Archivio messaggi
| Lu | Ma | Me | Gi | Ve | Sa | Do |
|
|
|
|
1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
|
6 |
7 |
8 |
9 |
10 |
11 |
12 |
|
13 |
14 |
15 |
16 |
17 |
18 |
19 |
|
20 |
21 |
22 |
23 |
24 |
25 |
26 |
|
27 |
28 |
29 |
|
|
|
|
|
Post n°11 pubblicato il 14 Settembre 2009 da lucedoriente67
C’era una terra che Francesca non poteva non vedere. Era lontana da Vienna ma pensò: chissenefrega! Nessuno mi dirà mai dove fermarmi se non me stessa. Accese la pantegana e riprese la via dell’Italia. Al confine tra l’Emilia e la Toscana, vicino a Filigare si fermò per varcare a piedi il confine tra le due regioni. Non c’era un vero motivo ma sentiva, sapeva, voleva farlo. Era un passaggio iniziatico. Appoggiò il piede in terra di Toscana e lo sentì come incollato sotto al suo stivale. Unica possibilità fu quella di portare anche il secondo piede a seguire il primo. Aprì la sua moleskine e annotò data ed ora, la richiuse al sicuro nella tasca interna e poi salì sulla pantegana che riprese a guidarla con il suo tump tump. Scese giù fino a San Gimignano e quasi per caso imboccò una strada sterrata. Arrivò ad un piccolo casolare, un agriturismo con due sole stanze. Spense il motore e prese possesso di una delle due stanze. La notte non chiuse occhio, la stanchezza ed un po’ l’emozione per essere tornata in una terra che amava fin da bambina quando assieme ai genitori la aveva girata in lungo ed in largo. Così al primo sorgere del sole attaccò un biglietto sulla porta della camera dicendo che aveva lasciato le sue cose e che sarebbe tornata al massimo tra un paio di giorni e salì sulla pantegana in direzione ignota. La pantegana sembrava scivolasse sulle colline del senese, sicura come se le avesse percorse da sempre ed il suo motore 750 affrontava le salite con grande sicurezza. Francesca fermò la moto e si tolse gli occhiali da sole. Lo spettacolo della mattina su quelle colline gialle di girasoli era mozzafiato e negli ulivi contorti rivide i quadri di Van Gogh che la avevano sempre intrigata con quelle forme quasi straziate che sembravano urlare il dolore del pittore. Riaccese il motore e lentamente, senza rimettersi gli occhiali, affrontò l’ultimo pezzo di strada prima di San Gimignano. Era cambiata dai suoi ricordi di bambina o forse non era neppure lo stesso posto, erano passati così tanti anni che confondeva i paesini e le cose che aveva visitato anni addietro. Ad un tratto davanti a lei un labrador color miele con una bandana rossa cominciò a farle le feste. Snoopy! Disse lei prendendogli il testone tra le mani e strofinandogli il muso con il suo naso. Mi hai seguita fin qui? Veramente sei tu che segui noi a quanto pare. Il ragazzo del caffè con il quale aveva condiviso un quadro in una assolata giornata viennese le si avvicinò sorridendo. Nulla succede per caso. Le disse lui. Il caso non esiste. Visto che ti sei presa la briga di seguirmi fin qui direi che il minimo che posso fare per te è offrirti la cena. Abito qui vicino, sei mia ospite. Fatti trovare tra mezzora alle porte della città. Detto questo si allontanò salutandola con la mano e con un sorriso di chi saluta un vecchio amico. In pochi minuti lei era già sul posto, pronta ad aspettare, era abituata ad aspettare, lei sempre così puntuale odiava chi arrivava in ritardo. Lo considerava una mancanza di rispetto. Invece lui arrivò con dieci minuti di anticipo e lei si trovò a sorridere di questo. Seguimi. Le disse mentre Snoopy spiaccicava il naso sul finestrino lasciando vistosi segni sul vetro. Percorsero qualche kilometro e poi il ragazzo imboccò una stradina sterrata, rallentò e la fece passare avanti. Adesso è meglio se vai avanti tu, le disse, altrimenti ti riempi di polvere. In fondo alla strada c’è una casa, aspettami lì. Francesca arrivò ad un casolare in pietra e mattoni con un pergolato di vite canadese. La casa era alla fine di questa strada ed il mondo sembrava finire lì. A perdita d’occhio c’erano solo campi e pochi cipressi che tagliavano l’orizzonte. Scese dalla moto e appoggiò il casco sul tavolo di marmo sotto il pergolato. Un gatto su una delle sedie la guardò non più di tanto interessato e poi si rimise a dormire. Dopo pochi minuti arrivò anche lui. Seguimi. Le disse. Aprì una vecchia porta in legno scuro e il sole entrò prima di loro facendo