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Un blog creato da lecittadelsud il 01/06/2010

LE CITTA' DEL SUD

Identità e decrescita sostenibile delle province duosiciliane

 
 

BREVE STORIA DELLE DUE SICILIE

da: "DUE SICILIE" Periodico Indipendente - Direttore: Antonio Pagano

www.duesicilie.org

La storia della formazione dello Stato italiano è stata così mistificata che non è facile fornire un quadro fedele di tutti gli avvenimenti che portarono all'unità. Dal 1860 in poi è stato eretto dal potere italiano un muro di silenzio  Molti importanti documenti sono stati fatti sparire o tenuti nascosti, e ancora oggi sono secretati negli archivi di stato;

 

 INDICE

Sintesi storica

Situazione sociale ed economica

Le più importanti realizzazioni

Le cause della fine del Regno

I Garibaldine e l'invasione piemontese

La resistenza duosiciliana

Conclusioni

 

 

ITINERARIO STORICO NEL REAME DELLE DUE SICILIE
tratto da Giuseppe Francioni Vespoli (1828) e Antonio Nibby (1819)

Itinerario 1 (Napoli Capitale)
Itinerario 1 (da Portici a Pompei)
Itinerario 1 (da Pozzuoli a Licola)
(Intendenza di Napoli)
Itinerario 2 (da Nola al Matese)
Itinerario 2 (dal Garigliano a Venafro)
(Terra di Lavoro)
Itinerario 3
(Principato Citra)
Itinerario 4
(Principato Ultra)
Itinerario 5
(Basilicata)
Itinerario 6
(Capitanata)
Itinerario 7
(Terra di Bari)
Itinerario 8
(Terra d'Otranto)
Itinerario 9
(Calabria Citeriore)
Itinerario 10
(Calabria Ulteriore Prima)
Itinerario 11
(Calabria Ulteriore Seconda)
Itinerario 12
(Contado di Molise)
Itinerario 13
(Abruzzo Citeriore)
Itinerario 14
(Secondo Abruzzo Ulteriore)
Itinerario 15
(Primo Abruzzo Ulteriore)
Itinerario 16
(Intendenza di Palermo)
Itinerario 17
(Intendenza di Messina)
Itinerario 18
(Intendenza di Catania)
Itinerario 19
(Intendenza di Girgenti)
Itinerario 20
(Intendenza di Noto)
Itinerario 21
(Intendenza di Trapani)
Itinerario 22
(Intendenza di Caltanissetta)

 

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IL SISTEMA DI MISURA NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Post n°139 pubblicato il 13 Febbraio 2017 da lecittadelsud
 
Foto di lecittadelsud

Nel Regno delle due Sicilie vi furono due sistemi di misure: quello stabilito dalla legge del 31 dicembre 1809 per i "Reali domini di là del Faro" e quello fissato dalla legge del 6 aprile 1840 per i "Reali domini di qua del Faro" (ex Regno di Napoli). Quest'ultimo, all'art. 2, prescriveva: «la base dell’intero sistema, il palmo, è la sette milionesima parte di un minuto primo del grado medio del meridiano terrestre ovvero la sette milionesima parte del miglio geografico d’Italia pari a 0,26455026455», sostituendo così il valore del vecchio palmo napoletano, pari a 0,2633333670 metri, fissato da Federico I d’Aragona con l'editto del 6 aprile 1480, al quale furono apportati correttivi nei successivi periodi. 

A partire dall'Unità d'Italia viene adottato il sistema metrico decimale.


Le misure erano espresse in palmi, canne, passi.

Palmi Napoletani
Unità di misura della lunghezza avente valore variabile a seconda dei luoghi e dei tempi. Il palmo napoletano valeva 0,2633333670 metri (dal 1480 al 1840), 0,26455026455 metri (legge del 6 aprile 1840).
Il palmo è simile alle misure in vigore in Europa prima dell’avvento del sistema decimale. I sottomultipli, in numero di tre, erano molto simili ai corrispondenti anglosassoni: 1/12 di palmo era un’oncia lineare che, a sua volta, era una linea. La linea si divideva ancora in 1/12 di linea che era la microscopica misura di un punto (circa 0,15 mm). I multipli, anch’essi in numero di tre, erano: 8 palmi che costituiscono una Canna, 16 canne che formano una corda e 45 corde che rappresentano il miglio (pari a 1,486643328 km).

Canne
La canna costituiva la misura di grandezza utilizzata prima dell’introduzione del sistema metrico decimale.
In base all’editto del 6 aprile 1480, emanato da Ferdinando I d’Aragona, veniva utilizzata la canna composta da 8 palmi avente valore di 2,109360 metri. Era l’unità di misura più utilizzata nel commercio al minuto dei tessuti, tele, stoffe, e nelle misurazioni inerenti la costruzione di fabbricati, tavole, pietre. Il suo sottomultiplo era la “mezza canna”.
La legge del 6 aprile 1840, emanata da Ferdinando II, stabilì che doveva utilizzarsi la canna lineare composta da 10 palmi avente valore 2,6455026455 metri.

Passi
Il passo era un'altra unità di misura di lunghezza in uso prima dell’adozione del sistema metrico decimale e avente valore variabile a seconda dei luoghi e dei tempi. A Napoli, l’editto del 1480 stabilì l’utilizzo di due passi: il passo itinerario, composto da 7 palmi ed uguale a 1,84569 metri; il passo della terra, composto da palmi 7 e 113, pari a 1,9335799 metri.
Nel Duomo di Napoli si trova, da almeno sei secoli, il campione dell’unità di misura del passo napoletano. Si tratta di un’asta di ferro (lunghezza pari a 194 cm) incastrata verticalmente nell’ultimo pilastro della navata sinistra prima del transetto.

 
 
 

QUANDO IL MONDO DEL CURVA E QUELLO REALE SONO DISTANTI

Post n°138 pubblicato il 07 Ottobre 2013 da lecittadelsud
 

striscioni

Quello che è successo al San Paolo, domenica contro il Livorno, fa parte di una commedia degli "errori" a cui siamo oramai abituati da sempre. Appare sempre più stridente la contrapposizione tra i due famosi striscioni, quello esposto sul campo prima della partita e quello espoto in curva B. Il primo che cercava di tenere desta l'attezione sulla tragedia dei fuochi, il secondo che, con una ironia autolesionista, e in maniera inconsapevole, "distraeva" quell'attenzione attraverso un attacco personale rivolto alle autorità sportive. A, parte l'errore di comunicazione per cui la maggior parte non ha capito inizialmente il senso della scritta "Napoli Colera", crediamo che se da un lato sia stato un vero è proprio autogol l'essersi "ironicamente" autodenigrati, dall'altro si è persa una importante occasione per portare alla ribalta nazionale il dramma della terra dei fuochi, ben più importante della polemica contro le autorità sportive. Oltretutto, la chiusura della curva del Milan era stato già un segnale forte dato proprio dalle autorità sportive, a cui evidentemente le curve del nord non erano abituate. Allora bisognava lavorare su questo cambio di rotta, piuttosto che intraprendere una polemica sterile che rischia solo di indispettire chi ha, comunque, compiuto un gesto storico, come quello di chiudere una curva di serie A per razzismo territoriale. Allora, senza voler attaccare nessuno, sopratutto chi da 50 anni ogni domenica a Napoli e "all'estero" va a "battersi" per i colori azzurri, raccogliendo insulti e offese in giro per l'Italia, diciamo semplicemente che in un momento cosi grave per le nostre martoriate terre, dove è in atto un vero e proprio "biocidio", forse il mondo del calcio dovrebbe sposare per un attimo la causa del mondo "esterno", e, per una volta, provare ad essere una sola cosa per il bene di tutti. Proprio in quella giornata, forse, non era necessaria l'immancabile ironia napoletana, ma questa è solo una nostra modestissima opinione.

