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Amnesty: il business della tortura. Coinvolta anche L'Italia

Post n°3167 pubblicato il 18 Marzo 2010 da cile54

La tortura? Un vero affare per i fabbricanti di armi.

La denuncia nel nuovo rapporto di Amnesty Internazional che rivela che sono parecchie le aziende di Paesi europei, tra cui anche l’Italia, che vendono e sono coinvolte nel commercio globale di strumenti di tortura. Il rapporto diffuso ieri è opera della organizzazione internazionale e dalla Omega Research Foundation.

Un rapporto dettagliato dove si parla di congegni da fissare alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt. Il rapporto, intitolato “Dalle parole ai fatti”, sottolinea che queste attività sono proseguite nonostante l’introduzione, nel 2006, di una serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala mondiale per torturare. Ma scappatoie legali consentono ancora di farla franca.

Anche il nostro paese è coinvolto, dove son ben cinque le aziende italiane citate nel rapporto (Defence System Srl, Access Group srl,Joseph Stifter s.a.s/KG, Armeria Frinchillucci Srl e PSA Srl) che potrebbero far parte del grande mercato internazionale degli strumenti di tortura. «Il rapporto diffuso oggi -, ha sottolineato Riccardo Noury, portavoce per l’Italia di Amnesty International, -mette in evidenza zone d’ombra e carenze di trasparenza e controllo. L’Italia è tra i venti paesi dell’Ue a non aver fornito, come invece prevede l’art. 13 del Regolamento, informazioni sulle licenze all’esportazione di materiali di sicurezza e di polizia. L’Italia ha inoltre

dichiarato di non essere a conoscenza di aziende italiane che commercializzino materiali descritti dal Regolamento. Amnesty International non ha prove del contrario, ma il fatto che, dal 2006 al 2010, cinque aziende italiane abbiano commercializzato prodotti quali bastoni stordenti, pistole elettriche, manette serrapollici e altri ancora, magari anche saltuariamente ma destinati non si sa a chi, rende impellente la richiesta di maggiori controlli per escludere che l’Italia prenda parte in questo modo al proliferare della tortura nel mondo».

Il rapporto sarà formalmente preso in esame oggi a Bruxelles, nel corso della riunione del sottocomitato sui Diritti umani del Parlamento europeo. Amnesty International e la Omega Research Foundation chiedono alla Commissione europea e agli Stati membri dell’Unione europea di tappare le falle legislative illustrate nel rapporto e di applicare e rafforzare la normativa esistente. «L’introduzione di controlli sul commercio di “strumenti di tortura”, dopo un decennio di campagne di organizzazioni per i diritti umani, ha rappresentato una pietra miliare dal punto di vista legislativo. Ma tre anni dopo la loro entrata in vigore, diversi Stati europei devono ancora applicarli o rafforzarli», ha detto Nicolas Beger, direttore dell’Ufficio di Amnesty International presso l’Ue.

Brian Wood, direttore del dipartimento di Amnesty International che si occupa di questioni militari, di sicurezza e di polizia,ha aggiunto: «Le nostre ricerche rivelano che dal 2006, nonostante i nuovi controlli, diversi Stati membri tra cui Germania e Repubblica Ceca hanno autorizzato l’esportazione di strumenti per operazioni di polizia e di controllo dei detenuti verso almeno nove Paesi dove Amnesty International ha potuto documentare l’uso per infliggere torture. Inoltre, solo sette Stati membri hanno dato seguito agli obblighi legali di rendere pubbliche le loro esportazioni. Temiamo che qualche stato non li stia prendendo sul serio».

Le scappatoie legali esistenti permettono inoltre ad alcune aziende di commercializzare strumenti che non hanno altro scopo se non quello di infliggere torture e maltrattamenti. «Nell’ambito del loro impegno a combattere la tortura ovunque abbia luogo, gli Stati membri devono passare dalle parole ai fatti, imponendo controlli davvero effettivi sul commercio di strumenti di sicurezza e di polizia e assicurando che i loro prodotti non vadano a finire nella cassetta degli attrezzi del torturatore», ha affermato Michael Crowley, ricercatore della Omega Research Foundation.

Di seguito alcune delle principali conclusioni del rapporto: tra il 2006 e il 2009, la Repubblica Ceca ha autorizzato l’esportazione di prodotti quali manette, pistole elettriche e spray chimici; la Germania lo ha fatto per ceppi e spray chimici, verso nove Paesi dove le forze di polizia e di sicurezza avevano usato quei prodotti per praticare maltrattamenti e torture; aziende italiane e spagnole hanno messo in vendita manette o bracciali elettrici per detenuti (una scappatoia legale permette tutto questo, nonostante si tratti di prodotti simili alle “cinture elettriche”, la cui esportazione e importazione sono proibite in tutta l’Unione europea; nel 2005 l’Ungheria ha annunciato l’intenzione di introdurre l’uso delle ’cinture elettrichè nelle stazioni di polizia e nelle prigioni, nonostante la loro esportazione e importazione siano vietate in quanto il loro uso costituisce una forma di maltrattamento o di tortura; solo sette dei 27 stati membri dell’Unione europea hanno reso pubbliche le loro autorizzazioni all’esportazione, nonostante tutti siano legalmente obbligati a farlo; gli Stati membri paiono ancora poco informati sulle attività commerciali in corso al loro interno.

Belgio, Cipro, Finlandia, Italia e Malta avevano dichiarato di non essere a conoscenza di aziende che commercializzassero materiali inclusi nei controlli, ma Amnesty International e Omega Research Foundation hanno individuato aziende in Belgio, Finlandia e Italia, i cui prodotti sono apertamente commercializzati su Internet.

 

17/03/2010

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