danzare la polvere nella stanza buia. Aprì gli scuri e lei vide questo posto fuori dal tempo, lontano da tutto quello che era abituata a vedere, il traffico, il rumore. Le serate perse in piazza a far finta di divertirsi bevendo aperitivi che poi svaniti lasciavano il tempo che trovavano. Fai come fossi a casa tua, disse il ragazzo. Si avvicinò al focolare, sopra c’era un paiolo per la polenta che doveva aver sfamato almeno tre generazioni e lo accarezzò come a cercare di carpirne i segreti ed i racconti. Nel frattempo lui aveva cominciato a tagliare le verdure. Lei si sedette guardandolo e lui, sentendosi osservato, si girò. Che sciocco!! Non ti ho offerto nulla. Si avvicinò a lei e poi dalle sue spalle prese una bottiglia di chianti e la stappò. Annusò il bouquet ne versò due dita e le porse il bicchiere. Lei lo prese con due mani in un gesto bambino, sfilandolo dolcemente dalle sue mani come fosse un dono. Stamattina ho preparato una zuppa di farro, dovrebbe essere pronta adesso, mise una grossa pentola di coccio sul fuoco e si versò del vino sedendosi a fianco a lei. Al nostro terzo incontro! Disse alzando il calice toccando appena quello di Francesca. Al nostro terzo incontro, rispose lei. I loro sguardi si incrociarono e Francesca si rese conto che di lui non sapeva neppure il nome. Sai che non so neppure… Jacopo, disse, pensavo non ti interessasse il mio nome e dopotutto neppure io so il tuo. Francesca, mi chiamo Francesca. Non ci siamo neppure presentati, per me tu eri quello di Snoopy.
Beh sì, in effetti alla fine non conoscere il mio nome non ti ha impedito di ritrovarmi anche qui, Rispose Jacopo, per cui anche “quello di Snoopy” devo dedurre che basti. E scoppiò a ridere. Francesca tirò fuori il pezzetto di corteccia che aveva staccato il giorno che si erano incontrati e glielo porse senza dire nulla. Jacopo aveva la mania di annusare tutto, come fosse un cane, ed avvicinò la corteccia al viso. Ha il tuo stesso odore, le disse. E’ come se questa corteccia fosse parte di quella che ti riveste. Prese la pentola di coccio, uscì all’aperto poggiandola sul tavolo di marmo sotto il pergolato e le versò la zuppa di farro nel piatto. A lei tornarono in mete le sere quando in campeggio mamma li chiamava per la cena e si sedeva con i suoi fratelli a tavola dopo aver corso per tutto il giorno o nuotato le volte che erano al mare. Lei era ancora quello che papà e mamma le avevano insegnato, quella ragazzina che a sei anni si immergeva a pescare i ricci per poi mangiarli seduta sugli scogli. Pensò alle parole che lui le aveva detto quel pomeriggio in cui si erano rivisti a Vienna. Non penso neppure io che sia un caso se noi siamo qui adesso, se tra tante persone ho incontrato te. Penso che se mi compari davanti ad ogni tappa della mia vita, che se nelle poche parole che ci siamo scambiati io riconosco così tanta parte di me allora tu ed io siamo qui per un motivo. Non ho smesso di pensare al fatto che io e te abbiamo condiviso i colori di quel quadro che anche quando non ci conoscevamo tu di me sapevi quello che ero. Jacopo le prese il viso tra le mani chinando il capo verso di lei e la baciò sulla guancia. Francesca si sentì presa nel calore delle sue mani e fece scivolare piano le labbra verso le labbra di lui restando immobile. Fecero l’amore lì sul prato, con piccoli puntini luminosi che volavano attorno a loro a fare da cornice. Poi Jacopo la accompagnò a letto e si addormentarono abbracciati. Il sole tagliava il buio della stanza attraverso gli scuri. Jacopo si svegliò ed allungando una mano cercò istintivamente Francesca ma lei non era lì. Lentamente si vestì e uscì all’aria del mattino con in mano la ciotola della pappa di Snoopy e del gatto sonnacchioso. Prese dal tavolo il pezzo di corteccia che Francesca gli aveva regalato la sera prima e prese la via polverosa davanti casa camminando con passo deciso ma senza fretta. Francesca era dopo la collina, dietro la curva che portava alla statale. Era seduta su un paracarro in pietra appoggiato al bordo della strada ad osservare la terra marrone scuro. Jacopo le tese la mano. Era tornato a riprenderla, la aveva cercata e ritrovata, non aveva avuto bisogno di chiamarlo di fargli sapere dov’era e capì che l’uomo del cane la avrebbe sempre e comunque cercata per poi ritrovarla.
