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Nessuno si indigna per il fatto che in Italia si accetta di buon grado che la libertà d’impresa può raggiungere uccida?

Post n°8569 pubblicato il 10 Febbraio 2014 da cile54

Quando i cinesi muoiono di lavoro. A Prato

Lo scorso dicembre a Prato sono morti in un incendio sette lavoratori cinesi, cinque uomini e due donne. Qualcosa sembra stonare e rendere differente questo dagli altri incidenti simili, come quello della Thyssen e tutti i drammi sul lavoro degli anni più recenti. E non vi è alcuna garanzia che questo rogo sia l’ultimo, se la risposta sarà soltanto l’inasprimento dei controlli.

Le fiamme sono divampate alle sette di domenica 1 dicembre 2013 nella manifattura “Teresa moda”, in una porzione di capannone del “Macrolotto 1” di Prato, Toscana, Italia. Sette i morti, cinque uomini e due donne, tre gli ustionati. Tutti cinesi.

L’opinione pubblica è attonita, la stampa ha riportato le reazioni addolorate e preoccupate del Presidente della Repubblica e la volontà netta del Presidente della Regione di risolvere presto e definitivamente il problema dei lavoratori cinesi in Toscana. Ma qualcosa sembra stonare e rendere differente questo dagli altri incidenti simili, come quello della Thyssen e tutti i drammi sul lavoro degli anni più recenti. L’imprenditrice, anch’essa cinese, responsabile della ditta sembra essersi dileguata, non solo fisicamente, ma anche di fronte ad una chiara identificazione di colpa e, per la prima volta in Italia, è un intero sistema ad essere chiamato sul banco degli imputati.

Da subito gli amministratori locali sentono il bisogno di prendere le distanze, con i modi e con le parole che a loro si addicono, e fanno tutto ciò che è in loro potere perché le ragioni vengano cercate altrove. Dalle dichiarazioni si intende che si sia di fronte ad un’emergenza e che pertanto la soluzione, anch’essa emergenziale, consista nel rafforzare la vigilanza di fronte ad un dramma la cui spiegazione è da ricercare nella illegalità di un sistema produttivo sviluppatosi in una nicchia di tipo etnico. In queste sbrigative interpretazioni si legge la negazione di 30 anni di interventi, esperienze, studi ed analisi di un fenomeno che in tanti modi si può definire fuorché inatteso ed emergenziale. Non è per cinismo che ci stupisce il fatto che questa tragedia non sia accaduta prima. Sicuramente i lavoratori hanno una forte capacità di autotutela e neppure nei distretti industriali del Bangladesh tutti i giorni bruciano fabbriche. Ma la memoria va al 9 maggio dello stesso anno 2013, quando a Dhaka nel quartiere industriale di Mirpur il fuoco scoppia in un palazzo di undici piani in una fabbrica di abbigliamento ed a morire sono otto persone. Ed al 24 aprile dello stesso anno quando, nel distretto industriale di Savar, un palazzo di otto piani affollato di operaie che confezionano vestiti per aziende occidentali, crolla facendo centinaia di morti. In questi casi nessuno alle nostre latitudini è stato portato a pensare che si trattasse di emergenza, ma ci siamo giustamente indignati considerandoli eventi inevitabili in un sistema dove il profitto si genera con lo sfruttamento intensivo e programmato del lavoro.

Non devono sfuggire le analogie fra queste vicende e le centinaia o migliaia di vicende simili quotidianamente in agguato nel mondo, tecnicamente classificate come “near miss”, vale a dire situazioni che avrebbero potuto causare infortuni o danni alla salute o morte e che per puro caso non li hanno prodotti, ma potranno farlo in qualsiasi momento. I “determinanti” alla base di tali situazioni sono sovrapponibili nella maggior parte dei paesi: il primato inarrestabile dell’iniziativa privata, l’accumulazione primitiva o originaria, la globalizzazione, l’anarchia della produzione, la concorrenza sleale e quindi la necessità di offrire sul mercato, considerata pressante la domanda, prodotti con marchio più o meno noto al più basso prezzo possibile. I lavoratori coinvolti in questi processi vivono pericolosamente, sfruttati oppure “autosfruttati” con l’obbiettivo di uscire dalla miseria di lunga durata e con la prospettiva, almeno per alcuni di loro, di ottenere maggiori vantaggi economici e quindi poter sfruttare altri lavoratori. Altri roghi si erano sviluppati in precedenza nei capannoni nell’asse d’insediamento delle aziende cinesi, fra Firenze e Pistoia, ma non avevano causato vittime, quindi per qualcuno non avevano interesse. Non vi è alcuna garanzia che questo rogo sia l’ultimo, se la risposta sarà soltanto l’inasprimento dei controlli. La vigilanza sul settore imprenditoriale cinese è iniziata negli anni ’80 e pochi settori sono stati più seguiti per gli aspetti di sicurezza del lavoro, viste le palesi condizioni di rischio, le denunce da parte di cittadini, di imprenditori ed associazioni e per l’attenzione imposta dai media. I limiti della vigilanza, però, sono apparsi presto evidenti di fronte ad un sistema nel suo insieme impermeabile non tanto all’azione giudiziaria in sé, ma agli effetti di prevenzione attribuiti dal nostro strano ordinamento alla funzione deterrente dell’azione giudiziaria penale. Dopo la fase dell’emergenza (anni ‘80 dello scorso secolo), ci attendevamo impegni più strutturati e specifici di gestione del territorio, perché non può esistere uno stato di emergenza continua.

