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Una vera democrazia chiamerebbe ad esprimersi la maggioranza dei cittadini, unica depositaria della sovranità

Post n°5580 pubblicato il 25 Novembre 2011 da cile54

Mario Monti e le pericolose implicazioni dello “stato di emergenza”

Crisi economica governo Mario Monti stato di emergenza Ricordate il governo Amato del ’92? Credo di sì, fu il primo governo “tecnico” della storia della Repubblica Italiana. Quello che forse non tutti sanno è che con il governo Amato il salario reale italiano, cioè il potere d’acquisto dei lavoratori, retrocesse per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale. I governi “tecnici” si presentano come neutrali, ma neutrali non sono. Lo dimostra il fatto che sotto questo tipo di governi sono stati effettuati molti degli attacchi più pesanti ai lavoratori. Infatti, a differenza dei governi “politici”, i “tecnici” non hanno da preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni, cioè di essere penalizzati alle elezioni successive. Questo vale a maggior ragione per il governo Monti, il quale farà il lavoro sporco, che nessun partito o coalizione è in grado di fare. Dietro il governo Monti c’è il capitale finanziario europeo e anche quello italiano. Lo prova la storia personale del professore, membro del direttivo del gruppo Bilderberg e consulente di Goldman Sachs come l’altro super Mario, quello che ora siede alla Bce, e soprattutto il programma che è chiamato ad applicare. A questo proposito, non c’è contraddizione tra quanto richiede la Ue, o meglio il suo direttorio riconducibile alla Bce, e la Confindustria.

 

Quest’ultima era almeno da luglio che invocava un governo tecnico, conscia che soltanto un governo di questo tipo fosse in grado di operare nel senso desiderato. La cosa paradossale è che la Confindustria rimprovera a Berlusconi di non essere stato sufficientemente “liberista”, cioè di non aver svolto quelle (contro)riforme ritenute necessarie dalla Ue e dagli industriali e banchieri italiani: privatizzazioni delle utility, ulteriori riforme del mercato del lavoro, aumento della libertà di licenziamento, e attacco ai salari ed alle pensioni. Misure che, adottate nel passato, hanno ridotto la produttività dell’economia italiana e la cui connessione con la riduzione del rapporto tra debito/deficit e Pil rappresenta un mistero della fede per chi non sia della Bce o di Confindustria.

 

E’ per questo che Berlusconi è caduto, non certo per i suoi vizietti sessuali, utili a screditarlo di fronte all’opinione pubblica, e, purtroppo, neanche a seguito di un movimento di opposizione democratica. In questo quadro i festeggiamenti per la caduta di Berlusconi appaiono un tragico equivoco. Infatti, non solo Monti avrà le mani più libere di Berlusconi nel condurre politiche di attacco al salario diretto, indiretto e differito, ma il governo tecnico è – altro paradosso – giunto appena in tempo a salvare la destra, il Pdl e la Lega, i cui consensi erano in caduta libera. Se si fosse andati alle elezioni la destra le avrebbe perse malamente, mentre il Pd e i suoi alleati avrebbero vinto a mani basse. Se, come è nelle intenzioni del neo-primo ministro, Monti andrà avanti fino al 2013, la destra avrà tempo per recuperare e Berlusconi stesso, che ha evitato la sfiducia del Parlamento, potrà tirare il fiato dopo essere stato per anni sotto il fuoco di fila per i suoi scandali. Intanto la Lega ha cominciato a prendere le distanze dall’operato del governo Monti, dimostrando così di essere già in campagna elettorale. Forse alle prossime elezioni non ci ritroveremo Berlusconi candidato del centro-destra, ma è molto probabile che ci sia qualcuno a lui vicino. Insomma, di nuovo un regalo del centro-sinistra alla destra, come più volte è successo negli ultimi 15-20 anni. Ancora una volta si è manifestata la “debolezza” politica del Pd, come già del Pds-Ds, spesso incapace a sfruttare il momento favorevole e pronto ad offrire una scappatoia all’avversario.

