valigie piene di prodotti italiani e foto e racconti di quando "non ci sei stato".
E poi perche' si diventa tanto italiani qui fuori...si incontrano persone come te, incazzate come te, si cerca di informarsi tramite le televisioni locali piu' indipendenti e trasparenti, si cerca l'Italia nelle piccole cose, ci si arrabbia ulteriormente perche' si vede il potenziale e la ricchezza devastate dal menefreghismo e dagli interessi personali....

ma non voglio dilungarmi perche' sono stufo di lamentarmi e di scrivere cio' che e' stato scritto da molti...io nel frattempo ho scelto di restare, a breve mi licenziero' dal mio lavoro italiano, anzi, mi licenziero' dall'Italia e mi faro' assumere dalla Gran Bretagna.

d'altronde il foglio a destra era pieno di righe

 
 
 

FATTI VIETNAMITI VOL.1

Post n°123 pubblicato il 06 Giugno 2011 da fonderiaromana

 

PRIMI GIORNI: il volo lungo...

 

Sono nervoso. E' tanto che non faccio un volo lungo. Ripenso ai ripetuti viaggi in Cina e mi chiedo come facessia sopportare quei voli da solo. Ho paura di non dormire, di innervosirmi, ho paura che il sangue circoli male e che le turbolenze mi inquietino.
Lo zaino e' carico stile inter-rail dei tempi migliori, ma allegerito dall'esperienza dell'eta': e' pieno dello stretto necessario....o almeno credo.

L'aereo della Thai air e' un tripudio di colori e inchini, di donne tailandesi con i capelli raccolti, di profumi orientali, di pezze bagnate....
certo...manca l'essenziale....manca uno schermo.

I miei buoni propositi di superare lo scoglio delle 11 ore, arricchendo la mia cultura cinematografica, naufragano sulla plastica grigia del tavolino reclinabile del sedile di fronte a me.
Mi attacco al rescue remedy dopo una cena leggera e speziata e al vino rosso delle bottiglie in miniatura e comincio le mie usuali contorsioni alla ricerca della posizione perfetta: niente trombosi, niente colpo della strega, niente dolori cervicali, niente calci al sosia di Clint Eastwood che mi siede accanto e che taciturno e rugoso con la testa abbassata verso il petto, retta da un collo che sembra spezzarsi, gia' dorme serenamente

All'altezza dell'Afghanistan comincio a sonnecchiare....fino alla colazione e un timido sole che spunta tra gli oblo che si aprono ai lati e mi annunciano che bangkok e' vicina.

Lo scalo serve solo a farmi riprendere contatto con le gambe...con la terra...e via verso Hanoi.

solo 1h di volo...di quelle che passi tra le pagine di un libro...o tra gli schermi pieni di film di cui questo inutile aereo e' pieno....

ma non era meglio il contrario???

Grazie Thai Air

 
 
 

TEMPORANEITA'

Post n°122 pubblicato il 02 Dicembre 2010 da fonderiaromana

Qui a Londra nevica.

Dicevano che non nevicava mai...pero' e' il terzo anno che sono qui ed e' il terzo anno che nevica.

E la neve cambia sempre un po' le prospettive, specialmente se sei di Roma e la neve non l'hai vista mai, ma l'hai quasi sentita solo raccontare.

La neve cambia un po' le prospettive, cambia i contorni, le case, pero' ti fa sentire piu' estraneo, se non ci sei abituato.

Allora ricominci. Ricominci a fare confronti e valutazioni, mentre cammini sui marciapiedi salati e imbiancati.
Pensi all'anno prima quando nevicava, pensi a dove ti trovavi, pensi alle foto, alla sensazione della neve sulle mani. Poi pensi al prossimo anno alla prossima nevicata.
E pensi a dove sarai....

Eccola la chiave di tutto, la temporaneita....ecco cosa mi manca ancora: le radici.

Si perche' dopo 2 anni e mezzo ancora tutto mi sembra un viaggio, ancora ogni nevicata con la Battersea Power Station di sfondo mi sembra l'ultima.
Mi sento un po' un espatriato ad interim.

Eppure qui si parla di "localizzarci" , di diventare lavoratori inglesi.

Ma io NOUUUU, ancora non lo so dire!!! e le battute inglesi ancora non le capisco, ne tantomeno riesco a farle!!!

E poi....E poi non riesco a comprarmi oggetti, mobili, cornici perche' "sai che palle rimettere tutto in valigia", perche' sai quanti viaggi e quanti bagagli spediti per riportare tutto indietro.

E poi...E poi i quadri non li appendo perche' tanto tra poco devo toglierli

Si la chiave e' tutta li', non ho messo le radici, ancora no.

Ma come si fa ad andarsene a 30 anni e a RImettere le radici???