 
 
 

LA LEGISLAZIONE BORBONICA AVANTI ANCHE NELLA TUTELA DELLE DIFFERENZE DI GENERE

Post n°137 pubblicato il 20 Settembre 2013 da lecittadelsud
 

Nel regno delle Due Sicilie, femminielli e omosessuali sono parte integrante della società. Per esempio,  i femminielli insegnavano ai giovani i ruoli del sesso, facevano da sensali, predicevano il futuro con la tombola, e portavano le donne a Montevergine perché avessero gravidanze feconde. Le leggi sull'omosessualità vigenti nel Regno delle Due Sicilie erano le più illuminate dell'Italia pre-unitaria, e i reati sessuali (stupro, sevizie, ratto, violenza su minori, oltraggio al pudore e simili) venivano trattati a prescindere dal sesso dei soggetti.

Con l’unità d’Italia viene applicato lo Statuto Albertino, copiato dai prussiani. Lo statuto prussiano è influenzato direttamente da quello Vittoriano, che è la fonte di ogni persecuzione ancora oggi nelle numerose colonie del Commonwealth, ed istituisce il famigerato paragrafo 175, che impone la prigione ad ogni “uomo che” permette o “commette atti licenziosi e lascivi con un altro uomo”.

Il codice penale del Regno di Sardegna fu esteso nel 1860 al resto dell'Italia appena unificata. Il famigerato articolo 425, che puniva gli atti omosessuali su querela di parte o in caso di "scandalo", entrò così in vigore anche nelle altre province del neonato Regno.

Ci fu però un'eccezione molto significativa: al momento di promulgare il "nuovo" codice nell'ex-Regno delle due Sicilie, l'art. 425, assieme a pochi altri, fu abrogato. 

È questo un sintomo del disagio con cui le bigotte disposizione legislative sarde sull'omosessualità venivano accolte nel resto d'Italia. Si tratta anche di un implicito riconoscimento degli effetti devastanti che una legge repressiva avrebbe avuto sui costumi del Sud Italia, dove una fase di comportamento omosessuale veniva data implicitamente per scontata nella vita di ogni individuo.  

Fu insomma una prima, silenziosa ammissione della diversità fra le due "culture" dell'omosessualità, quella mediterranea e quella nordica, esistenti anche oggi in Italia.

Di fatto si giunse comunque a un paradosso: la pratica omosessuale fra adulti consenzienti poteva costituire un reato a Torino, Milano, Cagliari o Ancona, ma non a Firenze, Napoli, Bari o Palermo. Una situazione decisamente anomala.

Quando però venne il momento, dopo interminabili discussioni, di promulgare il primo codice penale veramente "italiano" (il codice Zanardelli, del 1889), il contrasto fra le due disposizioni legislative fu risolto una volta di più secondo la tradizione del codice napoleonico. Quello omosessuale ritornò così ad essere un comportamento che, se compiuto fra adulti consenzienti in privato, non era preso in considerazione dalle leggi. Questo durò poco, perchè durante il fascismo gli omosessuali vennero inseriti tra i gruppi da colpire per la "tutela della razza". Il fascismo si basava su almeno un secolo di tradizione giuridica e clericale repressiva italiana, che puntava a cancellare del tutto l'omosessualità negandole qualsiasi spazio di visibilità, fosse pure deviante.

La repressione delle condotte omosessuali in Italia fu estremamente efficace: Viviani e De Filippo non citeranno mai la figura del femminiello nelle loro numerose opere!

Il sud ha perso 152 anni di civiltà ed oggi siamo costretti a dover discutere su una legge contro l'omofoba, quando la nostra cultura mediterranea, per secoli, ha considerato l'omosessualità un fatto assolutamente naturale e lecito.

 
 
 

LA REPUBBLICA FRANCO-NAPOLETANA DEL 1799

Post n°136 pubblicato il 18 Settembre 2013 da lecittadelsud
 
Foto di lecittadelsud

Nel dicembre 1798 l’esercito francese entrò nel  Regno di Napoli

Alla notizia della capitolazione il popolo di Napoli e di parte delle province insorse violentemente in funzione antifrancese: è la rivolta dei cosiddetti lazzari, che oppose una forte resistenza all'avanzata francese. La Repubblica ha un'autonomia estremamente limitata, sottoposta di fatto alla dittatura dei Francesi e alle difficoltà finanziarie causate principalmente dalle richieste dell'esercito francese costantemente in armi sul suo territorio.

A questo si aggiunge una repressione spietata e sanguinaria contro gli oppositori del regime che certo non aiuta a conquistare le simpatie popolari; difatti durante i pochi mesi della repubblica moltissime persone vengono condannate a morte e fucilate dopo sommari processi politici. Con l'istituzione della Repubblica Napoletana non fu mai colmato il distacco esistente tra i pochi giacobini al potere e tutti gli altri napoletani. Libertà, fratellanza ed eguaglianza furono spesso imposte solamente con le armi, con provvedimenti artificiosi e impopolari, con condanne a morte (non meno di 1563, come risulta dai pochi documenti catalogati), con saccheggi, devastazioni e massacri che costarono ai meridionali oltre 60.000 morti. Il generale francese Thiebault descrive nelle sue memorie il suo ingresso a Napoli e la sua vittoria a Porta Capuana contro il popolo napoletano: "I terreni avvicinandosi a Napoli erano tutti distrutti, gli alberi fruttiferi spogliati delle loro foglie... Napoli non era altro che un immenso campo di carneficine, incendi, spavento e morte. I granatieri francesi massacrarono al suono della carica tutto ciò che era di fronte a loro... non un napoletano restò vivo sul terreno che abbiamo percorso."

Come poi scrisse Benedetto Croce nella sua Storia del Regno di Napoli, "di fronte all'eroica resistenza popolare molti giacobini furono allora e poi presi da una sorta di rossore, come se quelle incolte plebi avessero loro inflitto una lezione di sano patriottismo, di sano orgoglio nazionale".

In realtà la rivoluzione del 99 fu solo un pretesto ed una occasione per i Francesi per mettere amcora una volta le mani sulle nostre terre come si evince chiaramente dal bando di Faypoult, commissario della Repubblica Napoletana, che 3 febbraio 1799 emette il seguente decreto: "Appartengono alla Repubblica francese... tutti i beni reali compreso il patrimonio privato del Re, il patrimonio delle scuole pubbliche, il denaro delle banche pubbliche, tutte le casse pubbliche, le tasse, tutti i tesori del Paese, i musei, le biblioteche, tutto ciò che giace ancora sotto gli scavi di Pompei ed Ercolano...".