 

Lo stesso Bersani, che per mesi era andato chiedendo le elezioni anticipate, improvvisamente ha cambiato rotta, appoggiando Monti. La differenza, però, è che, mentre la Lega adotterà una opposizione variabile ed il Pdl ed il Terzo Polo (l’altro grande pilastro su cui si dovrà reggere il governo Monti) hanno un elettorato meno sensibile agli attacchi al salario, il Pd pagherà il maggiore dazio in termini di consenso per l’appoggio a Monti e vedrà aumentare le spaccature interne. Dunque, nel 2013 potremmo trovarci dinanzi a rapporti di forza tra i due schieramenti se non ribaltati, di certo meno sfavorevoli al centro-destra. Ma c’è una altra conseguenza del governo Monti, non meno grave dell’attacco alle condizioni dei lavoratori. Di fatto, in Italia il sistema politico sta operando non più come Repubblica parlamentare, in base a quanto prescritto dalla Costituzione, ma in modalità curiosamente somiglianti a quelle di una Repubblica semipresidenziale. Sin dall’inizio del 2011 il Presidente Napolitano ha rivelato un protagonismo politico che forza alquanto i limiti del suo ruolo per come è definito dalla Costituzione.

 

Mentre l’azione del Primo ministro diventava sempre più evanescente quella del Presidente si faceva sempre più profilata. Napolitano è stato decisivo nell’adesione del nostro Paese alle operazioni belliche contro la Libia, malgrado il governo fosse tentennante e attendista, ha appoggiato esplicitamente il programma economico-sociale della Confindustria e gli accordi tra quest’ultima e i sindacati. Infine, è stato determinante nella nomina del governo Monti, facendo cambiare idea a Bersani sulle elezioni anticipate, appellandosi al suo senso di “responsabilità”. Il Parlamento, indicato da un’abile campagna mediatica al pubblico ludibrio come luogo della “casta”, è ridotto ad un misero ruolo di ratifica di decisioni prese altrove.

 

L’azione del presidente è talmente anomala che il confindustriale Sole24ore, fautore del governo tecnico, si sente in dovere di motivarne la costituzionalità in base alle modifiche avvenute nella forma di governo, cioè col bipolarismo. Lo stabilire tale collegamento, sebbene non motivi un bel nulla, conferma però che l’involuzione della democrazia si estende dalle istituzioni alla forma di governo e ai meccanismi elettorali di tipo maggioritario. Ma la principale giustificazione del modus operandi presidenziale è l’esistenza di una situazione d’emergenza, dovuta alla grave situazione del Paese, che imporrebbe misure eccezionali, come più volte ripetuto da Napolitano, in uno sforzo da “unione nazionale”. Il punto è che lo “stato d’emergenza” o “stato d’eccezione” è giuridicamente quella situazione in cui le regole democratiche sono sospese, esattamente come accade in tempo di guerra. Visto che, a quanto ci dicono, non siamo in guerra (Afghanistan e Libia sarebbero operazioni umanitarie), visto che la maggioranza che ha vinto le elezioni non è più tale, e visto pure che il contesto economico e internazionale è di tutt’altro tipo rispetto alle elezioni del 2008, la soluzione normale sarebbe stata quella di andare alle urne. La motivazione dello stato d’emergenza, oltre che essere francamente preoccupante dal punto di vista democratico, non regge neanche alla luce di quello che accade, ad esempio, in Spagna, dove si sta andando ad elezioni anticipate, sebbene le condizioni economiche siano più gravi, con una disoccupazione al 21,5% e le banche piene di titoli tossici per il crollo dell’immobiliare.

 

È proprio nei momenti di crisi che si rivela dove, in uno Stato, riposa la sovranità politica effettiva, e non quella declinata a parole. Una vera democrazia chiamerebbe ad esprimersi la maggioranza dei cittadini, unica depositaria della sovranità, sulle decisioni da prendere. Il fatto che oggi in Italia e in Europa si adottino misure diametralmente opposte la dice lunga sul carattere oligarchico assunto dalla democrazia nostrana e da quella occidentale in generale. Stante questa situazione la rivendicazione di elezioni immediate e di un programma basato sul concetto che la crisi non la devono pagare i lavoratori, ma chi l’ha provocata e cioè il grande capitale, è l’unico esercizio possibile di responsabilità sia democratica che economica.

 

Domenico Moro

redazionale

22 novembre 2011

 
 
 
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