E' tutto un confronto con la tua vita precedente, la tua testa non e' piu' un foglio bianco e' piena di riferimenti, come se la tua vita fosse quella vissuta fino alla partenza e questa fosse solo un confronto nell'attesa di ritornare indietro.

 

la chiave e' tutta li' nella neve e in quel mio passo fermo e deciso....

la chiave e' tutta li'...mentre guardo casa da fuori....entro....e appendo una foto...

 

P.S. Questa sera ho rivisto I SOLITI IGNOTI....mi sono messo sotto il balcone del San Giovanni....ho raccolto una idea straordinaria da un corpo stanco che volava giu'...e me la sono riportato via con me...

 
 
 

DUBBI

Post n°121 pubblicato il 02 Novembre 2010 da fonderiaromana

Vorrei cercarti nel dubbio

In quel momento di incertezza,

quando le parole si bloccano.

Vorrei cercarti nell’indecisione

e trovarti li’

o forse non trovarti.

Vorrei cercarti in quella ruga sulla fronte

che ti viene

mentre pensi cosa dire.

Vorrei cercarti tra i tuoi occhi

fissi verso il vuoto

mentre pensi a qualcosa e non lo dici.

Vorrei trovarti in un pensiero

ma un pensiero strano,

senza senso, inconcluso.

Vorrei assaggiare il tuo dissenso

sentire come e’ amaro e pungente.

Vorrei capire cosa pensi,

anche quando non lo pensi.

Vorrei cercarti dentro un sogno

di quelli opachi e sbiaditi…in bianco e nero.

Vorrei vivere un tuo progetto,

di quelli che smonti,

di quelli che non sono chiari.

Vorrei gridarti qualcosa

cosi per scuoterti,

ma vorrei farlo sussurandotelo nell’orecchio.

Vorrei cercarti nell’insicurezza

e guardare il futuro,

senza capirlo, anzi quasi senza vederlo…

provando solo a immaginarlo.

Vorrei aggrapparmi a un tuo sorriso,

scendere giu’ dagli angoli della bocca,

fino alla radice del tuo collo.

Vorrei trovarti in una domanda

mal posta e possibilmente senza risposta.

Vorrei vederti in un bicchiere,

mezzo pieno e mezzo vuoto…

Vorrei sceglierti tra le altre,

pero’ farlo timidamente, da lontano.

Vorrei vederti e non sapere

E continuare a non saperlo…

E continuare ancora…

 
 
 

INGLESITUDINI

Post n°120 pubblicato il 23 Maggio 2010 da fonderiaromana

Sono quasi 2 anni che sono qui. Che mi sveglio in mezzo ai  “Gekko” della City. Ormai li conosco. Ormai dico cheers, invece di thank you. Li guardo dall’alto, dal secondo piano dei loro pullman rossi, i “double deck” e li osservo e li confronto.

Poi ci lavoro anche insieme, ci gioco a calcio, ci vado in palestra e al cinema, ci mangio assieme la domenica.
Con alcuni ci suono, ci bevo una birra, altri, invece, li incontro per strada, casualmente o li guardo dall’alto e si vede bene quanto siamo diversi, si vede bene dal secondo piano.

Alcuni li vedo dentro le loro case, quelle ai primi  piani, con le finestre a semiesagono, le case con le porte di legno colorate, li vedo che non si nascondono dietro tende o persiane, perche’ qui, tanto, nessuno ci guarda...... dentro

Di altri vedo le case, ci entro, per una cena o una festa, vedo case italiane e case straniere, case moderne e case antiche, case piene di moquette, con lavandini miserrimi e finestre impossibili.

Con alcuni ci gioco anche a pallone e dico “unlucky” quando fanno un tiro che fa cacare o lisciano completamente il pallone, perche’, ormai, un po’ di inglese ce l’ho dentro, anche negli atteggiamenti.

 

Sono straordinari, per certi aspetti sono davvero incredibili: questa citta’ e’ un orologio perfetto, incastri di metro e treni, di bus e taxi. Qui non aspetti mai, qui non ti perdi mai, e’ tutto leggibile e intellegibile, e’ tutto lontano e raggiungibile. Puoi usare la bici dovunque, fare car sharing, puoi attraversare sulle strisce senza morire. L’ho vista in crisi solo 2 volte in 2 anni cioe’ pari alle volte che ho visto Roma funzionare in 29 ( e forse era il 13 Agosto in entrambe le occasioni) ed e’ stato quando ha fatto la piu' intensa nevicata degli ultimi trent'anni di storia inglese. Si, sono straordinari nell’ordinario e pessimi nello straordinario. Ma perche’ vivono una vita di procedure, in cui ognuno applica il suo comma, la sua riga e tutto gira…ma, quando salta un meccanismo, si sentono persi.

