RACCONTI & OPINIONIPagine di Lavoro, Salute, Politica, Cultura, Relazioni sociali - a cura di franco cilenti |
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Messaggi del 05/07/2012
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Post n°6614 pubblicato il 05 Luglio 2012 da cile54
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Post n°6613 pubblicato il 05 Luglio 2012 da cile54
Morti sul lavoro. Ognuno faccia la sua parte. Nonostante non passi giorno, che 2, 3, 4 o più lavoratori non facciano più ritorno a casa, perchè sono morti sul lavoro, perchè nelle loro aziende non si rispettavano neanche le minime norme di sicurezza sul lavoro, sui mezzi d'informazione, nel mondo politico e sindacale si parla pochissimo di queste stragi sul lavoro. Qualcuno, qualche anno fa, le definì delle vere e proprie "stragi nell'indifferenza" e mai parole furono più vere. Oltre 600 lavoratori morti sul lavoro nel primi mesi del 2012, secondo i dati dell'Osservatorio Indipendente di Bologna, diretto da Carlo Soricelli. Questo è un vero e proprio bollettino di guerra. Ma non solo. Tocca anche leggere sentenze del genere, come la numero 25535 del 28 Giugno 2012, in cui la Corte di Cassazione ha assolto un datore di lavoro che era stato condannato in primo e secondo grado (per la morte di un lavoratore), perchè aveva delegato la sicurezza sul lavoro ad una società esterna. Simili sentenze sbalordiscono. Cosa andrebbe fatto per fermare queste stragi, l'ho detto un infinità di volte, fino allo spasimo, peccato che chi di dovere non ci voglia proprio sentire. Il mio era un dubbio quando si insediò il Governo Monti a Novembre 2011, adesso è una certezza che a questo governo interessa poco o nulla la salute e sicurezza sul lavoro. E meno male che il Ministro del Lavoro Elsa Fornero, aveva detto che il tema della sicurezza sul lavoro "sarà centrale nel lavoro del governo e nel suo impegno personale". L'abbiamo visto quanto è centrale. L'unica cosa centrale per questo Governo è diminuire i diritti dei lavoratori e l'abbiamo visto con il ddl lavoro tanto caro al Ministro Fornero, approvato definivitamente il 27 Giugno 2012 e la riforma sulle pensioni approvata a Dicembre 2011. Voglio ripetermi per l'ennesima volta, chissà che questa volta sia fortunato e qualcuno mi ascolti. Tanto per cominciare, sarebbe giunta l'ora di aumentare i controlli per la sicurezza sul lavoro, sbloccando le assunzioni dei tecnici della prevenzione delle Asl e non di ridurli come pensava "qualcuno" in Parlamento, togliendo la competenza alle Asl e centralizzandoli, riportandoli sotto il controllo dello Stato. Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 25 Giugno 2012 ha detto che "servono più controlli e sanzioni". Le sanzioni sono state dimezzate ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, grazie al Dlgs 106/09, tanto caro all'Ex Ministro Sacconi. La norma salva-manager, anche quella doveva essere cancellata dal Dlgs 106/09, invece come si suol dire "è uscita dalla porta, per rientrare dalla finestra". Si fa un gran parlare, in modo completamente ipocrita, della mancanza di cultura della sicurezza sul lavoro, peccato che si faccia poco o nulla perchè questa aumenti. E' così difficile capire, che se si vuole aumentare la cultura della sicurezza sul lavoro, bisogna farla entrare nelle scuole? In Francia la insegnano fin dalle scuole elementari. Da noi, non c'è stato un solo governo in grado di fare un decreto legge, per metterla come materia obbligatoria d'insegnamento fin dalle scuole elementari, ed ad insegnarla dovrebbe essere, chi tutti i giorni cerca di farla applicare nei luoghi di lavoro, cioè i tecnici della prevenzione dell'Asl. Ma è così difficile fare un decreto legge per insegnarla nelle scuole caro Presidente Monti? Purtroppo le Asl, hanno un personale ispettivo, talmente ridotto all'osso (circa 2000 tecnici della prevenzione), che se dovessero controllare tutte le aziende che c'è in Italia, ogni azienda riceverebbe un controllo, ogni 33 anni e considerata la vita media di un'azienda di 15-20 anni, PRATICAMENTE MAI! Per fermare questa mattanza quotidiana, ognuno deve fare la propria parte. Solo in questo modo è possibile interrompere questa catena di morti, che non fa solo morti, rovina famiglie, e rende tanti giovani orfani e soli. Marco Bazzoni Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza sul lavoro-Firenze |