14/09/09 Alessio
Post n°10 pubblicato il 14 Settembre 2009 da lucedoriente67
Francesca accese il motore. Un lento tump tump rassicurante colpì le finestre delle case vicine dove occhi assenti osservavano le sacche piene ed il suo casco satinato assorbire la luce del sole. Strinse la bandana sul collo e inforcò la pantegana. Era il nome che il primo giorno gli amici avevano dato alla sua Guzzi Granturismo del 71. Era stata di suo padre e fin da bambina aveva amato quella moto ed il giorno che lui, con gli occhi lucidi, le aveva dato le chiavi era tornata la bimba di otto anni che la domenica andava con il babbo per le colline del Montello a respirare l’aria della primavera. Un piccolo colpo sull’acceleratore e poi la prima. Lenta, senza strappare come papà le aveva insegnato ordinò al cardano di portarla via da quella città. Aveva sempre amato la sua città ma era un senso di amore misto a fastidio, avrebbe voluto vedere il mondo, visitare tutto quello che non conosceva e scoprire il cuore delle persone. Forse era questo il motivo per cui la prima volta che montò sulla moto con suo padre si era sentita finalmente libera. La pantegana piegò leggermente a destra ed il tump tump che rimbalzava sull’asfalto uscendo dallo scappamento cromato diventò ritmo. Eccola, adesso era sola con se stessa, niente se non le due sacche con qualche vestito di ricambio, una borraccia ed un panino per la prima tappa e l’immancabile caffettiera in alluminio con due tazze in metallo smaltato ed il fornello da campeggio. Dopotutto era pur sempre italiana ed al suo caffè non avrebbe rinunciato facilmente. Passavano lenti i pali della luce, tralicci in metallo pali di legno dritti come aghi poi ed infine vecchi pali dalla linea incerta con due piccoli fili. Rallentò dolcemente ed accostò in una radura tra gli alberi. Spense il motore per sentire il rumore delle montagne. Quella era stata la sua seconda casa. Le domeniche spesso, quando c’erano le targhe alterne per la crisi energetica si montava tutti in poche auto e si andava a fare il “giro in montagna” con gli amici del papà e della mamma. Francesca aveva imparato a cavarsela proprio così, raccogliere i mirtilli ed i lamponi, accendere un fuoco, piantare una tenda, cercare i funghi buoni e tagliare la legna. Sembrava un’altra vita, una cosa non sua che era stata smarrita nelle pieghe della vita frenetica tra negozio e amici, tra la casa ed fidanzato di turno. Poi come un pugno in pieno viso le era tornato tutto addosso. Si rese conto che si era mancata. Tolse il guanto nero e accarezzò la corteccia di un pino staccandone un pezzetto. Lo osservò e dopo averlo annusato lo mise nel taschino del gilet. Era passata ora di pranzo, prese un panino dalla sacca. Poi si distese sull’erba e chiuse gli occhi. Il profumo del bosco le accarezzava le narici sognò di un respiro caldo sul collo che le dava i brividi. Aprì gli occhi e vide un grosso labrador annusarle il viso. Amava gli animali e da quando aveva perso il suo Snoopy non aveva più voluto altri cani per paura di provare ancora il dolore per quel distacco. Allungò la mano verso il cane per farsi annusare e lui la leccò in segno di affetto. Adesso era arrivato il momento di un caffè, sfilò il necessario dalla sacca e mise su la moka mentre il cane la osservava disteso a ciambella con un aria non troppo preoccupata. Snoopy! Francesca si girò pensando qualcuno le avesse letto il pensiero e vide un ragazzo con uno zaino in spalla avvicinarsi a lunghi passi. Scusi, disse il ragazzo. Lei non rispose e porse una tazza di caffè. Sorridendo il ragazzo la prese. In montagna non servono le parole, ci si capisce a gesti, a sguardi. Rimasero in silenzio con le tazze di metallo caldo tra le mani ed una volta finito il caffè il ragazzo sorrise in segno di gratitudine chinando leggermente il capo. Francesca sorrise a sua volta. Avrebbe voluto dire qualcosa ma non le veniva nulla di così importante da dire che già non fosse stato detto in quel silenzio. Il ragazzo si alzò in piedi e batté la mano sulla gamba. Il cane si alzò di scatto e si mise al suo fianco. Fece due passi e si girò ancora verso Francesca. Sorrise e la ringraziò ancora con il suo silenzio dolce. Francesca rimise tutto nelle sacche e partì alla volta della sua destinazione inesistente. E’ strano avere come meta il viaggio stesso, sentirsi arrivato ad ogni kilometro. Ti senti come se fossi a casa ad ogni tappa perché la tua casa è lì dove stai andando. Arrivò