Noi ci campiamo nel caos e nello straordinario ci sguazziamo alla perfezione e magari abbiamo anche tanta fantasia. A lavorare insieme si scontrano 2 mondi lontani e diversi che a volte convivono alla perfezione, a volte sono una bomba atomica: qui e’ tutto procedurizzato all’estremo, per dirsi una cosa a 2 tavoli di distanza si manda una mail, se non sollecitati difficilmente si fa piu’ del dovuto, pero’ si, alla fine grande produttività,  tutto scorre senza intoppi.

D’altronde 11 milioni di persone, di etnie, culture e religioni diverse, come potrebbero non esplodere senza essere inserite in un ingranaggio perfetto??

Certo poi si vedono situazioni paradossali: basta entrare in una palestra o in una piscina….ma come??? le procedure, il meccanismo perfetto e poi tutti senza ciabatte, senza cuffia, entrando senza fare la doccia????
Eh si perche’ l’igiene forse non fa parte di quelle regole scritte non scritte che governano la quotidianita’ sociale e lavorativa; non e’ scritto da nessuna parte che in una borsa magari e’ il caso di separare le scarpe, invece di metterle insieme agli altri panni puliti o che mangiare nella metro non e’ proprio il massimo della pulizia.

Si noi forse saremo maniaci, noi che i nostri figli li teniamo sempre sollevati, con le mani pulite e sempre cambiati, che non li facciamo sporcare con la terra, che non li facciamo andare in giro mai scalzi, nemmeno sull’erba, pero’ insomma due o tre calcetti all’epatite, magari senza esagerare e’ il caso di darli.

Anche sul cibo e sui pranzi, e’ uno scontro tra titani, noi italiani con la nostra ossessione per i pranzi luculliani, infiniti ed eccessivi, che mentre mangiamo parliamo di altro cibo, di altri ristoranti, noi con il nostro prosciuttino tagliato fino fino, con il nostro caffe’ macchiato freddo in tazza grande….noi contro di loro e il loro sandwich volante mentre si “commuta” da un posto ad un altro, loro che mangiano di fronte al computer o si aprono il contenitore sotto la metro, loro con patatine giorno e sera, non importa dove e non importa quando e non importa come.

Per non parlare delle loro reazioni, sempre moderate al limite del fastidioso: una cosa non e’ mai brutta, e’ interessante, un tiro non fa mai schifo e’ sfortunato, un piatto non e’ mai disgustoso e’ al massimo fantasioso…

Pero’ sono dettagli che noi italiani con la nostra spocchia e la nostra simpatia e adattibilita’ ci divertiamo ad osservare e a sottolineare….perche’ alla fine della fiera, ci battono 10-0 e non hanno nulla da mostrare. Ma hanno un rispetto per la “cosa pubblica” un attenzione per la citta’ pari a quella che avrebbe il nostro capo della protezione civile per la scelta delle mignotte o pari a quella di qualche prete verso dei giovincelli..

Attenti a non sporcare, attenti a non dare fastidio, attenti a lasciar spazio se c'e'....

Perche’ per carita’ ci sara’ la criminalita’, ci sara’ l’alcolismo…pero’ un divieto e’ un divieto, una coda e’ una coda, un attraversamento pedonale e’ un attraversamento pedonale, un secchio serve a raccogliere la spazzatura e a differenziarla…

Si dice che noi abbiamo la storia e la cultura, abbiamo l’arte e il cibo e il turismo…si si dice…pero’ potremmo cominciare a dire che l’avevamo…e non l’abbiamo piu’…fatevi un giro a Roma…la mia citta’, la citta’ che amo la citta’ piu’ bella del mondo….

 

 
 
 

COMMESSO VIAGGIATORE: la grande mela

Post n°119 pubblicato il 28 Novembre 2009 da fonderiaromana
 

Partiamo da questo semplice assunto: non sono bravo a viaggiare. Viaggiare e’ un’arte e come tale annovera dei fuoriclasse o dei geni…. ecco, io non sono tra quelli.
Per la prima volta nella mia vita sto prendendo un volo in business class, da Londra a New York, e si vede che non sono bravo a viaggiare.

L’individuo che mi sta seduto accanto mi ha riconosciuto subito, lo sa dal primo momento che mi ha visto che io sono un infiltrato, che sono scampato all’economy camuffandomi da viaggiatore di affari , solo per un errore dell’ufficio che ci prenota i viaggi.
Mi guarda beffardo, come si guardano i giocatori della primavera durante le amichevoli di calcio

Si vede….