Se il regno delle Due Sicilie non fosse stato cancellato dalla storia e dalle carte geografiche, il cardinale Ruffo oggi sarebbe un eroe nazionale ed gli avrebbero intitolato strade e piazze al posto di Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele.

Si dice che la restaurazione borbonica cancello la borghesia meridionale, noi pensiamo che quella "borghesia" non era all'altezza di governare il sud perchè aveva venduto la sua rivoluzione ad un paese straniero, la Francia.

 
 
 

LE DOGANE DI TERRA DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Post n°135 pubblicato il 03 Aprile 2013 da lecittadelsud
 

 

Decreto portante la classificazione delle dogane della frontiera di terra

Napoli 12 Luglio 1824

 

FERDINANDO I PER LA GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SIClLIE, DI GERUSALEMME ec. INFANTE DI SPAGNA, DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO ec. ec. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA ec. ec. ec.

 

Vista la legge del di primo di giugno 1817 ed il nostro decreto degli 8 di marzo di questo anno, relativo alla classificazione delle dogane del littorale de’ nostri dominj al di qua del Faro;

Sulla preposizione del nostro Consigliere Ministro di Stato Ministro Segretario di Stato delle finanze;

Udito il nostro ordinario Consiglio di Stato;

Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue:

 

Art. 1. Le dogane della frontiera di terra del nostro regno saranno divise in due classi: 1° d’importazione ed esportazione non limitata;

2° d importazione ed esportazione limitata pe’ generi su’ quali il dazio non dovrà eccedere i ducati dodici

 

Art. 2. Saranno dogane d importazione ed esportazione non limitata Portella per Fondi, Castelluccio, Casabiggiani in Villa Carmine, Cittaducale, Carsoli, Martinsicuro per Giulia.

 

Art.3. Le dogane d’importazione ed esportazione de’ generi su’ quali il dazio non dovrà eccedere i ducati dodici saranno le seguenti: Lenola, Pastena, S.Giovanni Incarico, Collenoci, Isoletta, Roccavivi, Civitellaroveto, Capistrello, Cappapadocia, Cavaliere, Tufo, Leofreni, Borgo S.Pietro, Capradosso, Cantalice, Cittareale, Grisciano, S.Vito Teramano, Passo di Civitella, S.Egidio e Controguerra;

 

Art. 4. I conduttori de’ generi che dall’estero saranno introdotti per terra ne’ nostri dominj di qua del Faro, dovranno battere le strade qui appresso indicate:

 

Per la dogana di Fondi, entrando nel regno percorreranno la strada regia consolare che passa per 1’Epitaffio, Portella, Fondi, Itri e Mola.

Per la dogana di Lenola entrando nel regno percorreranno la strada detta Quercia del Monaco che va in Lenola.

Per la dogana di Pastena entrando nel regno percorreranno la strada che porta alla Madonna delle Macchie, e da questa direttamente per la piana in Pastena.

Per la dogana di S.Giovanni Incarico entrando nel regno percorreranno la strada detta Fontanelle che va in S.Giovanni Incarico.

Per la dogana d’Isoletta entrando nel regno percorreranno la strada rotabile detta Santa Giusta che va in Isoletta.

Per la dogana di Collenoci entrando nel regno percorreranno la strada rotabile che porta alla Zingardara, ov’è la detta dogana di Collenoci.

Per la dogana di Castelluccio entrando nel regno percorreranno la strada rotabile detta de’Colli che va in Castelluccio.

Per la dogana di Roccavivi entrando nel regno percorreranno la strada detta Prato di Campoli che va in Roccavivi.

Per la dogana di Civitellaroveto entrando nel regno percorreranno la strada detta Serra di S.Antonio e della Croce che va in Civitellaroveto.

Per la dogana di Capistrello entrando nel regno percorreranno la strada detta Serra di S.Antonio, S.Vito e Pescocanale, che va in Capistrello.

Per la dogana di Cappadocia entrando nel regno percorreranno la strada detta Cesacotta e Serra che va in Cappadocia.

Per la dogana di Cavaliere entrando nel regno percorreranno la strada detta Rivotorto che va in Cavaliere.

Per la dogana di Carsoli entrando nel regno percorreranno 1’antica strada Valeria ora detta del Trajetto che va in Carsoli.

Per la dogana di Tufo entrando nel regno percorreranno la strada detta dell’Aja vecchia che va in Tufo.

Per la dogana di Leofreni entrando nel regno percorreranno la strada detta della Pozzella e delle Cimate della foce che va in Leofreni.

Per la dogana di Borgo S.Pietro entrando nel regno percorreranno la strada detta Pereto del poggio Vittiano al ponte che va in Borgo S.Pietro.

Per la dogana di Capradosso entrando nel regno percorreranno la strada detta S’Bucetto che va in Capradosso.

Per la dogana di Cittaducale entrando nel regno percorreranno la strada consolare detta Salara che va in Cittaducale.

Per la dogana di Cantalice entrando nel regno percorreranno la strada detta delle Fossate che va in Cantalice.

Per la dogana di Casabiggiani sita in Villa Carmine entrando nel regno percorreranno la strada di Casapulcina che va in Casabiggiani, o pure quella detta Valleorticara che va anche in Casabiggiani.

Per la dogana di Cittareale entrando nel regno percorreranno la strada detta Forchetta che va in Cittareale.

Per la dogana di Grisciano entrando nel regno percorreranno la strada detta Romana via fiume Tronto che va in Grisciano.

Per la dogana di S.Vito Teramano entrando nel regno percorreranno la strada che direttamente porta in essa chiamata via S.Vito.

Per la dogana di Passo di Civitella entrando nel regno percorreranno la strada detta Galluccio che va nel passo di Civitella.

Per la dogana di S.Egidio entrando nel regno percorreranno la strada rotabile detta Fonte del rocco che va in S.Egidio o pure quella detta della Cona della Madonna delle grazie che va an che in S’Egidio.

Per la dogana di Controgucrra entrando nel regno percorreranno la strada del mulino di Controguerra che va nello stesso Controguerra.

Per la dogana di Martinsicuro per Giulia entrando nel regno percorreranno la strada regia consolare del ponte che va direttamente in Martinsicuro e Giulia

 

Art.5

Le attuali nostre dogane d’Isola, Sora, S.Germano Tagliacozzo Pelrella e Leofari rimangono abolite

 

Art.6

La dogana limitata di Carsoli divenuta giusta 1’articolo 2 del presente decreto, dogana illimitata sarà in correlazione pe’ transiti colla dogana pontificia di Riofreddo, un vece dell’abolita dogana di Tagliacozzo

 

Art.7

Tutti i generi esteri che saranno sorpresi ne’ lenimenti de’ comuni confinanti collo Stato estero in istrade diverse da quelle indicate nell’articolo 4, sfornite della bolletta a pagamento verranno arrestati in contrabbando, e sottoposti alle pene stabilite nelle leggi in vigore. Sono eccettuate da tali disposizioni le mercanzie che essendo suscettive di bollo doganale, ne fossero munite.