al confine con l’Austria che era quasi sera, le montagne erano rosa e non aveva voglia di viaggiare di notte. Varcò il confine sicura a cavallo della sua pantegana. Era quasi buio ormai ed in fondo alla valle c’era un vecchio bivacco trasformato in un rifugio per turisti. Francesca mise la moto sotto il portico ed entrò. Un signore che sembrava il nonno di Heidi la accolse con uno sguardo seccato, lei sorrise comunque e chiese una stanza. Era estate ma il freddo in montagna arriva quando vuole lui e non c’è agosto che tenga se la montagna ha deciso che devi aver freddo nella notte allora lo devi accettare, capire ed adattarti. E’ lei che comanda e tu devi obbedire come ad un maestro severo. La montagna spesso viene considerata ingiusta, severa ed anche cattiva e pericolosa. Ma non è la montagna ad essere pericolosa è l’imprudenza di chi la sottovaluta a renderla tale. Questo Francesca lo aveva imparato dal papà e la mamma poi le aveva spiegato che quando pianti un chiodo in una parete sta a te verificare che quel chiodo sia solidamente piantato e non avrebbe mai dovuto dare per scontato nulla. Era un po’ una metafora della vita. Mai dare nulla per scontato e verificare sempre che quella che hai intrapreso sia la tua migliore azione. Si avvicinò al focolare, tolse gli stivali ed allungò i piedi verso il camino bevendo lentamente la zuppa bollente che il nonno di Heidi le aveva versato. Pensò all’incontro del pomeriggio e si rese conto che l’unica cosa che sapeva era il nome del cane. Beh, certo, spesso i cani sono la parte migliore dei loro padroni e sorridendo a questo pensiero si scottò la lingua. Si strinse nelle coperte e si addormentò osservando le grosse travi in legno che sostenevano il tetto del bivacco. La mattina era fresca, quasi fredda ma Francesca decise che non si sarebbe persa per nulla la vista di quelle montagne e si mise fuori sul grosso tavolo di legno grezzo con la sua tazza di caffelatte guardando i falchi compiere lunghi giri sopra i boschi. Osservava il volteggiare scevro da fronzoli dei falchi il planare sostenuti dalle correnti di aria calda, il loro scendere in picchiata improvviso per poi sparire nel verde del bosco ed ogni tanto riapparire a stagliarsi nell’azzurro del cielo quasi a voler bucare le poche nuvole. Sì, loro avevano un universo in cui muoversi senza limiti e confini se non quelli che noi umani davamo loro relegandoli a spazi sempre più ristretti ma alla fine avevano un nido dove rifugiarsi quando il cielo diventava scuro ed il vento troppo forte per volare. Francesca pensò al suo nido ma non riusciva a trovarlo nel suo passato. Quello che aveva a lungo tempo considerato il suo rifugio si era rivelato nulla più di una illusione ed aveva deciso di abbandonarlo appena si era resa conto che non c’era nulla a trattenerla lì. Aveva avuto molti nidi ma alla fine per un motivo o per l’altro si erano rivelati a volte trappole con dolce vischio altre volte gabbie dorate e lei non era un uccello in grado di vivere in cattività. Segnò questi pensieri nella sua moleskine e poi la ripose con cura nella tasca interna della giacca. Il tump tump della pantegana si perse tra gli abeti quando accese il motore, chiuse lo strap del casco e lasciò scivolare la sua Guzzi per il declivio. Scendeva lenta ed il pendio era così dolce che decise di spegnere il motore. Il silenzio sembrava spingere la pantegana giù per la discesa con dolcezza, accompagnandola per mano nel bosco, nuova Cappuccetto che si fida del lupo. Ma Francesca non aveva paura dei lupi, erano animali nobili e fieri e le ricordavano il suo Snoopy. Si fece accompagnare per qualche kilometro dal silenzio ascoltando il vento accarezzare lei e la sua moto ed il torrente a fianco alla strada che sembrava andare alla sua stessa velocità scortandola verso la sua destinazione. Arrivata in piano accese il motore ed il tump tump si sostituì al silenzio nel trascinarla. Arrivata a Vienna cercò un posto per riposarsi. Amici le avevano dato il nome di una signora francese che anni prima si era trasferita a Vienna e che affittava una piccola mansarda sui tetti della città. Non faticò troppo a trovare la casa e la signora sembrava la aspettasse, aveva gli occhi dello stesso colore di sua mamma e questa cosa inconsciamente la rassicurò. Se questa donna ha gli occhi di mamma allora deve essere una persona stupenda. Parcheggiò la pantegana in giardino e prese le sacche seguendo la signora su per una scala