Il viaggiatore d’affari serio e’ un fuoriclasse, e’ un genio del viaggio, un’artista dell’oggetto utile, io ho ancora brandelli di interrail sul vestito, pezzetti di autostop tra le mani, incrostazioni di camping tra i denti.

Il commesso viaggiatore ha dei trolley fantastici, compatti, lucenti, maneggevoli e riesce a metterci tutto in quelle minuscole valigie, che siano 10 giorni o mezza giornata, quella e’ la valigia, sempre la stessa, solida e minuta, io, dal canto mio, ormai si sa,sono affettivamente legato ad una samsonite rigida (color rosso vistoso), che degli amici di famiglia mi hanno regalato per la laurea, con la quale ho girato il mondo (Cina, Iran, Russia) e non mi ha mai tradito, ma insomma per quanto solida e di marca,  e’ maneggevole quanto una Fiat Ritmo e ha il sistema di rotelle peggio congegnato nella storia delle semovenze.
Tra qualche anno sara’ probabilmente esposta al MOMA e sara’ contornata di giapponesi che la fotograferanno avidi di preistoria.
Nel tragitto casa-check in posso arrivare a far sanguinare le mie caviglie oltre che riuscire pompare i miei bicipiti come un culturista.

Tra l’altro la praticita’ di questo amabile valigione va ad inficiare la mia freschezza all’arrivo in aeroporto.
Mentre il commesso viaggiatore profuma ancora di dopobarba e si e’ appena tolto l’asciugamano dalla vita, io sono sudato come uno schermidore alla finale olimpica.

Che poi questa Samsonite mi pare enorme a vederla, ma alla resa dei conti riesco sempre a riempirla con pochissimo. Ve lo posso assicurare, non mi sono portato tante cose….me lo sono detto diverse volte “e’ solo una settimana", basta un completo un paio di scarpe ed una buona dose di camicie…e invece sembra traboccare indumenti.

Il viaggiatore serio e’ rapido, preciso, completamente a suo agio, orientato, plastico, torcente, consapevole: arriva il minuto giusto, con il vestiario adeguato alla meta di arrivo, il suo portatile e’ sempre minuscolo, caricato a pallettoni (musica, film, mirabolanti presentazioni aziendali in Power Point), cuscini gonfiabili, maschere facciali, tappi per le orecchie, libri slim.

Io non ce la faccio, o forse non conosco la business class a menadito come il viaggiatore serio e mi presento con 2 ore di anticipo, con il mio macigno da imbarcare e una valigetta da viaggio che e’ altrettanto complicata. Che sia uno zaino o una borsa elegante e’ sempre scomoda, complicata, arrovogliata: florilegio di cavi , fogliacci e combinazioni.
Quando arrivo al controllo con il metal detector sembra tutto cosi’ complicato, mi districo tra cinte monete, passaporti, carte di imbarco, schedine del totocalcio, scontrini ingialliti, ho 25 strati, scarpe magnetiche, residui di kalashnikov.
E per quanto arrivi in anticipo,  il viaggiatore di esperienza mi passa accanto roteando minitrolley ultra light roboanti portadocumenti e borse con computer strette e sottili. Si muove come un giocoliere, volteggia come un ballerino, muove 2 dita ed e’ nudo di ogni oggetto che possa minimamente solleticare il controllo. Cosi’, mentre io mi riallaccio la cintura, faccio cadere la giacca, mi perdo gli spicci, lui e’ gia’ a caccia della lounge.

Mi ha superato.

Esatto la lounge… Fino all’ultimo viaggio negli stati uniti, la lounge, per me, era quel tipo di musica che mettono al Buddha bar o al baretto di paese sotto casa la domenica dopo le partie e dopo 90esimo minuto, invece, nel mio primo viaggio transatlantico, ho scoperto che la lounge e’ una saletta riservata ai clienti che volano in business nascosta tra i negozi duty free.

Invece l’uomo d’affari domina la lounge come fosse il salone di casa sua, sa dove appendere gli abiti, collega il suo portatile ultrasottile, sa dove trovare i giornali, mentre sorseggia un bloody mary, sa che lo chiameranno all’ultimo minuto possibile, da un altoparlante internazionale, mentre io ansioso sono ai blocchi di partenza in attesa che sparino con la pistola per gli ultimi 100m

 

Conosce l’aereo a menadito, potrebbe quasi guidarlo, mentre io giro con la cartina del posto a sedere, e comincio a capire come funzioni quel telecomandino che regola nell’ordine: schienale, televisione, arrivo del cibo e mi permette di votare in parlamento.

Poi tiro fuori il mio LAPTOP….e non c’e’ PARTITA.

Ma a me pareva tanto bello al negozio e ti diro’, mi sembrava anche piccolo, poi lo confronto con quello del mio vicino (si esatto come si faceva negli spogliatoi del calcetto da piccoli) e il mio laptop si imbarazza, si sente un 486 al quartier generale della NASA.