Osservatori attenti e sensibili alla questione hanno descritto la complessità e le dimensioni del fenomeno migratorio cinese, il particolare modello di produzione ed insediamento, lavorativo ed abitativo, colto proprio mentre si accresceva ed evolveva ed hanno dato indicazioni per azioni sociali ed urbanistiche coerenti (Colombo 1995).

La questione delle imprese cinesi era ed è di grande interesse, anche per l’economia che muove. Nel 1990 i cinesi residenti a Prato erano 520, 12 anni dopo sono oltre 15mila, almeno il doppio se si stimano gli irregolari. Sono almeno 3800 le aziende iscritte alla Camera di Commercio e di queste solo un’ottantina “emerse” tanto da potersi iscrivere anche alla CNA, la tradizionale e maggioritaria associazione degli artigiani. Una città nella città, un terreno fertile per contrasti di tipo sociale ed infiltrazioni criminali, ma anche una fonte rilevante di rendita fondiaria.

Uno studio dell’IRPET, l’agenzia economica della Regione Toscana, ha stabilito che il fatturato cinese nel 2010 ha raggiunto i 2 miliardi, pari al 14,30% del complesso delle imprese pratesi. Sul fronte del valore aggiunto, i milioni prodotti dai cinesi sono stati 645, pari al 10,30% del valore aggiunto totale (IRPET 2013). Dal 2004 la liberalizzazione del commercio, in particolare dei prodotti tessili e dell’abbigliamento, ha indotto un più stretto collegamento fra le attività dei cinesi in Italia ed il paese di origine; lavorano in Italia le imprese che hanno fatto in tempo ad accumulare risorse sufficienti alla trasformazione di un’attività artigiana a basso costo in una pura attività commerciale di importazione e coloro che si sono inseriti in qualche modo nella filiera della produzione dei grandi marchi o comunque in un mercato sicuro. In Cina negli ultimi anni verrebbe trasferita sotto forma di rimesse la ricchezza guadagnata, illegalmente o meno, sul territorio di Prato: un fiume di denaro che per il periodo 2006-2010 è stato valutato dalla procura antimafia in 4,5 miliardi di euro.

I protagonisti della vicenda imprenditoriale cino-pratese, la prima del genere con queste dimensioni in Italia, sono dei lavoratori provenienti dalle province orientali del Zhejiang e Fujian della Repubblica Popolare Cinese, regione nota per lo spazio che il governo cinese ha da sempre lasciato alla libera iniziativa. Questi lavoratori-imprenditori nello stesso luogo lavorano (per 16 o 20 ore del giorno e della notte), cucinano (con fuochi alimentati da una serie di bombole di gas propano), mangiano (stabilendo uno standard igienico molto basso), dormono (in piccole stanze ricavate con pareti di cartone) e conducono la loro vita familiare, affettiva, di relazione, anche assieme ai bambini; il tutto in uno spazio ingombro di macchine da cucire, sgabelli, stufe elettriche, di abbondanti quantità di materie prime provenienti ormai dalla Cina e di semilavorato, con scatoloni che delimitano, all’interno dei capannoni, gli spazi “funzionali” assegnati a ciascuna ditta. L’impianto elettrico può essere all’origine anche “a norma”, ma perde subito quella caratteristica per i necessari interventi di adeguamento alle particolari necessità del lavoro e della vita impresse a questo microcosmo. Si tratta di laboratori con elevato grado di flessibilità produttiva, ma anche di facile mobilità nel senso che in caso di controlli, sanitari, di polizia, finanziari ed assicurativi di una delle tante istituzioni che ne ha titolo, possono essere abbandonati e ricostituiti poco distante vanificando per “irreperibilità”, per “mancata notifica degli atti” anche le procedure giudiziarie intentate nei confronti di “titolari” generalmente improbabili. Non occorre essere specialisti della salute e della sicurezza al lavoro e della legalità per diagnosticare per questi luoghi uno stato di carenza cronica e strutturale e quindi la violazione di molte norme amministrative e penali, tutte quelle previste dalla cultura ufficiale, dal mercato, dalla concorrenza “leale”. Alcuni spontanei accorgimenti, dettati dall’istinto di sopravvivenza, sono certamente adottati, ma si convive confidenzialmente e coscientemente con livelli medio-alti di pericoli e di rischio di incendio, elettrico, alimentare, ergonomico.