ripida che finiva in una piccola porta. Francesca non era molto alta ma abbassò la testa per passare e tenendo il casco perché non sbattesse si infilò nella porticina. Sembrava la casa di Hansel e Gretel, un letto in ferro battuto con un materasso così spesso che sembravano due ed un piumone con grossi fiori sopra, un armadio in legno massiccio rosa pastello con motivi floreali in stile arte povera sembrava costruito tutt’uno con il pavimento in tavole grezze per poi risalire e riprendere forma nel cassettone alla sinistra del letto ed in una scrivania dalla parte opposta. Completava il tutto una candela a sulla scrivania che si specchiava sul vecchio specchio ormai opaco del cassettone. Francesca posò le sacche sulla scrivania. La signora in un italiano stentato le disse che la avrebbe aspettata per cena se lo desiderava ma che non aveva preparato molto se non una bistecca di maiale affumicato cucinata con le mele. Per fortuna non ha fatto la pasta, pensò Francesca in un guizzo di italianità che la fece sorridere vergognandosi. Grazie, disse, mi faccio una doccia e scendo tra 5 minuti. La stanza aveva solo un abbaino che dava sul cielo di Vienna ed il bagno una piccolissima finestra che non veniva aperta da anni a giudicare dal nido che aveva davanti. Francesca si spogliò e si infilò sotto la doccia. I capelli neri aderirono alla pelle come vernice seguendo la forma delle spalle. Si soffermò per alcuni minuti sotto il getto di acqua bollente e poi raggiunse la donna con gli occhi come la mamma al piano di sotto. La signora era originaria di un pesino vicino Lione e si era trasferita lì negli anni 60 quando il padre, militare francese, fu trasferito dapprima a Berlino e poi smessa la divisa aveva deciso di andare a vivere in Austria. Il padre aveva aperto un panificio riprendendo il mestiere di suo padre ed aveva introdotto primo tra tutti alcuni pani tipici della Francia e quando la gente usciva con una baguette sotto il braccio per un secondo ti sentivi a Parigi. La signora aveva preso in mano il negozio di famiglia quando questi si era ritirato ma aveva mantenuto l’impronta data dal padre anche quando aveva poi ceduto la gestione degli ormai tre negozi. La casa della signora era proprio sopra il primo panificio e la mattina dopo Francesca venne svegliata dal profumo del forno. Si sedette alla scrivania ed aprì la sua moleskine: Oggi vedrò il mio futuro ed il mio passato. La chiuse con l’elastico e la rimise a posto. Scese giù ancora assonnata e trovò una enorme tazza di latte con due mezzelune morbide e ripiene di marmellata. Si avvicinò alla donna con gli occhi come la mamma e le prendendola per le spalle le diede un bacio da dietro sulla guancia per ringraziarla. La signora si girò, si asciugò le mani sul grembiule e prendendola con le sue mani ossute per le mani ricambiò il bacio senza dire nulla. Francesca diede una veloce occhiata alla pantegana per salutarla e si diresse a piedi verso il centro città. Desiderava andare alla Österreichische Galerie Belvedere da anni ma per un motivo o per l’altro aveva sempre rimandato, adesso era lì davanti alle opere di Klimt. Arrivata davanti al Bacio si sentì travolta da un senso quasi di nausea, respirava mille odori e non riusciva a definire cosa le stesse accadendo. Sentì fortissimo l’odore dei boschi che aveva attraversato per giungere fino a lì e l’oro del quadro sembrava il sole che la mattina prima aveva riscaldato il suo viso fuori dal bivacco. Si perse a sognare quel bacio, gli occhi chiusi di lei persa tra le braccia di quell’uomo raccontavano un abbandono totale e la fiducia che solo la condivisione più profonda, secondo Francesca, poteva portare ad avere. Lasciò cadere le braccia lungo il corpo e chinò appena il capo come ad aspettare il suo bacio. Le stagioni dei suoi amori erano andati e venuti ma quello che lei aveva cercato da sempre non era cambiato. Andati e venuti, aveva perso cose che non rimpiangeva ed ogni volta aveva dato tutta se stessa in quello che aveva vissuto, nei nuovi amori. Ogni volta aveva scommesso tutto contro le sue parure e per questo non aveva rimpianti. Aveva dato tutta se stessa e, tranne qualche eccezione, anche i suoi compagni avevano fatto lo stesso ma alla fine mancava quella condivisione di idee e desideri, di azioni comuni che la avrebbero fatta sentire realmente a casa. Inspirò l’odore di quel bacio a fondo e riaprì gli occhi. Era rimasta davanti a quel quadro per quasi due ore, seduta