 

C’e’ una bella luce da qui sopra…mentre sorvolo l’atlantico, per la prima volta e mentre penso che non diventero’ mai cosi’ flessuoso e agile, ma restero’ cosi’ un po’ bambino a cercare di capire come fanno questi siluri, pesanti e massicci ad alzarsi in volo ad emozionarmi col mio libro di carta e pagine e poi, comunque, lo dico anche al mio PC: viaggiando si impara

 
 
 

BERLUSCONI 2.....

Post n°118 pubblicato il 23 Luglio 2009 da fonderiaromana

I "consigli" di Silvio

PD: Un giovane sarebbe già arrivato in un secondo. Sai, cioè, sarebbe arrivato...I giovani hanno un sacco di pressioni...
SB: Però se posso permettermi (...) il guaio secondo me è di famiglia
PD: Quale?
SB: Avere l'orgasmo
PD: Sai da quanto tempo non faccio sesso da come ho fatto con te stanotte? Da molti mesi, da quando ho lasciato il mio uomo...E' normale?
SB: Mi posso permettere? Tu devi fare sesso da sola...Devi toccarti con una certa frequenza

 

 
 
 

BERLUSCONI "Non sono un SANTO"

Post n°117 pubblicato il 22 Luglio 2009 da fonderiaromana

"che c'ho a faccia da santo????? c'ho a faccia da santo????? NOOOO Nun so un santo manco io"

 

 


 

 
 
 

MICROCOSMI 2 : Il Corso di Inglese

Post n°116 pubblicato il 15 Giugno 2009 da fonderiaromana
Foto di fonderiaromana

Consolidata la consapevolezza che entrare nel cuore degli inglesi e’ una operazione ardua, se non impossibile e avendo maturato la convinzione che in un ufficio pieno di italiani il mio inglese restera’ lo stesso se non addirittura potra’ assorbire qualche flessione regionalpopolare, ho deciso di iscrivermi ad un corso di inglese.

Ho trovato dunque una scuola vicino l’ufficio, finanziata dal comune di Londra. Che poi scuola, loro lo chiamano college, ma e’ qualcosa di molto lontano dall’immagine che abbiamo noi di un college inglese. Che poi si chiama Trinity, ma e’ qualcosa di molto lontano dall’idea perfetta della trinita’.

In realta’ e’ una struttura polifunzionale, ci si fanno corsi di ogni tipo, c’e’ anche una simil mensa e un baretto molto economico, ci sono foto appese dei corsi di cucina, classi con forni e fornelli, laboratori, docce e scantinati pieni di libri. E ci sono i professori, tutti con il loro tesserino appeso al collo, tutti con la loro pronuncia perfetta, talmente perfetta che tu entri, inizi il corso e pensi “ma che cazzo lo faccio a fare??? Io capisco perfettamente tutto, non devo neanche leggergli le labbra, e addirittura, mentre parlo con loro, certe frasi che strutturo fuoriescono quasi puliti e corretti” , poi esci e ti scontri con un operaio sudato e incazzato di Manchester o con uno scozzese leggermente alticcio e capisci che non lo saprai mai l’inglese, nemmeno quando avrai appeso in bella vista sul muro della tua cameretta il tuo certificato incorniciato UPPER INTERMEDIATE.

Il mio professore, in particolare,  e’ un ragazzo gay piu’ giovane di me, con i capelli lunghi legati a coda di cavallo, razzista, fascista, pro-pena di morte e pro-USA,  non incarna dunque il prototipo dell’insegnante inglese. Io volevo un professore alla John Cleese, con i capelli bianchi, che sorseggia il te e fa battute alla inglese e massacra gli italiani e i francesi con il suo humour, invece mi ritrovo un filo americano giovane sorridente e cattivo.