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Post n°6612 pubblicato il 05 Luglio 2012 da cile54
Cittadinanzattiva presenta la prima Indagine sulla fuel poverty in Italia Una spesa media annua di 1.152€, di cui 230€ legati ai consumi “sanitari”. A tanto ammonta la bolletta energetica che una famiglia costretta ad utilizzare apparecchiature elettromedicali sopporta. In pratica, più del doppio di una famiglia tipo. E a volte tali spese arrivano anche a 3.000€. Queste famiglie, che hanno optato per il mercato libero nel 27% dei casi, presentano in casa almeno tre apparecchiature mediche nel 31% dei casi, e nel 16% usufruiscono di una potenza istallata superiore ai 4KW. Tenendo conto che la spesa media annua di una famiglia tipo in Italia è di 515€ per l’energia elettrica, tali famiglie spendono in più 637€. Di questi, solo una minima parte sono coperti dal bonus sociale elettricità (155€), mentre ben 482€ rimangono completamente a carico delle famiglie. E per la scarsa informazione, il 16% degli aventi diritto non accede a tale bonus. Questi tra i principali dati emersi dall’indagine pilota sull’impatto economico della spesa energetica sul reddito di famiglie affette da disabilità, realizzata da Cittadinanzattiva, grazie alla rete CnAMC -Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici e con il sostegno di Acquirente Unico. Il commento. “Questa bolletta energetica di oltre 1.150€” commenta il Segretario generale di Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso, “va a sommarsi ad una serie di costi privati che molte persone invalide e con patologia cronica sono costrette a sostenere, dalla badante ai farmaci non rimborsati, a presidi ed ausili non garantiti dal SSN e altro, per un totale di oltre 16mila euro annui. Per tutta risposta, il fondo per l’autosufficienza è stato azzerato, i bonus sociali elettricità sono di importo ridicolo né vengono adeguati o estesi per le apparecchiature non salvavita ma ugualmente necessarie per la qualità di vita. Si stima che circa 300.000 persone sono attualmente escluse da questa forma di sostegno. Chiediamo alle forze politiche e alla stessa Autorità di settore di intervenire quanto prima a tutela di questi gruppi vulnerabili di popolazione”. Lo studio è stato presentato in data odierna a Roma nell’ambito del convegno “Energia e cronicità: La solidarietà sociale per l’abbattimento della fuel poverty” al quale hanno partecipato, tra gli altri, AEEG, Ministero della Salute, Ministero del Welfare, componenti delle Commissioni Affari sociali della Camera dei Deputati e Igiene e Sanità del Senato, FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, operatori del settore. L’indagine è stata condotta su un campione accidentale di 115 soggetti, appartenenti a cinque associazioni di pazienti che collaborano con il CnAMC: AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica), AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), Parent Project Onlus (Distrofia muscolare Duchenne e Becker), UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), Associazione Italiana Pazienti BPCO. Lo studio ha circoscritto il fenomeno della fuel poverty ai nuclei familiari che presentono al loro interno persone afflitte da patologie croniche invalidanti: distrofia muscolare (42,5% del campione), sclerosi multipla (30%), BPCO (17,5%), SLA (10%). Apparecchiature “salvavita” e “salva qualità di vita”. La normativa attuale distingue di fatto tra dispositivi di serie A e di serie B. I primi danno diritto al bonus, e sono quelle apparecchiature a funzionamento elettrico necessarie per il mantenimento in vita del paziente. In