su un divanetto con le ginocchia attaccate e i piedi distanti in una posa da bambina estasiata. Fuori il sole era alto e si sedette su un tavolino di un bar nel parco sul Danubio a raccogliere i pensieri sorseggiando un tea e socchiuse gli occhi alzando il viso verso quella fonte di calore. Francesca riaprì gli occhi di scatto non ricordandosi del sole e venne accecata da un lampo di luce che trasformò il suo mondo per qualche minuto in un pianeta bianco e nero bidimensionale e da qualcosa di caldo ed umido sul suo viso. Snoopy!! Si girò con la guancia ancora bagnata dalla leccata del cane verso la voce che chiamava quel nome così familiare alla sua infanzia e intravide un ombra. Ciao, disse l’ombra. Il mio cane non ha perso l’abitudine come puoi vedere. Non posso vedere molto, disse lei ridendo, ho aperto gli occhi di scatto giusto davanti al sole. Il ragazzo mise le mani ai lati degli occhi di Francesca per ripararli dal sole. Va meglio adesso? Questo gesto la lasciò interdetta, era troppo intimo, troppo personale sentirsi protetta da uno sconosciuto e istintivamente si ritrasse. Scusa, disse il ragazzo, non volevo… Lo guardò per qualche istante, sembravano minuti ma erano solo poche frazioni di secondo. Scusami tu, non me lo aspettavo. Rispose arrossendo. Cosa ci fai a Vienna, lo incalzò. Ho deciso che la mia vita deve cambiare, adesso sento che è giunto il momento per svoltare e prima di farlo volevo vedere una cosa, qui a Vienna. Sono stato ieri al Belvedere e oggi pomeriggio riparto, devo andare a trovare degli amici in Italia, mi aspettano tra un paio di giorni. Anche io sono qui per vedere una cosa che ho rimandato per troppo tempo di cercare nella mia vita. Sei stata anche tu al Belvedere, vero? Le disse. Sono rimasto le ore a sognare davanti a quel quadro da non riuscire a staccarmene, alla fine mi hanno dovuto accompagnare all’uscita perché non avevo sentito l’avviso di chiusura. Francesca lo guardò ancora una volta in silenzio. Il tramonto quella sera aveva i colori del quadro di cui avevano parlato per ore, erano rimasti a guardare il sole scendere sui tetti di Vienna e poi avevano passeggiato fino a tarda sera per le vie della città parlando di libri e di film, di uno spettacolo teatrale che erano andati quasi casualmente a vedere nello stesso giorno e non si erano neppure incontrati. Lei gli aveva letto alcuni pezzi tratti dai pensieri scritti nella sua moleskine e lo aveva osservato di sottecchi non perderla di vista neppure per un secondo mentre lei leggeva poi, ormai notte, lui le aveva preso la mano tirandola a se e con un bacio dolce sulla guancia l’aveva salutata. Adesso devo proprio andare. Grazie per la meravigliosa giornata terrò i tuoi pensieri come regalo. E sparì nella notte viennese. Non fece nulla per trattenerlo, troppo spesso la sua vita aveva preso strade sbagliate ed adesso era stanca oltre che disillusa ed aveva alzato un muro di diffidenza tra se ed il mondo maschile. La sua ultima relazione era fatta di una condivisione basata sull’assenza. Il suo ragazzo era sempre presente ma con lei non condivideva, interessi, passioni o altro. Aveva più volte provato a coinvolgerlo in discussioni su un libro o su un film ma aveva ottenuto solo risposte monosillabiche e lei mal sopportava le persone monosillabiche. Certo ormai si conoscevano da molto e sembrava si capissero con uno sguardo ma a lei quelle cose mancavano e, sinceramente, delle serate a guardare le partite in tv non sapeva che farsene. Così un giorno di primavera, si era messa un abitino leggero in lino e uno sbuffo di profumo al tea verde, un paio di ballerine ed erano usciti per prendere un gelato. Aveva scelto cioccolato e vaniglia e scolpiva il suo gelato in una strana forma, come di una montagna citando incontri ravvicinati del terzo tipo. Cosa ti ricorda questa scena gli aveva chiesto. Un gelato?! Senza dire altro durante la passeggiata avevano finito il loro gelato ed anche la loro relazione. Si era avvicinata ad un cestino e nello stesso momento in cui si sbarazzava della coppetta vuota si sbarazzò anche di quella relazione ormai altrettanto vuota. Francesca riprese la via della mansarda e dopo aver annotato alcune impressioni sulla giornata sulla sua inseparabile moleskine, si addormentò con ancora negli occhi i colori del suo quadro. La mattina dopo si congedò dalla signora con gli occhi come la mamma che come sua mamma si lasciò scappare una lacrima nel vederla andar via.