Poi ci sono gli alunni, ovvero noi, il solito mix di storie e provenienze, di esperienze e aspettative.
Gli italiani non mancano, Londra ancora attira tante persone in cerca di lavoro o in cerca di una lingua universale e la colonia e’ nutrita. C’e’ Giuseppe per esempio, che viene dalla Sicilia e lavora in un ristorante, abita a Brixton un ex quartiere malfamato che ora stanno “ripulendo” (odio questa parola), con un mercato caraibico coloratissimo e odoroso e una pizzeria italiana da far invidia a Roma; il suo inglese non e’ eccezionale anche perche’ usa i costrutti italiani e pronuncia la “tr” alla siciliana e condisce i suoi discorsi con intercalari del tipo “take for example” che sanno troppo di dialogo al bar dopo l’Amaro Lucano la domenica pomeriggio. E’ espertissimo di musica house e assiduo frequentatore del Fabric, una delle discoteche piu’ popolari della capitale inglese.
C’e’ anche una nutritissima colonia polacca, in particolare ragazze, la piu’ assidua di queste e’ una signora di nome Anna: carnagione chiara, occhi azzurri, capelli biondi pettinati con un sobrio caschetto. A vederla mi viene in mente la nonnina di cappuccetto rosso, le manca solo la cuffietta.
Il suo inglese e’ timido e stentato e il suo tono di voce e’ bassissimo, ma e’ silenziosa e caparbia nell’appuntare tutto sul suo piccolo quadernino. Durante una lezione leggendo un articolo in inglese su George Soros, racconta le sue esperienze e i suoi ricordi sullo speculatore ungherese e sembra informata sugli uomini dell’est Europa che hanno avuto fortuna. L’ultima lezione ho lavorato con lei, e’ stata la mia partner, silenziosa e precisa e mi ha salutato consigliandomi una gita a Canterbury…”I suggest you to go to Canterbury” un sorriso e via verso casa.

Jose’ e’ un ragazzo portoghese, dall’eta’ indefinita. Col tempo ho scoperto che e’ sposato con una ragazza giapponese e che ha passato tanti mesi da solo,mentre lei era li’. Col tempo ho scoperto che vorrebbero avere dei figli, ma che forse ha avuto qualche problema eppure dice “i’m happy now…i think we have solved the problem”. Ha una parlata lentissima, quasi sonnolenta, che ben si addice al suo sguardo moscio con le palpebre semichiuse e con gli occhiali riposti a meta’ naso. Lui ha i suoi tempi, la sua lentezza portoghese: quando la classe si sofferma sulla 5° frase, lui fa una domanda sulla prima, quella discussa e analizzata corretta e sviscerata gia da 20 minuti. Mi confessa che vuole aprire una scuola di inglese una volta tornato in Portogallo e sembra cosi’ convinto che mi dispiacerebbe dissuaderlo, mi dispiacerebbe spiegargli che e’ troppo lontano dall’essere un insegnante. Mi racconta un’altra volta che e’ un tifoso appassionato del Benfica, una delle due squadre principali di Lisbona, e che da quando e’ a Londra ha scritto una tantissime lettere al presidente della sua squadra del cuore, chiedendogli informazioni sul club, raccontando la sua passione e suggerendo acquisti e iniziative (ha una folle idea di una lotteria allo stadio), mi dice inoltre che il presidente lo ha invitato nel suo ufficio, complimentandosi e promettendogli di realizzare alcune sue idee. Lo dice con i suoi occhiali a meta’ naso, le palpebre a meta’, un sorriso nero di sigaretta….come posso non credergli???

Il Sudamerica e’ rappresentato da German.

German e’ Peruviano, e’ vestito sempre nello stesso modo, con una maglietta fosforescente, dei pantaloni di una tuta e delle scarpe da ginnastica. Porta degli occhiali spessi e ha dei baffetti leggeri sotto i suoi occhi distanti. Sembra spesso assente, interviene poco e la sua pronuncia e’ terribile: sembra di sentire un disco al contrario, trasmette un ansia mostruosa, pero’ dal punto di vista grammaticale e’ infallibile. Non sbaglia un singolare, un plurale, un tempo di un verbo….e’ perfetto grammaticalmente quanto imperfetto nella pronuncia.
Forse questo deriva dal suo lavoro o da                 quello che capisco del suo lavoro.

Lui brucia documenti. O almeno questo ho capito. Cioe’ si occupa di documenti fondamentali e li elimina. Ma e’ legale tutto cio’??? Mi dice che deve avvenire nella massima segretezza e con il massimo riserbo. Gli chiedo se per caso ha qualche foto di una certa Noemi, ma non capisce….
German e’ estremamente pragmatico, negli esercizi e nelle opinioni, se c’e’ una questione intricata e poco chiara, chiama la polizia, se c’e’ un dubbio, lui chiama la polizia.

Poi ce ne sarebbero altri,  ci sarebbe Audrius un ragazzo dell’est europa muscolisissimo e glabro, che quando parla muove le braccia come un rapper, oppure ci sarebbe Carolina, un’altra ragazza polacca che parla un ottimo inglese e sta inglesizzando anche il suo vestiario: ormai ha un substrato poacco soverchiato da nuovi colori e mode inglesi. Poi ci sto io…nell’ennesimo dei microcosmi interessanti e solitari che mi si mostrano in questa citta’ enorme e piena…di storie.

 
 
 

LE PRIME PROVE

Post n°115 pubblicato il 13 Dicembre 2008 da fonderiaromana

Finora ha piovuto poco. Anche se una volta ha nevicato. Lo giuro a Novembre ha nevicato.