Il monotono ciclo lavorativo delle confezioni e dell’abbigliamento, a cui questi produttori si dedicano, sembra preservarli dai rischi di malattie specifiche da sostanze e prodotti manipolati e di infortuni dovuti alle macchine usate. In assenza di dati affidabili, esiste il sospetto che i singoli casi vengano gestiti “privatamente” senza il ricorso all’ente assicuratore. Così è per le inidoneità acquisite al lavoro: i lavoratori che arrivano in Italia sono relativamente giovani, “idonei” e devono poter spendere la propria capacità lavorativa, ma vengono rimpatriati ed abbandonati al welfare familiare nel caso intervenga una indisponibilità, quando la sua forza lavoro non è più esigibile (Capacci 2005). I rischi che in qualche modo ricadono o vengono fatti ricadere nell’ambito dello “stress da lavoro”, alienazione, anomia, insoddisfazione, costrizioni di vario genere, “mobbing” o meglio ancora della “usura” fisica e mentale da lavoro sono difficili da sviscerare sino in fondo con l’uso dei criteri più o meno standardizzati resi oggi obbligatori ed abbondantemente offerti da formatori, psicologi e professionisti della sicurezza. Gli specialisti hanno dibattuto e dibattono ancora se per queste situazioni si debba evocare un vecchio o aggiornato concetto di “schiavismo” o di “lavoro forzato”.

Chi lo nega, e tra questi un autorevole rapporto dell’Ufficio Internazionale del Lavoro (Gao Yun 2010), si appoggia al fatto che gli interessati sono consapevoli di quello che fanno e lo decidono autonomamente, con spirito non diverso da quello che anima chi, fra di loro, riscuotendo prima di altri successo economico, assumerà ruolo di “schiavista”. Diversi autori, tra questi quelli di un recente rapporto del nostro Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL 2011), esprimono invece pochi dubbi sul ruolo delle organizzazioni criminali che “assistono” l’emigrante cinese dal trasporto in Italia fino alla sua sistemazione nei comparti produttivi più attraenti e al trasferimento del suo denaro nella madre patria. Un noto mediatore culturale di origine cinese testimonia di condizioni dure da subire, ma necessarie per uscire dall’estrema povertà vissuta e divenuta insostenibile nelle regioni di origine; esperienza che egli stesso ha vissuto e che consiglierebbe ai figli perché insegna molto più della scuola.

Seguendo una tale linea di pensiero, questi lavoratori che hanno e mantengono forte la prospettiva di arricchirsi, non hanno alternative: o lavorano così oppure perdono tutto. Il frutto del lavoro in queste circostanze, compreso quello commissionato direttamente o indirettamente dalle grandi firme della moda italiana, entra nel gioco della domanda e dell’offerta di consumatori sparsi in giro per il mondo, la cui aspirazione è ottenere quel prodotto ma ad un costo molto basso, più basso di quanto potrebbe fare la produzione “normale” dei paesi di vecchia industrializzazione con il suo “normale” costo del lavoro.

Un cappotto di alta moda, che clienti europei comprano a 1000 euro, ai cinesi d’Italia inseriti a buon diritto in una unitaria filiera produttiva-commerciale, viene pagato circa 15 euro. Tutto il processo risulta funzionale ad un segmento non trascurabile del mercato globalizzato, esaudisce alcuni interessi della città ospitante, a partire dalla rendita corrisposta ai proprietari dei locali affittati a caro prezzo, viola e contrasta attivamente le norme ed i dettami stabiliti dallo Stato. Si configura quella che viene denominata “nicchia produttiva etnica” (Ceccagno 2010), cioè una massiccia presenza di aziende gestite da migranti inserita nel sistema produttivo locale con regole, rapporti sociali e dinamiche d’azienda “originali”, che alterano gli equilibri e le regole preesistenti nel comparto.