 

Art.8

La dogana di Silvi sarà compresa nella disposizione dell’articolo 3 del citato nostro decreto degli 8 di marzo di questo anno.

 

Art.9

Tutte le disposizioni contenute nella enunciata légge del dì primo di giugno 1817 che non sono contrarie al presente decreto restano in vigore.

 

Art10

Le disposizioni contenute nel presente decreto cominceranno ad avere la di loro esecuzione dal dì primo del prossimo mese di settembre.

Art.11

Il nostro Consigliere Ministro di Stato Ministro Segretario di Stato delle finanze è incaricato della esecuzione del presente decreto

 

Firmato FERDINANDO Il

 
 
 

LA MOZIONE D’INCHIESTA DEL DUCA DI MADDALONI SULLE GRAVI CONDIZIONI DELLE PROVINCE NAPOLETANE

Post n°134 pubblicato il 14 Marzo 2013 da lecittadelsud

Francesco Marzio Proto Carafa Pallavicino, duca di Maddaloni (Napoli, 1815 – Napoli, 1892), è stato un politico italiano. Nel 1848 venne eletto come deputato di Casoria alla Camera Napoletana. Dopo un lungo esilio, si fece eleggere come deputato alla Camera del Regno d'Italia nel 1861. Il 20 novembre del 1861, Francesco Proto presentò una mozione che fu un violento atto di accusa contro la politica del Governo nei riguardi delle province napoletane dove si venne a creare una situazione che non si riusciva più a controllare. La mozione, per la sua dura e cruda verità, irritò il Governo e il deputato di Casoria venne, quindi, invitato a ritirarla e, al suo rifiuto, la Presidenza della Camera non ne autorizzò la pubblicazione negli Atti parlamentari e ne vietò la discussione in aula. Dopo poco il deputato Francesco Proto si dimise dal Parlamento, tornando a Napoli dove morì nel 1892.

Il suo intervento duro intervento comincia con queste parole:

Io mi fo oso di presentare alla Camera questa mia mozione d'inchiesta parlamentare par i fatti che si passano nelle provincie napoletane. Essi sono di tal natura, che richieggono pronti rimedi, o sopratutto rimedi giusti e saggi. Né ciò solamente è necessario per la salute lei mio paese, ma sì per la salvezza di tutta Italia ad un tempo. La questione napolitana oggi non è questione di colori, la qesttione napolitana è questione di cuore.”

Ecco alcuni passi tratti dalla mozione d’inchiesta:

 

CORRUZIONE E DISFACIMENTO MORALE

gli uomini di stato del Piemonte hanno corrotto quanto vi rimanea di morale, hanno infrante e sperperate le forze e le ricchezze da tanto secolo ammassate; hanno spoglio il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore, e sin dal suo stesso Dio vorrebbero dividerlo, dove contro Iddio potesse combattete umana potenza. Hanno insanguinato ogni angolo del regno, combattendo e facendo crudelissima una insurrezione, che un governo nato dal suffragio popolare dovrebbe aver meno in orrore. II governo di Piemonte toglie dal banco il danaro de' privati, e del danaro pubblico fa getto fra i suoi sicofanti; scioglie le Accademie, annulla la pubblica istruzione; per corrottissimi tribunali lascia cadere in discredito la giustizia; al reggimento delle provincie mette uomini di parte, spesso sanguinosi ladroni, caccia nelle prigioni, nella miseria, nell'esilio, non che gli amici e i servitori del passato reggimento, (onesti essi siano o no, che anzi più facilmente se onesti) ma i loro più lontani congiunti, quelli che non ne hanno che il casato; ogni giorno fa novello oltraggio al nome napoletano, facendo però di umiliare cosi nobilissima parte d'Italia; pone la menzogna in luogo di ogni verità; travolge il senso pubblico per le veraci idee di virtù e di onoratezza; arma contro ai cittadini i cittadini; e tutti in una vergogna conculca e servi e avversarii e fautori. II governo piemontese trucida questa Metropoli, che la terza è di Europa per frequenza di popolo, e la prima d'Italia per la bellezza di doni celesti, e la più gloriosa dopo Roma; questa Metropoli onorata e serbata libera sin dagli stessi dominatori del mondo;

 

LA PIEMONTIZZAZIONE

La loro smania di subito impiantare nelle provincie Napoletane quanto più si poteva delle istituzioni di Piemonte, senza neppur discutere se fossero o no opportune, fece nascere sin dal principio della dominazione piemontese il concetto e la voce piemontizzare.

Questo fatto è ben lo specchio che riflette la oscena opera degli uomini preposti alla pubblica cosa, e nella dilapidazione dello erario del Napoletano chi non saprebbe affigurare la ragione delle sventure che per noi sì durano?

E dopo tanto sperpero della pubblica pecunia, è egli ricco il popolo? Ha pane, ha lavoro, suprema bisogna dell'umanità? Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio, serrati i privati opificii per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili a sostenersi, e per lo annulla mento delle tariffe e per le mal proporzionate riforme; null'altro in fatto di pubblici lavori veggiamo fare se non lentamente continuarsi qualche branca di ferrovia, o metter pietre inaugurali di opere, che poi non veggonsi mai continuare. E frattanto tutto si fa venir di Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i Dicasteri, e per le pubbliche amministrazioni.  Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A mercanti di Piemonte dannosi le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose, burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocratici napolitani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente, che non teneasi possibile dalla gente del mezzodì. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi, ed i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napolitani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell'ospizio dei trovatelli. quasi neppure il sangue di questo popolo più fosse bello e salutevole. Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo e un voler sfruttare la nostra terra, siccome terra di conquista. Il governo di Piemonte vuole trattar le provincie meridionali come il Cortes od il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come i fiorentini nell'agro Pisano, come i genovesi nella Corsica, come gli inglesi nei regni del Bengala. Ma esso non le ha conquistate queste contrade, perciocché non è soggiogare un paese il prepararsene l'ausilio per cospirazioni, od il corrompere e lo squassare la fede dello esercito, cd i! comperarne i condottieri, ed i consiglieri del principe indurre al tradimento. Soffrite pur che il diciamo, il governo piemontese fa a Napoli come quel parassito che, invitato a desco fraterno, ne porta via gli argenti.

 

L’ESERCITO NAPOLETANO

Lo scioglimento dell'esercito borbonico fu poi il più grave delitto del governo piemontese, perciocché per esso sperperandosi follemente un gran nerbo di forza italiana facevasi sempre più fiacco il nuovo regno, e serviva meravigliosamente di talento dei politici austriaci, che mal vedevano l'esercito delle provincie meridionali si aggiugnesse a quello delle subalpine

Muoiono della fame. Chieggiono lavoro, ne lo si vuol concedere loro. Vi ha gentiluomini che sonosi offerti anche a vangare la terra per buscarsi pane più sufficiente. però sono essi trattati peggio che i galeotti. E perché mai? Qual delitto hanno commesso eglino, perché il governo piemontese abbia a spiegar tanto lusso di crudeltà?

Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?