Finora ho lavorato tanto, forse troppo. Qui si devono fare i numeri, si usa il blackberry, la mail, la chat, la Reuters, Bloomberg e il tempo di riflettere è poco. Tanto che ho smesso di scrivere. Perché poi di energie fisiche e mentali ne spendo tante e le sensazioni, quelle da scrivere, scivolano via tra le stanchezze.

Quando si è prospettata l’idea di partire, mi terrorizzava tra le altre cose l’idea di lasciare il gruppo, la musica, un progetto di anni e anni, un progetto di venerdì e fine settimana chiuso a suonare. Poi però ho sempre sperato che anche qui sarei riuscito a ritagliarmi momenti musicali….voglio dire Londra…

Ed effettivamente non è stato difficile e con qualche annuncio su internet, un myspace ad hoc, sono riuscito a trovare bene 3 contatti.

E così anche qui, forse senza la stessa serietà romana, sicuramente senza gli stessi legami forti romani, senza la fonderia romana, sono riuscito a ritagliarmi il mio spazio musicale.

 

Il primo è stato un ragazzo inglese, di quelli classici, con i capelli rossi, magro scheletrico e la riga da una parte, con i jeans a tubo strettissimi. Sembra uscito da un live degli Smiths.

Lui vorrebbe creare una sorta di progetto indie punk insieme ad un bassista italiano e un batterista inglese. Le sonorità sono una via di mezzo tra gli Oasis e i Nirvana, quei tipici stili in cui una tastiera c’entra come il parmigiano sugli spaghetti con le vongole.

 

Il secondo gruppo rappresenta il mio sogno politicalsociomusicale, un gruppo di periferia, multietnico, i cui componenti sbarcano il lunario con lavoretti, sono fumatori incalliti, bevono e parlano di musica e di sogni o di famiglie sparse per il mondo.

 

 Il bassista è portoghese, ha quasi 40 anni famiglie sparse tra Lisbona, Rio de Janeiro e l’Inghilterra, e qui con se, un figlio londinese, mago dei computer. Quando ho raccolto l’annuncio mi ha ospitato nella sua casa, condivisa con un 20enne studente e musicista, che si trova a Clapham dall’altra parte del Tamigi rispetto ai fasti di Chelsea e South Kensington, lì dove comincia una periferia più dimenticata, ma forse più originale.

L’appartamento è in una stradina piccola, un casermone pieno di porte vicine tra loro, con una vista eccezionale sulla periferia che si estende da lì verso sud, un susseguirsi di mattoni rossi e comignoli uno dietro l’altro, incorniciati nei nuvolosi inglesi.

Pedro (questo il nome) mi fa ascoltare le canzoni del gruppo, un reggae semplice e di poche pretese, e mi racconta stralci della sua storia, in questa stanzetta buia e sporca.

Dopo giorni e giorni di ufficio e di italiani lamentosi pigri immigrati, mi perdo per la prima volta in un paese straniero a sentire storie assurde, di viaggi transoceanici, di lavori saltuari, di magliette bucate e non stirate, di storie coniugali ed extra, di musica cubana, il tutto nel nostro inglese stentato e balbettato.

Mi immagino mio padre, la mia famiglia trasportati in questo contesto, mi immagino figlio di un musicista mancato con mia madre chissà dove.

Poi penso a quante realtà mi sono perso e mi sto perdendo, nel vortice delle stronzate a cui ci attacchiamo perennemente scontenti….”perché qui il sale non sala, il pepe non pepa, il cibo è disgustoso, il tempo fa schifo…” e adoro questo bagno nella vita reale.

Mentre si gira l’ennesima sigarettina lo ascolto raccontarmi che ha una storia con la vicina di casa, anche lei divorziata con un figlio piccolo che vive con lei e li immagino amarsi in quel letto e preparare colazioni piene di cereali ai loro figli nati così lontani e ora così vicini.

Quando arriviamo a casa, il figlio della sua vicina si affaccia alla finestra e lo saluta: “hi pedro, who is your friend?” e cominciano a chiacchierare e mi sembra una scena tenerissima lì su quel parapetto, al sesto piano mentre pioviggina, mi sembra tenero vedere questo uomo portoghese lotano da casa e dalle sue origini, pieno di storie interrotte, paterno e sorridente con questo bambino inglese.

 

Dopo un po’ arriva il leader, si chiama Chris, è di Grenada un’isola caraibica, è il prototipo reggae, occhiali da sole, dreadlocks, barba, cappellino colorato, anelloni dorati e catene con l’africa.

Un’altra perla di vita, un altro pezzo di immigrazione reale, di chi scappa da qualcosa e non ha niente.