pratica, sono apparecchiature di supporto alle funzioni cardio-respiratoria, renale, alimentare e per le attività di somministrazione. Tra le apparecchiature che invece non danno diritto al bonus, rientrano i mezzi di trasporto ed ausili per il sollevamento (es. ascensori, montascale, carrozzine elettriche) e i dispositivi per la prevenzione e la terapia di piaghe da decubito. Disabilità & costi privati. Le carenze del SSN comportano per la persona con patologia cronica, e per il suo nucleo familiare, l’assunzione di notevoli costi privati, soprattutto per il supporto assistenziale (badante), la spesa farmaceutica, l’assistenza psicologica, l’assistenza protesica, le prestazioni di diagnostica e di specialistica. A queste, vanno aggiunte, in molti casi, le suddette spese per le apparecchiature elettromedicali. Tra queste, quelle maggiormente frequenti nelle case dei pazienti intervistati sono: ventilatore polmonare (58%), carrozzina elettrica (42%), sollevatore mobile (30%), aspiratore (20%), ascensore/montascale (19%), apparecchiatura per pressione positiva continua (12%), materasso antidecubito (9%), nutri pompa (5%), umidificatore elettrico (4%), concentratore di ossigeno (2%), monitor per controllo notturno (2%). Disabilità & costi privati: tipologia di spesa Importo medio annuale Supporto assistenziale (badante), integrativo rispetto all’assistenza fornita dal SSN 9.389 € Acquisto dei farmaci necessari (e non rimborsati dal SSN) per il trattamento della patologia 2.487 € Accesso ai servizi di supporto psicologico 1.836 € Acquisto dei presidi, protesi ed ausili non garantiti dal SSN 1.618 € Prestazioni diagnostiche (esami per il follow-up) necessarie per il trattamento e/o per il monitoraggio della patologia, non erogate gratuitamente dal SSN. 855 € Bolletta energetica 482 € Fonte: Cittadinanzattiva - CnAMC Cosa si intende per fuel poverty. La “povertà energetica” rappresenta un fenomeno recente ma in continua crescita, anche a causa dell’incremento dei costi dell'energia per le utenze domestiche e dell'attuale grave crisi economica: si stima che tra i 50 e i 125 milioni di cittadini europei siano ai margini della fuel poverty o quanto meno a rischio di esserne colpiti. Il concetto di fuel poverty, però, è stato definito chiaramente solo nel Regno Unito: “una famiglia si trova in una condizione di fuel poverty quando spende più del 10% del proprio reddito disponibile per i propri bisogni di energia, comprendendovi l’utilizzo degli elettrodomestici, e per dotare la propria abitazione di un sufficiente livello di comfort e di salubrità”. Ciò nonostante, tale condizione di disagio è facilmente riscontrabile in una famiglia che presenta una o più di queste situazioni: bassi redditi, scarso livello di comfort termico nell’abitazione; presenza di disabili, malati cronici e pazienti con patologie invalidanti. Le proposte 1. Estendere la concessione del bonus elettricità a coloro che necessitano di apparecchiature elettromedicali non salvavita ma ugualmente necessarie. Ciò significherebbe concedere il bonus a circa 300.000 persone attualmente escluse (di cui circa 80.000 aderenti alle associazioni che hanno partecipato all’indagine). Ad oggi, invece, gli aventi diritto al bonus per disagio fisico si aggirano intorno ai 20.000 (la spesa ad essi destinata equivale a 3.100.000 € per un bonus pari a 155 €). 2. Adeguare l’importo del bonus. Tale importo è stabilito in modo forfetario, se non proprio arbitrario: si è infatti passati dai 150€ del 2008 ai 138€ del 2010, riconfermati per il 2011 e quindi aumentati a 155€ nel 2012, senza alcun riferimento alle maggiori esigenze di consumo che caratterizzano particolari tipologie di utenze, né tenendo in minimo conto gli andamenti dell’inflazione. Il bonus non copre neanche la spesa relativa alle apparecchiature elettromedicali, e comporta in media un risparmio solo del 13% sulla spesa energetica totale. Sarebbe quindi opportuno aumentare il bonus elettricità in modo da coprire le spese indotte dagli apparecchi elettromedicali, il che avrebbe significato, per il 2011, elevare il bonus a 200€, e a 230€ per il 2012 (con relativa spesa, per un’utenza di 20.000 persone, pari a 4.600.000€). 