Ma più che stolta ed ingiusta, fratricida ed immanissima tornava la dissoluzione dello esercito napoletano. perché essa diede agio ai soldati di esso di riassembrarsi e di affortificar l'ira di un popolo conculcato, che da per ogni dove insorge per la indipendenza della nazione napolitana contro la signoria subalpina. Lo esercito napoletano, tradito da' suoi generali, voleva mostrare al mondo che non era esso traditore nè codardo, e si ragunava ne' monti, e benché privo di armi e di condottieri, piombava terribile contro ad un esercito non reo della sua oppressione.

 

LA GUERRA CIVILE

Il sangue di questa guerra fratricida piombi su quelli che l'accesero, ed esso gli affogherà; sangue di 20mila uomini spenti, quali nella lotta, quali fucilati perché prigionieri o sospetti od ingiustamente accusati; e di 13 paesi innocenti dati in preda al sacco ed al fuoco. Essi colpevoli dello aver fatto nascere e fecondato la insurrezione, credendo poterla vincere con il terrorismo, e con il terrorismo crebbe l'insurrezione, e così corrompesi anche quel solo di buono che avevasi il Piemonte, l'esercito piemontese; conciosiacchè misero quell'esercito che la necessità della guerra civile spinge ad incrudelire ed abbandonarsi a saccheggi e ad opera di vendetta.

La mente mi si turba e tremami la destra in pensando le immanità, che faranno terribilmente celebre la storia di questa rivoltura, e le quali io mi propongo descrivere in altra opera, avvalorandole de' documenti, sittosto le ire saranno calme.

I delitti perpetrati in questa guerra civile ci farebbero arrossire della umana spoglia che vestiamo. Gente della nostra patria vien passata per le armi, senza neppur forma di giudizio statario, sulla semplice delazione di un nemico, pel semplice sospetto di aver nudrito o date asilo ad un insorto. Soldati piemontesi conducono al supplizio i prigionieri negando loro i supremi conforti della fede; né a pochi feriti venne ricusata l'opera del cerusico, cosicché furono lasciati morire nelle orribili torture del tetano. Testé a Caserta furono fatti prigionieri due dei cosi detti briganti, e da due giorni si teneano in carcere digiuni. Gridavano essi pane! pane! E niuno rispondeva loro. Finalmente fu schiuso il doloroso carcere, e quando quei miseri fecersi alla porta credendo ricevere alimento, furono presi e condotti nella corte e fucilati. Ogni campo si troverà gremito di croci sepolcrali: ogni capanna ricorderà le stragi di questo tempo: ogni tempio adornerà un altare espiatorio che ricordi la guerra fratricida: ogni provincia mostrerà i ruderi di una o più città incendiate, e colà trarranno in pellegrinaggio i nepoti delle nostre vittime, e gli additeranno ai loro figliuoli siccome esempio terribile del dove possa condurre una Nazione il voler attuare pensieri innaturali od immaturi.

 

L’INVITO A “RINSAVIRE”

Salviamo da più lunghi mali questa patria. Cansiamo una invasione di stranieri oggi che la Francia ci abbandona a noi stessi, che Roma non potete più sperare, che il fantasma dell'Austria, e della coalizione nordica ci sorge d'incontro minaccioso, che Italia al modo che si è pretesa farla, non par più possibile si faccia, che da non pochi è tenuto nullo il plebiscito, e da moltissimi, anche ammettendolo, non è tenuto più valido il poter nostro, come quello che alle condizioni di esso non più si conforma. Il governo di Piemonte non può superare le difficoltà interne, e dove anche bastasse a ridurre in fede le provincie napolitane, sorgerà giorno che tutti infolliranno gli spiriti d'Italia contro a questa egemonia piemontese, e per verità ciò che in sei mesi or sono, consigliava opportuno a fare Italia (1) cioè il trasferire a Napoli la sede della Monarchia, oggi nol saprei più suggerire, perciocché lealtà di gentiluomo mel difende. Il governo piemontese metterebbe in compromesso l'antico senza poter più serbare il novello acquisto.

Rinsaviamo dunque. Il male è più radicale che non si pensa. Non ama Italia soltanto quegli che la vorrebbe Una ed indivisibile; ma quegli più è suo amico che la vuole civile e concorde, piuttosto che barbara e discorde, ed Una e morta, purché in deserto feretro di regina

 

 (Dalle cose di Napoli- Discorso del Duca di Maddaloni deputato al primo Parlamento italiano, Unione Tipografica Editrice, Torino, 1862)

 
 
 

CHECK-UP MEZZOGIORNO: TUTTI I DATI DEL DISASTRO ECONOMICO DEL MEZZOGIORNO.

Post n°133 pubblicato il 28 Dicembre 2012 da lecittadelsud
 

Pubblicato il numero di dicembre 2012 del Check-Up Mezzogiorno, raccolta ragionata e commentata dei principali indicatori economici e sociali meridionali, a cura dell’Area Mezzogiorno di Confindustria e di SRM - Studi e Ricerche per il Mezzogiorno.

 Il Check-up, con un ampio corredo di tabelle e grafici, articolati in 11 capitoli ed in un ampio “Focus crisi”, fornisce una dettagliata fotografia dei principali fenomeni economici e sociali relativi al Mezzogiorno – dal quadro macroeconomico alle caratteristiche delle imprese, dal mercato del lavoro alla dotazione infrastrutturale, dal credito all’attuazione delle politiche sviluppo – arricchiti dal dettaglio regionale e da confronti con gli altri paesi europei. In particolare, il nuovo approfondimento “Focus crisi”presenta l’aggiornamento di un numero più selezionato di indicatori di natura più squisitamente congiunturale, al fine di illustrare (anche graficamente, grazie all’ausilio di un vero e proprio “cruscotto”), l’impatto della crisi economica e finanziaria sulle regioni meridionali.

Il rapporto analizza e documenta il permanere di rilevanti divari di sviluppo, sia interni sia internazionali, mettendo in evidenza anche i segnali positivi che provengono dall’area, ed in particolare, quelli provenienti dal tessuto produttivo meridionale, a partire dalla significativa ripresa dell’export.

Tra il 2007 e il 2011 il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Mezzogiorno, in termini reali, ha subito una riduzione di quasi 24 miliardi di euro (-6,8%), mentre gli Investimenti Fissi Lordi nel 2011 sono stati di 8 miliardi inferiori rispetto al 2007 (-11,5%).

Nel Mezzogiorno il numero di imprese attive al III trimestre 2012 (circa 1 milione e 700 mila) si è ridotto dello 0,9% (-16.287) rispetto al III trimestre 2007, mentre per il Centro-Nord il saldo risulta positivo (+2,7%).

Il calo dell’attività economica nel Mezzogiorno ha avuto riflessi altrettanto importanti sul livello di occupazione ampliando ulteriormente i già profondi divari esistenti.

Nel Mezzogiorno, tra il 2007 ed il 2012 il numero di occupati si è ridotto di circa 330 mila unità, mentre nel Centro-Nord, al contrario, ci sono 32 mila occupati in più nel 2012 rispetto al 2007.

Il tasso medio di disoccupazione dei primi due trimestri nel 2012 è salito a 17,4% (era pari al 13,6% nello stesso periodo del 2011).