Post n°9 pubblicato il 19 Agosto 2009 da lucedoriente67
Ho un pensiero che si muove lento nella mia testa, oggi. Scivola via ogni volta che tento di afferrarlo e l’unica persona che vorrei afferrasse quel pensiero non sa di doverlo fare. Ho leccato a lungo le ferite dei miei pensieri, nate dall’aver preteso di stringere il pezzo di vetro che tenevo sul palmo pensandolo un diamante. Se tu lo vuoi prendi il passaggio tra le foglie e cerca tra i miei pensieri smarriti. Ho svuotato le mie orecchie delle parole, trovate sul ciglio di una strada le credevo piene di senso pensandole solidi mattoni, Se tu lo vuoi siediti nell’erba nel buio a cercare lucciole fuggite dai miei occhi. Dove sei? Ho un pensiero che si muove lento nella mia testa oggi. Passa al rallentatore davanti ai tuoi occhi e tu lo osservi incuriosita. Allunghi una mano e ti guarda incredulo, paziente resti lì con la mano tesa verso quel piccolo pensiero, lui lentamente si lascia avvicinare e timidamente sale sul palmo. Prendi una goccia d’acqua con un dito per dissetarlo e ne senti il calore. Voglio tenere sul palmo della mia mano il tuo sorriso e fargli conoscere le carezze della mia pelle, coccolarlo e curarlo, farlo crescere e lasciarlo libero di volare. Temere di vederlo volar via sarebbe ben poca cosa al vederlo volare felice. Parlami delle cose che conosci, lasciami entrare nelle sfumature della tua vita e impara l’iride che circonda la mia esistenza. Traccio semplici linee che uniscono i punti della nostra vita per ritrovarmi a muovere il sole e tu le stelle. Disporle a corona della vita di noi due. Ornare quel pensiero con il tuo sorriso. Imparare ancora una volta a crescere, ad ascoltare la pioggia che cade non più triste contorno di momenti vuoti, a ringraziarla madre di pensieri soffici e sorrisi di perle. Dove sei? Ho un pensiero che si muove lento nella mia testa oggi. Alessio 19 agosto 2009
Post n°8 pubblicato il 03 Giugno 2009 da lucedoriente67
Cosa sarà che fa muovere l’universo, che alimenta i pensieri nella notte e li nasconde al cinguettare degli uccelli l’alba, che fa sollevare nella notte una sottana sulle parole di un poeta ubriaco per poi nascondersi in solari pudori. Cosa c’è nei pensieri di un bambino che vede per la prima volta la sua stella polare, che assorbe i colori della sua città e li riconosce tra mille. Le paure lasciano spesso vuoti grandi quando riesci a cancellarle così molti preferiscono continuare ad avere paura piuttosto di dover riempire con pensieri nuovi la loro vita. Ed a queste persone raccontare che il sole non muore al tramonto, che l’alba comunque salirà domani diventa scrivere sull’acqua. Avere paura, dell’ignoto, della fine, dell’inizio, della vita, di un ombra, di un amore, della cattiveria, di se stessi è sempre la strada più facile. Sempre in discesa, sempre illuminata e con grandi cartelli rassicuranti che indicano direzioni inutili. E le parole non spiegano, la storia non insegna, chi ti sta intorno non può aiutarti. Ma noi non abbiamo bisogno di paure, non abbiamo bisogno di parlare. Adesso avvicinati ed apri i pugni chiusi. Noi non abbiamo bisogno di spiegarci. Non temiamo la paura perché la paura è la vita, va vissuta così come abbiamo imparato a respirare, a camminare. Perché quello che abbiamo davanti è sempre una opportunità, non un ostacolo. Allora perché temere un occasione? C’è chi le rifugge per non cambiare il proprio status quo, tranquillo nel suo nido di mediocrità si accontenta di pensare di essere felice, forse solo sereno o illuso. E tu, ed io questa strada la abbiamo intrapresa in un passato così lontano che ne abbiamo scordato l’istante. Ma l’istante è questo stesso che viviamo adesso. Tu istante, tu inizio e tu fine. Io percorso. Ho sparso sassolini bianchi per ritrovare la strada di casa e dopo una vita mi sono reso conto che la mia casa mi ha seguito fin dai miei primi passi una vita fa, come un ombra, fedele. Gli stessi sassi che seminavo sono quelli che seguivo tutti i giorni per cercare una strada che pensavo non esser ancora mia. Piccoli passi incerti a gattoni e poi nel tempo passi lenti e sicuri perché non serve correre quando la meta la raggiungo ad ogni passo. Io sono la mia meta. Aggiungi le tue parole alle mie, postille e appunti sui miei fogli, sbuffi di matita e scarabocchi di nuvole e lucciole. Rendi caotico il mio caos. Riconosco i tuoi pensieri tra le mie carte, foglie su rami si muovono ad ogni alito di vento. Una notte mi hai chiesto dove fosse il nord. 3/6/2009 h0250
