L'uomo ha scoperto la bomba atomica, però
nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi.
Albert Einstein
IO
La notte chiedo chi sono
sono la sua insonne intimità,
profonda e oscura,
sono la sua voce ribelle.
Velo la mia realtà con il silenzio
e avvolgo il mio cuore nel dubbio.
E triste fisso lo sguardo
mentre i secoli mi chiedono
chi sono.
Nazik al-Mala'ika

... grazie
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L'INTERVISTA
Post n°757 pubblicato il 22 Dicembre 2009 da lightdew
Una volta, venti o anche trent'anni fa, credevo fosse una questione di scelta di teatro, ritrovarsi in sala, in un genere di pubblico. Se andavi al teatro lirico, piuttosto che a quello di prosa, trovavi un pubblico diverso l'uno dall'altro. Se sceglievi di andare al dialettale, piuttosto che al teatro d'avanguardia, era ovvio che trovavi persone di interessi specifici e diversi. A mio avviso l'amalgama indistinta iniziò a comparire con il secondo teatro ufficiale di prosa, dove forse, memori di manifestazioni più popolari che si svolgevano in quel luogo negli anni precedenti, arrivavi in sala e trovavi chi faceva con i ferri da calza il maglione o ancor peggio con la matita con la gommina sul fondo, la Settimana Enigmistica. Ora, anche al teatro di prosa principale, appaiono continuamente videogiochi, cellulari, e nel miglior dei casi, libri, come se l'attesa dell'inizio dello spettacolo non fosse di per se una manifestazione già iniziata e tutta da gustare. Ma le rappresentazioni di Natalie Ginzburg devono avere un'attrattiva particolare. Chissà perché Natalie fa accorrere sempre un pubblico a dir poco, irriverente. Capisco la bassa qualità della rappresentazione de L'inserzione, nella quale io facevo la parte della protagonista, parecchi anni fa, ma questa volta proprio non sono riuscita a darmi spiegazione. Voglio iniziare da quella che per me è la storia. A diciannove anni, diploma di maturità conseguito, poco convinta mi iscrivo a medicina, ed allo stesso tempo ad un corso di recitazione. Poche idee, ma ben confuse, o forse volevo solo accontentare i miei, ed allo stesso tempo me stessa. Entro, dopo due corsi interminabili di dizione, nel gruppo di Quelli de Il Lumicino. Mi accompagnano in questa avventura la mia amica di pazzie Cinzia e il nostro amico Roby. Cinzia tra tutti è quella più dotata. Quella che in seguito lavorerà un periodo con Lindsay Kemp, in uno stage a Venezia, quella che seguirà un corso cittadino prestigioso di teatro. Cinzia è sempre quella che per protesta girerà scalza per un anno, Cinzia vegetariana, artista nel senso più profondo che l'anima possa esprimere. Un mito Cinzia, la protesta per partito preso, sempre e in ogni modo controcorrente. Un'amica eccezionale. Ma in quel corso, dopo aver parlato di femminismo, di rivoluzione di pensiero, di teatro, di recitazione, di dizione, di studio e di responsabilità, mi ritrovo immeritatamente ad avere il ruolo della protagonista, assegnatami più per affinità di personaggio che per capacità recitative. Io non sono mai stata destinata ad eccellere per abilità mnemoniche. La protagonista si ritrova a dover vendere un mobile di palissandro, che al tempo mi risultava alquanto poco noto sia come qualità di legno sia come termine di mobilia. In realtà il suo era un disperato bisogno di uscire dalla solitudine, ed utilizzava le continue inserzioni come esca per conoscere persone alle quali sciorinare tutto il suo dolore. Provavamo in un teatro all'interno di una casa di riposo cittadina, la più grande. La mia città è ricca di teatri, ovunque. Teatri ufficiali e teatri minori, all'interno di parrocchie, di case di riposo, di scuole, di ritrovi e circoli. Sembra che dappertutto si senta la necessità di un palcoscenico per esprimere le proprie opinioni, anche o soprattutto, recitando testi altrui. Ricordo la lezione più importante, quella sul rilassamento prima dello spettacolo. La regista ci fece roteare a lungo e poi cadere per terra, a peso morto. Ci fece mantenere la posizione, a occhi chiusi, e ci portò in un viaggio sensoriale non ancora dimenticato. Ci fece sentire i suoni del silenzio del palcoscenico, il suo profumo, ci fece immaginare i contorni, e vivere lo spettacolo scena per scena. Ci fece sentire il nostro corpo riprender vita. Io credo che l'amore per il teatro passi anche attraverso queste esperienze. Come in ogni