Lui ha un vocione splendido, stonato al punto giusto, alla Mikey Dread, ha delle mani enormi e ogni volta mi chiedo come faccia a fare gli accordi sulla sua chitarra.

Lui scrive tutte le canzoni e parla un inglese incomprensibile.

Capisco che anche lui con una famiglia a carico si dimena tra sussidi di disoccupazione e lavoretti saltuari, sognando col suo reggae semplici folle e guadagni che dubito arriveranno.

Però è allegro, mi mette allegria, anche solo per i colori che porta addosso e per i sogni che ha di diventare famoso.

Penso che non lo diventerà mai, famoso, però che bello sentirli quei sogni, che bello averceli e trasmetterli.

Mentre mangia al buffet “eat as much as you can for 5pounds” e si immagina qualcuno che gli prepari la chitarra su un grande palco o guadagni stratosferici, perché il gruppo c’è e sente vibrazioni incredibili, per un momento riesce a contagiarmi. In quella cornice trista, con la solita pioggerella fitta, per un attimo ci credo anche io.

O almeno mi crogiolo nel sogno, mi faccio cullare dai sogni senza età, senza realtà, senza paura del presente, irrazionali e puri

 

Poi c’è Roger il batterista brasiliano.

Lui abita a Cristal Palace, luogo che conosco solo per le mie passioni calcistiche. Siamo ancora più in periferia, perché da Clapham serve un altro autobus per arrivare a casa sua.

Lui non torna in Brasile da anni ed è sposato con una inglese. Ha un viso realmente sudamericano, con lineamente dolci e un colorito mulatto favoloso. Porta una coda tutta ingelatinata che nasconde i capelli vagamente crespi, è altissimo ed ha un fisico mostruoso, frutto credo del suo passato da muratore. Parla un inglese favoloso perché addolcito dalle j brasiliane, però comprensibilissimo.

E’ autodidatta e alla prima prova mi ha sbalordito per scioltezza e per originalità, si sente che la Samba del DNA non è stata contaminata dal 4/4 inglese stile Oasis.

Addirittura in un pezzo si esibisce in variazioni con maracas e percussioni varie, trainando il reggae in qualcosa di molto sudamericano.

Lui sta cercando lavoro e ha deciso di prendere la patente per guidare i furgoni.

Io non riesco a non fare paralleli con la mia vita, con le nostre vite, quando vedevo a 18 anni la patente come il sogno di evasione, il sogno per raggiungere quei posti lontani, per sentirsi grandi.

Qui si parla di qualcosa che ti fa vivere, guadagnare….

 

Poi c’è un'altra tastiera già presente.

Si chiama Martin, è inglese, nero, con dei dread foltissimi.

Martin è timidissimo, in tutta la prova dirà qualcosa come 3 parole, e quando suona trema.

Lui si occupa di suonare il levare e trema tutto, però è precisissimo e mentre attacchiamo gli strumenti lui improvvisa delle melodie stupende, tra la musica classica e il Jazz.

Poi non so perché si pietrifica nella sua timidezza e nel suo sguardo spento e si limita a darci il levare.

Non so nulla di lui, arriva alle prove col suo tastierone, poggiato su un carrello per la spesa tutto legato, non parla se non il minimo indispensabile, suona 3 ore senza tregua e poi se ne va sorridendo.

La prima volta in cui ho provato mi è sembrato impaurito, come se si sentisse minacciato, poi i miei suonacci elettronici e la nostra complementarità musicale lo hanno tranquillizzato, le parole restano poche , ma il tremore sembra diminuire mentre i sorrisi aumentano.

 

La sala anche quella è perfetta. Si trova a Balham, sperduta in mezzo a dei garage, puzza di cantina e di sigaretta e la ragazza che la gestisce il sabato è una biondina in canottiera piena di tatuaggi e di piercing, assorta in letture dark ancestrali sulla fine del mondo, contornata di patatine, di bibite e di corde di ricambio.

 

Che ci faccio io lì???

Cerco di rimanere attaccato alle mie radici, cerco di alimentare la mia umiltà, cerco la realtà di quello che è la vita dietro un vestito elegante, cerco la musica e la pace e la tranquillità interiore, cerco di sminuire le mie difficoltà di tutti i giorni, cerco di apprezzare le diversità, cerco di mantenere viva la mia curiosità, la mia voglia di incontrare gente sconosciuta che viene da lontano senza ritrovarla tramite facebook, ma per le strade di questo calderone da 10 milioni di abitanti….

 

Mi sento ancora solo, perché ricreare 30 anni di rapporti seminati e coltivati e cresciuti e innaffiati è difficile, soprattutto spendendo tante energie al lavoro, però è un inizio….sono le prime prove, è la prima prova.

 
 
 
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