3. Offerte tariffarie ad hoc per specifiche tipologie di utenza. L’entità rilevante dei consumi energetici, per specifiche utenze, non è attribuibile soltanto ai consumi legati alle apparecchiature elettromedicali, ma anche agli altri consumi, trattandosi di persone che a causa della loro malattia sono di fatto costrette a passare un numero maggiore di ore all’interno della propria abitazione. Al di là del bonus elettricità, sarebbe quindi auspicabile, da parte delle società di vendita, la formulazione di offerte tariffarie ad hoc per questa tipologia di utenza. 4. Potenziare le attività di comunicazione. Non tutti gli aventi diritto al bonus elettricità per disagio fisico sono effettivamente informati, con il risultato che il 16% non vi accede. Occorre quindi intensificare le attività di comunicazione coinvolgendo direttamente le Organizzazioni di tutela. 5. Agevolazioni fiscali legate alla spesa per energia elettrica. Una ulteriore misura di sostegno economico, complementare al bonus elettricità ed alle offerte tariffarie ad hoc, potrebbe essere quella di individuare delle forme di agevolazioni fiscali legate alla spesa per energia elettrica. 6. Rifinanziare il fondo per la autosufficienza. Stanziati 300milioni di € nel 2008, 400 milioni di € nel 2009 ed altrettanti l’anno seguente, poi il nulla. 3/7/2012 www.dazebaonews.it |
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Post n°6611 pubblicato il 05 Luglio 2012 da cile54
Il tempo della politica austeritaria È nato un neologismo adeguato ai tempi della crisi, i tempi della postdemocrazia, espressione politica del turbocapitalismo (o finanzcapitalismo, o ultracapitalismo, o ipercapitalismo). Un neologismo che coglie in la coincidenza tra la politica di austerità – che significa sacrifici per i ceti medio-bassi – e l’attitudine a risolvere le tensioni sociali che quella politica genera con le maniere forti. Insomma: si tratta della nuova politica austeritaria: autoritarismo per imporre l’austerità. La promuovono e cercano con ogni mezzo di farla applicare governi che sono espressione degli stessi gruppi sociali che sono i primi responsabili della crisi, e che della sua gestione continuano largamente a beneficiare, come dimostrano i dati che testimoniano un allargamento della forbice tra ricchi e poveri, con una sostanziale, progressiva diminuzione (e in prospettiva forse sparizione) delle classi medie. Dunque, nella politica austeritaria, mentre si riducono gli spazi di democrazia per i cittadini, ai quali si lascia credere di poter contare, con le elezioni, anche quelle referendarie, ma che non hanno alcuna possibilità di incidere sulla vita della collettività: ossia, il ruolo di cittadinanza viene meno, mentre si riaffaccia un rapporto di sudditanza verso il potere, che sia rappresentato da un sindaco, un assessore, un sottosegretario, un ministro, un presidente. Si pensi alla esaltante battaglia condotta e vinta coi referendum di un anno fa. Mentre addirittura un neoministro in carica non evitò di affermare che sul nucleare non era detta l’ultima parola, e che ci si sarebbe potuto e dovuto ripensare, pressoché tutte le amministrazioni locali – in una inquietante identità tra centrosinistra e centrodestra – si sono affrettate a mettere in vendita quote di pubblici servizi, a cominciare dalle aziende erogatrici dell’acqua; si sono precipitate insomma a privatizzare i beni comuni. Non c’è che dire: un bel risultato per la democrazia. Contemporaneamente, il governo mena fendenti allo Stato sociale, colpisce le garanzie dei lavoratori, li getta alla mercé di un padronato sempre più aggressivo e arrogante. Molte delle azioni governative, a cominciare da quella sull’articolo 18 (ossia per la sua eliminazione, o smantellamento), appaiono ideologiche, prive di qualsiasi effettivo