Il calo dell’occupazione e le crescenti difficoltà economiche delle famiglie si traducono in un problema che può avere effetti strutturali per lo sviluppo economico del Mezzogiorno: “l’emorragia di capitale umano”.

Sono sempre di più, infatti, i cittadini meridionali che decidono di lasciare il Mezzogiorno per andare a vivere nel Centro-Nord o all’estero.

Il persistere della crisi è causa ed effetto del forte calo degli investimenti pubblici. La spesa in conto capitale nel Mezzogiorno si è ridotta, dal 2007 al 2011, di circa 7 miliardi di euro, passando dai 22 miliardi del 2007 a poco più di 15 nel 2011.

I problemi infrastrutturali, burocratici e di corruzione, il deficit di servizi ad elevato valore aggiunto, la restrizione del credito, l’insufficiente spesa in ricerca, i ritardi dei pagamenti della PA, sono tutte questioni nodali che scoraggiano tale propensione ad investire e che una rinnovata e forte politica di sviluppo dovrebbe porre al centro della propria azione.

Al centro di questa politica dovrebbe tornare l’esigenza di una rinnovata politica industriale per il Mezzogiorno che torni a promuovere gli investimenti delle imprese meridionali. Una politica rinnovata e migliorata, e dotata di strumenti e risorse adeguati.

In questo scenario caratterizzato da un drastico calo della domanda interna (a causa del calo di consumi e degli investimenti), le imprese si sono volte con maggiore decisione verso i mercati internazionali più dinamici.

Non a caso, quella delle esportazioni (come documenta il Focus Crisi) è l’unica variabile che si è riportata, già oggi, al di sopra dei valori pre-crisi. Inoltre, se si guarda alla dinamica più recente, questa è anche una delle poche variabili per le quali i divari interni tendono a ridursi. Dal I semestre 2011 al I semestre 2012, le esportazioni nel Mezzogiorno sono aumentate, infatti, del 7%, più di quanto siano aumentate nel Centro-Nord (+3,9%).

Tuttavia, le imprese meridionali che esportano sono ancora relativamente poche (33,2% contro il 54,9% in Italia, secondo le stime per il 2012) e la percentuale media di fatturato realizzata all’estero è pari a 32,9% (38,2% in Italia).

In conclusione, per l’economia del Mezzogiorno il momento della ripresa sembra non essere ancora arrivato. La “febbre” è ancora alta, ed i medicinali per farla scendere sono più che mai necessari, visti gli effetti estremamente negativi che si stanno producendo sulle imprese, sui lavoratori, sui cittadini meridionali. Tre appaiono, perciò, gli ambiti prioritari di intervento.

In primo luogo, l’impresa. Il processo di selezione in corso rischia di condurre ad un significativo depauperamento della base produttiva meridionale: è necessario intervenire con decisione, sia sul versante pubblico sia su quello privato, per favorire la ripresa degli investimenti, il superamento della limitazione dimensionale, l’orientamento all’export, la capacità creditizia, l’innovazione delle imprese del Mezzogiorno, così come va ampliato il numero di tali imprese, sostenendo soprattutto i giovani nell’avvio di nuove attività imprenditoriali innovative e capaci di esaltare caratteristiche e potenzialità del territorio.

In secondo luogo, il lavoro. L’aumento rilevante del ricorso agli ammortizzatori sociali, la riduzione del potere d’acquisto, la perdita vera e propria di centinaia di migliaia di posti di lavoro, l’assenza di opportunità occupazionali, soprattutto per giovani e donne, impongono alle Istituzioni, alle imprese, alle organizzazioni di rappresentanza degli interessi, l’adozione di misure urgenti per frenare l’emorragia e porre le basi di una struttura economica e di una disponibilità di capitale umano più capace di rispondere nel lungo periodo alle sfide del mercato.

In terzo luogo, le condizioni di vita dei cittadini del Mezzogiorno. Gli effetti congiunti di una lunga crisi e di politiche di bilancio sempre più restrittive stanno peggiorando il livello di benessere del Sud: il processo di costruzione delle condizioni di contesto, prima di tutto infrastrutturali, affinché nel Mezzogiorno si possa restare e vivere bene, e vi possano di conseguenza essere attratte imprese e persone, traffici e turisti, va rafforzato al più presto.

 

Fonte: http://www.confindustria.it/Conf2004/hp.nsf/hp?ReadForm

Per vedere il testo completo del rapporto “Chek-Up Mezzogiorno” clicca qui

 
 
 

CARLO AFAN DE RIVERA, IL GRANDE INGEGNERE DUOSICILIANO CHE VOLEVA COLLEGARE IL TIRRENO ALL'ADRIATICO

Post n°132 pubblicato il 25 Ottobre 2012 da lecittadelsud
 

Nel 1832 Carlo Afan de Rivera (Gaeta, 12 ottobre 1779 – Napoli, 11 gennaio 1852), direttore generale del Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie dal 1824, scrive al Re per presentargli un progetto ingegneristico maestoso quanto avveniristico: congiungere Gaeta a Pescara, e quindi il Tirreno all'Adriatico attraverso un canale navigabile. E lo fa attraverso un testo in cui minuziosamento descrive costi e benfici dell'opera, nonchè tutti i dettagli costruttivi.
In particolare, si sofferma su tre necessità impellenti per il regno: bonificare il Fucino che con miasmi e continue inondazioni rendeva impossibile la vita delle popolazioni minacciando continuamente i raccolti, incrementare i commerci tra le province e i paesi esteri diminuendo i costi di trasporto, migliorare, infine, la difesa militare della frontiera.
Carlo Afan riteneva che il territorio del Regno delle Due Sicilie fosse ricco di risorse naturali potenzialmente sfruttabili e in grado di condizionare positivamente lo sviluppo economico del paese. Gli erano ugualmente noti i problemi e rischi ambientali, le cause storiche che li avevano generati e le difficoltà logistiche ed economiche. Pertanto la necessità:
1) della bonifica agraria dei terreni paludosi, che avrebbe restituito migliaia di chilometri quadrati alla coltivazione, sottraendoli nel contempo alla malaria;
2) del rimboschimento del territorio alto-collinare e montano appenninico, evitando il rischio disastri climatici e geologici;
3) della costruzione di nuove strade o di nuove strutture portuali per rompere l'isolamento geografico in cui versavano gran parte delle località del regno.
Nella veste di direttore del Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie, Carlo Afan predispose, per conto dello stato, importanti opere di bonifica idraulica nella zona del lago Fucino (prosciugamento e restauro dell'emissario Claudio), del basso Volturno, del Simeto e del lago Salpi (un lago di acqua salata ormai scomparso che ai primi del XIX secolo si estendeva, in prossimità della costa adriatica, da Zapponeta all'Ofanto). Fece piani inoltre per l'irrigazione del Tavoliere delle Puglie e progettò e diresse il completamento della strada degli Abruzzi fino a Pescara e della strada delle Calabrie fino a Tiriolo. In particolare, progettò la costruzione di ponti sospesi a catene di ferro. Circa le infrastrutture marittime, Afan propose un piano di creazione di strutture portuali in località prossime alla capitale, quali un porto di quarantena a Capo Miseno, magazzini per lo stoccaggio a Pozzuoli e l'istituzione di un Porto Franco a Nisida.
Ma senza dubbio rimane, tra le sue idee piu' grandi, la visione di collegare Tirreno ed Adriatico con un canale navigabile. Ecco un passo tratto dal suo testo:

"Benefica natura ha prodigamente versato i suoi doni sulle due Sicilie, alle quali nulla ha negato di tutto ciò che può renderle ubertosissime, ricche e prosperevoli. Situate sotto un ciel temperato quasi in mezzo al mediterraneo, bagnate tutto all'intorno dal mare tranne la breve frontiera
continentale, e ricoperta per la più parte di monti di varia grandezza, offrono una gradazione di diversi climi secondo che diverse sono l'elevazione, la distanza dal mare e l'esposizione dei terreni.
Ove la catena degli Appennini insieme con le sue diramazioni fa maestosa corona all'ampio bacino degli antichi Marsi, il lago Fucino uno dei più grandi tra tutti quei dell'Italia ne occupa la parte più bassa.
Dovendo il Fucino servire, come testa d'acqua che alimentasse i due rami di canale, essi dovrebbero essere diretti al Liri ed alla Pescara, attraversando la catena deg!i Appennini che si frappone tra il lago ed i fiumi. I vantaggi sarebbero di gran lunga maggiori, laddove con un canale che attraversasse il bacino del Fucino, si congiugnessero i fiumi Liri e Pescara. Trasportandosi per acqua le derrate dal mar Tirreno all'Adriatico e viceversa, i tre Abruzzi acquisterebbero così la facilitazione
di cambiare le loro produzioni con la provincia di Terralavoro e con la capitale. Parimenti, le produzioni dei terreni situati presso alle coste della Capitanata con molto minore spesa si farebbero passare nella foce della Pescara per inviarsi in seguito sul mar Tirreno. Il commercio di tutto ciò che ci viene dalla Germania per gli sbocchi di Trieste e Fiume e di ciò che per la medesima via spediamo colà sarebbe sommamente facilitato. Costruendosi, infine, spaziosi magazzini in Pescara ed in Gaeta che è lontana poche miglia dalla foce del Garigliano, in quelle due città si radunerebbero tutte le derrate che vi si porterebbero dall'estero o da noi stessi per trasportarsi da un mare ali altro. In tal guisa esse diverrebbero i ricchi depositi egli empori di un esteso ed attivissimo commercio nazionale e straniero che non ci possiamo lusingare di attirare per altra via nelle nostre mani".

(Carlo Afan De Rivera, Considerazioni sul progetto di prosciugare il Lago Fucino e di congiungere il Mar Tirreno all'Adriatico per mezzo di un canale di navigazione - Napoli 1823)

 
 
 

PERCHE' TIFIAMO LE SQUADRE DEL SUD

Post n°131 pubblicato il 19 Ottobre 2012 da lecittadelsud
 

Dal 1898 al 1912 il campionato italiano di calcio fu riservato alle sole squadre del nord, in particolare del nascente triangolo idustriale Torino, Genova e Milano. Nel 1912 per garantire la definitiva patente di nazionalità al titolo, la FIGC aveva però bisogno che il campionato coinvolgesse anche tutto il Centro e il Sud, e non solo la Pianura Padana.
Nel campionato 1915-1916 la Coppa Federale fu il torneo sostitutivo del campionato italiano di calcio e fece, allora, discutere la decisione unilaterale della Federazione di escludere dal torneo le squadre del Centrosud, le quali affidarono alla Gazzetta dello Sport la loro vibrante protesta.
Dal 1926 al 1929 i princìpi di unità nazionale portati avanti dal fascismo mal si rispecchiavano in un torneo che fin dalla sua nascita era stato nettamente suddiviso fra un campionato di un Nord diventato ricco, al quale afferivano tutte le importanti società calcistiche italiane, e uno di un Sud ridotto in povertà e contraddistinto dal miserrimo livello tecnico di suqdre che sistematicamente ricevevano pesanti cappotti nelle finalissime nazionali.
Bisognerà aspettare il 1929 per avere un unico girone, l'attiuale serie A, al quale però fu ammesso solo il Napoli come squadra del sud.
Nelle città colonizzate ed impoverite del Sud, quindi, vi era una pletora di piccolissime squadre insignificanti dal punto di vista tecnico che non potevano neanche lontanamente competere con i grandi "club" del Nord.
Oggi, quel divario calcistico tra nord è sud è ancora molto forte ed è evidente che il campionato di massima serie non è riuscito, in più di un secolo, a dare quella definitiva "patente di nazionalità" al titolo italiano. John Foot nel suo libro scrive del calcio italiano come qualcosa che in qualche modo ha contribuito a fare l'Italia, se cosi fosse (e non lo è) vi sembra possibile che un paese si possa costruire sul calcio o sulla televisione? Evidentemente non sono queste le basi su cui costruire un solido paese. E le crepe di uno stato voluto piu' dalle potenze straniere e dalla volontà espansionistica del piccolo regno sabaudo, che non dagli stessi italiani, sono evidenti ovunque.
Ma quello che amareggia, alla luce di tutte le discriminazioni che i meridionali in più di 150 anni di convivenza "difficile" con il nord hanno dovuto subire, è l’idea del tifoso meridionale di appartenere ad un qualcosa che non gli riguarda, ma che in qualche modo lo rende vincente. Perchè nella vita, secondo queste persone bisogna essere dei vincenti e per essere dei vincenti basta stare dalla parte dei potenti. Sventolano una bandiera di una città con cui non hanno nessun legame, dicono “noi vinciamo”. Ma noi chi ? Cosa abbiamo in comune con chi offende ed insulta i cittadini e le città del sud nei loro luccicanti stadi, prima ancora di offendere le nostre squadre? Cosa abbiamo in comune con chi mostra le buste di spazzatura, con chi ti chiama terrone e che pensa che il sud sia il male d’Italia? Ma tanto, al tifoso meridionale che tifa squadre del nord, non importa, purchè continui a sventolare le loro bandiere incurante di chi lo offende, e a sventolare i loro colori, sentendoli propri anche se non lo sono e mai lo saranno.
Il riscoprire le proprie radici e il proprio amore verso un terra da troppo tempo vilipesa e offesa passa anche attraverso questi gesti quotidiani, come il tifare una squadra del sud, che anche se perdente rimane sempre una squadra della nostra terra. Anche il calcio, come fenomeno sociale, può essere una forma di riscatto. Chi non lo capisce continuerà a perseguire l’idea di grandezza e la squadra sarà solo il pretesto per stare dalla parte dei potenti e vantarsi di ciò che non gli appartiene veramente, un modo di dire ” io tifo per una squadra più forte e sono migliore di te” o molto piu'semplicemente un modo per superare il proprio complesso di inferiorità.
Per fortuna i senatori Antonio Gentile, Giovanbattista Caligiuri, Giuseppe Valentino, Francesco Bevilacqua e Vincenzo Speziali (PdL) hanno chiesto in una lettera al presidente della FIGC di dare disposizioni rigide, fino alla sospensione delle partite, in caso di striscioni o cori di contenuto razzistico contro Napoli e il Meridione, sottolinendo come in "In passato sono stati tollerati striscioni come “benvenuti in Italia”, “La vergogna dell’Italia siete voi” oppure “Vesuvio erutta per noi” che non hanno nulla di sportivo e che offendono non solo una grande capitale culturale europea, ma l’intero Sud. Non si possono più tollerare offese al Sud".