cosa, non si può davvero capire se non si prova o non si vive davvero, personalmente. Avevamo tre rappresentazioni. Alla prima erano invitate le autorità, essendo un debutto anche della compagnia. Alla seconda, gli amici e i parenti, e la terza era maggiormente libera per il pubblico che ne aveva ricevuto notizia attraverso i giornali locali. Ovviamente gli ospiti della casa di riposo erano i principali destinatari dello spettacolo, essendo noi ospiti in casa loro. Alla prima il mio nodo alla gola era talmente grande che a metà rappresentazione, ebbi un vuoto di memoria totale. Inventai di sana pianta tutto il copione, intervallando con sprazzi di memoria che apparivano sporadicamente, spiazzando i miei due amici/attori che non sapevano più cosa dire e cosa fare per fermarmi nel mio fiume in piena di parole in libertà. A spettacolo finito mi hanno confessato che volevano o che hanno addirittura, seminato puntine da disegno per terra, sperando che nel mio cammino a piedi nudi, potessi bloccare il monologo lanciando un urlo che a loro permettesse di entrare nel discorso. Ma nulla di tutto ciò accadde. E io continuai imperterrita interrogando i loro sguardi continuamente e invitandoli ad entrare nel dialogo, stupita anche del loro sguardo esterefatto. Alla fine dello spettacolo gli applausi furono moltissimi. In quel momento mi chiesi se qualcuno, oltre a i miei amici e alla regista, si fosse accorto che le battute erano state inventate. Stranamente sembrava di no. The show must go on. A qualsiasi costo, ci ripeteva la nostra regista. E così fu. Ma capii anche che il teatro non faceva per me. Ma di tutta quell'esperienza ci sono alcune cose che io ricordo ancora ridendo. La prima è sicuramente il mio spavento allo sparo. Ad un certo punto dello spettacolo si sente uno sparo e la regista alle prove ci diceva continuamente di non preoccuparci, che si sarebbe occupata lei del suono. Noi non sapevamo come, ma quando in scena, con la coda dell'occhio, ho visto da dietro le quinte comparire un'arma vera dalla quale immediatamente è partito un'assordante colpo a salve, beh, devo dire che mi è venuto un'infarto. Un'infarto seguito dalla preoccupazione per eventuali infarti tra il pubblico, quello soprattutto che arrivava in pantofole direttamente dalle camere dell'ospizio. Ma sembrava tutto fosse filato liscio, alla fine: nessun infarto registrato. C'era un vecchietto, in prima fila, che veniva a ogni rappresentazione, insieme ad altri ospiti della casa. Alla terza rappresentazione, la più vuota di pubblico, ma anche quella dove c'era un critico che noi tenevamo in considerazione particolare, il vecchietto ad alta voce dopo un paio di minuti dall'inizio, dice: Ma de novo la stessa roba? Lui, che avrà avuto minimo ottant'anni e forse anche il germanico Alzheimer sulla spalla, lui anticipava le battute, tanto che alla fine, ricordo ancora l'applauso che noi, attori per modo di dire, gli abbiamo fatto. Ma come posso capire un pubblico che arriva da una casa di cura, non posso altrettanto capire un pubblico che siede nel teatro più prestigioso e si esprime con concetti che nulla hanno a vedere con l'arte. Ne L'intervista, come ne L'inserzione, sono sempre presenti tre personaggi in scena. Un uomo, una giovane e una donna. L'uomo subisce anche qui il fascino della giovane. E la giovane si mostra in maniera avvenente. Ed ecco che mentre esce quest'attrice in pantaloncini jeans cortissimi, come si usava negli anni settanta, da dietro sento da un signore distinto, o almeno così sembrava, che dice alla moglie: Ulo..che culo! e davanti a me due signore anziane che commentano: Ma te gà visto come la mostra el popoci? Io non sapevo se ridere o no, ma continuo a chiedermi perché un talento come la Ginzburg attiri pubblico simile. Un pubblico che alla fine dello spettacolo, quando si chiudono le luci, e anche se non si conosce il testo ma si capisce che lo spettacolo è finito, invece di applaudire, nel silenzio della sala, chiede sempre ad alta voce : Ma xe finì?
Sono difficili le separazioni, sa? Le convivenze sono difficili, ma sono difficili anche le separazioni.
Le convivenze sono difficili, ma a volte indispensabili. Sono difficili le separazioni. Ma non lo sapevi che le cose succedono sempre quando non le vogliamo più? Sono difficili le separazioni...
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