risultato, prevedibilmente, sull’economia del Paese: ma si devono fare, e con l’alibi comunitario («le riforme che chiede l’Europa»), si conduce una guerra totale a fini puramente simbolici: si deve dare l’impressione alla controparte sociale – governo e classi dominanti da questo punto di vista sono tutt’uno – che è sconfitta, che non deve permettersi di rialzare la testa, che deve trangugiare ogni amaro calice che le venga offerto (imposto), e tacere. Mi riferisco all’Italia, certo; ma la situazione è generale, e dovunque nel capitalismo finanziario dominante, anche se sull’orlo del baratro, si impongono scelte dolorose per i ceti subalterni, e come ci si può riuscire? Non basta più la macchina del consenso; non sono sufficienti gli editoriali dei grandi giornali, cartacei o radiotelevisivi; non è sufficiente una massiccia propaganda, che ci invade e ottenebra le menti; è inevitabile il ricorso alla violenza legittima: la violenza degli apparati di polizia. Da Wall Street al Québec, da Basiano alla Val di Susa, lo Stato mostra il suo volto feroce, con un accanimento che stupisce, ove non lo si connetta alla necessità di imporre i nuovi assetti sociali. Tutti coloro che provano a dire di no, ritenendo ancora di essere cittadini, pur essendo tra i meno garantiti (precari, licenziati,cassintegrati, disoccupati,per non parlar dei migranti, che, si sa, sono non persone), sono trattati come popolazione indigena da parte di truppe coloniali. E intanto si incancreniscono le situazioni: i tanti esodati sfuggiti all’improbabile e goffo conteggio della professoressa Fornero, i lavoratori (e i titolari) di piccole imprese che chiudono giorno dopo giorno, e che dalla riforma del mercato del lavoro (una «boiata» secondo il nuovo presidente di Confindustria) certo non possono ricevere ossigeno. E mentre il governo – questo, come altri nel mondo – che si è congratulato immediatamente per la vittoria della destra in Grecia, continua nelle sue manovre, all’insegna di una dichiarata volontà di ricupero della coesione sociale, le forze dell’ordine spaccano gambe, rompono teste, sbattono in cella di sicurezza i rappresentanti delle nuove (e vecchie) “classi pericolose”. Le lacrime e il sangue non sono più una metafora. Angelo D'Orsi 04/07/2012 www.ilmanifesto.it |
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Post n°6610 pubblicato il 05 Luglio 2012 da cile54
Spending review, tagli alla sanità per tre miliardi nel 2012/2013 Nella bozza del decreto si prevede una sforbiciata di 1 miliardo quest’anno e di 2 miliardi nel 2013 al fondo sanitario. Questi tagli si aggiungono agli 8 del biennio 2013/2014, già previsti dal decreto “Tremonti” del 2011. Colpiti ospedali, farmaci, farmacie, aziende farmaceutiche e beni e servizi. 03 LUG - Si cominciano a delineare meglio le misure che dovrebbero colpire la sanità nell’ambito del provvedimento che, tra revisione della spesa e tagli veri e propri, si sta caratterizzando come una vera e propria ennesima manovra estiva, anche se il termine non è gradito al premier Monti che preferisce parlare di “un'operazione strutturale per evitare che tra ottobre e dicembre si debba aumentare l'Iva”. Ma, intenzioni a parte, è evidente che per la sanità scatteranno ulteriori tagli che si andranno ad aggiungere a quei 7,950 miliardi di euro previsti dalla manovra del luglio scorso dell'ex ministro Giulio Tremonti (vedi tabella a fondo articolo), sui quali, è bene ricordarlo, si è arenato il nuovo Patto per la salute con le Regioni che si sarebbe dovuto chiudere entro il 30 aprile scorso e che invece è tutt'ora in alto mare. Taglio di 3 miliardi al fondo sanitario Le risorse per la sanità da ripartire alle Regioni caleranno di tre miliardi in due anni. Un miliardo a valere sul 2012 e due sul 2013. Si legge nella bozza: "Le riduzioni sono ripartite fra le Regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano secondo criteri e modalità proposti in sede di autocoordinamento dalle regioni e province autonome di Trento e di Bolzano medesime, da