Post n°7 pubblicato il 04 Marzo 2009 da lucedoriente67
E’ questa la vera vita? O è solo fantasia? E’ paura di non farcela quella che sento? O è solo paura di vivere? Non mi interessa molto, non quando è in gioco la mia felicità. Mettere in discussione tutto? Stravolgere la mia vita? Meglio fuggire, meglio nascondersi, evitare il confronto. Se non rischio, non gioco, allora non c’è la possibilità di perdere. Resto tra gli ignavi quando ignavo non sono. Mi importa, mi importa realmente. Non voglio andarmene senza aver donato quello che sono. Senza aver respirato ancora una volta. Oggi la mia vita è un po’ più vicina ad essere completa. Urlo tutte le parole che ho dentro alla nebbia che avvolge la notte, forse qualcuno mi sta ascoltando, forse mi prenderanno per pazzo ma di quello che pensano non mi importa nulla. Seguo le gocce di pioggia gialle dei fari della strada sul vetro di casa, strade che non portano da nessuna parte come lo sono stati molti passaggi della mia vita. Sentieri ormai persi nelle sinapsi dei miei ricordi, humus per la mia vita di oggi. Love is a many splendor thing cantavano in un vecchio film… Once on a high and windy hill In the morning mist two lovers kissed and the world stood still. E tu, tu che sei lì e raccogli i miei respiri, tu che adesso dormi nel silenzio della notte e ti fai guardare. Ed io, io che dovrei esser disteso al tuo fianco, io che ho paura di svegliarti solo pensandoti. E noi, noi che abbiamo questa cosa che gli altri chiamano amore ma che non sappiamo definire, noi che non amiamo esser definiti perché definirci sarebbe porre un limite. Io che ti ho trovata con le unghie fuori, tu che mi hai graffiato e poi leccato le ferite con lo sguardo piccolo che non lasciava uscire i respiri. E tu che davi risposta alle domande che non sapevo ancora di avere, io che ho scoperto di avere nuovi dubbi e nuove paure. Brividi che ancora danno senso al tempo. La prima volta che mi sei passata attraverso lo sguardo, eravamo lì, su quel pontile e l’acqua ci accarezzava i piedi e nelle parole non trovavamo conforto. Le parole dei miei quarant’anni non bastavano a spiegare i sogni che stavamo facendo e che alla fine non era così importante provare a descrivere i nostri giorni ma dovevamo viverli. Adesso sei lì distesa, e gli stessi sogni che un tempo non trovavano risposta sono diventati la nostra realtà. Sembrava lontana, irraggiungibile. Avevamo misurato la nostra vita ritagliando gli spazi per proteggerci dai graffi del mondo esterno, imparato a chiudere con il dolore le finestre delle nostre giornate per non lasciar entrare la felicità. Le notti ti faccio discorsi silenziosi e nelle mie mattine cerco le tue labbra scostandoti i capelli. Bagno le mie mani nella tua bocca mentre facciamo l’amore, mescoliamo la saliva come sangue di un unico corpo, ti allontani per farti prendere con forza resistendo nel gioco e le tue unghie sulle mie spalle e le tue parole nella mia bocca. E adesso che siamo l’unica ragione. Non ti chiedo che le cose vadano sempre bene, non ti chiedo di proteggermi dalla vita, non ti chiedo di cambiare la notte in giorno, non voglio in dono il mare, non voglio che mi catturi il cielo o perle bianche o verità nascoste, non voglio che mi insegni a camminare, non voglio grandi verità o corallo rosso. Conserva solo i miei occhi adesso, conserva i minuti difficili e usali per capire che ti amo perché non è quando splende il sole che si capisce la grandezza di un amore. Prendimi solo per mano. Alessio 4 marzo 2009
|
Chi può scrivere sul blog
Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
|
Inviato da: isaery
il 13/03/2009 alle 14:02
Inviato da: vi_di
il 04/03/2009 alle 18:17
Inviato da: vi_di
il 29/06/2008 alle 15:19
Inviato da: lucedoriente67
il 19/06/2008 alle 09:40
Inviato da: vi_di
il 13/06/2008 alle 12:25