 
 
 

QUESTIONE MERIDIONALE. PRIMA L'INDIPENDENZA ECONOMICA

Post n°130 pubblicato il 14 Settembre 2012 da lecittadelsud
 

 

L’Italia rimane un Paese duale: le fratture che dividono il Nord e il Sud, cominciate con la forzata unità politica del paese nel 1861, non sono state ricomposte e i processi in atto non paiono ancora in grado d’invertire la rotta. Il divario riguarda non la sola dimensione economica, ma anche quella più ampiamente sociale.
In termini di Pil pro capite, le differenze Nord-Sud nei primi decenni post-unitari erano modeste, e il divario Nord-Sud è stato il risultato del processo d’industrializzazione che ha concentrato l’industria italiana prettamente al Nord, mentre contemporaneamente si dismetteva il nascente sistema industriale dell'ex regno delle Due Sicilie, oggi meridione d'italia.
L'italia è nata come colonizzazione del sud da parte del nord, e come tale il nord ha imposto l’orientamento delle economie locali secondo il proprio interesse. Così, il sud da sempre è stato considerato come "luogo" da cui estrarre liberamente braccia e materie prime da utilizzare nelle industrie del Nord e come mercato su cui immettere i prodotti finiti. Cosi, lo stato interviene nell’economia per garantire posti pubblici e misure assistenzialistiche minime in modo da dare reddito al Sud e farne aumentare la capacità di acquisto, senza però farne aumentare la capacità produttiva. La colonia interna, insomma, ha garantito al Nord manodopera qualificata e a basso costo, derrate agricole a prezzi stracciati, smaltimento rapido e vantaggioso dei propri prodotti (e dei rifiuti industriali) e carne da macello per le proprie guerre imperialiste.
Oggi, il problema centrale cui fornire soluzione per avere uno sviluppo più solido di tutto il paese è dato, quindi, dalla crescita del Mezzogiorno. Questa crescita deve essere, però, autonoma e in grado di sostenersi autonomamente nel lungo periodo.
Il Sud, in tal modo, potrebbe attuare delle politiche monetarie e fiscali differenti, non essendo più costretto a essere imbavagliato in un modello unitario fortemente orientato sul nord del paese. Il recente caso della divisione fra Repubblica Ceca e Slovacchia ha, ad esempio, portato maggiori benefici a quest’ultima, che era la parte meno progredita dell’Unione.
D'altra parte, essendo il sud un territorio colonizzato, forte è il rischio che una volta ottenuta l'indipendenza politica, non sia in grado di realizzare una piena indipendenza economica, continuando a chiedere aiuto alla parte più ricca del paese. In questo modo, quindi, si instaurerebbe un nuovo colonialismo di tipo economico: il neocolonialismo.
Se la ripresa della produttività al Mezzogiorno, quindi, anche per i maggiori margini di crescita, è un volano molto importante per il rilancio del Pil nazionale e della competitività dell'intero paese, allora perchè fino ad oggi i governi, sia di destra che di sinistra, sono stati incapaci di affrontare e risolvere la "questione meridionale"?
Probabilmente la risposta va analizzata in termini di rapporti di produzione e di rapporti di classe, e da questo punto di vista, come rilevava Nicola Zitara, "le strutture politico-sindacali sarebbero un elemento di conservazione della situazione esistente". Cosi mentre nelle regioni settentrionali l’ampiezza delle risorse permette lo sviluppo del territorio, oltre alla sopravvivenza del ceto politico e del suo sistema clientelare, in quelle meridionali la prima funzione è praticamente azzerata e, per usare un termine di moda, è la casta che beneficia della quasi totalità del flusso di denaro pubblico, dividendolo con limprenditoria affaristica del nord e la criminalità organizzata del sud, attraverso il sistema degli appalti.
Quello che risulta evidente è che non esiste fino ad oggi alcuna volontà da parte dello stato italiano di risolvere la "questione meridionale", e cosi sarà fino a che non ci sarà una forza politica in grado di rappresentare gli interessi economici del mezzogiorno, di condizionare il potere di scelta del sud, orientandolo all'acquisto dei propri prodotti, di trattenere al sud il risparmio delle famiglie attraverso un proprio sistema bancario, di controllare l'ingresso delle merci straniere, di realizzare, cioè, la piena indipendenza economica, prima che politica.

 
 
 
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Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Italo Calvino, da “Le città invisibili”


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(tratto da O' surdato 'e Gaeta di Ferdinando Russo)


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Il governo piemontese si vendica mettendo tutto a ferro e fuoco. Raccolti incendiati, provvigioni annientate, case demolite, mandrie sgozzate in massa. I piemontesi adoperano tutti i mezzi più orribili per togliere ogni risorsa al nemico, e finalmente arrivarono le fucilazioni! Si fucilarono senza distinzione i pacifici abitatori delle campagne, le donne e fino i fanciulli
L’ Osservatore Romano (1863)

Il Piemonte si è avventato sul regno di Napoli, che non voleva essere assorbito da quell'unità che avrebbe fatto scomparire la sua differenza etnica, le tradizioni e il carattere. Napoli è da sette interi anni un paese invaso, i cui abitanti sono alla mercè dei loro padroni. L’immoralità dell’amministrazione ha distrutto tutto, la prosperità del passato, la ricchezza del presente e le risorse del futuro. Si è pagato la camorra come i plebisciti, le elezioni come i comitati e gli agenti rivoluzionari
Pietro Calà Ulloa (1868)

Sorsero bande armate, che fan la guerra per la causa della legittimità; guerra di buon diritto perché si fa contro un oppressore che viene gratuitamente a metterci una catena di servaggio. I piemontesi incendiarono non una, non cento case, ma interi paesi, lasciando migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione; fucilarono impunemente chiunque venne nelle loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli
Giacinto De Sivo (1868)

L’unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’ unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse lo stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che in quelle meridionali
Giustino Fortunato (1899)

Sull’unità d´Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone
Gaetano Salvemini (1900)

Le monete degli stati pre-unitari al momento dell’annessione ammontavano a 668,4 milioni così ripartiti:
Regno delle DueSicilie 443,2, Lombardia 8,1, Ducato di Modena 0,4, Parma e Piacenza 1,2, Roma 35,3, Romagna,Marche e Umbria 55,3, Sardegna 27,0, Toscana 85,2, Venezia 12,7
FrancescoSaverio Nitti (1903)

Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l´Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti
Antonio Gramsci (1920)

Prima di occuparci della mafia  dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia
Rocco Chinnici (1983)

L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico: quello dei massacri, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con la sua camorra, degli stupri, delle giustizie sommarie,
delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute
Angelo Manna (1991)

 
 

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