recepire" entro "il 30 settembre 2012, con riferimento all'anno 2012 ed entro il 30 novembre 2012 con riferimento agli anni 2013 e seguenti". I settori sanitari interessati ai tagli dovrebbero essere: Gli ospedali con un ulteriore abbassamento del rapporto posti letto/abitanti che dovrebbe scendere dall’attuale 4,2 per mille a 3,7 per mille, comprensivi dello 0,7 per mille per i letti di lunga degenza e riabilitazione. In tutto circa 30 mila posti letto in meno che, sommati a quelli già tagliati dal 2000, equivalgono a un taglio complessivo di 75 mila posti letto in poco più di dieci anni. Ma per gli ospedali scatterebbe anche la chiusura dei piccoli istituti con meno di 120 letti, prevista da tempo ma in realtà non attuata in tutte le Regioni. I beni e servizi dovrebbero poi essere tagliati del 5%, che vuol dire un risparmio di circa 1,7 miliardi. Per i farmaci la bozza prevede diverse misure. In primo luogo la rideterminazione dello sconto dovuto dalle farmacie convenzionate al 3,65% fino a fine anno. Si legge nella bozza nel testo diffuso da alcuni quotidiani: "A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto - si legge nella bozza - l'ulteriore sconto dovuto dalle farmacie convenzionate è rideterminato al valore del 3,65 per cento”. Aumenta anche il contributo delle aziende farmaceutiche che, sempre fino a fine anno, arriverebbe al 6,5%. Si legge sempre nella bozza: “Limitatamente al periodo decorrente dalla data di entrata in vigore del presente decreto fino al 31 dicembre 2012, l'importo che le aziende farmaceutiche devono corrispondere alle Regioni è rideterminato al valore del 6,5 per cento”. Cambia anche il tetto per la farmaceutica territoriale che passerebbe dall’attuale 13,3% al 13,1% nel 2012 per scendere ulteriormente all’11,5% nel 2013. Si legge nella bozza, “Per l'anno 2012 l'onere a carico del Servizio sanitario nazionale per l'assistenza farmaceutica territoriale è rideterminato nella misura del 13,1 per cento". Dal 2013 il tetto è ulteriormente abbassato all'11,5% "al netto degli importi corrisposti dal cittadino per l'acquisto di farmaci ad un prezzo diverso dal prezzo massimo di rimborso stabilito dall'AIFA". Sale invece il tetto la farmaceutica ospedaliera, che cresce al 3,2% rispetto al 2,4% attuale. Si legge infatti nella bozza che "a decorrere dall'anno 2013 il tetto della spesa farmaceutica ospedaliera di cui all'articolo 5, comma 5, del decreto-legge 10 ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 novembre 2007, n. 222, è rideterminato nella misura del 3,2 per cento e si applicano le disposizioni dei commi da 5 a 10". 4/7/2012 fonte: quotidianosanita.it |
L'informazione dipendente, dai fatti

Nel Paese della bugia la verità è una malattia
(Gianni Rodari)
Dalla sua parte Romanzo di Isabella Borghese Editore: Ensemble Pagine: 192 Prezzo: 15 euro Francesca si è persa. La depressione del padre come un uragano ha spazzato via legami e certezze. Una vita che scorre incessante tra emozioni, fughe, rifugi, confronti e ripensamenti. Francesca, come un’eroina contemporanea non teme nulla, ha un solo compito: riprendersi in mano la vita facendo i conti con il suo passato.
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PIGS! La crisi spiegata a tutti
"in parole povere"

in libreria e On line, http://www.deriveapprodi.org/2012/06/pigs/
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Giorgiana Masi
Roma, 12 maggio 1977
omicidio di Stato

DARE CORPO ALLE ICONE
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NO
LA NOSTRA CIVILTA' COSTITUZIONALE
CRIMINI DI GUERRA UNILATERALE. OGNI GIORNO SI SCAVANO FOSSE COMUNI PER I LAVORATORI UCCISI DA QUESTO SISTEMA POLITICO-ECONOMICO. NON BASTA PIU' DIRE "BASTA"
L'autobiografia semplice e grande di "Sandra", staffetta partigiana
Il cavaliere e il Padrino. La storia della loggia massonica P2, il suo programma che Berlusconi sta attuando, con il silenzio dell'opposizione ombra
"Odio gli indifferenti"
LA GIORNATA DELLA MEMORIA
Per non dimenticare
5 gennaio, 