I nuovi luoghi di lavoro si sviluppano in sostanziale autonomia rispetto al territorio circostante, mentre gli impresari locali o sono espulsi e si limitano ad affittare o vendere i propri spazi industriali o cambiano la loro posizione nella filiera produttiva collocandosi a più alti livelli commerciali. Tutti questi elementi si ritrovano identici nelle così dette Zone Franche d’Esportazione, quelle deliberatamente istituite in molti paesi con economie emergenti, avallate dalle Nazioni Unite fin dal 1968 come incentivo allo sviluppo; sono aree dove aziende per lo più occidentali, cinesi od indiane, offrono a popolazioni vulnerabili per povertà e disoccupazione, condizioni di lavoro con garanzie ridotte al minimo, per produrre manufatti destinati ai mercati più ricchi.

Non si può tacere, a proposito del rogo di Prato, la sofferenza ed il dolore dei parenti, delle famiglie arrivate in Toscana con grandi difficoltà, grazie ad una sottoscrizione dei loro concittadini. Non è certo originale la loro richiesta di giustizia e di risarcimento, ma è particolare che, fra le richieste, vi sia quella di poter prendere il posto dei loro cari, senza rivendicare condizioni di lavoro migliori, più garantite. Questo svela aspetti inediti, differenti dall’immagine dei cinesi sfruttatori di se stessi, ancor prima che dei propri connazionali, con l’obbiettivo di diventare imprenditori, spesso diffusa e da noi stessi riproposta come interpretazione del fenomeno generale: i lavoratori morti, dopo anni di emigrazione erano ancora semplici operai, ma ciononostante, assicuravano un flusso economico che consentiva in patria la vita di famiglie allargate. E’ questa elementare necessità che è oggetto di rivendicazione delle famiglie che hanno manifestato in Italia davanti al loro consolato per vincere l’inerzia e l’indifferenza che circonda il loro personale dolore, sia da parte delle autorità cinesi che di quelle italiane.

Conclusioni

Il rogo di Prato ha reso evidenti realtà che nessuno ammette volentieri. Non le ammettono i lavoratori cinesi, che in un sistema di sfruttamento ed autosfruttamento trovano quantomeno i mezzi per mantenere le famiglie in patria. Non le ammettono gli italiani che hanno inglobato queste attività nella propria catena produttrice di reddito. non le vogliono ammettere gli amministratori pubblici che non possono proporre soluzioni efficaci senza penalizzare la libertà d’impresa in un momento in cui il mercato chiede sempre più flessibilità ed autonomia da regole, spesso troppo rapidamente liquidate come burocrazia.

I morti cinesi del primo di dicembre del 2013, come era prevedibile, hanno consentito di esternare forti emozioni a presidenti, opinionisti, normali amministratori ed anche ad alcuni sindacalisti. Alle emozioni ed al cordoglio sono state associate le indicazioni di rito perchè non si presenti mai più quel tipo di emergenza e quindi per una rapida e definitiva soluzione dei problema dei cinesi, per intanto di quelli pratesi.

Un ventaglio ampio ed effimero di posizioni: un presidente richiede di por termine alle condizioni di sfruttamento senza mettere in crisi realtà produttive e occupazioni che possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano; un altro presidente ha in animo di provvedere alla “integrazione” dei cinesi imitando l’imperatore Tiberio che ha elargito lo status di cittadini romani alle tribù della Gallia, pensando così di motivarli a investire nella città di Prato; l’amministratore più semplicemente chiede un esercito di ispettori del lavoro, poliziotti, e altre forze dell’ordine, per risolvere alle radici il problema di Prato. Il sindacalista, interrompendo un silenzio durato troppo a lungo insiste ora sui diritti acquisiti dai lavoratori italiani che dovrebbero valere anche per quelli cinesi. Nessuno a voce alta punta il dito sul sistema che consente ed induce comuni clienti “consumatori” di soddisfare la propria esigenza di acquisire prodotti di marca a basso prezzo.

Nessuno si indigna per il fatto che anche in Italia si accetta di buon grado che esistano in sostanza zone dove la libertà d’impresa può raggiungere, in nome del profitto, le sue più basse espressioni. Tutti sanno che la “vigilanza” ed i controlli da soli non possono bastare, tanto meno a monitorare, a comprendere la situazione in cui versano i lavoratori cinesi ed i loro sfruttatori. Alla fine però è la “vigilanza” che passerà, almeno per un periodo, taciterà alcuni e allontanerà ancora una volta iniziative più risolutive, come quella di regolamentare la nascita e l’insediamento delle imprese, di qualsiasi nazionalità esse siano.

Fabio Capacci Azienda Sanitaria di Firenze, Dipartimento di Prevenzione, Unità

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